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polemica

Il governo mette la fiducia sul dl anticrisi. E Fini, dopo il botta e risposta sulla proposta di tassare i permessi di soggiorno, non perde l’occasione per tornare a bacchettare l’esecutivo.
Ad annunciare la volontà del governo di “blindare” il testo che contiene le misure per fronteggiare la crisi economica il ministro per i Rapporti con il parlamento, Elio Vito (qui il VIDEO). Prima di porre la fiducia, il ministro Vito ha lodato “l’ottimo e lungo lavoro svolto in commissione” sul testo: un lavoro protrattosi per più dei 15 giorni previsti dal regolamento. “Confermiamo la decisione di apporre la fiducia nel testo della commissione riconfermando la centralità del parlamento” ha concluso Vito. Il decreto scade il 28 gennaio.
“In tanti anni” è stata la caustica risposta del presidente Fini “ho a avuto modo di ascoltare le molteplici ragioni per le quali il governo, avvalendosi di una sua esplicita prerogativa, ha deciso di porre la questione di fiducia ma è la prima volta che ascolto porre la questione di fiducia da parte del rappresentante del governo in onore del lavoro della commissione”, ha detto. Criticando la decisione del governo di porre la questione di fiducia sul dl anticrisi, e ha aggiunto, tra gli applausi delle opposizioni: “È la prima volta che sento dire che viene posta la questione di fiducia in omaggio alla centralità del parlamento. Il rispetto della centralità del parlamento e della sua funzione nel procedimento legislativo non si limita all’omaggio del lavoro fatto in commissione e impedendo ai deputati di pronunciarsi in aula su un testo. Al rappresentante del governo” dice ancora Fini “ricordo che il procedimento legislativo a Costituzione vigente prevede l’esame dei testi in commissione e in aula. È un diritto per il governo porre la fiducia, ma è doveroso esprimere valutazioni di tipo squisitamente politico. L’omaggio al parlamento si fa se si consente alle commissioni di lavorare e ai singoli parlamentari di esprimersi in aula”.
Senza voler giudicare la scelta di porre la fiducia, che è “legittima”, per Fini “è doveroso esprimere considerazioni politiche” che in questo caso si riassumono nella necessità, sottolinea il presidente della Camera, di lasciare lavorare il Parlamento. “Il rispetto della centralità del Parlamento e della sua funzione nel procedimento legislativo non si limita all’omaggio del lavoro fatto in commissione ed impedendo ai deputati di pronunciarsi in Aula su un testo”, ha concluso Fini.
I rilievi del presidente di Montecitorio non hanno fatto presa sul governo. “Abbiamo giudicato che la fiducia sul dl anticrisi fosse indispensabile”, ha replicato seccamente Silvio Berlusconi a Fini. Il quale ha risposto a sua volta gelidamente al presidente del Consiglio: “La fiducia era certamente indispensabile, ma per problemi politici connessi al dibattito interno alla maggioranza”.
Visione condivisa dall’opposizione. Che ha manifestato apprezzamento nei confronti del numero uno di Montecitorio: “C’è un solo motivo per cui il governo pone la fiducia: perché non si fida della sua stessa maggioranza”, ha commentato il capogruppo del Pd alla Camera Antonello Soro. “Noi” ha proseguito “chiederemo, ai sensi della prassi inaugurata dal presidente Iotti, di poter illustrare i nostri 10 emendamenti in aula”.
A distinguersi, solo l’Idv. Le proteste di Fini sono come quelle di Ponzio Pilato, dice Antonio Di Pietro: “Fini si sta abituando da un po’ di tempo a protestare a voce e a stare zitto nei fatti” ha attaccato il leader dell’Italia dei Valori, a margine di un convegno organizzato dal suo partito a Roma. “A noi le proteste del giorno dopo ci paiono come le lavate di mano di Ponzio Pilato. Fini” ha proseguito Di Pietro “è il presidente della Camera: faccia valere il suo ruolo e faccia il suo dovere, che è quello di ridare dignità al parlamento ridotto a una dependence del governo e del suo presidente”.
A dire il vero, il richiamo di Gianfranco Fini al governo perché, dopo la decima fiducia del Berlusconi IV (posta oggi sul decreto anti-crisi), dimostri con i fatti il rispetto per la “centralità del Parlamento”, è l’ultimo di una serie di episodi in cui il presidente della Camera ha rimarcato la propria indipendenza di giudizio rispetto alla maggioranza che lo ha eletto all’alto incarico, e al governo espressione della stessa maggioranza.
Episodi che negli ultimi giorni, come avvenuto sul tema della giustizia e dell’immigrazione, si sono intensificati, a conferma della volontà di Fini di interpretare il proprio ruolo istituzionale in modo attivo, oltre che sganciato dalle logiche di appartenenza politica.
Un primo segnale, Fini lo manda il 30 settembre 2008 sulla commissione Rai, quando la maggioranza non partecipa alle sedute per impedire l’elezione di Leoluca Orlando. Rispondendo alle proteste delle opposizioni, Fini chiede ai capigruppo della maggioranza di non “mortificare le istituzioni parlamentari”.
Pochi giorni dopo, il 2 ottobre 2008, Fini si rivolge direttamente al presidente del Consiglio che aveva annunciato l’intenzione di fare ampio ricorso ai decreti legge. Il presidente della Camera risponde che di fronte ad un eventuale “abuso” dei decreti, la Camera avrebbe rivendicato “il diritto di far sentire la propria voce”. Una settimana ancora e il leader di An flirta con quello del Pd, Massimo D’Alema. Le loro fondazioni, Farefuturo e Italiani europei, organizzano un convegno ad Asolo. I due concludono i lavoro trovando diversi punti di convergenza, fra l’altro sulla proposta di una commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo. Contrari a questa ipotesi si dichiarano il presidente del Senato, Renato Schifani, e il ministro per le riforme e capo della Lega, Umberto Bossi. È il 25 novembre 2008, quando, intervenendo ad un dibattito sulle trasformazioni dei partiti, Fini denuncia il rischio di “cesarismo”, anche nel Pdl.
Alla ripresa dell’attività parlamentare, dopo le feste natalizie, Fini prende posizione contro un emendamento della Lega, accolto dai relatori al decreto anti crisi, che avrebbe imposto agli immigrati di pagare per il permesso di soggiorno e una fidejussione per la partita Iva.
Fini chiede che la maggioranza rifletta prima di varare norme “oggettivamente discriminatorie”.
Infine, in una lettera al Corriere della Sera del 10 gennaio, Fini elenca sei punti come base per una “riforma condivisa” sulla giustizia; fra l’altro, Fini chiede che le intercettazioni restino ammesse per i reati di corruzione, L’iniziativa è accolto con favore dal Pd e con grande prudenza dal Pdl.
Il VIDEO servizio:
L’emergenza è passata, la pioggia e poi il sole hanno fatto sciogliere praticamente tutta la neve a Milano.
Strade e marciapiedi sono sicuri e i disagi si sono riassorbiti. Splende il sole sulla città meneghina. Ma non su Letizia Moratti e sul Comune. Dove le polemiche fioccano ancora. Da tutte le direzioni. Dai giornali, che hanno impietosamente preso di mira la gestione delle conseguenze della nevicata di due giorni fa e che oggi fanno notare che i 600 soldati mandati dal ministro La Russa non hanno trovato più niente da spalare. Ma soprattutto dalla strada. I milanesi si sono scatenati e presa “carta e penna” hanno inondato le redazioni di lettere (o e-mail) di protesta e hanno intasato le linee telefoniche delle tv locali. Tanto che oggi il sindaco ha risposto con la stessa moneta, inviando una lunga lettera di spiegazioni, pubblicata sui quotidiani.
Di questi tempi però i mezzi tradizionali sono sorpassati dai social network, vera piazza pubblica e aperta a tutti, anche se virtuale. Su Facebook, ad esempio, in due giorni sono nati decine di gruppi di protesta (qui, qui e qui). E tutti sul tenore “Quelli che manderebbero la Moratti a spalare la neve” oppure quelli che aprono una sottiscrizione: “1 kg di sale per Letizia Moratti”. Le adesioni sono migliaia, il gruppo più grande ne ha oltre 900, ma aumentano ogni minuto.
I commenti inviati se la prendono col primo cittadino e con la sue dichiarazioni subito dopo che la situazione si è rivelata grave. Eccone alcuni: “Neve più intensa del previsto? Ma se è da una settimana che era prevista neve! e poi vi accorgete ora che manca il sale???… l’avrete mica usato x fare la pasta in queste feste??? non ci siamo… L’unica cosa utile che potrebbe fare è venire Lei in strada a spalare la neve…”.
“Siamo un gruppo di incazzati neri perché presi in giro per tutto il pomeriggio (le scuole chiuse l’8 e il 9) e poi fregati la sera”. “Uno schifo! Una città come Milano messa in ginocchio per la neve!!! È veramente pazzesco!”.

Il fascismo fu l’unico responsabile delle leggi razziali del 1938 e il Presidente della Camera Gianfranco Fini, che dell’ideologia del Ventennio è uno degli eredi, chiamando in causa anche la Chiesa cattolica su quella vicenda storica dimostra “approssimazione storica e meschino opportunismo politico”. Firmato Osservatore Romano.
Contro le parole del presidente della Camera interviene, con forza, anche l’organo di stampa della Santa Sede. Che di quelle parole, pronunciate dal numero uno di Montecitorio, dice sorpresa e amareggiata. Perché dimostrerebbero anche “approssimazione storica e meschino opportunismo politico”. Ma a stretto giro, in ambienti della presidenza della Camera si fa notare che “opportunismo sarebbe stato far finta di nulla di fronte a una questione storica più volte discussa in ambienti vaticani”.
Nella nota del quotidiano della Santa Sede non firmata e dedicata alla vicenda si legge: “Di certo, sorprende e amareggia il fatto che uno degli eredi politici del fascismo - che dell’infamia delle leggi razziali fu unico responsabile e dal quale pure da tempo egli vuole lodevolmente prendere le distanze — chiami ora in causa la Chiesa cattolica. Dimostrando approssimazione storica e meschino opportunismo politico”.
Nell’articolo si afferma poco prima: “Politici, storici e media sono intervenuti per correggere o sostenere le affermazioni di Fini. Non è vero che la Chiesa italiana non si oppose alle leggi razziali del 1938, ha puntualizzato subito Radio Vaticana, intervistando due autorevoli contemporaneisti che hanno dedicato importanti studi al periodo in questione: Francesco Malgeri, dell’università di Roma La Sapienza, e Andrea Riccardi, dell’università di Roma Tre”, e fondatore della Comunità di Sant’Egidio (definito l’Onu d’Oltretevere).
Quindi si ricordano altri titoli di giornale: “I silenzi di un Paese intero” titola oggi in prima pagina il Corriere della Sera, un dettagliato articolo del vicedirettore Pierluigi Battista che mostra come “intellettuali, senatori e antifascisti tacquero quasi tutti”. E ancora: “Fini scivola” su leggi razziali e Chiesa, ha titolato invece ieri sul suo sito Avvenire, che critica anche il leader del Partito democratico, il quale nel pomeriggio di ieri aveva definito l’analisi di Fini ‘di una verità palmare”’.
Ieri, nel difendere le sue parole, Fini aveva fatto notare come il suo ragionamento fosse “quasi banale”. E nello stesso tempo, ben piantato nella realtà storica: “Mi sono documentato e ho fatto riferimento a un documento del Vaticano del 2000 sulla Chiesa e gli errori del passato”.
Data la spinosità della questione, come era prevedibile, la polemica non sembra destinata a esaurirsi qui.
A dare fuoco alle web-polveri è stato il blogger Mario Adinolfi, lo sfidante di Veltroni alle primarie del Pd di un anno fa, che sul suo profilo Facebook scrive due righe che scatenano la polemica nella rete: “La Mambro libera è una vergogna italiana. Sono indignato: 9 ergastoli, condanne per 96 omicidi, è la criminale più crudele”.
Le due righe diventano un lungo articolo che giovedì 9 ottobre il quotidiano Europa pubblica, anticipato sul blog di Adinolfi e si conclude con una frase amarissima: “Giustizia in questo paese è una parola senza senso, il simbolo di questa insensatezza è la libertà di Francesca Mambro“. Miscela esplosiva, quella adinolfiana, che prende subito fuoco sul web e forse innesca la prima discussione politica a più voci della storia di Facebook in Italia.
Sul social network più di tendenza Nicola Dell’Arciprete, assistente di Marco Pannella al Parlamento europeo, parte all’attacco di Adinolfi: “Non ti facevo così forcaiolo. Gli anni di pena si pesano, non si contano. Ed a pesarli ci pensa un giudice, seguendo il nostro codice penale. Personalmente mi scandalizzo di più per gli anni di galera in attesa di giudizio che fanno purtroppo parte ormai integrante del nostro sistema penale”.
Un rimprovero il blogger di area Pd lo becca su Facebook anche da Gianluca Santilli, consigliere municipale a Roma del Partito democratico, altra presenza costante dei “facebookisti” che si occupano di politica: “Caro Mario o ci indignamo per tutti, come ritengo sia più giusto, o evitiamo di sollevare questi polveroni che fanno male solo alla giustizia ed alla democrazia”. Ma i web-citizens che si schierano con Adinolfi sono moltissimi e la polemica si accende. Isabella Carlizzi, piccola star emergente del Facebook italiano, rimprovera aspramente Santilli: “Qualsiasi richiamo alla obbiettività può risultare o evocare, quasi, un invito alla clemenza, più che alla condanna radicale del male”.
La bolognese Anna Piccinini ripete la sua fiducia nell’operato dei giudici della strage di Bologna e invita a leggere il libro di Riccardo Bocca. La polemica travasa fin nella pagina Facebook di Veltroni, dove Adinolfi invia al segretario del Pd un messaggio per chiedergli pubblicamente di “firmare personalmente un’interrogazione parlamentare al governo sul caso Mambro”. Ma è sul blog del giornalista, dove è anticipato integralmente l’articolo che domani Europa pubblicherà, che si innesca la polemica più dura contro l’ex terrorista dei Nar. Alina scrive: “Penso ai familiari delle vittime e mi viene da piangere dalla rabbia. Non esiste essere più spregevole di un assassina che fa la vittima”. E il blogger Ananasso rincara la dose: “Bastardi. E quando l’incontrerò di nuovo, come già fatto in un paio di occasioni, le sputerò per terra davanti e alla sua espressione stupita le dirò nuovamente: io c’ero, ci sono e ci sarò e non dimentico”.
La rete è ormai infiammata e l’incendio continuerà. Adinolfi guarda il tutto e commenta: “Abbiamo il dovere della memoria, perché tutti sanno chi è Francesca Mambro, ma di Alessandro Caravillani, un diciassettenne ignaro che stava andando a scuola e si trovava al
momento sbagliato davanti a quella belva, nessuno ricorda neanche il nome. Io lo faccio, ogni anno, sul blog: l’unico luogo di libertà che ci resta è la rete”. Caravillani è morto nel 1982, novantaseiesima e ultima vittima di Mambro, almeno stando all’elenco delle sentenze passate in giudicato che pesano sul nome dell’ex terrorista dei Nar, che nel 1998 era già in semilibertà.
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Non a nome della Santa Sede, né a nome della Cei. Il settimanale Famiglia Cristiana parla per sé: la sua linea non è quella dei vertici cattolici italiani.
Così il Vaticano misura la distanza dal settimanale dei Paolini e dai suoi numerosi scontri con il governo di Silvio Berlusconi. A scaricare il periodico cattolico è il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, ha precisato stamani che il settimanale dei Paolini “non ha titolo per esprimere né la linea della Santa Sede né quella della Conferenza episcopale italiana“.
Certo, precisa padre Lonbardi: si sta parlando di una “testata importante della realtà cattolica”, ma “le sue posizioni sono esclusivamente responsabilità della sua direzione”.
L’ultimo duro intervento di Famiglia Cristiana contro le scelte dell’esecutivo è di ieri, quando è stato anticipato l’editoriale di Beppe Del Colle in cui si augura che “non sia vero il sospetto” che in Italia sta rinascendo il fascismo “sotto altre forme”. Un corsivo che ha scatenato la polemica.
D’accordo con il Vaticano si dice il senatore a vita, Francesco Cossiga, che ha giudicato “chiara ed esemplare” la dichiarazione resa da padre Lombardi. La prende invece come un invito alla riflessione e all’esame di coscienza Pierluigi Castagnetti (area teodem del Pd), presidente della Giunta per le autorizzazioni della Camera: “Diciamoci la verità, cari amici cattolici del centrodestra e del centrosinistra, il bersaglio nemmeno tanto implicito di Famiglia Cristiana siamo noi. È inutile polemizzare su una parola, una immagine o una citazione degli editorialisti della rivista che, da tempo per la verità, ha deciso di essere coscienza critica del potere. Forse perché più pochi ancora lo sono”. Lo afferma . “Può darsi” prosegue Castagnetti “che la colpa, come dice Tremonti, sia del dilagante pensiero unico ’mercatista’, oppure della paura di parte del ceto politico di pronunciare parole e giudizi anticonformisti, sta di fatto che la cultura cristiana in questo paese sta rivelandosi sempre più come la cultura dell’alterità e della difesa dell’uomo. Altro che cattocomunismo”.
Ma non tutti tra i democratici la pensano così: “L’attacco concentrico a Famiglia Cristiana di alcuni esponenti della destra non risolve i problemi che sta attraversando il governo. Non passa attraverso l’accusa di comunisti a tutti quelli che contestano l’azione del governo la soluzione alle difficoltà crescenti denunciate dalle famiglie italiane. Semmai, Gasparri, Bondi e Giovanardi prendano atto che anche nel mondo cattolico c’è un forte pluralismo politico. E chi non la pensa come la destra non è necessariamente un cripto o un proto comunista”, affermae il parlamentare del Pd Giorgio Merlo.
Più che sui contenuti, invece, la critica del ministro dei Beni Culturali è sul tono “che non si addice al settimanale cattolico” e quanto alla sostanza sostiene che i paolini hanno preso “lucciole per lanterne”. Sandro Bondi in un’intervista a Repubblica attacca il settimanale cattolico che “continua ad esprimere opinioni su questioni politiche e sociali che riflettono una cultura che sbrigativamente viene definita catto-comunista. Non capisco perché il suo direttore neghi scandalizzato questa accusa”. “Il filo conduttore - rilancia Bondi - è sempre quello: la simpatia per i cattolici adulti (primo fra tutti Prodi, ndr) e l’antipatia viscerale per Berlusconi”. Famiglia Cristiana, inoltre, si esprime con un linguaggio da “intellettuali che hanno perso il rapporto con il loro popolo, credenti e parrocchie, ma anche lontani dalle esigenze concrete dei cittadini”.
Editoriale dopo editoriale, in realtà, è da mesi che il periodico diretto da Don Antonio Sciortino non lesina attacchi e tirate d’orecchio nei confronti della maggioranza. Prima contro la norma sulle impronte ai bambini rom (”una trovata indecente”, quella del ministro Maroni), poi la “finta emergenza sicurezza” e la querelle “sui cassonetti” contro il sindaco di Roma Alemanno. Senza dimenticare la dichiarazione durissima contro Berlusconi che, secondo il settimanale dei Paolini, sarebbe ossessionato dai giudici.

Nel giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, Vittorio Sgarbi non è più l’assessore alla Cultura del Comune di Milano.
La città dell’Expo 2015 avrà un nuovo responsabile alla Cultura. Forse il professor Stefano Zecchi, forse un esponente della Lega. I motivi che hanno convito Letizia Moratti, il sindaco di Milano, a ritirare all’estroso critico d’arte le deleghe, sono chiari: “La mancanza di rispetto per la Giunta” e “l’atteggiamento non consono ai doveri di pubblico amministratore assunto in varie occasioni, anche pubbliche” .
Così, dopo poco meno di due anni di coabitazione, giocata tra alti e bassi, amori e odi, si è rotto l’incanto tra Sgarbi e “suor Letizia”, come lui stesso ebbe a definirla dopo la prima grande crisi del luglio scorso, legata alla censura della mostra Vade Retro Arte e Omosessualita. A rompere definitivamente “il rapporto di fiducia” tra il primo cittadino e il suo vulcanico assessore hanno pesato, ultime gocce di un vaso già colmo, le recenti affermazioni del critico che, appena dieci giorni fa, si diede vanto di aver “ingannato” i propri “ignari” colleghi proponendo il patrocinio a una rassegna di teatro omosessuale mascherato dietro all’innocuo titolo “Liberi amori possibili”.
Ma anche (e soprattutto) le sue vibranti esternazioni durante la puntata di giovedì scorso, di Anno Zero, sul Vaffa-day ” di Grillo.
“Considero irricevibili le ragioni che hanno spinto il sindaco al ritiro delle mie deleghe, oltre che profondamente lesive della mia dignita” è stata la replica sdegnata di Sgarbi alle ragioni con cui il sindaco gli ha tolto le deleghe. Ma i due recenti episodi non sono che la punta di un iceberg che via via, ad ogni presa di posizione del critico, è diventato insostenibile per il sindaco di Milano. A pochi giorni dalle elezioni politiche, l’assessore alla Cultura propose un referendum sul tanto chiacchierato “grattacielo storto” di Daniel Libeskind, uno dei tre grattacieli, fiori all’occhiello del progetto di Citylife all’ex Fiera, che cambieranno lo skyline della Milano dell’Expo. Sarebbe potuto sembrare una normale valutazione estetica (peraltro espressa anche da Silvio Berlusconi) se non fosse che lo stesso Libeskind, amico del sindaco Moratti, dovrebbe anche firmare il nuovo museo dell’arte contemporanea, sempre nell’area di Citylife, cui il critico non nascose di preferire il progetto di museo elaborato da Renzo Piano nelle ex acciaierie Falck nella vicina Sesto San Giovanni.
Del resto, nei suoi due anni da assessore, Sgarbi ha sempre tentato di smarcarsi dalla posizioni della giunta e del suo sindaco. Mentre il Comune lanciava la campagna antigraffiti, definì i murales del centro sociale Leoncavallo (tanto osteggiato dal centrodestra milanese) una “moderna Cappella Sistina” e nel marzo del 2007 riuscì a portare al Pac proprio quegli artisti normalmente abituati a disegnare sui muri di Milano. Risale infine allo scorso gennaio l’ultimo terremoto sulle mostre inopportune dell’assessore: le monografie fotografiche di Von Gloeden, di Witkin e di Saudek. Ma le polemiche poi rientrarono dopo un chiarimento con il sindaco sulle linee di politica culturale del Comune.
Questa volta invece, dopo lo sfogo a “parolacce” durante la trasmissione di Santoro, l’eccentrico assessore non è riuscito ad arginare l’ira del sindaco. E pensare che il 16 novembre scorso, durante una puntata delle Invasioni Barbariche, invece, il sindaco aveva dimostrato persino affetto per il monello della sua giunta. “Io con Sgarbi ho un rapporto molto particolare” disse Letizia Moratti “fra la mamma, la sorella maggiore e lo psicoterapeuta. Questo è il rapporto normale che io ho con Sgarbi”.
Anche Sgarbi ha sempre a suo modo perfino osannato il sindaco di Milano, dicendo pubblicamente - un anno fa al festeggiamento dei primi 12 mesi di mandato - che non poteva che essere lei il successore di Berlusconi alla guida del centro destra.

E ora Clemente e Tonino se le danno di santa ragione anche a colpi di comunicati stampa, ufficiali.
È da tempo che i due ministri più sanguigni del centrosinistra - alcuni li chiamano i Tom e Jerry dell’esecutivo - si (mal)sopportano e non se lo mandano a dire: a volte vis-à-vis, altre volte in tv e, soprattutto, sui rispettivi blog (qui e qui). Ma che lo facessero anche dalle pagine ufficiali di un ministero, ci mancava.
Oggi pare ci sia stato un momento di tregua, ma nella giornata di martedì, l’ennesima sull’orlo della crisi per Romano Prodi, un Mastella infuriato ha rifiutato, durante il consiglio dei ministri, la mano tesa di Tonino, sbottando così: “Sono stanco di avere un ministro ombra che mi tiene sul banco degli imputati. Basta, con te nemmeno ci parlo”.
Al posto suo, infatti, il giorno prima ha parlato l’usciere di via Arenula. Così: “Le dichiarazioni del ministro Di Pietro a Striscia la Notizia (qui il video, ndr), confermano che l’ex Pm di manipulite è ignorante e attapirato, e che non conosce il diritto. Come fa il Guardasigilli, si chiede l’usciere del dicastero della Giustizia, a correre dal Giudice dal momento che nessuno, tranne le cronache dei giornali, gli ha notificato niente di niente. Di cosa si dovrebbe scusare e su che cosa dovrebbe dare spiegazioni?”.
Così parlò l’usciere. E a chi pensa che sia tutto uno scherzo, la solita trovata del tiggì satirico di Canale 5, ecco la sorpresa: sono frasi contenute in un comunicato stampa ufficiale del ministero della Giustizia.
In verità, Mastella più volte aveva promesso che non avrebbe più polemizzato con Di Pietro: “Parleranno l’usciere di via Arenula, l’ufficio stampa, i miei collaboratori…”, aveva buttato lì, sarcasticamente, in estate. Alla minaccia sono seguiti i fatti: per il ministro ora parla l’usciere, un avatar che in vece del Guardasigilli, e dalle pagine web di un organo istituzionale, prende a “mastellate” un altro ministro.
Ora Tonino farà rispondere a una centralinista?
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Sembrava tornato il sereno tra Clemente e Beppe. Sembrava addirittura dovessero scrivere un libro insieme. Sembrava fosse scoppiato l’amore e invece…
Tra Mastella e Grillo (e i suoi sostenitori), siamo sempre lì: ai ferri corti. I fan (anzi, gli amici, appartenenti al “Beppe Grillo meetup Group“) del comico ligure hanno accolto il ministro a New York, mentre sfilava sulla 5th avenue, in occasione del Columbus Day, con una fascia di “honored guest” intorno al corpo, seduto su una Maserati Ghibli bianca, assieme alla moglie Sandra Lonardo.
E mai accoglienza fu più indigesta: prima i grillini hanno alzato cartelloni di sostegno al pm De Magistris (”E adesso trasferiteci tutti”) poi hanno cantato slogan a favore del giudice catanzarese (”De Magistris, De Magistris” hanno scandito ritmicamente), mentre i bersaglieri stavano intonando il “Va pensiero” e l’Inno italiano.
Poi hanno chiesto al ministro di dimettersi, urlando a voce alta per sovrastare il frastuono della banda e infine gli hanno “pregato” di dire qualcosa, di parlare, di fare una dichiarazione.
Mastella, fino ad allora sorridente tra un saluto e l’altro, si è scurito in volto e ha reagito. Ed è lì che i grillini lo hanno “beccato”, con la videocamera, mentre rispondeva ai suoi contestatori con la parola più alla moda del momento: “Pensavo foste 50 mila, invece siete cinque…”, avrebbe detto il ministro. Per poi sillabare (o sibilare) un inequivocabile “vaffa”.
E il filmato, manco a dirlo, è finito sul web. Per l’indignazione di molti ma soprattutto per le bacchettate che Grillo non ha mancato di mandargli.
In precedenza, Mastella era tornato sulle discusse dichiarazioni a proposito del rischio di un nuovo terrorismo legato al clima politico italiano. Scambiando alcune battute con i giornalisti prima dell’inizio della parata, il ministro aveva fatto riferimento al discorso che Aldo Moro pronunciò alla Camera il 18 novembre 1977. “Lui disse ‘non ci faremo processare sulle piazze’, io ripeto non ci lasceremo processare sulle piazze mediatiche o su qualsiasi piazza”.
Il ministro della Giustizia ha anche liquidato con una battuta le polemiche sui costi del volo che lo ha portato a New York. “Ogni anno viene qualcuno e non ci sono polemiche, quest’anno sono venuto io e ci sono state polemiche. La verità - ha concluso - è che me lo sono pagato io”: 8.800 euro per lui e per la moglie.
Ma anche questo a Grillo non basta. Dal suo blog, commentando la visita di Mastella al Columbus day, il Beppe nazionale ha scritto: “Il ministro in trasferta, scortato solo da quattro guardie del corpo, ha sfidato il terrorismo su una macchina scoperta (…). Il coraggio di Mastella di fronte ai terroristi che lo perseguitano in patria e all’estero va premiato. Il Consiglio dei ministri deve dotarlo di una ‘mastellamobile’ di proporzioni adeguate e vetri antiproiettile”.
Questo il VIDEO di YouTube col “vaffa” di Mastella: