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Intercettazioni, sì della Camera e momenti di democratica bagarre

momenti democratica bagarre

MULTIMEDIA: Vietato spiare, ecco il nuovo testo

Sì della Camera al disegno di legge in materia di intercettazioni, dopo che il governo ha ottenuto la fiducia. Il testo ora passa al Senato. I voti a favore sono stati 318, 224 quelli contrari. Un deputato si è astenuto.
Chiesto dall’opposizione, lo scrutinio segreto con cui è passato il ddl intercettazioni sembra aver regalato 21 voti in più alla maggioranza. Almeno questo dicono i numeri sulle presenze nell’aula di Montecitorio.
I conti sono presto fatti alla luce dei numeri che si leggono sui tabulati: il provvedimento è passato con 318 voti a favore e 224 contrari. Un solo astenuto (l’Svp aveva annunciato questa intenzione). Al momento del voto nell’emiciclo erano presenti: 188 deputati Pd, 27 Udc e 25 Idv per un totale di 240 parlamentari. Undici i deputati del gruppo misto, 5 schierati con la maggioranza e 5 con l’opposizione.

Momenti di democratica bagarre
Ma a tenere, letteralmente, banco è stata la protesta “cartellonata” dell’Italia dei Valori nell’Aula della Camera al momento del voto sul disegno di legge sulle intercettazioni. I deputati dell’Idv espongono diversi cartelli in cui si riportano quattro diverse frasi contro il provvedimento. In un cartello c’é scritto “Libertà di informazione cancellata”; in altri appare la scritta “Pdl: proteggiamo delinquenti e ladri”, poi vari cartelli con la scritta “Vergogna”. Infine, alcuni deputati espongono la scritta: “Morta la libertà di informazione, uccisa dall’arroganza del potere”.
La risposta dei deputati del centrodestra? “Buffoni buffoni!”. Il clamore è terminato quando i commessi hanno rimosso i cartelli.

Alfano: punto di equilibrio tra la tutela della privacy e delle indagini
Sul piano politico da registrare la soddisfazione del ministro della Giustizia Angelino Alfano: “Siamo molto soddisfatti per questa approvazione in questo ramo del Parlamento e ora chiederemo una rapida lettura da parte del Senato. Crediamo di aver prodotto un testo che dopo un anno di lavoro ha raggiunto un punto di equilibrio ragguardevole tra la tutela della privacy e delle indagini, l’articolo 15 e l’articolo 21 della Costituzione”. “Abbiamo avuto” sostiene Alfano “venti voti in più della maggioranza. Il voto segreto continua a premiare le nostre tesi che sono condivise anche da alcuni settori dell’opposizione, circa una ventina di voti sono venuti dai loro banchi”.

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Giudici, la super casta

Giudici alla riunione per l'anno giudiziario

di Anna Maria Greco
Ci sono magistrati che la toga, si può dire, quasi non l’hanno indossata. Sono fuori ruolo a oltranza. E si costruiscono quelle che il primo presidente della Cassazione, Vincenzo Carbone, all’ultima inaugurazione dell’anno giudiziario, ha definito “carriere parallele”. Stesso termine usato dal Csm nella circolare del marzo 2008 con la quale ha cercato di mettere un freno a “un numero eccessivo di richieste di destinazione di magistrati a funzioni extragiudiziarie, in un momento storico caratterizzato da gravi scoperture di organico e da un’intollerabile lunghezza dei tempi del processo”. Concetto che, il 26 maggio, è diventato un vero appello al ministro Angelino Alfano.
Vediamo qualche esempio. Claudio Buttarelli: nominato uditore giudiziario nel 1986, 3 anni dopo lascia il posto e rimane fuori ruolo ininterrottamente fino a oggi, è garante aggiunto europeo per la protezione dei dati personali, dopo essere stato segretario generale dell’Autorità per la privacy.
C’è anche Francesco Crisafulli, in magistratura nel 1986 e fuori ruolo dal 1992: prima alla presidenza della Repubblica poi, dal 2000, come esperto giuridico alla Rappresentanza permanente d’Italia presso il Consiglio d’Europa. Il Csm ha di recente autorizzato un prolungamento del suo status di fuori ruolo con una motivazione singolare: riconosciuto che è stato superato qualsiasi normale limite temporale, l’interessato non andrebbe più considerato un magistrato, ma “quasi” un ambasciatore.
Di limiti temporali, in effetti, ne sono stati fissati nel 2008, con una legge e una circolare del Csm: 5 anni, poi un’interruzione di altrettanti e ancora un’autorizzazione per altri 5, fino al massimo di un decennio. Ma l’Italia è il paese delle deroghe. Claudia Gualtieri, giudice di tribunale a Venezia dal 1998, lascia le funzioni giudiziarie nel 2003 per diventare esperto nazionale presso la Commissione europea (direzione generale Giustizia, libertà e sicurezza) e poi la rappresentanza italiana presso l’Unione Europea: su 9 anni, insomma, fa il magistrato solo per 5.
Casi eclatanti che sono stati raccolti in un dossier dall’Unione camere penali (Ucpi), che da anni denuncia il paradosso di un sistema giudiziario che ha vistosi buchi d’organico, accumula inefficienza e lentezze eppure è di manica larga, larghissima, quando si tratta di prestare, anche per decenni, i magistrati ad altre amministrazioni, a organismi politici e internazionali in tutto il mondo.
Oggi i fuori ruolo con altri incarichi sono 256 e arrivano a 277 con quelli in aspettativa come parlamentari, amministratori di comuni, province e regioni, membri del Csm e per altri motivi (vedere la tabella in basso). Questo mentre ci sono 1.357 posti vuoti negli uffici giudiziari sempre più in affanno. E poi si dovrebbero aggiungere i tanti magistrati che ottengono incarichi extragiudiziari part-time e non lavorano a tempo pieno.
Mentre un po’ in tutte le sedi si cercano soluzioni per ricoprire le sedi vacanti, l’Anm contrasta i trasferimenti d’ufficio prospettati dal governo in nome dell’inamovibilità delle toghe, ma accenna solo timidamente, secondo i penalisti, all’esercito dei magistrati fuori ruolo sottratti alle funzioni giudiziarie per lavorare a Palazzo Chigi, nei ministeri, alla Corte costituzionale, al Quirinale, in commissioni e autorità, organismi internazionali e ambasciate, missioni varie all’estero.
Tutte queste toghe fuori ruolo continuano a percepire il loro stipendio al quale aggiungono in alcuni casi indennità che vanno dai 50 mila euro l’anno per gli assistenti dei giudici costituzionali ai 115 mila per i più gratificati dalle varie amministrazioni, con punte che arrivano addirittura oltre i 300 mila. Queste cifre generano un notevole squilibrio retributivo, se si pensa che il primo presidente della Cassazione, cioè il magistrato italiano più alto in grado, ha uno stipendio di 278 mila euro l’anno.
L’Ucpi ha deciso di intervenire studiando una proposta di legge che presto arriverà alle Camere con la firma di parlamentari di entrambi gli schieramenti. Ha l’obiettivo di ridurre drasticamente il numero dei fuori ruolo ai soli casi previsti espressamente per legge, una trentina (escluse le cariche elettive), facendo rientrare nei ranghi oltre 200 magistrati per destinarli al loro originario compito di smaltire sentenze, celebrare processi e svolgere indagini.
Inoltre, la proposta di legge regolamenta gli incarichi extragiudiziari circoscrivendoli solo a didattica e formazione; fissa un criterio unico per il trattamento economico aggiuntivo che può andare dal 20 al 60 per cento della retribuzione in più, in base all’importanza dell’incarico: e, punto molto delicato, stabilisce che il magistrato debba dimettersi prima di presentarsi a elezioni politiche “per contrastare un uso strumentale della funzione”.
“Il fenomeno dei fuori ruolo” dice il presidente dei penalisti Oreste Dominioni “inquina gravemente i rapporti tra politica e magistratura, compromettendo l’indipendenza dell’una e dell’altra. Crea una supercasta di potere, che è quella che realmente regola i rapporti con la politica. Così si sacrificano le risorse giudiziarie sull’altare del potere. I numeri parlano chiaro e così gli “eccellenti” emolumenti economici riconosciuti a questa supercasta giudiziaria, paragonabili solo a quelli degli alti funzionari dello Stato. Si richiami subito in ruolo la stragrande maggioranza di questi magistrati, perché ritornino a esercitare le loro funzioni. Si parla tanto di sedi vacanti, ma la loro copertura è impedita da anacronistici privilegi”.
Vediamo dove sono dispersi questi magistrati fuori ruolo. Mettiamo da parte quelli cosiddetti elettivi, cioè i 12 parlamentari, i 4 che hanno mandati in regioni, province e comuni, l’unico (Luigi De Magistris) candidato alle elezioni europee e i 16 componenti del Csm. Guardiamo invece ai 132 impegnati per il governo, come capi di gabinetto, capi e addetti all’ufficio legislativo, fino a quelli con semplici funzioni amministrative: dai 12 alla presidenza del Consiglio ai 71 al ministero della Giustizia, più i 16 all’Ispettorato sempre di via Arenula e il resto disperso negli altri ministeri.
La giustizia italiana può si concede pure di avere ben 7 magistrati nella missione Eulex in Kosovo, alcuni dei quali già in passato sono stati per anni fuori ruolo per altri incarichi.
“Questi magistrati” incalza Dominioni “svolgono funzioni del tutto estranee a quella giudiziaria o assolutamente indifferenti alla loro esperienza professionale”. E cita i 28 alla Corte costituzionale, i 9 nelle istituzioni e commissioni del Parlamento e delle diverse autorità e la trentina di esperti presso ambasciate o istituzioni estere, più i 17 che svolgono funzioni amministrative al Csm.
Per legge, nel 2008, è stato fissato un tetto massimo per i fuori ruolo di 200 unità, senza calcolare quelli da destinare alla presidenza della Repubblica, al Csm, alla Corte costituzionale e gli eletti, per un totale di 82. Il tetto attuale è quindi di 282, mentre quello stabilito poco prima con una circolare del Csm era di 65, più i soliti casi speciali (ministero della Giustizia, Csm, Scuola della magistratura) fino ad arrivare a 248.
Non basta: al Csm c’è un certo allarme (infatti l’ufficio studi ha elaborato un parere in proposito) perché sono in aumento le domande di aspettativa per motivi vari da parte di magistrati che scelgono le più diverse destinazioni professionali, spesso lontane dagli interessi dell’amministrazione giudiziaria, e c’è il rischio che questo strumento sia utilizzato proprio per aggirare il limite fissato per i fuori ruolo.
Quanto al problema delle candidature dei magistrati, l’Ucpi con la sua proposta tocca un punto dolente. Anche il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, è convinto che dopo essersi candidato e quindi avere “ammesso di essere divenuto di parte, non foss’altro perché si è schierato con una forza politica”, un magistrato non possa tornare a indossare la toga. Lo ha detto a Palazzo de’ Marescialli in marzo, quando il plenum ha esaminato la richiesta di aspettativa di De Magistris per le europee. Secondo Mancino il Parlamento dovrebbe vietare il rientro in magistratura e garantire, a domanda, la mobilità nella pubblica amministrazione, nella funzione e nel ruolo corrispondenti a quello precedente. Ma i penalisti chiedono l’ineleggibilità dei magistrati che dovrebbero perciò dimettersi 6 mesi prima di accettare una candidatura.

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Magistrati contro Bossi: “Pm eletti dal popolo? Costituzione è una cosa seria”

Palazzo di Giustizia
Insorgono le toghe italiane. Contro il ministro delle Riforme per il Federalismo, nonché leader della Lega, Umberto Bossi. Tema: i pm eletti dal popolo.
L’idea, non nuova per il Carroccio, viene risbandierata, 48 ore fa , nel corso di un comizio elettorale a Mestre dal Senatùr: per lui la proposta del Carroccio di magistrati eletti a livello regionale è una scelta di democrazia: “Il prossimo passo dopo il federalismo” ha detto Bossi “è quello dell’elezione da parte dei popoli dei magistrati perché ogni popolo deve avere la propria possibilità di esprimersi”. L’esempio, per il leader leghista è quello elvetico: “Bisogna fare come con i cantoni in Svizzera” ha aggiunto “in Italia solo Roberto Castelli quando era ministro della Giustizia è riuscito a fare qualche cosa”.

Ma passano, appunto, due giorni, ed ecco la risposta dei magistrati. Per bocca del presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Luca Palamara e del segretario dell’associazione Giuseppe Cascini. “Magistrati eletti? Così si calpesta la Costituzione e non si garantisce l’indipendenza della magistratura dal potere politico a garanzia dei cittadini”, dice il primo. “La Costituzione italiana è una cosa molto seria e non dovrebbe mai essere affrontata con battute estemporanee”, dichiara il secondo all’Adnkronos.
Cascini sottolinea inoltre come il sistema di accesso in magistratura italiano “è previsto dalla Costituzione ed è un sistema tra i migliori nel mondo per le garanzie che offre in termini di professionalità e indipendenza; mentre non credo” aggiunge “he lo stesso possa dirsi con riferimento ad altre funzioni di nomina elettiva”. Gli fa eco Palamara: la proposta di Bossi “non tiene conto di quanto previsto dalla Costituzione per realizzare la più ampia professionalità e indipendenza della magistratura a garanzia dei cittadini. Cioè” spiega “tramite la previsione di un concorso selettivo e non tramite una elezione popolare che, inevitabilmente, comporterebbe una politicizzazione della nomina e quindi del potere giudiziario». Palamara poi aggiunge: “È vero che ci sono sistemi che prevedono l’elezione dei magistrati direttamente dal popolo, come in America per quanto riguarda i Pm distrettuali, ma deve considerarsi che siamo di fronte a sistemi completamente diversi da quello nostro e che di conseguenza rendono impossibile prendere singoli pezzi di un sistema e trasportarli in un altro”. In questo modo, secondo il presidente dell’Anm “inevitabilmente avremmo un pubblico ministero espressione di una singola parte e quindi quella garanzia di indipendenza andrebbe persa. La funzione giudiziaria non può dipendere dalla provenienza regionale di un magistrato”.
Ancora più netto il giudizio del togato di Unicost al Csm, Fabio Roia: “Non si capisce il senso della proposta di Bossi, alla luce dei principi costituzionali e delle opinioni culturali che vogliono i magistrati non politicizzati”. Roia sottolinea come avere dei magistrati su elezione popolare comporterebbe una “manifestazione del consenso e dunque una politicizzazione delle toghe all’eccesso. A mio parere in contraddizione a ciò che questa parte politica ha sostenuto finora, contraria ad una magistratura politicizzata”.
Possibilista, invece Niccolò Ghedini, deputato del Pdl e legale del premier Silvio Berlusconi, che spiega all’Adnkronos: “È un’idea percorribile, ma va valutata con attenzione”. La proposta di Umberto Bossi di eleggere i pm come in Svizzera e negli States, dice Ghedini, è già prevista dal ddl sulla giustizia e bisogna verificarne la fattibilità nel rispetto della Costituzione. Il parlamentare azzurro getta acqua sul fuoco (”Non è una riforma che spaventa ed è un argomento come gli altri, non mi sembra nemmeno il più urgente”) e replica così al segretario dell’Associazione nazionale dei magistrati: “Soltanto l’Anm arroccata sui privilegi della casta si può preoccupare”. Anche se, ribadisce: “Bisogna verificare la possibilità di un intervento a Costituzione vigente. Oppure” aggiunge “occorre trovare l’accordo di tutto il Parlamento e verificare se c’è la necessità effettiva di fare una riforma costituzionale sul punto in questione”.

Pm eletti dal popolo? Per il ministro Umberto Bossi è una scelta di democrazia. Per i magistrati dell’Anm: “Così si calpesta la Costituzione”. Voi con chi state?

Che c’azzecca Di Pietro con gli intellettuali? Un’alleanza in nome della “resistenza”

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Ma “che c’azzecca” Antonio Di Pietro con gli (ex) intellettuali di sinistra? La domanda sorge spontanea. Soprattutto dopo aver letto i nomi dei candidati per le europee 2009 dell’Italia dei valori, il partito fondato dall’ex magistrato di Mani pulite: professori universitari, dirigenti, magistrati, avvocati e consulenti. Nessun operaio in lista e solo qualche impiegato.
C’è pure Maruska Piredda, l’hostess pasionaria di Alitalia immortalata lo scorso settembre coi pugni chiusi e le braccia al cielo, dopo la notizia del ritiro di Cai dal piano di salvataggio della compagnia di bandiera. E pensare che diciassette anni fa, in piena stagione di Mani pulite, il magistrato di Montenero di Bisaccia piaceva tanto alla detra di.
Oggi, invece, Di Pietro attrae gli intellettuali da salotto, quelli che nel 2002 partecipavano ai girotondi urlando “Resistere, resistere, resistere”. Prima organica alla sinistra e oggi rimasta senza un partito di riferimento, dopo il fallimento del Pd di Veltroni, l’intellighenzia di sinistra nel 2009 va con chi meglio incarna l’opposizione a Berlusconi.
E chi meglio di Antonio Di Pietro? “Un nuovo olio di ricino s’avanza: ballerine e veline”, tuona il leader dell’Idv contro il presidente del Consiglio al convegno “Verso una società della conoscenza”. Accanto a lui, oltre al professore e deputato Pancho Pardi (ex girotondino), il filosofo e teorico del pensiero debole Gianni Vattimo, lo storico Nicola Tranfaglia, il drammaturgo e regista Giorgio Pressburger e l’antropologa ed editrice Luisa Capelli. “Sono orgoglioso che persone come Magris, Tranfaglia, Pressburger e Camilleri abbiano annunciato di votare per Italia dei Valori, loro hanno deciso di ‘metterci la faccia’. Gente che rappresenta quella parte del Paese che ha deciso di non arrendersi”, spiega Di Pietro.
Insomma, siamo davvero alle porte di un regime? Di Pietro dà una risposta questurina: “Che c’è differenza tra omicidio e tentato omicidio: non sono tutt’e due delitti? Certo che se uno aspetta, alla seconda coltellata arriva l’omicidio”. Un paragone certo non estratto da Micromega (rivista di filosofia e politica di riferimento per la sinistra intransigente), ma che raccoglie lo stesso il gradimento dei professori “radical chic”, che stavolta si spostano sul versante legalitario.
E per spronare tutti gli intellettuali alla sua causa, il leader dell’Idv non risparmia metafore. In “dipietrese”, ovviamente. “L’Italia dei valori deve far sentire la voce di chi ha qualità di voce (gli intellettuali, ndr) ai cittadini italiani, per evitare che accada oggi quello che è accaduto nel ventennio, quando la cosiddetta intellighenzia giocava con il cobra e, alla fine, è stata morsicata pure essa”. C’è anche spazio per l’autoironia. “Sono un uomo di campagna che ha dovuto studiare la sera per prendere la laurea e che sbaglia pure a parlare l’italiano”.
Dalla sua difficoltà col congiuntivo nasce forse l’attrazione per gli intellettuali? “Oggi mettersi con l’Idv è da coraggiosi, perché bisogna risvegliare il Paese dal sonno berlusconiano”, assicura Di Pietro. Poi lancia un siluro agli alleati del Pd. “Nell’odierna classe politica, soprattutto negli alleati, ho trovato solo supponenza, strafottenza, pavoneria. Ma voi che volete? Riprendete il vostro carretto e tornate a casa. Per cercare di scacciare il feeling tra questo movimento e la cittadinanza ci hanno riempito di parolacce: zitti voi, grezzi, agricoli, analfabeti”.
E l’offesa che lo fa arrabbiare di più: “Zitto tu, poliziotto”.

Precari in toga: in rivolta i magistrati di serie B

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In tv e sui giornali finiscono solo quando sbagliano. O si presume che l’abbiano fatto. L’ultimo caso è quello di Mariangela Gentile, giudice onorario di Bologna che ha rimesso in libertà Alexandru Loyos Isztoika, il romeno accusato successivamente dello stupro di una minorenne nel parco romano della Caffarella e quindi discolpato. Ma i 3.866 magistrati onorari, che contribuiscono a smaltire le cause che intasano gli uffici giudiziari, non ne possono più di fare le controfigure, gli stuntmen della giustizia, che servono a cottimo e senza alcuna garanzia.
Per questo hanno pronto un reclamo da inviare alla Commissione europea con la richiesta di aprire un procedimento di infrazione contro l’Italia “per violazione della normativa comunitaria del lavoro”. Il 6 maggio attueranno il primo sciopero virtuale. Le parcelle del giorno verranno devolute ai colleghi abruzzesi che a causa del terremoto hanno perso soldi e impiego: infatti il tribunale dell’Aquila (dove operano due giudici onorari e cinque viceprocuratori) ha sospeso le udienze sino al 30 novembre e i precari degli altri uffici giudiziari abruzzesi non sanno quando arriveranno i pagamenti.
Certo la somma che i magistrati onorari metteranno nel fondo non sarà da paperoni. Per ogni udienza che duri meno di 5 ore percepiscono 73 euro netti. Cifra che comprende la stesura delle motivazioni delle sentenze e lo studio degli atti. Stipendi miseri che in media consentono di racimolare un migliaio di euro al mese. Un lavoro a cottimo dove i “caporali” sono i presidenti dei tribunali che ingaggiano questi precari della giustizia causa per causa. A loro toccano i procedimenti meno ambiti senza diritto a contributi, assistenza medica (un giudice onorario perugino ha fatto il pendolare con Milano per curarsi un tumore al seno e non abbandonare l’ufficio), ferie e maternità (a Torino i colleghi hanno fatto la colletta per consentire a una puerpera di restare a casa con il neonato).
In autunno una circolare ministeriale ha eliminato la doppia indennità (prevista in taluni casi) per le toghe onorarie e loro hanno proclamato uno stato di agitazione che ha rischiato di paralizzare il sistema giudiziario. In questo caso l’Associazione nazionale magistrati (Anm) è intervenuta in loro difesa, però non tutti i colleghi di carriera, in particolare i presidenti dei tribunali, hanno perorato la loro causa. Divisione già evidenziata da recenti polemiche.
Per esempio, al congresso nazionale dell’Anm di giugno Alessandro Pepe, membro del comitato direttivo centrale, ha rimarcato i risultati dei giudici italiani di primo grado, capaci di concludere mediamente il 30-40 per cento di procedimenti in più dei colleghi spagnoli e francesi. Paola Bellone, consigliere nazionale della Federmot (Federazione nazionale magistrati onorari di tribunale), la più importante associazione di categoria con circa 2 mila iscritti, gli ha strappato le medaglie via lettera: “I dati così rappresentati non esprimono il contributo dato all’esaurimento dei medesimi procedimenti dagli onorari in servizio”. Per lei il record sbandierato dall’Anm sarebbe dopato con le cause concluse grazie ai magistrati “di serie B”.
Operosità stimolata dal cottimo e sottolineata dalla Federmot nel reclamo alla Commissione europea. Secondo i calcoli dell’associazione, i giudici onorari di tribunale (got) effettuano il 99,9 per cento delle esecuzioni immobiliari; i viceprocuratori (vpo) coprono la stessa percentuale di udienze davanti ai giudici di pace e presenziano al 98 per cento dei procedimenti dei tribunali monocratici, l’80 per cento considerando anche i collegi giudicanti.
A Treviso i got emettono il 100 per cento delle sentenze civili, ad Alessandria la metà, a Firenze il 45. Nel penale la situazione non cambia: a Perugia, nel 2008, i quattro got hanno emesso 256 sentenze ciascuno, il 57 per cento del totale. Ad Alessandria la quota sale a 65, a Biella è al 49, a Firenze al 45, Enna e Cosenza seguono con il 40. Percentuali che crescono nelle sedi distaccate dei tribunali.
“Nonostante il nostro lavoro, fino a poco tempo fa l’Anm ci ha ignorati” lamenta Paolo Valerio, presidente della Federmot. “Anzi, mentre cercavamo un dialogo venivamo accusati di derive neocorporative, come hanno scritto alcuni esponenti di Magistratura democratica (la corrente di sinistra dei giudici, ndr) su una rivista di settore”. Poi qualcosa è cambiato. “La corrente più conservatrice dell’Anm, Magistratura indipendente, ha iniziato un dialogo e ci ha concesso l’iscrizione alla loro associazione”.
Marcello Maddalena, procuratore generale di Torino (un’isola felice per i magistrati onorari), è diventato il loro difensore d’ufficio, ha incontrato il guardasigilli Angelino Alfano e ha scritto al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: “Non riesco a credere che lo Stato non sappia trovare i fondi per un’attività (fondamentale per un migliore funzionamento degli uffici giudiziari) che è già sottocompensata”.
Ma non tutti i suoi colleghi sarebbero d’accordo, specie a sinistra. “Qualcuno, visto che non siamo inquadrabili politicamente, teme che la stabilizzazione possa avere come conseguenza un nostro riconoscimento all’interno del Consiglio superiore della magistratura, scompaginando equilibri delicati” aggiunge Bellone. Anche perché Magistratura indipendente ha già offerto ai cottimisti di votare alle elezioni per il plenum.
Luca Palamara, presidente dell’Anm, non condivide questa lettura: “Ho partecipato recentemente all’assemblea nazionale della Federmot e posso assicurare che non c’è ostilità nei confronti degli onorari, anzi sosteniamo le loro legittime rivendicazioni in materia di tutela previdenziale”. Però Magistratura indipendente ha fatto promesse e aperture… “Una commissione dell’Anm sta affrontando la questione, quella sarà la nostra posizione ufficiale. Le altre sono opinioni dei singoli”. Got e vpo potranno completare i vostri organici? “No. Come stabilisce la Costituzione, per diventare magistrati bisogna superare un concorso. I problemi di personale si risolvono solo così, senza scorciatoie”. Con buona pace dei precari della giustizia.

LA SCHEDAChi sono i giudici onorari
I magistrati onorari in Italia sono 3.866 e sono stati immessi nell’ordinamento giudiziario nel 1998 in ausilio ai colleghi di carriera. Avrebbero dovuto restare in carica per non più di 5 anni, in realtà non hanno mai lasciato i tribunali e sono in attesa di una riforma. Se non ci sarà, rischiano di decadere il 31 dicembre, scadenza dell’ultima proroga al loro mandato.
Si diventa magistrati onorari attraverso un concorso per titoli (preferiti avvocati e funzionari della pubblica amministrazione) e le funzioni sono già separate.
I giudici onorari di tribunale hanno competenza in materia civile e penale in tutti i casi in cui è previsto un giudice unico. Si occupano di spaccio, immigrazione, minacce, lesioni, truffe, furti semplici e aggravati, rapine, abusi edilizi e reati ambientali, infortuni sul lavoro, responsabilità medica, diffamazione a mezzo stampa.
I viceprocuratori onorari rappresentano il pubblico ministero nei procedimenti penali davanti al giudice unico e al giudice di pace. Per quest’ultimo svolgono le indagini.

Processo alla giustizia. Se il magistrato va fuori di toga

dai magistrati ai primari, radiografia delle caste

di Anna Maria Greco

Sorpresa, stupore almeno. Esaminando alcuni dei fascicoli dei magistrati al vaglio del Csm (Consiglio superiore della magistratura) per la valutazione della carriera delle toghe, ci si chiede come finora abbiano potuto alcune di loro avanzare nella carriera, malgrado curricula pieni di macchie: condanne disciplinari, processi penali, sanzioni, esposti, cartelle cliniche per gravi disturbi. Tutto, senza serie conseguenze. Fino ad arrivare ai livelli più alti.
Qualche esempio? Maddalena C., consigliere di Cassazione ambisce a funzioni direttive superiori. Però emerge che pur essendo dal 2000 l’unico giudice del lavoro in un tribunale sardo, non sa lavorare. Causa gravi problemi all’ufficio, perché gestisce gli affari con “confusione e disordine”, dimostra “carenza di equilibrio”, fa errori nei provvedimenti e trascura formazione e aggiornamento professionale. La qualità del suo lavoro è “non soddisfacente”, per il consiglio giudiziario. E poi predilige le sentenze “non definitive”, quelle che decidono solo alcuni capi della controversia, allungando i tempi dei processi e dilatando i costi. Sentenze che, puntualmente, vengono impugnate e nella maggioranza dei casi bocciate in appello.
Pensare che negli anni passati ha collezionato solo elogi. Ma stavolta il Csm non le riconosce la “necessaria capacità professionale” per essere promossa. La lascia al suo posto dove continuerà a fare, male, il giudice del lavoro.
E questo è solo uno dei tanti casi eclatanti. Aveva ottimi pareri dei consigli giudiziari il magistrato di Cassazione Fulvio V., giudice a Roma. Ma era stato condannato dalla sezione disciplinare perché, con un errore “macroscopico e incontrovertibile” in una sentenza, aveva dato ragione a una società poi fallita, causando un danno economico allo Stato di 30 miliardi di lire. “All’imperizia” si legge nel suo fascicolo “si aggiunge la grave approssimazione e la negligenza grave”.
Possibile che finora nessuno si sia accorto di lacune così profonde? Anche perché il magistrato era finito un’altra volta di fronte al tribunale delle toghe, per gravi ritardi nel deposito di svariate sentenze, ma era stato assolto in virtù della “grande laboriosità” dimostrata in precedenza. Al Csm, per le funzioni direttive, l’hanno fermato.
È andata meglio a Giuliana B., magistrato d’appello in un tribunale marchigiano: censurata dalla disciplinare perché da pm aveva dimenticato di denunciare la sua incompatibilità in procedure di aggiudicazione che potevano interessare una società di costruzioni di cui era socia con marito e fratello, ha ottenuto ugualmente la nomina in Cassazione. “Il disvalore delle condotte censurate” per il Csm è stato messo in secondo piano dalle valutazioni positive avute sul suo lavoro.
Per una bocciatura ci vogliono storie clamorose. Quella di Giulio L., per esempio, che a novembre è stato dispensato dal servizio per “sopravvenuta inettitudine”. Avvocato e curatore di collane giuridiche, nel 2004 è diventato consigliere di Cassazione “per meriti insigni”. Ma subito sono fioccate lamentele e proteste: in camera di consiglio non era all’altezza della discussione, le sue sentenze erano incomplete, fraintendeva le questioni, non le approfondiva. Nessun presidente lo voleva nel proprio collegio. Il plenum del Csm l’ha “licenziato” per “incapacità assoluta di affrontare il giudizio di legittimità” e “scarsissima diligenza” nelle sentenze. Un caso più unico che raro. Che alimenta anche sospetti sullo spirito corporativo nel Csm: si potrebbe pensare che è più facile essere severi con un ex avvocato che con un magistrato di carriera.
Anche per Assunta M., della Corte d’appello di Milano, Palazzo de’ Marescialli ha valutato la dispensa per “sopravvenuta inettitudine”. Forte depressione, mesi di congedo straordinario e di aspettativa, eccessivi tempi di deposito delle sentenze, numero dei provvedimenti “molto inferiore allo standard richiesto”, due procedimenti disciplinari per i ritardi nel lavoro (per uno c’è stata l’assoluzione, mentre l’altro è ancora in corso): e il Csm l’ha lasciata al suo posto. Idem per Cinzia S., giudice in Sicilia, affetta da grave anoressia che non le permetteva di lavorare per lunghi periodi.
Di storie ce ne sono tante. Vittorio S., magistrato d’appello, speculava comprando case popolari e rivendendole in barba alla legge. Sotto processo per truffa aggravata, concussione, evasione fiscale, si è salvato grazie alla prescrizione. Il Csm non gli ha riconosciuto il V livello, ma il IV sì. E in Liguria è sempre lì a giudicare gli altri.
Ve lo immaginate un magistrato per i minorenni che aggredisce una signora sul molo del porto per un banale diverbio e picchia anche il marito, insultando pesantemente entrambi? Pietro C., giudice per i minorenni in Basilicata, l’ha fatto, poi ha negato, inventando di essere stato colpito per primo con una pagaia, ha poi giocato d’anticipo con querele e denunce contro le vittime e mai si è giustificato. “Solo una personalità priva del necessario, minimo equilibrio” si legge negli atti “può manifestarsi in una reazione così arrogante e sproporzionata”. La nomina in Cassazione non l’ha avuta.
C’è, poi, chi non si arrende facilmente alla sconfitta: Giuseppe M., giudice in Sicilia, ha fatto ricorso straordinario al capo dello Stato contro la dispensa dal servizio. Una perizia lo descrive come: aggressivo, arrogante, narcisista, autoritario. Diagnosi dello psichiatra: disturbo della personalità. Ricorso irricevibile per il Csm, ma la vicenda si chiude solo dopo anni di comportamenti “pazzeschi” in ufficio.
Giulio D., giudice in Liguria, è stato bloccato sulla strada della corte d’appello perché ha avuto due procedimenti disciplinari (con la perdita di 2 anni di anzianità), dopo due processi penali, uno dei quali l’ha condannato a 1 anno e 4 mesi di carcere. Si occupava di fallimenti ed era stato accusato di avere fatto una nomina in cambio di 27 milioni di lire e della promessa di ulteriori 50. La corruzione non è stata provata ma diverse anomalie sì, compresa la falsificazione di un atto giudiziario. Ma forse, è la professione che è un po’ scaduta. Al punto che Sandra L., chiromante e sensitiva nota in tv come “la Maga della Toscana”, ha chiesto di fare il giudice onorario. Il Csm, però, ha avuto il pudore di rigettare la domanda.
In realtà dal 30 luglio 2007, quando la riforma Mastella dell’ordinamento giudiziario ha introdotto, fra l’altro, un nuovo sistema di valutazione dei magistrati, la parola d’ordine per gestire le carriere delle toghe dovrebbe essere meritocrazia. Ma il Csm si trova ad applicare i nuovi criteri tra mille problemi.
Basta con la carriera automatica per anzianità, ma sette esami di professionalità, uno ogni 4 anni. La progressione in carriera si decide sulla base della storia di ogni magistrato, di eventuali condanne disciplinari o penali, dei pareri dei capi degli uffici e dei 26 consigli giudiziari di tutt’Italia; e anche dell’analisi a campione di provvedimenti e verbali di udienza. Le difficoltà non mancano, anche perché non ci sono ancora standard medi di produttività né i necessari parametri di efficienza che dovrebbero permettere al Csm una valutazione trasparente e omogenea.
E poi è difficile fare piazza pulita, in un colpo solo, di consolidate logiche correntizie e spartitorie che per troppi anni hanno dominato.
Lavoro in salita, dunque, quello dell’organo di autogoverno della magistratura in questa fase di transizione. A Palazzo de’ Marescialli i nodi vengono al pettine. A decidere dell’idoneità per uno dei sette livelli è la IV commissione, competente per la progressione di carriera. La V attribuisce gli incarichi direttivi e semidirettivi. E la VII si occupa dell’organizzazione degli uffici giudiziari, con delibere che entrano nel fascicolo di ogni magistrato da valutare.
Su migliaia di pratiche in esame (sono 2.213 le definite e 282 quelle pendenti dal 1º settembre 2007 a oggi) quelle che contengono una bocciatura sono poche decine. Dal giugno 2005 i magistrati che non hanno avuto nomine e promozioni sono solo 39; altri otto hanno il parere negativo della commissione ma non ancora quello finale del plenum. Rarissime, poi, le dispense dal servizio: cinque definitive e due pendenti nell’ultimo anno e mezzo.
“Invertire la tendenza non è facile” conferma Celestina Tinelli, presidente della VII sezione del Csm, membro laico del Pd, “perché interveniamo in una situazione già fortemente pregiudicata e rimane la difficoltà dei magistrati a giudicare sui loro colleghi. Fino a ieri non è stato esercitato il dovuto controllo, anche per la mancanza di norme. Adesso gli strumenti ci sono (anche se ho qualche perplessità, per esempio, sul fatto che dopo il 28° anno di servizio cessano le valutazioni), molto dipenderà da come il Consiglio saprà usarli”.
Spiega il laico del Pdl Michele Saponara, membro della IV e V commissione: “Siamo ancora in fase di rodaggio. L’anzianità non pesa più come una volta, deve prevalere il giudizio su professionalità ed efficienza. Ed è molto importante, per una seria valutazione dei magistrati, la nuova responsabilità che in questo campo hanno i capi degli uffici”.
Quanto ai pareri dei consigli giudiziari, dove più forti sono i condizionamenti locali, la tendenza è (o almeno era) quella di descrivere quasi tutti con un profluvio di lodi per “laboriosità”, “diligenza”, “preparazione”… “Troppo spesso” sostiene il laico di centrosinistra Mauro Volpi “a questo livello le valutazioni sono positive e non si può aderirvi senza spirito critico. C’è anche il sospetto che, visto che il 90 per cento delle toghe è iscritto a una delle correnti, possa essere penalizzato quel 10 per cento che è fuori da tutto”.
Per Cosimo Ferri, togato di Magistratura indipendente e membro di IV e V commissione, le valutazioni dovranno fondarsi “sempre di più su elementi precisi, in modo che le scelte del Csm siano trasparenti e fondate su criteri di meritocrazia, professionalità e competenza”. Solo così, sottolinea, “si potrà evitare che l’invadenza delle correnti degeneri e, magari, provochi un danno a chi ha scelto di mantenersi distante da queste logiche”.

De Magistris in politica? Sì del Csm, ma Mancino: Non indossi più la toga

uigi De Magistris

La porta in uscita è aperta. Ma potrebbe non esserlo per il rientro.
Se non si trattasse del vice presidente dell’autorevole organo di autogoverno della magistratura, si potrebbe semplificare così il parere con cui Nicola Mancino ha dato il via libera alla candidatura per le prossime elezioni europee dell’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris, nelle liste dell’Idv di un altro ex pm, Antonio Di Pietro.
E infatti: i magistrati che scelgono la politica non dovrebbero più tornare in magistratura, dice Nicola Mancino.

Il vice presidente del Csm, prima di esprimere il suo voto favorevole al collocamento in aspettativa dell’attuale giudice del tribunale di Napoli, ha letto al Plenum la seguente dichiarazione: “L’esigenza che esprimo è che venga disciplinata l’ipotesi del parlamentare che vuole tornare a fare il magistrato. A mio avviso è preferibile che venga stabilito il divieto di rientrare nell’Ordine Giudiziario, e venga garantita, a domanda, la mobilità nella Pubblica Amministrazione, nella funzione e nel ruolo press’a poco corrispondenti a quelli di provenienza”.
“La candidatura del dott. Luigi De Magistris, ma non è non sarà la sola, pur legittima, chi può mai comprimere l’elettorato passivo? - ha detto ancora il vice presidente del Csm, Mancino - apre un dibattito (l’ennesimo) e una riflessione (vecchia)”. “Una volta candidato, il giudice ammette d’essere divenuto parte, non foss’altro perchè si è schierato con una forza politica, e non certo per un solo giorno” ha sottolineato “lo status di parlamentare è a termine, permane fino a quando gli elettori lo confermano. Può anche accadere che il parlamentare spontaneamente rinunci alla carica elettiva”. “La questione è tutta intorno al rientro nel ruolo di magistrato. È giusto che rientri? Ho sempre sostenuto di no” ha concluso “anche se non sono mai riuscito, quando ero in Parlamento, ad avere condivisione da molti colleghi parlamentari”.

A rassicurare il vicepresidente del Csm, ci pensa proprio l’interessato: “Per me questa è una scelta di vita. Ho passato da poco i 40 anni e finora ho fatto il magistrato. Ora, con questa scelta di candidarmi con l’Idv, seguirò un nuovo progetto di vita: la mia è una scelta irreversibile, anche qualora non dovessi essere eletto”, fa sapere Luigi de Magistris, nel corso di una conferenza stampa. Sul perché lasci la toga, De Magistris risponde con gli stessi argomenti usati sul sito dell’onorevole Di Pietro: “La mia è una sorta di sconfitta della magistratura. Il mio sogno è sempre stato di fare il magistrato. La svolta c’è stata quando ho capito che non si voleva andare a fondo nelle inchieste. Ma da un’apparente sconfitta” ha sottolineato “ho capito di avere una grande opportunità. Candidandomi con l’Idv posso fare qualcosa per il mio paese, per il bene pubblico. Anche perché c’è un grave pericolo per noi tutti: stanno svuotando la Costituzione con leggi ordinarie e la stanno stravolgendo con la prassi e c’è bisogno di fare comprendere all’Europa come è a rischio la nostra democrazia dove ormai c’è la criminalizzazione del dissenso e si tende al pensiero unico. Siamo in una fase che precede una svolta autoritaristica”. E proprio nelle ore in cui si discute della sua candidatura, De Magistris è stato indagato a Roma per le ipotesi di reato di concorso in abuso d’ufficio e interruzione di pubblico servizio, in relazione all’inchiesta avviata lo scorso dicembre dalla procura generale di Catanzaro, che indagò per i medesimi reati anche sette pm della procura di Salerno, tra cui l’ex procuratore Luigi Apicella. Anche i sette magistrati salernitani sono indagati a Roma.

Poco prima era intervenuto anche Antonio Di Pietro, ad annunciare l’irreversibilità della scelta dellex pm di catanzaro: “De Magistris si dimetterà dalla magistratura subito dopo le elezioni, lo assicuro. Anche lui, come me, pensa che sia una strada senza ritorno una volta che da magistrato di passa alla politica”, ha affermato il leader dell’Italia dei Valori a Radio 24. “De Magistris” ha aggiunto Di Pietro “lascerà con l’amarezza nel cuore perché ha dato tutto se stesso e quando uno fa il proprio dovere ne paga le conseguenze. Alla fine la colpa è di chi scopre i delinquenti”. E a Clemente Mastella che ieri commentando la scelta dell’ex pm di catanzaro aveva commentato: “Ora capisco tante cose”, l’ex ministro Di Pietro replica: “Mastella offende la propria intelligenza se pensa che de Magistris l’anno scorso ha messo in piedi l’inchiesta Why not per poi candidarsi. A tutt’altro pensava, come a tutt’altro pensavo io, quando facevo il magistrato. Poi abbiamo lasciato la magistratura per colpa di un potere assurdo”.

Il VIDEO servizio:

“Il giudice che entra in politica non indossi più la toga”, dice Nicola Mancino vicepresidente del Csm, dando il via libera all’aspettativa dell’ex pm De Magistris che correrà alle Europee con l’Idv. Siete d’accordo?

Delitto di Garlasco, i pm: Stasi a giudizio per l’omicidio di Chiara

Alberto Stasi

I pm hanno chiesto il rinvio a giudizio di Alberto Stasi per l’omicidio di Chiara Poggi e la detenzione di materiale pedopornografico. L’intervento di Rosa Muscio e Claudio Michelucci, cominciato ricordando la telefonata di allarme di Alberto Stasi al 118 quel 13 agosto 2007, è durato oltre quattro ore. I pm sono arrivati a una conclusione abbastanza scontata: la richiesta di giudizio davanti alla Corte d’assise per il fidanzato di Chiara Poggi, che considerano responsabile dell’omicidio. L’udienza preliminare riprenderà sabato 28 marzo con l’intervento della parte civile per la famiglia Poggi e dei difensori di Alberto Stasi. Subito dopo la conclusione dell’udienza, sia i Poggi sia Stasi, con i rispettivi legali, hanno lasciato il Palazzo di giustizia di Vigevano.

Il gup di Vigevano, Stefano Vitelli, si è riservato la possibilità di disporre una nuova perizia sul pc di Alberto Stasi nel contraddittorio tra le parti. L’eventualità è stata riportata nell’ordinanza con cui il giudice ha respinto tutte le eccezioni presentate dalla difesa tranne quella sulle intercettazioni telefoniche. Nel respingere la questione che riguarda il pc, da quanto si è saputo, il giudice ha comunque rilevato che ci potrebbero essere state alterazioni nel suo contenuto dovute al fatto che gli investigatori lo hanno aperto ancor prima che iniziassero gli accertamenti tecnici disposti dalla procura. Il giudice ha inoltre respinto il dissequestro, richiesto dai legali di Stasi, del pc, delle scarpe e della bicicletta, ritenendo siano ancora utili ai fini del processo.

Oltre a respingere con riserva l’eccezione sul computer, il giudice ha rigettato la questione sulla nullità del capo di imputazione.
Quanto al materiale fotografico che riguarda la scena del crimine e che per i legali di Stasi è incompleto, il gup ha ritenuto invece che sia sufficiente ai fini dell’elaborazione della tesi difensiva. Da quanto si è saputo, inoltre, l’esame autoptico per il giudice, a differenza di quanto hanno sostenuto i legali dell’imputato, non doveva svolgersi nel contraddittorio delle parti in quanto il 16 agosto, giorno in cui venne effettuato, Stasi non era ancora iscritto nel registro degli indagati. Infine l’esame sperimentale del docente del Politecnico di Torino non va inquadrato in un accertamento irripetibile in quanto la scena del crimine può essere ricostruita in base al materiale fotografico.

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