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Michele Santoro, conduttore di Annozero, con Marco Travaglio
La decisione dell’AgCom di estendere alle tv private il polemico regolamento Rai imposto dalla Commissione di Vigilanza ai talk show di approfondimento politico è un favore alla tv di Stato. Né Porta a Porta né Matrix né Sky né Tetris.. I politici dovranno rinunciare alle telecamere o adattarsi ai minicomizi delle tribune politiche, sino alle regionali. Continua

Italiani: poeti, santi, navigatori. E “onorevoli in pectore”. Con buona dose di fantasia e di tenacia.
Sarà anche per sfiducia nei confronti della Casta, montata come non mai in questi anni: di fatto, in soli quindici mesi (dall’inizio della XVI legislatura) il popolo dei legislatori “fai da te” ha depositato, ai sensi dell’articolo 50 della Costituzione (che recita: “Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità”), raffiche di petizioni (per l’esattezza 1.532 qui l’elenco dal sito della Camera) ai palazzi del potere sugli argomenti più disparati: dall’abolizione del divieto di ricostituire il partito fascista al marchio ‘Totally in Italy’.
E sarà interessante vedere come si comporterà la commissione Affari costituzionali di Montecitorio quando, alla fine della lunga pausa estiva, tornerà a riunirsi e si troverà a valutare la petizione di tale Giovanni Bello di Ferrara che chiede l’abolizione del divieto di ricostituire il partito fascista e contestualmente di conferire al presidente della Repubblica il potere di sciogliere i partiti politici.
Un numero consistente di petizioni giunte alla Camera e al Senato da ogni parte d’Italia riguardano temi classici del dibattito politico, dal lavoro alla scuola, allo sviluppo del Mezzogiorno, dal fisco alla sanità, dai costi della politica alle riforme istituzionali, all’insegnamento della religione cattolica.
Tra i cittadini più attivi, il vercellese Matteo La Cara, autore di decine di petizioni: il ripristino del servizio di leva obbligatorio (anche se ridotto a soli 7 mesi); l’introduzione di un certificato che attesti le buone condizioni psicofisiche dei parlamentari. Una legge che dichiari Roma ‘Capitale d’Europa’ e, dulcis in fundo, il riconoscimento della qualifica di pubblico ufficiale e benefici economici per i cittadini che presentano petizioni.
Non mancano, né sono mai mancate tuttavia, richieste abbastanza stravagati come quella depositata a Palazzo Madama dal signor Fabio Ratto Trabucco, da Chiavari (Genova), che chiede norme in favore dei pazienti incontinenti.
Non è raro, per i funzionari di Camera e Senato chiamati a dare una valutazione preventiva delle petizioni (per verificare che non vi siano frasi ingiuriose, per esempio), trovarsi sulla scrivania grappoli di richieste provenienti dalla stessa persona. Uno di questi è proprio quel Giovanni Bello (di Ferrara) che chiede di abolire il divieto di ricostituire il partito fascista. La sua firma è infatti in calce a numerose altre proposte: l’abolizione dei servizi segreti, del segreto di Stato, del Concordato con la Chiesa cattolica, delle norme in materia di assunzione obbligatoria di persone disabili; la riduzione del numero di ministri e sottosegretari; sanzioni per la violazione “del dovere di fedeltà alla Repubblica”; la regolamentazione della pratica del naturismo.
Spot pubblicitari in perfetto italiano, chiede Moreno Sgarallino di Terracina (sul litorale di Latina), che vuole “limitare l’utilizzo di inflessioni dialettali nella pubblicità televisiva” (chissà cosa ne pensano Bossi &C.). E a proposito di piccolo schermo, alla Camera è arrivata anche la petizione del ligure Fabio Ratto Trabucco che chiede disposizioni di legge per la valorizzazione delle emittenti televisive “comunitarie e di quartiere”, insieme a tante altre richieste come la legalizzazione delle droghe leggere, la reintroduzione della scala mobile, il riconoscimento della professione di autista soccorritore, l’istituzione del marchio “Totally in Italy”.
Il romano Salvatore Acanfora, altro creativo stakanovista delle petizioni, vorrebbe invece il rientro in Italia delle salme di tutti i componenti della famiglia Savoia, ma anche la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e inquirenti, sanzioni pecuniarie per chi non va a votare alle elezioni, l’istituzione, presso la Camera e il Senato, di “un organo a garanzia del dialogo con gli elettori”, l’istituzione del ministero per i Comuni.
Non manca mai nel calderone delle petizioni la richiesta di una riforma costituzionale per l’elezione diretta del presidente della Repubblica: questa volta giunge dall’anconetano Eros Corradetti.
Il toscano Salvatore Germinara, invece, vorrebbe veder nascere un giornale pubblico, interamente finanziato dallo Stato. Curiosa, infine, la richiesta di uno dei più ‘produttivi’ tra i cittadini che hanno scritto al Parlamento, Matteo La Cara. Ci vogliono, a suo dire, misure “per ridurre i rischi di ingerimento accidentale dei prodotti igienico-sanitari”.
Alle commissioni Parlamentari l’ardua sentenza.
La GALLERY: Chi sono e quanto guadagnano “gli intramontabili”
Quella di Giuliano Amato, neopresidente dell’Enciclopedia italiana (per 150 mila euro all’anno), è solo l’ultima nomina di peso che ha riportato in sella aspiranti parlamentari ed ex di ogni genere e stazza: ex ministri, sottosegretari, talvolta semplici peones di Montecitorio, trombati alle politiche o alle europee, di destra e di sinistra, di grandi e piccoli partiti. Per tutti la politica ha trovato una sistemazione. Tutti chiamati a occupare incarichi pubblici, sempre accettati con ammirevole spirito di servizio. E spesso lautamente retribuiti. Soldi che, in alcuni casi, i fortunati cumulano con robuste pensioni maturate per gli anni passati a Montecitorio e a Palazzo Madama. Sono i riciclati della politica.
Per carità, spesso si tratta di persone di alto profilo, vedi il caso di Amato. Ma quello che impressiona è il metodo: un fedele servitore della patria non si lascia digiuno di cariche e potere. Mai.
Da Giuliano Amato a Giuseppe Zamberletti (in rigoroso ordine alfabetico), chi sono e quanto guadagnano.
La GALLERY: Chi sono e quanto guadagnano “gli intramontabili”
- Tags: Antonio Di Pietro, catanzaro, eletto, elezioni-europee, emergente, Idv, luigi-de-magistris, magistrato, pm, politici, Whynot
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Luigi de Magistris (la d minuscola indica origini aristocratiche) è il politico del momento. Alle ultime elezioni europee, dove era candidato con l’Italia dei valori, ha conquistato 415.646 preferenze, 19 mila in più del leader del suo partito, Antonio Di Pietro. A Catanzaro, dove vive con la moglie e due figli maschi, ha preso più voti persino del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Ma chi è questo emergente della politica, che ha trasformato il suo lavoro di magistrato in una rampa di lancio? De Magistris, 42 anni con la faccia pulita, una dichiarazione dei redditi da 77 mila euro (la consorte, Maria Teresa, avvocato e direttrice d’asilo, ne denuncia 12 mila) e un bilocale di proprietà a pochi metri dal mare, è certamente un caso unico: poco stimato dai colleghi (ricambiati), è invece visto dai suoi elettori come l’antidoto alla casta. Ma come è stato possibile? Ecco la prima radiografia completa del fenomeno de Magistris. Per capire chi sia e dove voglia arrivare. (qui il suo curriculum dal sito dell’Idv, in .pdf e qui l’intervista sul canale Klauscondicio)
La famiglia e le origini
I de Magistris sono giudici da quattro generazioni. Ma Luigi, l’ultimo erede, della famiglia è stato il primo a essere trasferito per gli errori commessi nell’esercizio delle funzioni. Il bisnonno era magistrato del Regno già nel 1860, il nonno ha subito due attentati, il padre, Giuseppe, giudice d’appello affilato e taciturno, condannò a 9 anni l’ex ministro Francesco De Lorenzo e si occupò del processo Cirillo. Luigi assomiglia alla madre Marzia, donna dal carattere estroverso.
Residenti nell’elegante quartiere napoletano del Vomero, sono ricordati da tutti come una famiglia perbene. In via Mascagni 92 vivevano al terzo piano, al primo l’amico di famiglia, il noto ginecologo Gennaro Pietroluongo. Ancora oggi la signora Marzia è la sua segretaria, in una clinica privata del Vomero. Un rapporto che forse ha scatenato la passione del giovane de Magistris per le magagne della sanità.
Luigi Pisa, da quarant’anni edicolante della via, ricorda così il futuro pm: “Un ragazzino studioso. Scendeva poco in strada a giocare a pallone e già alle medie comprava Il Manifesto”. Il padre, invece, leggeva Il Mattino e La Repubblica.
Il figlio ha studiato al Pansini, liceo classico dell’intellighenzia progressista vomerese. Qui il giovane ha conosciuto la politica: le sue biografie narrano che partecipò diciassettenne ai funerali di Enrico Berlinguer. All’esame di maturità, il 12 luglio 1985, ha meritato 51/60. A 22 anni si è laureato in giurisprudenza con 110 e lode.
Il concorso
L’avvocato Pierpaolo Berardi, astigiano, classe 1964, da 15 anni sta battagliando per far annullare il concorso per entrare in magistratura svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”.
Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. Uno dei commissari, successivamente, ha raccontato su una rivista giuridica l’esame contestato, narrando alcuni episodi, fra cui quello di un professore di diritto che, avendo appreso prima dell’apertura delle buste della bocciatura della figlia, convocò il vicepresidente della commissione. Non basta. Scrive l’esaminatore: “Durante tutti i lavori di correzione, però, non ho mai avuto la semplice impressione che s’intendesse favorire un certo candidato dopo che i temi di questo erano stati riconosciuti”.
Dunque i lavori erano anonimi solo sulle buste. “Episodi come questi prevedono, per come riconosciuto dallo stesso Csm, l’annullamento delle prove in questione” conclude con Panorama Berardi. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, Luigi de Magistris.
Inchieste ed errori
Il sostituto procuratore de Magistris sbarca a Catanzaro nel 1996. La sua prima grande operazione arriva un anno dopo ed è la cosiddetta indagine Shock, sulla casa di cura Villa Nuccia, in cui finirono in manette 21 medici e paramedici, in seguito tutti assolti. Antonino Bonura, psichiatra e direttore sanitario della struttura, arrestato due volte da de Magistris, è stato risarcito dallo Stato con 50 mila euro. Oggi dice: “Dopo la prima di sette assoluzioni sono stato colpito da un infarto e oggi i miei figli non vogliono più mettere piede in Calabria e si sono trasferiti al Nord”. Bonura ricorda il primo interrogatorio in carcere con il magistrato: “Mi guardava dall’alto in basso con disprezzo, non dimenticherò mai quell’espressione”.
Ma il pm napoletano non ha messo sotto inchiesta solo la sanità privata. Negli anni ha indagato anche il presidente della regione Agazio Loiero (assolto l’anno scorso) e ha ottenuto il sequestro dell’ospedale Ciaccio Pugliese. Un mese dopo il tribunale del riesame dispose la revoca. De Magistris non fece ricorso contro la decisione.
Da pm non ha esitato a disporre migliaia di iscrizioni sul registro degli indagati, richieste di sequestri e di perquisizioni monstre (lo strumento più usato, svincolato dal controllo dei gip), anche se spesso dal contenuto vago. Lo scorso maggio il gup Camillo Falvo ha rispedito in procura l’ultimo avviso di chiusura indagini preparato da de Magistris prima di lasciare Catanzaro per “la genericità dei capi d’imputazione”, seppur descritti in ben 60 pagine.
Secondo i suoi detrattori, le inchieste sui colletti bianchi del sostituto procuratore sembrano votate più a rassicurare l’opinione pubblica che a ottenere rinvii a giudizio o condanne. Lui ribatte che bisognerebbe domandarsi perché ci siano tante assoluzioni quando si indaga sulla pubblica amministrazione. E annovera tra i suoi successi un fascicolo su un traffico di rifiuti tossici e quello su una presunta rete di spioni illegali. Ma nel palmarès resta poco altro.
Nel gennaio 2008 il Csm lo ha trasferito esecrando alcuni suoi provvedimenti “abnormi”, come diversi decreti di perquisizione o i fermi ordinati senza richiesta di convalida. Lo ha punito pure per non avere informato delle sue iniziative i diretti superiori. Di cui de Magistris, uomo dal carattere sospettoso, non si è mai fidato. Per esempio non anticipò al suo capo, il procuratore Mariano Lombardi, diverse iscrizioni sul registro degli indagati, da quella dell’allora premier Romano Prodi a quella del senatore Giancarlo Pittelli (nel suo caso il pm chiuse il registro in cassaforte).
Pittelli annuncia a Panorama una nuova puntata della saga di de Magistris: “Mi sono trovato inopinatamente sotto inchiesta con accuse gravissime. Ora aspetto la conclusione dell’attività d’indagine dopo di che racconterò io la sua vera storia”.
Why not e la svolta politica
Nel 2007 inizia il capitolo più noto della carriera di de Magistris. A marzo un’imprenditrice calabrese, Caterina Merante, dopo aver subito una perquisizione da parte dei carabinieri, decide di collaborare con la procura e redige un memoriale in cui rivela i meccanismi con cui un presunto comitato d’affari gestirebbe in modo illecito i finanziamenti dell’Unione Europea. Il pm quando legge quelle pagine diventa impaziente: per lui il comitato è senza dubbio una loggia massonica. Nel documento si parla di Prodi e della Repubblica di San Marino. De Magistris chiede di incontrare subito la donna in un luogo segreto. Ma la signora rifiuta le accelerazioni.
Solo alcuni giorni dopo, il 26 marzo, viene redatto un verbale con la testimonianza di Merante. Per de Magistris al vertice di questo giro di denari ci sarebbe una nuova P2. Decolla l’inchiesta Why not (qui tutti gli articoli che Panorama h dedicato alla vicenda e qui un blog sull’inchiesta), anche grazie alle prime perquisizioni: il capo di stato maggiore della Guardia di finanza Paolo Poletti riceve la visita degli investigatori nel giorno dell’insediamento del nuovo comandante generale. Ma il botto deve ancora arrivare,
Il 13 luglio de Magistris iscrive Prodi sul registro degli indagati. Palazzo Chigi fibrilla, ma lui vola a Eurodisney con la famiglia. I giornali si accorgono di questo sostituto procuratore e gli dedicano pagine e copertine. Lui organizza conferenze stampa volanti in spiagge e giardini con alcuni giornalisti (uno ha scritto un libro con lui, un altro si è candidato alle europee nella stessa lista). Risultato: finisce sotto inchiesta per le fughe di notizie. L’accusa non gli è nuova e si smarca in fretta.
Non riescono a fare altrettanto i suoi collaboratori, accusati in passato persino con lettere anonime. Negli anni un capitano e un maggiore dei carabinieri sono stati trasferiti, diversi militari si sono trovati indagati. De Magistris procede senza rallentamenti, sostenuto nelle indagini da Gioacchino Genchi, consulente esperto di tabulati telefonici e poliziotto in aspettativa (oggi indagato dalla procura di Roma per il suo database). Il pm gli concede persino di condurre parte degli interrogatori. “Sono stato sentito come persona informata sui fatti, ma sono uscito con la mente devastata” ricorda l’assessore all’Ambiente di Catanzaro Lorenzo Costa. “Le domande? Sì, le poneva anche Genchi”.
L’avvocato generale Dolcino Favi avoca a sé l’inchiesta di de Magistris e lui si rivolge alla procura di Salerno da dove fa la guerra al suo vecchio ufficio, sequestri compresi (come ha appena riconosciuto la Corte di cassazione). Nel gennaio 2008 il Csm lo trasferisce al tribunale di Napoli come giudice del riesame. Termina qui la storia del pm moralizzatore (”interpreta il ruolo in modo distorto, in un’ottica missionaria” gli è stato contestato in un procedimento disciplinare) e inizia la sua seconda carriera.
Il futuro del de Magistris politico
De Magistris, oratore militante e applaudito già ai tempi delle assemblee delle toghe napoletane, non è il candidato dell’Italia dei valori, ma quello di un potentissimo network (che ha uno spazio molto visibile sul suo sito internet), composto dal blog di Beppe Grillo e dalla trasmissione Annozero. Il giudice, il comico e Michele Santoro, un altro recordman delle preferenze europee nel 2004 (la cognata è il gip che ha archiviato le accuse contro il pm di aver favorito fughe di notizie), da tempo guidano una campagna contro la casta politica e il berlusconismo, in cui salvano il solo Antonio Di Pietro. In attesa di affrancarsi da lui.
A portare in dote ad Annozero de Magistris sono stati Marco Travaglio, più volte avvistato a Catanzaro, e Sandro Ruotolo, che con il magistrato ha preparato la discesa in campo televisiva all’hotel Benny. Alla squadra bisogna aggiungere la rivista Micromega e Il Quotidiano della Calabria, oltre al salotto tv della calabrese Antonella Grippo. All’inizio lo hanno applaudito (per poi scaricarlo) anche diverse associazioni antimafia come Ammazzateci tutti e l’Osservatorio Falcone e Borsellino, anche se l’unico che nella famiglia de Magistris che si occupa di criminalità organizzata è il cognato, Sandro Dolce.
Luigi nel 2004 ha provato a sfiorare l’argomento, con poca soddisfazione: il risultato anche in questo caso è stata l’assoluzione, arrivata proprio alla vigilia delle elezioni europee, di tutti gli imputati famosi del cosiddetto caso Reggio.
Nonostante tutto questo il pm non ha dovuto fare affiggere neppure un manifesto per ottenere un plebiscito nelle urne. La sua elezione ha stravolto la grammatica della campagna elettorale vecchio stile. Ma il parroco del Vomero, don Salvatore, ha detto a Panorama: “Qui non lo conosciamo”. Nella parrocchia nessuno dei fedeli lo ha votato. Solo il pasticciere Riccardo e la signora Antonella hanno scritto il suo nome “perché è un cliente e quel ragazzo lo stanno mettendo in croce”.
Ma questa è la politica che avanza, il passaparola avviene sulla rete. Su Facebook ci sono una novantina di gruppi che sostengono il giudice-politico con migliaia di iscritti. Solo 150 frequentatori del social network osano contestarlo (tra essi le “vittime di de Magistris”).
Insomma un successo annunciato. Resta da capire sino a quando il trio de Magistris-Grillo-Santoro avrà bisogno di Di Pietro.
Visualizza La mappa delle raccomandazioni - Panorama.it in una mappa di dimensioni maggioriUn italiano su quattro (cioè il 25%) si rivolge a un politico per ottenere la soluzione di un problema. È quanto emerge da un’indagine sulla Pubblica amministrazione condotta dal Censis in collaborazione con Trentino School of Management e presentata al Festival dell’Economia di Trento.
La motivazione più frequente per chiedere una “spintarella”? Soprattutto per evitare le liste di attesa o per ottenere un ricovero in ospedale (6,1%). Poi, per trovare un lavoro a un figlio o a un parente (5,2%), soprattutto nel Nord Est e nel Centro. Ci si rivolge a un politico anche per accelerare la pratica della pensione (3,5%), nel Centro Sud, o addirittura per iscrivere il figlio a scuola (3,2%).
E se nelle grandi città il fenomeno appare più contenuto, nei centri più piccoli la conoscenza diretta di politici e funzionari favorisce le logiche clientelari (27,7%). Nei paesi sotto i 5 mila abitanti, per garantire i diritti sul posto di lavoro spesso non si va dal sindacato, ma dal politico di turno (8,4%); lo stesso accade per ottenere un ricovero. Nelle grandi città la “spintarella” in generale risulta meno efficace, mentre in quelli medi, fino a 100 mila abitanti, può aiutare a trovare un impiego (7,7%).
Nord Ovest
Piemonte, Val d’Aosta, Lombardia e Liguria, sono le regioni più virtuose con il più basso numero di raccomandazioni, almeno secondo le dichiarazioni fornite al Censis (l’87,1% dei residenti ha dichiarato di non averne mai fatto richiesta). E se si deve chiedere un favore proprio a un politico, lo si fa per risolvere soprattutto le emergenze sanitarie (5,6%) o per garantire i propri diritti sul posto di lavoro (3,6%).
Nord Est
Il primato delle raccomandazioni in Italia per trovare un posto di lavoro, a sorpresa, si registra proprio nella cosiddetta “locomotiva”: lo ha fatto il 7,7% degli intervistati in Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige ed Emilia Romagna. In generale il ricorso alle raccomandazioni è basso (il 78,1% ha dichiarato di non averne mai fatto richiesta), ma non ai livelli virtuosi del Nord Ovest. Oltre al lavoro per i figli, qui si chiede una “spintarella” anche per evitare le liste d’attesa (5,9%) o per ottenere un servizio pubblico nel proprio quartiere (5,2%).
Centro
I residenti in Toscana, Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo chiedono una “spintarella” per trovare un impiego a un figlio o a un parente (7,5%) o per tutelare i propri diritti sul lavoro. Il favore di un politico nelle regioni del Centro, (al penultimo posto con il 70% dei residenti che ha dichiarato di non averne mai fatto richiesta), si chiede anche per risolvere le emergenze sanitarie (6%) o per accelerare la pratica della pensione (5,2%).
Sud e Isole
Al penultimo posto dopo il Nord Ovest per numero di raccomandazioni finalizzate a trovare un impiego (6,7%), i residenti di Campania, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria, Sardegna e Sicilia ricorrono tuttavia alla “spintarella” quasi per tutto (solo il 67,6% ha dichiarato di non aver mai chiesto una raccomandazione). Qui amicizie influenti e conoscenze in politica diventano una manna dal cielo per ottenere un ricovero all’ospedale o evitare le liste d’attesa (7%), per accelerare la pratica della pensione (7%) o una procedura amministrativa (6,4%) e, addirittura, per iscrivere i figli a scuola (6,2%).


di Klaus Davi
Casta di nome e di fatto. In Italia politica e sesso non vanno a braccetto. O almeno è quanto vogliono far credere i parlamentari. Infatti, si indignano se si chiede loro qualcosa che riguardi il privato. La prova? Le reazioni al questionario, compilabile anche in forma anonima, distribuito per conto di Panorama a 956 tra deputati, senatori e sottosegretari.
Molti membri del Parlamento si sono sentiti offesi solo dal vedersi rivolgere domande cui invece si sottopongono leader e capi di stato esteri, come José Luis Zapatero (che ha per esempio dichiarato di fare sesso anche in campagna elettorale), Tony Blair (che ha rivelato piccanti aneddoti dei suoi rapporti con Cherie nel corso delle visite di stato) o il coming out di politici come Karoutchi, Wowereit, Westerwelle e Delanofi.
Dei parlamentari italiani solo 207 hanno accettato di affrontare l’argomento, contando risposte scritte e telefoniche. Il sex appeal sembra non contare nei palazzi del potere. Il partito dei casti e puri si rivela il più trasversale di tutti. Le reazioni? Davvero le più disparate. C’è che si rifiuta platealmente di rispondere, come il senatore Stefano Ceccanti (Pd), che ha annunciato al Giornale di aver distribuito (scandalizzato) il questionario ad amici e conoscenti per dimostrare come la politica voyeuristica sia caduta in basso.
Anche Ermete Realacci (Pd) e Fabrizio Cicchitto (Pdl) dichiarano all’unisono di non essere disposti a rispondere a domande sul sesso. No comment da Barbara Saltamartini (Pdl), Antonello Cabras (Pd), Piergiorgio Stiffoni (Lega) e Gianvittore Vaccari (Lega). Il rifiuto bipartisan arriva anche da Marialuisa Gnecchi (Pd) e Gaetano Pecorella (Pdl). Alcuni onorevoli, pur contrari a simili domande, hanno “concesso” qualche giudizio generale sul rapporto tra sesso e politica.
Anna Cinzia Bonfrisco (Pdl) è fermamente convinta che scrutare le abitudini sessuali faccia parte di un voyeurismo morboso. Il leader dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri (che non ha voluto rispondere al questionario) di fatto si era già pronunciato sul tradimento durante un’intervista su Youtube: “Dichiarare di essere stati fedeli alla propria moglie per tutta la vita è una forte assunzione di responsabilità” aveva detto.
Marco Marsilio (Pdl) fatica a comprendere l’interesse di pubblica utilità di tali informazioni. Se Carlo Monai (Idv) si appella scherzosamente al “quinto emendamento”, Maria Coscia (Pd) si dichiara addirittura scandalizzata dalle domande.
Il tema del tradimento resta spinoso tra Palazzo Madama e Montecitorio. Se varie ricerche sociologiche stimano la percentuale di tradimento nella società contemporanea tra il 30 e il 40 per cento, con un tasso di divorzio e separazione in Italia molto alto (+51,4 per cento, passando da 32.717 a 49.534 coppie rotte dal 1996 al 2006), il Parlamento sembra essere un’isola felice di assoluta e gratificante fedeltà. Possibile? I rappresentanti del popolo italiano non rappresentano dunque il popolo?
Ad ammettere di tradire a denti stretti è solo il 9 per cento degli intervistati, tutti fra l’altro anonimi. Insomma, un’aura di vera e propria santità sembra aleggiare sulla politica di casa nostra.
Nella sparuta minoranza dei traditori conclamanti, solo il 30 per cento delle donne ammette l’infedeltà. Il resto sono uomini. Si tradisce più alla Camera che al Senato, con il 65 per cento dei deputati (che peraltro sono il doppio dei senatori) traditori o ex traditori. Alberto Filippi (Lega) ha dichiarato di aver tradito soprattutto durante l’adolescenza, mentre Giuliano Cazzola (Pdl) si definisce un ex traditore che soffre di solitudine.
Lapidario Pierpaolo Baretta (Pd): “Non vedo di buon occhio i traditori e i puttanieri”. Adamantina Maria Coscia (Pd): “Sono una bigotta perfetta”. Assolutorio invece Domenico Nania (Pdl): “Il tradimento è un comportamento proprio dell’essere umano”.
Possibilista Anna Paola Concia (Pd): “Mi è capitato di tradire, non lo ritengo il peccato più terribile”. Pungente Rossana Boldi (Lega): “Se un uomo si giustifica dicendo che non è capace di stare 48 ore senza esercitare un atto sessuale, allora racconta una barzelletta”.
Archiviato il tema tradimento, si passa al vero tabù della politica italiana: l’omosessualità. A parte l’outing di Paola Concia, la serrata è pressoché totale. Solo alcuni (rigorosamente anonimi) dicono di aver provato qualche desiderio o simpatia per persone dello stesso sesso, senza però aver mai consumato un vero e proprio rapporto.
Insomma, se l’Organizzazione mondiale per la sanità stima che sia gay un 5 per cento della popolazione, le due Camere si barricano dietro un’immagine di intransigente eterosessualità.
E benché Vladimir Luxuria e Franco Grillini si ostinino a dichiarare di aver ricevuto proposte indecenti tra gli scranni di Montecitorio, qui davvero non ve ne è traccia alcuna.
Quanto agli “aiutini chimici”, i parlamentari sono a dir poco reticenti, come sul resto. Sepolcri imbiancati o casta realmente casta? In Italia nel 2007 sono state vendute oltre 15,6 milioni di pillole di Viagra, Cialis e simili, ma gli eletti, ancora una volta, sembrano essere ben sotto la media nazionale. Solo il 10 per cento rivela di fare uso di coadiuvanti chimici. Non escluderebbero di ricorrere alla pillola in caso di necessità Carlo Giovanardi (Pdl), Antonio Borghesi (Idv) o Pierpaolo Baretta (Pd).
Altra nota dolente, la frequenza dei rapporti. Solo il 4,5 per cento di deputati e senatori si dichiara pienamente soddisfatto della propria vita sessuale. Aldo Di Biagio (Pdl), Domenico Scilipoti (Idv) e Lucio Malan (Pdl) sono i pochi fortunati che affermano di fare sesso più di cinque volte a settimana. Spesso la mancanza di tempo e la lontananza da casa incidono negativamente su questo aspetto della vita, come spiega Alberto Filippi (Lega) che, come tanti colleghi, può vedere la compagna solo nel finesettimana.
Il 13 per cento degli interpellati è invece appagato da una “normale vita coniugale”, come dichiara Mario Cavallaro (Pd), che parla di “piacevole sesso domestico”.
Qualche cenno di sincerità sul fronte del sesso virtuale. I siti porno, per esempio, non rappresentano di per sé un tabù, ma certo non vanno frequentati in Parlamento, come dichiara Stefano Saglia (Pdl). Paola Concia (Pd) li ritiene particolarmente noiosi.
Sul tema della prostituzione, poi, il Parlamento alza un muro invalicabile. Tutti gli intervistati negano categoricamente di avere avuto o di desiderare un rapporto sessuale a pagamento. Anzi, c’è chi ci scherza su come il senatore Filippi (Lega) che dichiara: “Nessuno mi ha mai pagato per fare sesso”. E chi, come Giampaolo Vallardi (Lega), descrive il “sesso a pagamento come l’anticamera della disperazione”. Gaetano Pecorella non smentisce i suoi esordi con una prostituta, “tanti, tanti anni fa”. Fa dietrofront, invece, il senatore Filippo Berselli (An), che pure aveva decantato i suoi esordi erotici fra le ovattate pareti di una casa chiusa, e ora fa sapere: “Scherzavo”.

Puritano, bigotto, chiuso, lontano dalla leggerezza e dalla franchezza dei politici e dei leader alla guida dei principali paesi europei, il Parlamento italiano non supera l’esame della trasparenza, almeno sotto le lenzuola. Perché sorprenderci, l’ipocrisia quando si entra nel campo delle scelte individuali impera. Nel nome della privacy, deputati e senatori si trincerano dietro un (dis)onorevole silenzio. Caso unico fra le democrazie moderne, per i nostri parlamentari il privato non deve essere politico.
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Le mani dei boss sulla realizzazione dei parchi eolici in Sicilia. Questo ciò che emerge dall’inchiesta che ha portato gli inquirenti a scoprire un patto tra fedelissimi del super latitante Matteo Messina Denaro, politici, burocrati e imprenditori siciliani, campani e trentini per speculare sull’affare dell’energia pulita in Sicilia.
Si tratta di otto provvedimenti cautelari emessi dal gip del tribunale di Palermo, Antonella Consiglio, su richiesta dei pm della Direzione distrettuale antimafia, Piero Padova e Gino Cartosio. Gli arresti sono stati eseguiti dai carabinieri del Reparto operativo di Trapani e dagli agenti della polizia di Stato in servizio alla Squadra mobile di Trapani.
L’indagine mette in luce le dinamiche politiche e imprenditoriali che si sarebbero formate in questi anni per la realizzazione di “parchi eolici” in Sicilia, in particolare nel trapanese.
L’operazione antimafia che stamani ha portato all’arresto di otto persone, fra cui un imprenditore di Trento, si basa sui risultati delle indagini condotte da polizia e carabinieri di Trapani su una serie di progetti per la realizzazione di vari impianti eolici nel Trapanese. L’indagine é stata denominata “Eolo”, ed analizza le dinamiche politiche e imprenditoriali che, in particolare, hanno spinto l’amministrazione comunale di Mazara del Vallo (ma anche altre amministrazioni locali) ad optare per un programma di progressiva espansione dell’energia eolica.
Alla base dell’inchiesta vi è un’imponente attività d’intercettazione. Il risultato più rilevante consiste nell’aver appurato che l’attività illegale di imprenditori e politici avrebbe avuto un imprimatur mafioso. I boss avrebbero controllato gli affari sull’energia alternativa, anche mediante l’affidamento dei lavori necessari per la realizzazione degli impianti eolici (scavi, movimento terra, fornitura di cemento e di inerti) per un affare di centinaia di milioni di euro ai quali si aggiungono, per la stessa entità, gli ingenti finanziamenti regionali di cui le imprese hanno beneficiato.
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Quella che sembrava una “lite” tra colleghi è diventata un caso politico. Sul quale è intervenuto il presidente della Camera, Gianfranco Fini e l’ambasciata di Israele in Italia.
Protagonisti: Michele Santoro, Lucia Annunziata e la puntata di AnnoZero dedicata al dramma israelo-palestinese. Dopo alcuni scambi a colpi di “Cara Lucia”, “Caro Michele” è scoppiato un diverbio. Acceso.
Minuti interi, pieni di urla. In diretta. Poi, con le luci che si abbassano e la telecamera che cambia campo, l’editorialista della Stampa e conduttrice di Mezz’ora, si toglie il microfono e se neva: tutto un déjà vu. Dopo essere intervenuta più volte per contestare i passaggi salienti della trasmissione, con gli interventi di testimoni sia palestinesi sia israeliani (”Non puoi affidare l’analisi della guerra a una lite tra due ragazzine troppo coinvolte nel conflitto”) la Annunziata ha criticato esplicitamente la conduzione della trasmissione, giudicata a senso unico: “Ti disturbo, caro Michele, ti devo disturbare… Al 99,9%” ha detto “questa trasmissione, a parte la voce di una ragazza israeliana, è schierata dalla parte dei palestinesi”. Veemente la replica del conduttore: “Non dire anche tu le scemenze che ci dicono in tanti, basta con questa volgarità. Sei qui per parlare di questo problema, non per contestare la trasmissione”. La Annunziata ha ribattuto: “Da giornalista, posso contestare un programma che trovo sbilanciato”. E lì Santoro è esploso: “Lucia, con chi stai cercando di accreditarti con queste parole?”. Al che l’ex presidente della Rai si è alzata e ha lasciato lo studio con qualche applauso dal pubblico. E lo stupore degli altri ospiti.
Stupore pari a quello del presidente della Camera Gianfranco Fini. Che prende posizione dopo lo scontro polemico sui fatti di Gaza, nel corso della puntata di “Annozero”. Fini, si apprende da fonti della Camera, ha chiamato oggi il presidente della Rai Claudio Petruccioli, stigmatizzando l’accaduto: “Ieri sera” ha detto “è stato superato il limite della decenza”. Fini ha telefonato anche a Lucia Annunziata per esprimerle “solidarietà e apprezzamento”.
La replica di Santoro a Fini non si è fatta attendere. Ed è stata affidata alle “Valutazioni a Freddo (VAF)”, pubblicate sul sito di Annozero: “In un paese normale il livello della decenza lo supera un Presidente della Camera che, travalicando i suoi compiti istituzionali, interviene per richiedere una censura nei confronti di un giornalista che sta compiendo il suo dovere di informare l’opinione pubblica”. Santoro ricorda che la legge prevede che “la determinazione dell’indirizzo generale e l’esercizio della vigilanza dei servizi radiotelevisivi competono alla Commissione parlamentare di vigilanza sul servizio pubblico radiotelevisivo”.
Ma non basta. A protestare contro la trasmissione di Santoro ci si mette anche l’ambasciatore israeliano in Italia, Gideon Meir:”Uno spettacolo vergognoso che speriamo non si ripeta più”. Un giudizio duro che conclude una lunga lettera inviata al presidente della Rai e con la quale il diplomatico esprime la sua “protesta” e il suo “sconcerto”. Meir afferma di non aver “mai visto sui mass media internazionali occidentali una trasmissione così poco accurata dal punto di vista professionale. Non soltanto” scrive “nella trasmissione di ieri non vi è stato alcun tentativo di spiegare agli spettatori che cosa stia accadendo nella Striscia di Gaza, ma anzi, i pochi e isolati tentativi di qualche partecipante in tal senso sono stati messi a tacere dal conduttore senza esitazione, con la motivazione che si trattasse di argomentazioni troppo complesse per quella trasmissione e che ciò che si voleva fare lì era solo occuparsi di ciò che sta accadendo a Gaza in questo momento”.
A sostegno dell’intervento del presidente della Camera, intervengono il ministro Ignazio La Russa e il capogruppo dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri. Il primo, parlando con i cronisti al termine del Cdm, riferisce che a margine della riunione del Consiglio si è parlato della trasmissione di ieridella decisione della giornalista di abbandonare lo studio. “Se anche Lucia Annunziata si alza e se ne va vuol dire che qualche problema di imparzialità in queste trasmissioni di Santoro deve esistere”, ha commentato.
Per il secondo, Michele Santoro si è dimostrato “fazioso” e ha dato vita ad una trasmissione di “unilaterale attacco ad Israele”. “Se anche Lucia Annunziata ha ritenuto così fazioso Santoro, al punto di dover abbandonare la trasmissione Rai di unilaterale attacco ad Israele, l’azienda pubblica”, afferma Gasparri in una nota “dovrebbe interrogarsi su questo modo di fare informazione. Siamo al fiancheggiamento di ogni estremismo. E la Annunziata, giornalista di sinistra e combattiva, non può essere certo sospettata di pregiudizi politici”.
In difesa del conduttore e della trasmissione, Manuela Palermi, direttore di Rinascita: ”Finalmente, grazie a Michele Santoro”, dice Palermi “la televisione ha per la prima volta mostrato ai telespettatori italiani la tragica realtà di Gaza. Uno splendido e commovente Anno Zero, quello di ieri sera, condotto da un giornalista che fa il suo mestiere con bravura, coraggio e serietà. Patetica e imbarazzante la fuga di Lucia Annunziata, che ci ha invece mostrato l’altra faccia del giornalismo: quello asservito e politicista”.
Il VIDEO della lita Santoro-Annunziata su YouTube:
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Bufera sulla puntata di Annozero dedicata a Gaza. Il presidente della Camera Fini e l’ambasciatore israeliano protestano: “Spettacolo indecente”. Ma Santoro replica: “È censura”. Siete d’accordo con il conduttore?
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C’è chi, come Paolo Cirino Pomicino, per amore dell’ambiente si è ridotto al lumicino. Deputato di lungo corso fin dai tempi della Prima repubblica e per anni europarlamentare a Strasburgo, fa subito ammissione di colpa: “Chi svolge attività politica, manageriale o commerciale, per forza di cose, produce più emissioni di anidride carbonica perché viaggia moltissimo. Io, per esempio, ho fatto tutta la vita avanti e indietro fra Roma e Napoli in auto”. Ma, tiene a precisare, i conti li pareggia in casa: “Ho una compagna molto più giovane di me, Lucia, che è sensibilissima sul tema. Usa gli elettrodomestici con parsimonia e l’elettricità con il contagocce. Al punto che mi sono autoregalato una pila elettrica per girare in casa” racconta Pomicino un po’ divertito.
Anche più spartana la sua collega Emma Bonino, che negli anni ha percorso più chilometri in cielo che in terra, essendo stata parlamentare a Roma e a Strasburgo, commissario europeo a Bruxelles, due volte ministro e ora senatore. “Avendo una casa con le mura spesse 50 centimetri, non accendo quasi mai il riscaldamento” racconta Bonino. “Da anni ho messo i doppi vetri e uso solo lampadine a basso consumo”.
Anche i politici hanno una coscienza verde, eppure i risultati di una ricerca effettuata da Borsa Italiana del CO2 e Studio Bartucci, che Panorama pubblica in esclusiva, inchiodano proprio i politici sul podio dei mestieri più inquinanti. Seguiti da manager, liberi professionisti e agenti di commercio. Mentre al fondo della classifica figurano casalinghe, studenti e pensionati. Vediamo perché.
Lo studio ha misurato la quantità di CO2 pro capite, quello che in gergo si chiama “carbon footprint”, per la prima volta in base allo stile di vita di 12 professioni: impiegato, casalinga, libero professionista, insegnante, medico, agente di commercio, manager, politico, artigiano, giornalista, studente e pensionato. Non sono state prese in considerazione attività che producono direttamente emissioni di CO2, come il pilota d’aereo o l’operaio metalmeccanico. Di ciascun mestiere sono state stimate le emissioni dirette e indirette legate alla vita quotidiana, sulla base di un identikit tipo.
In sintesi, la stima di quanta anidride carbonica è prodotta dall’uso di gas per il riscaldamento o il raffreddamento di abitazione e ufficio, l’uso di elettricità per elettrodomestici e apparecchi tecnologici in casa e al lavoro, l’illuminazione, l’uso di mezzi di trasporto pubblici o privati, il consumo di alimenti.
“Gli stili di vita sono stati definiti e uniformati su parametri standard da dati Istat o altre fonti” spiega Giovanni Bartucci, dell’omonimo studio di analisi e consulenza ambientale. “Abbiamo dovuto fissare stereotipi perché reddito, capacità di spesa, consumi e abitudini sono molto diversi anche fra chi svolge la stessa professione” spiega l’ingegnere. “Abbiamo poi elaborato una stima delle emissioni per unità funzionali comparabili: il metro quadrato per gli edifici, il chilowattora per l’energia, i grammi per chilometro per i trasporti”.
Per misurare la quantità di anidride carbonica prodotta da caloriferi e condizionatori d’aria è stata assegnata una classe energetica pari a 200 chilowattora per metro cubo l’anno, che corrisponde alla media nazionale. Per l’illuminazione è stata calcolata una media di 4 ore al giorno su un quarto della casa, in pratica la luce accesa in una o due stanze. Mentre per il lavoro è stata applicata un’illuminazione maggiore ma con più efficienza energetica: in questo caso, le ore variano dalle 2 dell’agente di commercio alle 12 del libero professionista.
La ricerca ha considerato anche 31 diversi elettrodomestici di uguale potenza, assumendo cioè che tutti usino lo stesso modello. La frequenza e il tempo di utilizzo cambiano, invece, da professione a professione, a eccezione di frigo e congelatore uguali per tutti. Calcolati anche computer, stampante, modem-fax secondo le diverse modalità di uso. Quanto agli alimenti, il calcolo delle emissioni ha tenuto conto dei dati di consumo medio in Italia fra verdura, formaggi, carne, pesce, uova, riso, frutta, grano e legumi sommando un certo numero di pasti consumati fuori casa, a seconda delle professioni.
Quali i risultati? “I calcoli dimostrano che diversi stili di vita possono portare a differenze molto ampie” dice Pietro Valaguzza, managing director della Borsa italiana del CO2. “In estrema sintesi, più si conduce una vita dinamica, ricca di spostamenti, con maggiore capacità di spesa e consumi, più aumenta il nostro livello di emissioni. Da queste elaborazioni, ciascuno può farsi un’idea di quanto è il suo impatto”. Ogni italiano emette, in media, 8 tonnellate annue di CO2. Ma nel caso dei politici si arriva a più del quadruplo: 36.422 chili di CO2 all’anno. Più di 20 mila chili sono prodotti solo dagli spostamenti in auto o aereo.
Anche i manager e i liberi professionisti superano abbondantemente la media: la quantità di emissioni è per i primi di 27.194 chili annui pro capite, per i secondi di 22.719. Facile se si considera che, oltre ai frequenti viaggi, spesso c’è anche l’impatto di più di una casa di proprietà. Il manager, infatti, vince la classifica delle emissioni di CO2 da gas domestico: 7.992 chili all’anno.
“Non sono certo un parsimonioso nella mia vita, anzi. Però, ho sempre evitato gli sprechi e non ho mai lasciato le luci accese: è prima di tutto una questione di educazione civica che ho trasmesso anche alle mie figlie” racconta l’imprenditore romano Giovanni Malagò. “Comunque, appena posso, scappo a Sabaudia per lasciare l’auto a casa e andare a piedi”.
Alto il carico delle emissioni dovute ai trasporti anche per avvocati, commercialisti, notai. “Oltre metà dei miei clienti è internazionale e quindi viaggio di continuo all’estero” precisa Andrea Carta Mantiglia, partner dello studio legale Bonelli Erede Pappalardo. “Per lo stesso motivo sono costretto a consumare molti pasti fuori casa”. Ma qualcosa sta cambiando. “Giro in tutto il mondo e, onestamente, negli ultimi 5 anni noto il cambiamento: ovunque, nelle grandi aziende o nelle multinazionali, sono comparsi avvisi per ricordare ai dipendenti il risparmio di energia. E ormai tutte le più grandi catene alberghiere invitano i clienti a riutilizzare i teli da bagno”.
Qualcuno lascia l’auto nel box. “Io e mia moglie, che è insegnante alle scuole medie, andiamo al lavoro in bici e usiamo l’auto solo nel finesettimana per recarci nella casa in montagna con le nostre bambine” racconta Lorenzo Parola, avvocato nella sede milanese dello studio legale internazionale Allen & Overy. “Ma prendo l’aereo per andare a Roma o Londra almeno una volta a settimana, mai di meno, spesso di più. E mi rendo conto che con un solo viaggio ho azzerato tutto il mio risparmio quotidiano”. Non solo, “mentre il nostro studio londinese è interamente fotovoltaico, qui siamo in un palazzo antico dove non si può fare l’impossibile, anche se abbiamo buone pratiche di risparmio energetico come l’obbligo di spegnere il pc o l’uso di lampadine a basso consumo”.
Al quarto posto, con 16.350 chili di C02 all’anno, si piazzano gli agenti di commercio. Una categoria che percorre molti chilometri di asfalto ogni giorno per lavoro: almeno 45 mila all’anno. “Più visite si fanno, più affari si concludono” sottolinea Adalberto Corsi, presidente della Federazione nazionale associazioni agenti e rappresentanti di commercio. “L’auto è un po’ il nostro ufficio: io mi sono fatto 6 o 7 ore quotidiane al volante per anni”.
Corsi sostiene però che non è più come una volta: oggi, le auto si cambiano in media ogni 3 anni, il 40 per cento sono a gpl e tutte di nuova generazione Euro 4. “Lo abbiamo fatto prima per risparmiare, ora per l’ambiente”.
Sopra la media anche i giornalisti, 13.656 chili di CO2 all’anno, dati sia da viaggi frequenti sia da un uso piuttosto elevato di prodotti elettronici e di alta tecnologia. La sensibilità dei singoli fa la differenza. “Da anni nella mia campagna a Fiesole abbiamo sostituito il gasolio con un riscaldamento da biomasse” racconta Cesara Buonamici, anchorwoman del Tg5. “Utilizziamo lo scarto della lavorazione delle olive del nostro frantoio, la parte legnosa, per fare il carburante. Questo per dire che ciascuno, nel suo piccolo, può fare qualcosa per l’ambiente. Certo, io sono fortunata perché l’amministrazione comunale fiesolana è sempre stata molto sensibile ai temi ambientali”.
E sul lavoro? “Per mia abitudine non lascerei mai il computer o la luce accesa uscendo dalla redazione, ma qui c’è ancora molto da fare” ammette Buonamici.
Più vicini alla media degli italiani i medici, con 10.076 chili di CO2 all’anno. Perfettamente in linea con la media nazionale gli impiegati, che ne producono poco più di 8 tonnellate a testa. Chi non raggiunge neppure la media nazionale sono gli insegnanti, che emettono 5.687 chili di CO2 all’anno. E la casalinga di Voghera? Stando al conteggio, esce a testa alta: a suo carico solo 4.404 chili di emissioni. Mentre studenti e pensionati non arrivano neppure alla metà della media nazionale. Come dire: i più giovani e i più anziani sono anche i più ecologici.

EMISSIONI CATEGORIA PER CATEGORIA
Politico: 36.422 Kg/co2 anno. Vive in una casa di 300 mq che condivide con il coniuge (inclusa la seconda casa che molti parlamentari hanno per lavoro a Roma); ha uno studio di 100 mq (fra spazi istituzionali e privati). Per motivi di lavoro viaggia molto, soprattutto in aereo. Per gli spostamenti in auto guida una berlina a benzina.
Manager: 36.422 Kg/co2 anno. Single,
vive in un appartamento i 200 mq. Ha molti elettrodomestici, computer e altri strumenti tecnologici con elevate prestazioni che lo portano ad avere i più alti consumi energetici. In ufficio dispone di uno spazio di 50 mq. Per spostarsi guida una coupé a benzina, ma fa uso anche di treno e aereo sia per lavoro sia nel tempo libero.
Libero professionista: 22.719 Kg/co2 anno
Abita in un appartamento di 150 mq in condizione agiata e con consumi energetici elevati. Per lavoro dispone di uno studio di 50 mq. Guida un suv per gli spostamenti di lavoro, si muove in aereo per le vacanze.
Giornalista: 13.656 Kg/co2 anno
Vive in un appartamento di 80 mq, ha a disposizione uno spazio di 20 mq per lavoro. Conduce uno stile di vita medio e per i suoi frequenti spostamenti guida una city car a benzina.
Agente di commercio: 16.350 Kg/co2 anno
Trascorre la maggior parte della giornata in auto per motivi di lavoro e percorre in media 60.000 km all’anno, usa un modello station wagon 1.7 tdci. Vive in un appartamento di 80 mq, con un discreto utilizzo di elettrodomestici e utensili elettrici.
Artigiano: 13.253 Kg/co2 anno
Ha una casa di 120 mq, il suo nucleo familiare è di quattro persone. Ha un laboratorio di 50 mq con varie macchine utensili che consumano parecchia energia. La sua è una vita semplice, con pochi svaghi ricreativi, ha un veicolo commerciale sia per il lavoro sia per uso privato.
Insenante: 5.687 Kg/co2 anno
L’insegnante vive in una casa di 100 mq con la famiglia composta di quattro persone. Per andare al lavoro guida un’utilitaria 1.6 tdci oppure usa i mezzi pubblici. Lavora in uno spazio di 80 mq che condivide con gli studenti. In generale ha un basso tenore di vita.
Impiegato: 8.087 Kg/co2 anno
Basso stipendio, ridotta capacità di spesa. Vive in un appartamento di 120 mq con la sua famiglia (quattro persone). Al lavoro condivide l’ufficio con altre 2 persone e dispone quindi di uno spazio di 33 mq.
Medico: 10.076 Kg/co2 anno
Abita in un moderno appartamento di 200 mq, la famiglia è composta da quattro persone. Lavora e riceve i suoi pazienti in uno studio di 30 mq e alcune volte si reca presso le loro abitazioni. Per questi spostamenti usa una monovolume a benzina. Nel tempo libero viaggia in auto o in aereo per i tragitti più lunghi. Ha un’alimentazione sana con un equilibrato consumo di carne.
Studente: 3.958 Kg/co2 anno
Lo studente vive in un appartamento di 100 mq condiviso con altri quattro studenti con esigenze e consumi simili. Si sposta con mezzi pubblici (treno e autobus). Inoltre ha più tempo libero per le vacanze e compie viaggi a lunga percorrenza in treno. Consuma cibi economici e preparati in casa. Anche i consumi per apparecchiature elettriche sono piuttosto ridotti.
Pensionato: 3.574 Kg/co2 anno
Se il pensionato ha un reddito modesto, conduce una vita austera. Abita in un appartamento di 50 mq. I suoi consumi sia energetici sia alimentari sono molto ridotti dal momento che non può permettersi di più per questioni di reddito. Si sposta prevalentemente in autobus e alcune volte in treno.
Casalnga: 4.404 Kg/co2 anno
La casalinga non percepisce propriamente uno stipendio, provvede comunque durante la giornata alla gestione della casa. Vive con il marito e due figli. I suoi consumi riguardano prevalentemente l’uso di elettrodomestici e utensili. Gli spostamenti, ridotti, vengono compiuti con un’auto piccola.
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di Terry Marocco e Antonella Piperno
I tradizionalisti del Palazzo l’hanno spolpato vivo. Ma c’è anche chi, nella scelta intimista di Sergio Cofferati, che non correrà per il secondo mandato per seguire suo figlio, ha intravisto l’inizio di una nuova, illuminata, era genitorial-politica. Ha ragione il sindaco di Bologna intenerito “dal primo passo del mio Edoardo?”. Oppure hanno visto giusto quei politici che sono stati più uomini pubblici che stanziali padri di famiglia?
Per capire quanto sia possibile costruire un rapporto genitore-figlio anche a distanza Panorama ha fatto parlare i diretti interessati: quelli rimasti da bambini nelle loro città mentre i padri (o le madri) inseguivano il loro sogno politico a Roma.
Ilaria Cirino Pomicino, 37 anni, secondogenita di Paolo Cirino Pomicino.
Adesso che è una regista e vive a Roma, nella stessa città del padre, lo vede non più di due volte al mese. Molto meno rispetto a quando lei abitava a Napoli e “‘o ministro” passava gran parte della settimana nella capitale. “Paradossalmente è diventato meno padre quando non è più stato il grande animale politico della Prima repubblica”. Quando Cirino Pomicino è diventato deputato Ilaria aveva 5 anni. Le pesava soprattutto la tristezza della madre, che soffriva per la lontananza del marito. Pomicino però faceva di tutto per compensare le sua assenze. “Da bambina gli dicevo sempre: la vita è in bianco e nero dal lunedì al giovedì, a colori dal venerdì alla domenica” ricorda “ci portava al Luna Park, al cinema a vedere Piccole donne (lui piangeva, io neanche una lacrima)”. E poi c’erano i giochi, “anche un po’ feroci”: tutti sotto le coperte immaginando di essere circondati dal fuoco, chi cadeva giù dal letto moriva bruciato, “ed essendo la più piccola ero sempre io quella che finiva per terra”. E quelli più teneri, per combattere la nostalgia: “Immaginavo di raggiungerlo a Roma attraverso il filo del telefono”. A 10 anni Ilaria ha cominciato a seguirlo ai comizi, ai convegni. “E anche, purtroppo, a Parigi per i controlli al cuore, avevo 8 anni quando ha avuto il primo infarto”. Poi è subentrata la ribellione adolescenziale, con la decisione (mai più cambiata), di votare Rifondazione comunista.
Bobo Craxi, 44 anni, secondogenito di Bettino Craxi.
L’assenza è una malattia, dice Bobo Craxi, figlio dell’ex premier: “Mio padre fu uno dei pochi, allora, a non voler trasferire la famiglia a Roma. Con mia madre e mia sorella restammo a Milano”. Ricorda: “Mi è venuto a prendere a scuola solo quattro volte. La prima fu all’asilo: dall’emozione mi venne la febbre”. Per anni si è sentito come orfano. “I momenti vissuti insieme erano rari e preziosi. Amavo le sue stravaganze, come quando andavamo al supermercato o prendevamo l’autobus. Per stare insieme lo seguivo la domenica ai comizi”. E poi durante la famigerata missione in Cina: “Una scusa per stare con noi”. Craxi fu un padre “affettuoso, invasivo quando c’era. Ma spesso, quando c’era, non c’era. La testa era altrove. La politica per lui era un’attività totalizzante”. I compleanni? “C’era per forza, il mio è il 6 di agosto…”. Il rapporto lo ha recuperato da grande: “Durante l’esilio, ci siamo riavvicinati”. Oggi ha due figli, di 15 e 10 anni e teme la nemesi: “Vado a prenderli a scuola, gioco a pallone. Solo diventando padre ho capito cosa non ho avuto. Mi è mancato anche il suo controllo, su quello che facevo, su chi frequentavo. Da ragazzino lo pretendi e una telefonata non riempie la vita”. Bobo Craxi confessa che è cresciuto solo quando lui non c’è più stato. “Eppure quando vado a prendere mio figlio a calcio e i suoi compagni gridano ‘È arrivato il padre di Craxi’, ancora provo un grande turbamento”.
Riccardo Bossi, 29 anni primogenito del leader della Lega Umberto Bossi.
Nella vita ci si abitua a tante cose, filosofeggia il maggiore dei figli del Senatùr. “Mio padre fa politica da 25 anni, da quando ero piccolo. Mi sono abituato a crescere senza di lui. Mi è mancato e lo sa”. Lo chiama “mio papà”, lo giustifica e difende, anche se parla di un rapporto a volte difficile. “Sgrida Berlusconi, perché non dovrebbe sgridare me”, dice riferendosi alla querelle sulla sua partecipazione all’Isola dei famosi. Un rapporto complicato oltre che dalla distanza, anche dalla separazione dei genitori. “Mi ricordo di noi due soli, a dormire nello stesso letto. E lui che mi raccontava la storia di un topo di Varese che rubava la marmellata, veniva preso e finiva miseramente”. Etica padana e gite in montagna, a Livigno. “Non era Alberto Tomba, ma ci teneva ad andare a sciare insieme. Ascoltavamo sempre Antonello Venditti, lui lo adorava”. Al figlio ha insegnato che “non conta quello che fai, ma come lo fai”. Quando poteva c’è stato: “Sempre in ritardo, ma arrivava”. Solo una volta è mancato a un appuntamento importante: “Al battesimo di mia figlia Lavinia, la sua unica nipote non è venuto. E questo mi ha lasciato l’amaro in bocca. Non ho capito perché e mi sono promesso di non commettere mai l’errore di far mancare l’affetto a mia figlia”.
Federico Brandolo, 27 anni, figlio di Maria Teresa Armosino, membro del direttivo di Forza Italia.
Scherza dicendo di essere ormai arrivato al 12° anno d’attività politica, Federico Brandolo, impiegato, figlio unico della parlamentare in politica dal 1996. “Essere figlio di un politico è un lavoro: devi imparare a essere autonomo, a non rompere con cose futili, a gestirti da solo”. Cresciuto dai nonni tra Torino e le colline astigiane: “Mia madre partiva il lunedì mattina, se riusciva tornava il giovedì sera. Mi regalò un cellulare per starmi più vicina, ma io mi vergognavo. Allora ero l’unico ad averlo e lo tenevo sempre spento”. La domenica si trovano insieme in cucina: “È il nostro momento, lei appassionata di cucina fa dolci buonissimi. Io l’aiuto”. Parla della sua famiglia come “di una squadra, che ha funzionato bene, che non gli ha fatto mancare niente”. Anche se momenti di tristezza ci sono stati: “Quando tornava dai suoi viaggi demotivata, delusa. Allora mi sembrava che questa lontananza fosse inutile”.
Elio Mastella, 30 anni, primogenito dell’ex ministro della Giustizia Clemente.
Per decidere se trasferirsi a Roma con il padre o restare a Benevento “abbiamo fatto un meeting tutti insieme”, racconta il figlio maggiore dell’ex-Guardasigilli, ingegnere “e abbiamo deciso di restare qui, dove avevamo fatto le scuole, dove c’erano i nostri amici”. Il padre lo vedeva nei fine settimana, tra comizi e incontri con il suo collegio. “Ma nelle cose importanti era presente, almeno al telefono. Per il resto ha fatto mia madre”. Come il giorno della laurea: “Venne, malgrado stesse facendo lo sciopero della fame”. Comprensivo (”occupai la scuola e mi lasciò fare”), mai autoritario. “Il nostro rapporto è maturato con il tempo, oggi posso dirmi un ragazzo fortunato”.
Geronimo La Russa, 28 anni, avvocato, primogenito del ministro della Difesa Ignazio La Russa.
“Quando mio padre è stato eletto in Parlamento avevo 12 anni, ma non ho sofferto. I miei erano separati, ero già abituato a non vivere con lui”. Il ministro della Difesa ancora oggi telefona al suo “Gero” tutte le sere: il figlio gli ha dedicato una suoneria personalizzata, l’Ignazio Jouer targato Fiorello. “Quando ho bisogno di lui mio padre c’è sempre, seppure non fisicamente, anche più di altri genitori che vivono con i figli” chiarisce “E quando ci tengo ad averlo accanto a me, basta sapersi organizzare. Non posso avvertirlo all’ultimo minuto”. Il ministro della Difesa c’era all’operazione al setto nasale deviato, alla laurea in Giurisprudenza. Per tenersi vicino il suo Gero, La Russa l’ha portato anche, bambino, perfino al congresso di Fiuggi. Si ritagliano da sempre, anche una vacanza alle Eolie: “Anni fa ci andavamo in macchina: quel viaggio interminabile con lui mi rendeva felice, cantavamo a squarciagola Battisti e Dalla”.
Alessandra e Elena Angiolini, 24 e 27 anni figlie dell’ex deputata dei comunisti italiani (e ministro) Katia Bellillo.
È stata nominata ministro degli Affari regionali quando Alessandra ed Elena avevano 17 e 14 anni. Disposta a rinunciare all’incarico se le figlie avessero messo il veto (”approvammo, ma rifiutammo anche di trasferirci a Roma con lei”) Bellillo che, separata dal marito non poteva lasciarle sole a Casa del diavolo, vicino a Perugia, assunse una coppia di domestici romeni e più tardi una coppia di peruviani. Madre e figlie, dicono, sono riuscite a sentirsi vicine: “L’abbiamo sempre chiamata decine di volte al giorno, anche in consiglio dei ministri, per chiederle magari dov’era la tal maglietta”. Le ragazze hanno sempre aspettato senza ansie il weekend, quando cenavano tutte insieme nel rustico e si raccontavano la loro settimana. E nei momenti in cui avevano bisogno di lei fisicamente Bellillo c’era. Elena, laureata in Relazioni internazionali non le rimprovera niente. Alessandra, studentessa di Giurisprudenza, invece, fa notare che se la mamma l’avesse accompagnata, forse non avrebbe smesso danza classica. E ora riflette: “Allora mi sentivo un’adulta, ma oggi mi rendo conto che forse avrei avuto bisogno della mamma”.
Giuseppe Lunardi, 27 anni, terzogenito di Pietro Lunardi, deputato Pdl.
Ingegnere civile come l’ex ministro, Lunardi jr. più che soffrire perché suo padre era a Roma, è rimasto spiazzato dalla sua scelta politica: “Mi sentii lasciato solo professionalmente. Avevo 20 anni, mi ero iscritto a Ingegneria per seguire le sue orme e lui cambiava strada”. Invece pare che il padre sia riuscito a stargli vicino, incoraggiandolo davanti allo scoglio dell’esame di Meccanica razionale (”ci ho messo due anni”) tornando tutti i weekend a Milano e portando il figlio con sé alle varie manifestazioni, alle premiazioni del Gran Premio, al Salone di Genova, “Tra scorte e cerimoniale ci è mancata un po’di intimità. Ma è una condizione che augurerei a tutti. E poi i miei sono rimasti insieme, mentre molti miei amici sono figli di separati”.
Alberto Giovanardi, 23 anni terzogenito di Carlo Giovanardi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.
Non ha mai saltato un pranzo di famiglia domenicale a Serramazzoni, nella casa dei nonni. E Carlo Giovanardi, racconta suo figlio Alberto, studente di Giurisprudenza, non ha mai smesso neanche di giocare con lui: “Ancora oggi è quello che si diverte di più a giocare a gavettoni. E l’ultima secchiata d’acqua deve essere sempre la sua”. Alberto aveva 7 anni quando suo padre ha cominciato a fare il pendolare: “All’inizio non capivo bene cosa facesse a Roma. Però facevo il tifo per lui, avevo riempito le pareti della camera da letto dei miei con i volantini elettorali ‘vota Giovanardi’. Telefonate serali a parte, è stato l’ex ministro ad avvicinare il figlio al calcio (gioca in seconda categoria) ad aiutarlo nell’esame di diritto costituzionale, a portarlo al cinema a vedere i film della Disney. Oggi punta a tenerlo lontano dal Palazzo: “Mi dice che ‘la politica è un hobby, prima bisogna trovarsi un lavoro’”.
Giovanni Bassanini, 43 anni, primogenito dell’ex ministro Franco Bassanini.
Di politica non ha voluto sentir parlare. A 18 anni ha lasciato Roma e si è trasferito a Courmayeur per diventare guida alpina. “I ricordi più belli con lui sono legati proprio alle lunghe passeggiate in montagna, mi ha insegnato ad amarla, mi ci portava ogni estate”. Per il resto, però, regnava la conflittualità (”avevamo entrambi un carattere prepotente”). A differenza di altri colleghi pendolari, Bassanini decise di trasferire, da Milano a Roma, tutta la famiglia (la prima; ora è sposato con la collega Linda Lanzillotta): “Era mia madre, che lavorava in un istituto di ricerche sociali, a fare avanti e indietro in treno. Noi stavamo con una tata, papà lo vedevamo poco, lavorava troppo”. Bassanini rientrava alle otto meno un quarto ma per i figli non era una festa: “Voleva vedere il tg ma a quell’ora c’era ancora Goldrake, e allora nascondevamo il telecomando”.
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