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Maxi evasione fiscale pianificata allo stadio

Guardia di finanza
Studiavano le strategie per sfuggire ai controlli della Guardia di Finanza durante gli incontri di calcio di serie A. Un’organizzazione composta da undici imprenditori del nord Italia, titolari di ditte per la lavorazione materie plastiche, aveva deciso di pianificare i metodi della maxi evasione al Fisco di oltre 20 milioni di euro, nella tribuna dello stadio bergamasco. Infatti, mentre in campo l’Atalanta era impegnata ad affrontare gli avversari, sugli spalti si giocava un’altra partita quella contro le fiamme gialle. Nell’operazione del Nucleo di Polizia tributaria della Guardia di Finanza di Venezia che ha portato all’arresto di tutti i componenti dell’organizzazione, c’era anche il fratello del presidente dell’Atalanta Calcio, Gianmario Ruggeri. Anche lui, era il titolare di una delle tante aziende del Veneto, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Marche, Trentino Alto Adige e Emilia Romagna, che acquistavano materie prime secondarie dalla Slovenia e dall’Austria attraverso le società cartiere.
Infatti, grazie ad una decina di società fantasma create da Roberto Panzarasa e dai suoi più stretti collaboratori, Federico Lauzzana e Enrico Giacobini, adesso tutti in carcere, l’organizzazione riusciva a comprare a prezzi notevolmente inferiori a quelli di mercato, grossi quantitativi di plastica e a trasformarla e rivenderla sul mercato a condizioni estremamente concorrenziali. L’abbattimento del prezzo della plastica era dovuto proprio alle società cartiere che dopo aver fatturato l’acquisto dovevano pagare l’Iva, in realtà mai versata allo Stato; Secondo una prima stima in difetto effettuata dalla finanza, il tributo non pagato ammonterebbe a oltre 4 milioni di euro. Secondo le intercettazioni telefoniche e ambientali effettuate dalla Finanza durante l’incontro Atalanta-Udinese dello scorso 2 marzo, alcuni imprenditori stavano cercando soluzioni e nuove strategie per cercare di evitare i controlli sulle ditte del settore della lavorazione dei profilati in plastica, come era appena avvenuto a Milano. Infatti le fiamme gialle del capoluogo lombardo avevano appena messo a segno, a fine febbraio, un’altra operazione che aveva coinvolto altri imprenditori della plastica. Tra le soluzioni escogitate anche la creazione di ulteriori società filtro tra quelle fantasma e le ditte di cui erano i titolari ufficiali. I provvedimenti emessi dal gip Angela Giuffrida di Vicenza hanno portato in carcere i tre imprenditori considerati la mente della maxi evasione e previsto gli arresti domiciliari per tutti gli altri componenti dell’organizzazione. Nel corso dell’operazione sono stati sequestrati anche sette conti correnti bancari appartenenti alle società e a Roberto Panzarasa. Che è stato arrestato all’aeroporto di Venezia mentre stava partendo per Miami, Stati Uniti, dove aveva una delle numerose proprietà.

Le dritte di Altroconsumo: Spazzatura high-tech, che fare?


Di rifiuti non c’è solo la monnezza. Oggi più che mai è in aumento il carico di spazzatura legato al rapido ricambio degli elettrodomestici. Da quest’anno le carcasse di frigoriferi, lavatrici, computer e tutti gli apparecchi elettrici ed elettronici (comprese le lampadine) saranno destinate a nuova vita. Vecchi, rotti o sorpassati dalla rapida evoluzione tecnologica, i vecchi elettrodomestici non potranno più essere buttati in discarica, ma dovranno essere recuperati. Il provvedimento (qui il .pdf) a favore dell’ambiente, che impone una diversa gestione dei Raee (i rifiuti elettrici ed elettronici), allinea finalmente anche l’Italia alle norme previste tra i principali Paesi dell’Unione europea. L’intento è recuperare le materie preziose, come rame, zinco, alluminio, vetro e plastica, che l’usato elettronico restituisce a fine vita e che può essere ancora sfruttato.
Di nuovo c’è che la gestione della tecnospazzatura è passata dalle amministrazioni comunali ai produttori. Le aziende adesso si devono accollare il compito su tutto il territorio nazionale. I Raee possono essere depositati nelle apposite piazzole comunali (adesso gestite dai produttori) oppure possono essere consegnati direttamente nei punti vendita quando si acquista un nuovo prodotto. In questo caso, spetta al negoziante disfarsi dello scarto indesiderato, trasferendolo a spese proprie nei punti di raccolta. La legge permette ai produttori di rifarsi sui cittadini, che sono tenuti a pagare un ecocontributo su tutti gli acquisti high-tech.

Semplice? No. Altroconsumo ha verificato se i principali punti vendita della grande distribuzione a Milano si sono organizzati a fronteggiare le novità. Innanzitutto c’è poca informazione al pubblico. Sugli scaffali la separazione tra il prezzo dell’apparecchio e la minitassa ecologica è poco evidente. Ma gli stessi commessi sono poco informati. Alla domanda esplicita se potevamo consegnare lì il nostro usato in cambio di un apparecchio nuovo, il più delle volte ci siamo sentiti rispondere “ma noi non ritiriamo niente”.

Tutto tace anche per gli acquisti online.
Su dieci negozi via Internet esaminati solo due parlavano dell’ecocontributo e spiegavano che i prezzi indicati già lo comprendevano. Insomma, di organizzazione sembra essercene poca. Del resto l’inerzia del governo ha dato i suoi frutti. Il decreto “Mille proroghe” ha previsto uno slittamento dell’entrata in vigore dell’obbligo di ritiro dell’usato da parte dei venditori, che dovrebbe scattare 30 giorni dopo l’entrata in vigore di un apposito decreto attuativo, previsto per la fine di febbraio: quindi a fine marzo. Ma nella situazione attuale usare il condizionale è d’obbligo.


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