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Minzolini chiede che “Torni l’immunità”. E sull’opinione del direttore è ancora bufera

Il direttore del Tg1, Augusto Minzolini alla Commissione di vigilanza Rai

Il direttore del Tg1, Augusto Minzolini alla Commissione di vigilanza Rai

Un editoriale è un editoriale. O no? Che sia scritto, pubblicato e letto. Che sia trasmesso in diretta e visto in tv. Un editoriale esprime l’opinione rispetto a un fatto, un avvenimento, un tema, dando un’interpretazione o un giudizio.
E la sua opinione, il direttore del Tg1 Augusto Minzolini, l’ha voluta esprimere, con un editoriale nell’edizione delle 20 di lunedì 9, sull’abolizione dell’immunità parlamentare. Continua

Santanché alle crociate, l’insulto all’Islam telegenico ma senza senso

Daniela Santanchè, leader del Movimento per l’Italia

Daniela Santanchè, leader del Movimento per l’Italia

“Pe-do-fi-lo!” È brutto a dirsi, ma era una conclusione abbastanza prevedibile. Un programma-contenitore televisivo domenicale con pubblico abituato ai patemi dei tronisti non è luogo tra i più adatti per una disputa di alta teologia. Anche se gli intenti sono dei piú nobili.
Anche perché a “discutere” poi si invitano l’intransigente Daniela Santanché - leader del Movimento per l’Italia - e un professionista delle risse televisive a sfondo religioso come l’imam Ali Abu Schwaima di Milano (due animi facilmente infiammabili, moderati da Vittorio Sgarbi, seduto su un seggiolone da arbitro da tennis, in versione pompiere). Continua

25 aprile a Onna per Berlusconi. Di Pietro all’attacco: “Ipocrita”

Berlusconi e Carfagna incontrano gli sfollati del terremoto

Agenda di massima, per sabato 25 aprile, del premier Silvio Berlusconi: prima un omaggio all’Altare della Patria, la mattina presto insieme alle alte cariche delo Stato; poi una visita a Onna, il paese dell’Abruzzo maggiormente colpito dal sisma del 6 aprile. Paesino che non c’è più. Borgo che però viene ricordato anche per un altro fatto tragico, della seconda guerra mondiale, quando, tra il 2 e l’11 giugno 1944, gli occupanti nazisti trucidarono 17 persone.
A quanto si apprende, comunque, il programma del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per le celebrazioni in occasione del 25 Aprile non è ancora definitivo.
Onna è poi lo stesso luogo in cui, già sabato scorso all’assemblea degli amministratori del Pd, aveva annunciato la sua presenza il segretario del Partito democratico, che successivamente “sarà anche alla grande manifestazione nazionale di Milano“, dichiara il portavoce Andrea Orlando. I due leader si troveranno faccia a faccia? Dipende dagli orari, a questo punto. Tuttavia: “Se la notizia fosse confermata, sarebbe la riprova, contrariamente a quanto hanno sostenuto forse troppo zelanti esponenti della destra, che l’invito rivolto da Franceschini a Berlusconi a partecipare alla festa della Liberazione era giusto e doveroso”.

Come previsto, insomma, niente Milano per il Cavaliere il 25 aprile. Ieri il premier ha confermato di voler celebrare la ricorrenza senza però precisare dove. E la scelta di “non lasciare la festa a una parte sola” aveva scatenato le solite polemiche, culminate dall’invito al governo da parte del Verde, Palo Cento, di starsene a casa. Al momento, secondo quanto riferito da fonti della maggioranza, il programma sarebbe però quello di un omaggio al Milite Ignoto e poi di una visita nel paese dell’Abruzzo.
Ma non che la decisione di andare a Onna abbia abbassato i toni: per l’Idv “quella di Berlusconi è un ipocrisia allo stato puro: non gliene frega nulla di partecipare alla ricorrenza della Liberazione, vuole solo strumentalizzarla ai fini del consenso e questa è una frode”. Almeno così la pensa il leader Antonio Di Pietro. “Il 25 aprile rappresenta una data storica e seria” sottolinea Di Pietro “che ci ha liberato dal fascismo. Chi pratica, predica o si riconosce nella dittatura non deve partecipare alle celebrazioni perché è un atto ipocrita e offensivo e mi pare che il governo Berlusconi e Berlusconi stesso riducano gli spazi della democrazia e pratichino attività che ci riportano ad una nuova dittatura”.
Chi invece apprezza la scelta del Cavaliere è l’ex presidente del Senato, abruzzese e marsicano, Franco Marini che giudica “positiva” la decisione del premier perché è il riconoscimento della rilevanza di una data “storica”. “Quando Franceschini ha detto al presidente di partecipare” continua Marini “ha fatto più che una polemica una proposta positiva, e il fatto che Berlusconi abbia deciso di essere presente è un riconoscimento che a me fa piacere di una data che non è stata cancellata come rilevanza storica. E ha fatto bene Franceschini a sottolinearlo”.

Comunque, giovedì in Abruzzo sbarca anche il Consiglio dei ministri, che darà via libera al decreto per il post terremoto di 4,2 miliardi. Tre miliardi verranno subito messi a disposizione per la ricostruzione e un miliardo e duecento milioni verranno stanziati per far fronte alle prime emergenze del dopo terremoto. Secondo il ministro delle Attività produttive Claudio Scajola comunque “è presto per fare una quantificazione della cifra necessaria” per la ricostruzione in Abruzzo che in ogni caso “sarà inferiore” a 12 miliardi di euro.
Nel dl sono previsti anche i fondi per le scuole coinvolte dal sisma. Ad annunciarlo è stata il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini che oltre agli annunciati 110 milioni per l’edilizia scolastica ha parlato di altri provvedimenti. Inoltre, ha spiegato, “sono allo studio sistemi per corsi di recupero dei programmi scolastici”.

Il premier Silvio Berlusconi: “Celebrerò il 25 aprile, perché di questa festa non se ne appropri una parte”. Secondo voi:
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Berlusconi e il 25 aprile: “Ci sarò, perché non sia una festa di parte”

Silvio Berlusconi

Questa volta Silvio Berlusconi ci sarà. Perchè il presidente del Consiglio abbia deciso per la prima volta di partecipare alle celebrazioni del 25 aprile, lo spiega lui stesso: evitare che “se ne appropri una parte”. Quello che ancora non svela è dove e come.
E il Cavaliere ha spiegato che sarà lui stesso, successivamente, a far sapere dove passerà la giornata delle celebrazioni. Secondo quanto risulta, il premier dovrebbe restare a Roma, dunque non prenderà parte al corteo di Milano al quale era stato invitato a partecipare dal segretario del Pd, Dario Franceschini.
Berlusconi dovrebbe recarsi invece in mattinata all’Altare della Patria per deporre una corona di fiori assieme alle alte cariche dello Stato. Per il resto della giornata l’agenda è, come si dice, “in progress”. Se al vaglio, tra l’altro, c’è un omaggio ai martiri delle Fosse Ardeatine, sul tavolo dell’entourage del presidente del Consiglio potrebbe prendere corpo l’ipotesi di una visita al cimitero americano di Nettuno. Giusto per dare quel segnale affinchè la Liberazione non abbia solo la connotazione “di parte” che, secondo Berlusconi, ha caratterizzato la Festa negli anni.
Ma alla fine il premier potrebbe scegliere di tornare nelle zone colpite dal sisma in Abruzzo e in particolare nella cittadina di Onna dove la Wehrmacht in ritirata uccise 16 civili. Si terrà comunque giovedì alle 9.30 all’Aquila il prossimo Consiglio dei ministri. La riunione del Governo, inizialmente preannunciata per venerdì, ha come unico punto all’ordine del giorno il varo del decreto per le “misure urgenti per le popolazioni colpite dal terremoto in Abruzzo”.

Ma come da molti anni in qua, all’avvacinarsi della Festa della Liberazione, non si sono fatte attendere le polemiche. A dare il là, ci ha pensato proprio il leader del Pd, Dario Franceschini, durante la conferenza stampa al termine della direzione del partito sulle liste per le Europee: “Come italiano e segretario del Pd sono soddisfatto che il presidente del Consiglio abbia accolto la mia proposta” di partecipare alle manifestazioni per il 25 aprile. “Mi viene da dire, meglio tardi che mai. Ha avuto in tutti questi anni 14 possibilità di esserci e invece” ricorda Franceschini “ha sempre scelto di non esserci. È importante che questa volta abbia detto di si”. In particolare, Franceschini sottolinea che “il 25 aprile per tanto tempo è stato un momento unificante e un valore di condivisione e andarci significa condividere l’antifascismo, la resistenza e i valori costituzionali”.
Linea condivisa anche dal capogruppo del Pd alla Camera Antonello Soro: “è una ricorrenza che ormai fa parte del patrimonio comune di tutti gli italiani: mi sembra normale che il presidente del Consiglio voglia celebrarlo, mi sembrerebbe anormale il contrario”.

Sulla questione del 25 aprile resta dunque alta la tensione tra maggioranza e opposizione: all’invito-sfida rivolto al presmier da Franceschini aveva risposto il ministro della Difesa Ignazio La Russa, che consigliava a Berlusconi di festeggiare il 25 aprile ma non “tra le bandiere rosse dove lo vuole trascinare, come in una trappola, il leader del Pd”. Sull’argomento era intervenuto anche Paolo Bonaiuti, sottosegretario alla Presidenza, spiegando che uno dei problemi che ostacolano la celebrazione del 25 aprile da parte del premier sta nel rischio che qualche “estremista” si comporti come nel 2006, quando il sindaco Letizia Moratti, apertamente contestata, fu costretta ad abbandonare il corteo

E inafatti, l’idea che il presidente del Consiglio possa scendere in piazza, continua a non piacere alla sinistra radicale che coglie l’occasione per puntare il dito contro il leader del Pd, Franceschini, “colpevole”, secondo il Pdci, di aver fatto da sponda allo stesso Cavaliere che “ancora una volta userà l’assist offerto per insultare la Resistenza e la Costituzione”.
“Il governo resti a casa, non partecipi in modo ipocrita alle manifestazioni per la Liberazione”, è l’invito di Paolo Cento dei Verdi. Il presidente del Consiglio è più da “22 ottobre 1922 (data della marcia su Roma) che da 25 aprile”, è l’accusa di Jacopo Venier, della segreteria dei Comunisti Italiani, che aggiunge: “Nel Dna del premier non ha mai albergato l’antifascismo”.
A difesa della partecipazione del premier alla cerimonia per l’anniversario della Liberazione si schiera il governatore della Lombardia Roberto Formigoni che giudica come “un segno di intolleranza inaccettabile” il fatto che “una parte della sinistra, e non solo quella antagonista”, sconsigli al premier di partecipare al corteo di Milano. Se la prende con l’opposizione anche il ministro per l’attuazione del programma Gianfranco Rotondi: “C’è una memoria condivisa che non può essere messa in dubbio” osserva il leader della Dca “per questo mi sembrano fuori luogo gli inviti strumentali e le polemiche del Pd sulla presenza o meno di Berlusconi al corteo”.

LEGGI ANCHE: Europee, Pd e Pdl al lavoro sulle liste. Con il rebus dei giovani

Il premier Silvio Berlusconi: “Celebrerò il 25 aprile, perché di questa festa non se ne appropri una parte”. Secondo voi:
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La Romania all’attacco: “Governo italiano incita alla xenofobia”

Romeni controllati dalla polizia

Forse parlare di incidente diplomatico sarebbe troppo. Ma è certo che i rapporti tra Roma e Bucarest potrebbero diventare più freddi dopo le parole, dure, che il ministro degli Esteri romeno Cristian Diaconescu ha usato nell’esprimere il suo parere di fronte ai tanti fatti di cronaca nera di cui si sono resi protagonisti cittadini romeni.

Pur definendo “deplorevoli” i reati commessi dai connazionali all’estero, il ministro Diaconescu ha definito, parlando alla radio statale Romania Actualitati: “alcuni atteggiamenti, soprattutto da parte di alcuni rappresentanti del governo italiano volti, attraverso una retorica molto aggressiva e provocatrice, a incitare alla xenofobia”. E ancora Diaconescu ha sottolineato come “questo non sia un comportamento europeo”.
“In Italia esiste un certo atteggiamento al livello della classe politica, del governo, che non riesco a spiegarmi”, ha proseguito il ministro. “Ogni Stato ha il diritto sovrano di sanzionare con la durezza che ritiene necessaria i reati commessi da qualsiasi persona, ma non è giusto lanciare l’anatema contro un’intera comunità “. Inoltre ha ricordato che nelle ultime settimane Bucarest ha avuto contatti diretti con Roma per cooperare nei casi di delinquenza ad opera di romeni.
Ricordando la prossima apertura di nuovi consolati in Italia e Spagna, Diaconescu ha sottolineato che, all’estero, i romeni devono capire che “la migliore immagine sarà quella creata da loro stessi”.

Opinioni che hanno lasciato “profondamente stupito” il ministro degli Esteri Franco Frattini. Il responsabile della farnesina ha poi voluto mettere in chiaro che l’esecutivo non ha “utilizzato espressioni che possano essere considerate xenofobe”. Di più, scrive Frattini in una nota, presentata ufficialmente all’Ambasciatore romeno in Italia: “Il governo italiano deplora ogni forma di violenza indipendentemente dalla nazionalità di chi la commette. Non risulta in nessun modo che membri dell’esecutivo abbiano utilizzato espressioni che possano essere considerate xenofobe”.

Un botta e risposta dai toni caldi, nel quale ha voluto dire la sua anche la delegata del sindaco di Roma ai rapporti con la comunità romena, Ramona Badescu: “I mass media hanno dato tantissimo spazio, troppo, a fatti di cronaca commessi da romeni e questo non ha fatto altro che ingenerare pregiudizi. Ma un popolo intero non può pagare per tutti”.
“Noi chiediamo pene esemplari per chi commette reati, magari facendo scontare la pena nelle carceri romene che sono molto più dure di quelle italiane” aggiunge l’ex miss Romania, ricordando che i romeni in Italia sono 1.200.000, di cui 80.000 nel Lazio, e contribuiscono all’1,2% del pil, “ma chiediamo anche di non generalizzare, cosa che ha detto anche il sindaco Alemanno. Ma basta con la demonizzazione dei romeni sui media”.

Sui numeri è giunta poi la puntualizzazione della Caritas diocesana di Roma. Secondo l’ultimo censimento, l’incidenza dei romeni sul totale della popolazione romana lievita, andando ben oltre la media nazionale. Questo è uno dei dati principali del quinto rapporto sull’immigrazione redatto dall’ Osservatorio romano sulle migrazioni, le cui conclusioni riportano come: “Oggi l’atteggiamento nei confronti dei romeni (la prima comunità straniera di Roma) non è benevolo. Necessario attivare uno sforzo maggiore sostenendo percorsi concreti di integrazione e, nello stesso tempo, vigilando per prevenire fenomeni di devianza”. Tanto più che stando alle previsioni elaborate dall’Istat per i prossimi anni si verificherà un sostanziale raddoppio degli stranieri nel Lazio che dal 2010 al 2030 passeranno da 470 mila unità a 820 mila con un tasso medio annuo di crescita pari al 3,7%, 16 volte superiore a quello dell’intera popolazione.
Il VIDEO servizio:

Il governo, la fiducia sul decreto anticrisi e le critiche di Fini

Gianfranco Fini
Il governo mette la fiducia sul dl anticrisi. E Fini, dopo il botta e risposta sulla proposta di tassare i permessi di soggiorno, non perde l’occasione per tornare a bacchettare l’esecutivo.

Ad annunciare la volontà del governo di “blindare” il testo che contiene le misure per fronteggiare la crisi economica il ministro per i Rapporti con il parlamento, Elio Vito (qui il VIDEO). Prima di porre la fiducia, il ministro Vito ha lodato “l’ottimo e lungo lavoro svolto in commissione” sul testo: un lavoro protrattosi per più dei 15 giorni previsti dal regolamento. “Confermiamo la decisione di apporre la fiducia nel testo della commissione riconfermando la centralità del parlamento” ha concluso Vito. Il decreto scade il 28 gennaio.
“In tanti anni” è stata la caustica risposta del presidente Fini “ho a avuto modo di ascoltare le molteplici ragioni per le quali il governo, avvalendosi di una sua esplicita prerogativa, ha deciso di porre la questione di fiducia ma è la prima volta che ascolto porre la questione di fiducia da parte del rappresentante del governo in onore del lavoro della commissione”, ha detto. Criticando la decisione del governo di porre la questione di fiducia sul dl anticrisi, e ha aggiunto, tra gli applausi delle opposizioni: “È la prima volta che sento dire che viene posta la questione di fiducia in omaggio alla centralità del parlamento. Il rispetto della centralità del parlamento e della sua funzione nel procedimento legislativo non si limita all’omaggio del lavoro fatto in commissione e impedendo ai deputati di pronunciarsi in aula su un testo. Al rappresentante del governo” dice ancora Fini “ricordo che il procedimento legislativo a Costituzione vigente prevede l’esame dei testi in commissione e in aula. È un diritto per il governo porre la fiducia, ma è doveroso esprimere valutazioni di tipo squisitamente politico. L’omaggio al parlamento si fa se si consente alle commissioni di lavorare e ai singoli parlamentari di esprimersi in aula”.
Senza voler giudicare la scelta di porre la fiducia, che è “legittima”, per Fini “è doveroso esprimere considerazioni politiche” che in questo caso si riassumono nella necessità, sottolinea il presidente della Camera, di lasciare lavorare il Parlamento. “Il rispetto della centralità del Parlamento e della sua funzione nel procedimento legislativo non si limita all’omaggio del lavoro fatto in commissione ed impedendo ai deputati di pronunciarsi in Aula su un testo”, ha concluso Fini.

I rilievi del presidente di Montecitorio non hanno fatto presa sul governo. “Abbiamo giudicato che la fiducia sul dl anticrisi fosse indispensabile”, ha replicato seccamente Silvio Berlusconi a Fini. Il quale ha risposto a sua volta gelidamente al presidente del Consiglio: “La fiducia era certamente indispensabile, ma per problemi politici connessi al dibattito interno alla maggioranza”.
Visione condivisa dall’opposizione. Che ha manifestato apprezzamento nei confronti del numero uno di Montecitorio: “C’è un solo motivo per cui il governo pone la fiducia: perché non si fida della sua stessa maggioranza”, ha commentato il capogruppo del Pd alla Camera Antonello Soro. “Noi” ha proseguito “chiederemo, ai sensi della prassi inaugurata dal presidente Iotti, di poter illustrare i nostri 10 emendamenti in aula”.
A distinguersi, solo l’Idv. Le proteste di Fini sono come quelle di Ponzio Pilato, dice Antonio Di Pietro: “Fini si sta abituando da un po’ di tempo a protestare a voce e a stare zitto nei fatti” ha attaccato il leader dell’Italia dei Valori, a margine di un convegno organizzato dal suo partito a Roma. “A noi le proteste del giorno dopo ci paiono come le lavate di mano di Ponzio Pilato. Fini” ha proseguito Di Pietro “è il presidente della Camera: faccia valere il suo ruolo e faccia il suo dovere, che è quello di ridare dignità al parlamento ridotto a una dependence del governo e del suo presidente”.

A dire il vero, il richiamo di Gianfranco Fini al governo perché, dopo la decima fiducia del Berlusconi IV (posta oggi sul decreto anti-crisi), dimostri con i fatti il rispetto per la “centralità del Parlamento”, è l’ultimo di una serie di episodi in cui il presidente della Camera ha rimarcato la propria indipendenza di giudizio rispetto alla maggioranza che lo ha eletto all’alto incarico, e al governo espressione della stessa maggioranza.
Episodi che negli ultimi giorni, come avvenuto sul tema della giustizia e dell’immigrazione, si sono intensificati, a conferma della volontà di Fini di interpretare il proprio ruolo istituzionale in modo attivo, oltre che sganciato dalle logiche di appartenenza politica.
Un primo segnale, Fini lo manda il 30 settembre 2008 sulla commissione Rai, quando la maggioranza non partecipa alle sedute per impedire l’elezione di Leoluca Orlando. Rispondendo alle proteste delle opposizioni, Fini chiede ai capigruppo della maggioranza di non “mortificare le istituzioni parlamentari”.
Pochi giorni dopo, il 2 ottobre 2008, Fini si rivolge direttamente al presidente del Consiglio che aveva annunciato l’intenzione di fare ampio ricorso ai decreti legge. Il presidente della Camera risponde che di fronte ad un eventuale “abuso” dei decreti, la Camera avrebbe rivendicato “il diritto di far sentire la propria voce”. Una settimana ancora e il leader di An flirta con quello del Pd, Massimo D’Alema. Le loro fondazioni, Farefuturo e Italiani europei, organizzano un convegno ad Asolo. I due concludono i lavoro trovando diversi punti di convergenza, fra l’altro sulla proposta di una commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo. Contrari a questa ipotesi si dichiarano il presidente del Senato, Renato Schifani, e il ministro per le riforme e capo della Lega, Umberto Bossi. È il 25 novembre 2008, quando, intervenendo ad un dibattito sulle trasformazioni dei partiti, Fini denuncia il rischio di “cesarismo”, anche nel Pdl.
Alla ripresa dell’attività parlamentare, dopo le feste natalizie, Fini prende posizione contro un emendamento della Lega, accolto dai relatori al decreto anti crisi, che avrebbe imposto agli immigrati di pagare per il permesso di soggiorno e una fidejussione per la partita Iva.
Fini chiede che la maggioranza rifletta prima di varare norme “oggettivamente discriminatorie”.
Infine, in una lettera al Corriere della Sera del 10 gennaio, Fini elenca sei punti come base per una “riforma condivisa” sulla giustizia; fra l’altro, Fini chiede che le intercettazioni restino ammesse per i reati di corruzione, L’iniziativa è accolto con favore dal Pd e con grande prudenza dal Pdl.

Il VIDEO servizio:

A Milano, passata la neve, fioccano le polemiche. Su Facebook

Milano

L’emergenza è passata, la pioggia e poi il sole hanno fatto sciogliere praticamente tutta la neve a Milano.
Strade e marciapiedi sono sicuri e i disagi si sono riassorbiti. Splende il sole sulla città meneghina. Ma non su Letizia Moratti e sul Comune. Dove le polemiche fioccano ancora. Da tutte le direzioni. Dai giornali, che hanno impietosamente preso di mira la gestione delle conseguenze della nevicata di due giorni fa e che oggi fanno notare che i 600 soldati mandati dal ministro La Russa non hanno trovato più niente da spalare. Ma soprattutto dalla strada. I milanesi si sono scatenati e presa “carta e penna” hanno inondato le redazioni di lettere (o e-mail) di protesta e hanno intasato le linee telefoniche delle tv locali. Tanto che oggi il sindaco ha risposto con la stessa moneta, inviando una lunga lettera di spiegazioni, pubblicata sui quotidiani.

Di questi tempi però i mezzi tradizionali sono sorpassati dai social network, vera piazza pubblica e aperta a tutti, anche se virtuale. Su Facebook, ad esempio, in due giorni sono nati decine di gruppi di protesta (qui, qui e qui). E tutti sul tenore “Quelli che manderebbero la Moratti a spalare la neve” oppure quelli che aprono una sottiscrizione: “1 kg di sale per Letizia Moratti”. Le adesioni sono migliaia, il gruppo più grande ne ha oltre 900, ma aumentano ogni minuto.

I commenti inviati se la prendono col primo cittadino e con la sue dichiarazioni subito dopo che la situazione si è rivelata grave. Eccone alcuni: “Neve più intensa del previsto? Ma se è da una settimana che era prevista neve! e poi vi accorgete ora che manca il sale???… l’avrete mica usato x fare la pasta in queste feste??? non ci siamo… L’unica cosa utile che potrebbe fare è venire Lei in strada a spalare la neve…”.
“Siamo un gruppo di incazzati neri perché presi in giro per tutto il pomeriggio (le scuole chiuse l’8 e il 9) e poi fregati la sera”. “Uno schifo! Una città come Milano messa in ginocchio per la neve!!! È veramente pazzesco!”.

Vaticano contro Fini: “Erede del fascismo, ci accusa per opportunismo”

Gianfranco Fini

Il fascismo fu l’unico responsabile delle leggi razziali del 1938 e il Presidente della Camera Gianfranco Fini, che dell’ideologia del Ventennio è uno degli eredi, chiamando in causa anche la Chiesa cattolica su quella vicenda storica dimostra “approssimazione storica e meschino opportunismo politico”. Firmato Osservatore Romano.
Contro le parole del presidente della Camera interviene, con forza, anche l’organo di stampa della Santa Sede. Che di quelle parole, pronunciate dal numero uno di Montecitorio, dice sorpresa e amareggiata. Perché dimostrerebbero anche “approssimazione storica e meschino opportunismo politico”. Ma a stretto giro, in ambienti della presidenza della Camera si fa notare che “opportunismo sarebbe stato far finta di nulla di fronte a una questione storica più volte discussa in ambienti vaticani”.

Nella nota del quotidiano della Santa Sede non firmata e dedicata alla vicenda si legge: “Di certo, sorprende e amareggia il fatto che uno degli eredi politici del fascismo - che dell’infamia delle leggi razziali fu unico responsabile e dal quale pure da tempo egli vuole lodevolmente prendere le distanze — chiami ora in causa la Chiesa cattolica. Dimostrando approssimazione storica e meschino opportunismo politico”.
Nell’articolo si afferma poco prima: “Politici, storici e media sono intervenuti per correggere o sostenere le affermazioni di Fini. Non è vero che la Chiesa italiana non si oppose alle leggi razziali del 1938, ha puntualizzato subito Radio Vaticana, intervistando due autorevoli contemporaneisti che hanno dedicato importanti studi al periodo in questione: Francesco Malgeri, dell’università di Roma La Sapienza, e Andrea Riccardi, dell’università di Roma Tre”, e fondatore della Comunità di Sant’Egidio (definito l’Onu d’Oltretevere).
Quindi si ricordano altri titoli di giornale: “I silenzi di un Paese intero” titola oggi in prima pagina il Corriere della Sera, un dettagliato articolo del vicedirettore Pierluigi Battista che mostra come “intellettuali, senatori e antifascisti tacquero quasi tutti”. E ancora: “Fini scivola” su leggi razziali e Chiesa, ha titolato invece ieri sul suo sito Avvenire, che critica anche il leader del Partito democratico, il quale nel pomeriggio di ieri aveva definito l’analisi di Fini ‘di una verità palmare”’.
Ieri, nel difendere le sue parole, Fini aveva fatto notare come il suo ragionamento fosse “quasi banale”. E nello stesso tempo, ben piantato nella realtà storica: “Mi sono documentato e ho fatto riferimento a un documento del Vaticano del 2000 sulla Chiesa e gli errori del passato”.
Data la spinosità della questione, come era prevedibile, la polemica non sembra destinata a esaurirsi qui.

Sulla libertà di Francesca Mambro la polemica monta in rete

mambro e fioranti

A dare fuoco alle web-polveri è stato il blogger Mario Adinolfi, lo sfidante di Veltroni alle primarie del Pd di un anno fa, che sul suo profilo Facebook scrive due righe che scatenano la polemica nella rete: “La Mambro libera è una vergogna italiana. Sono indignato: 9 ergastoli, condanne per 96 omicidi, è la criminale più crudele”.

Le due righe diventano un lungo articolo che giovedì 9 ottobre il quotidiano Europa pubblica, anticipato sul blog di Adinolfi e si conclude con una frase amarissima: “Giustizia in questo paese è una parola senza senso, il simbolo di questa insensatezza è la libertà di Francesca Mambro“. Miscela esplosiva, quella adinolfiana, che prende subito fuoco sul web e forse innesca la prima discussione politica a più voci della storia di Facebook in Italia.

Sul social network più di tendenza Nicola Dell’Arciprete, assistente di Marco Pannella al Parlamento europeo, parte all’attacco di Adinolfi: “Non ti facevo così forcaiolo. Gli anni di pena si pesano, non si contano. Ed a pesarli ci pensa un giudice, seguendo il nostro codice penale. Personalmente mi scandalizzo di più per gli anni di galera in attesa di giudizio che fanno purtroppo parte ormai integrante del nostro sistema penale”.

Un rimprovero il blogger di area Pd lo becca su Facebook anche da Gianluca Santilli, consigliere municipale a Roma del Partito democratico, altra presenza costante dei “facebookisti” che si occupano di politica: “Caro Mario o ci indignamo per tutti, come ritengo sia più giusto, o evitiamo di sollevare questi polveroni che fanno male solo alla giustizia ed alla democrazia”. Ma i web-citizens che si schierano con Adinolfi sono moltissimi e la polemica si accende. Isabella Carlizzi, piccola star emergente del Facebook italiano, rimprovera aspramente Santilli: “Qualsiasi richiamo alla obbiettività può risultare o evocare, quasi, un invito alla clemenza, più che alla condanna radicale del male”.

La bolognese Anna Piccinini ripete la sua fiducia nell’operato dei giudici della strage di Bologna e invita a leggere il libro di Riccardo Bocca. La polemica travasa fin nella pagina Facebook di Veltroni, dove Adinolfi invia al segretario del Pd un messaggio per chiedergli pubblicamente di “firmare personalmente un’interrogazione parlamentare al governo sul caso Mambro”. Ma è sul blog del giornalista, dove è anticipato integralmente l’articolo che domani Europa pubblicherà, che si innesca la polemica più dura contro l’ex terrorista dei Nar. Alina scrive: “Penso ai familiari delle vittime e mi viene da piangere dalla rabbia. Non esiste essere più spregevole di un assassina che fa la vittima”. E il blogger Ananasso rincara la dose: “Bastardi. E quando l’incontrerò di nuovo, come già fatto in un paio di occasioni, le sputerò per terra davanti e alla sua espressione stupita le dirò nuovamente: io c’ero, ci sono e ci sarò e non dimentico”.
La rete è ormai infiammata e l’incendio continuerà. Adinolfi guarda il tutto e commenta: “Abbiamo il dovere della memoria, perché tutti sanno chi è Francesca Mambro, ma di Alessandro Caravillani, un diciassettenne ignaro che stava andando a scuola e si trovava al
momento sbagliato davanti a quella belva, nessuno ricorda neanche il nome. Io lo faccio, ogni anno, sul blog: l’unico luogo di libertà che ci resta è la rete”. Caravillani è morto nel 1982, novantaseiesima e ultima vittima di Mambro, almeno stando all’elenco delle sentenze passate in giudicato che pesano sul nome dell’ex terrorista dei Nar, che nel 1998 era già in semilibertà.

Il Vaticano scarica Famiglia Cristiana: non parla a nome della Santa Sede

Piazza San Pietro
Non a nome della Santa Sede, né a nome della Cei. Il settimanale Famiglia Cristiana parla per sé: la sua linea non è quella dei vertici cattolici italiani.
Così il Vaticano misura la distanza dal settimanale dei Paolini e dai suoi numerosi scontri con il governo di Silvio Berlusconi. A scaricare il periodico cattolico è il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, ha precisato stamani che il settimanale dei Paolini “non ha titolo per esprimere né la linea della Santa Sede né quella della Conferenza episcopale italiana“.
Certo, precisa padre Lonbardi: si sta parlando di una “testata importante della realtà cattolica”, ma “le sue posizioni sono esclusivamente responsabilità della sua direzione”.
L’ultimo duro intervento di Famiglia Cristiana contro le scelte dell’esecutivo è di ieri, quando è stato anticipato l’editoriale di Beppe Del Colle in cui si augura che “non sia vero il sospetto” che in Italia sta rinascendo il fascismo “sotto altre forme”. Un corsivo che ha scatenato la polemica.

D’accordo con il Vaticano si dice il senatore a vita, Francesco Cossiga, che ha giudicato “chiara ed esemplare” la dichiarazione resa da padre Lombardi. La prende invece come un invito alla riflessione e all’esame di coscienza Pierluigi Castagnetti (area teodem del Pd), presidente della Giunta per le autorizzazioni della Camera: “Diciamoci la verità, cari amici cattolici del centrodestra e del centrosinistra, il bersaglio nemmeno tanto implicito di Famiglia Cristiana siamo noi. È inutile polemizzare su una parola, una immagine o una citazione degli editorialisti della rivista che, da tempo per la verità, ha deciso di essere coscienza critica del potere. Forse perché più pochi ancora lo sono”. Lo afferma . “Può darsi” prosegue Castagnetti “che la colpa, come dice Tremonti, sia del dilagante pensiero unico ’mercatista’, oppure della paura di parte del ceto politico di pronunciare parole e giudizi anticonformisti, sta di fatto che la cultura cristiana in questo paese sta rivelandosi sempre più come la cultura dell’alterità e della difesa dell’uomo. Altro che cattocomunismo”.
Ma non tutti tra i democratici la pensano così: “L’attacco concentrico a Famiglia Cristiana di alcuni esponenti della destra non risolve i problemi che sta attraversando il governo. Non passa attraverso l’accusa di comunisti a tutti quelli che contestano l’azione del governo la soluzione alle difficoltà crescenti denunciate dalle famiglie italiane. Semmai, Gasparri, Bondi e Giovanardi prendano atto che anche nel mondo cattolico c’è un forte pluralismo politico. E chi non la pensa come la destra non è necessariamente un cripto o un proto comunista”, affermae il parlamentare del Pd Giorgio Merlo.

Più che sui contenuti, invece, la critica del ministro dei Beni Culturali è sul tono “che non si addice al settimanale cattolico” e quanto alla sostanza sostiene che i paolini hanno preso “lucciole per lanterne”. Sandro Bondi in un’intervista a Repubblica attacca il settimanale cattolico che “continua ad esprimere opinioni su questioni politiche e sociali che riflettono una cultura che sbrigativamente viene definita catto-comunista. Non capisco perché il suo direttore neghi scandalizzato questa accusa”. “Il filo conduttore - rilancia Bondi - è sempre quello: la simpatia per i cattolici adulti (primo fra tutti Prodi, ndr) e l’antipatia viscerale per Berlusconi”. Famiglia Cristiana, inoltre, si esprime con un linguaggio da “intellettuali che hanno perso il rapporto con il loro popolo, credenti e parrocchie, ma anche lontani dalle esigenze concrete dei cittadini”.

Editoriale dopo editoriale, in realtà, è da mesi che il periodico diretto da Don Antonio Sciortino non lesina attacchi e tirate d’orecchio nei confronti della maggioranza. Prima contro la norma sulle impronte ai bambini rom (”una trovata indecente”, quella del ministro Maroni), poi la “finta emergenza sicurezza” e la querelle “sui cassonetti” contro il sindaco di Roma Alemanno. Senza dimenticare la dichiarazione durissima contro Berlusconi che, secondo il settimanale dei Paolini, sarebbe ossessionato dai giudici.

Scontro a distanza sul voto agli stranieri. Umberto Bossi: "Pensiamo che gli immigrati debbano essere rispediti a casa loro". Gianfranco Fini: "Un anatema che non risolve il problema". Secondo voi chi ha ragione?
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