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A Napoli è allarme tubercolosi per gli agenti degli uffici immigrazione

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La tubercolosi torna a far paura. Soprattutto tra gli italiani in divisa.
A Napoli, Grosseto e Taranto in pochi mesi sono stati segnalati circa una decina di casi. A essere risultati positivi alle analisi per la tubercolina sono gli agenti della scientifica della Polizia di Stato in servizio presso gli uffici immigrazione.
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S’infittisce il giallo di Nuoro, ombre sull’ora del decesso

Il bagagliaio dell'auto dove stato rinvenuto il corpo di Dina Dore, moglie farmacista Francesco Rocca. Gli inquirenti non sembrano ormai avere dubbi sul fatto che Gina Dore sia stata rapita. E' stato, infatti, confermato che l'agguato sarebbe scattato all'arrivo della donna, insieme alla figlioletta di poco piu' di otto mesi, nel garage-cantina | Ansa
Di ora in ora aumentano i dubbi sulla morte di Dina Dore. La donna di 37 anni trovata la scorsa notte senza vita, in provincia di Nuoro, nel bagagliaio della sua auto parcheggiata nel garage di casa. Da subito gli inquirenti hanno parlato di “un tentativo di sequestro finito in maniera tragica”. E in effetti tutti gli indizi portano in questa direzione, perfino i fili dell’illuminazione pubblica tagliati per agire indisturbati. Ma per ora non c’è alcuna certezza. Soprattutto sull’ora del decesso. Il questore taglia corto: “È morta subito”. Ma fino a domani, giorno dell’autopsia, non c’è alcun riscontro medico a questa tesi. Pesa come un macigno l’ipotesi che la donna potesse essere salvata se solo quel bagagliaio fosse stato aperto un po’ prima. E non alle tre di notte, sei ore dopo la denuncia del marito e la lunga attesa dell’arrivo della polizia scientifica da Cagliari.

Se il nastro adesivo non fosse stato abbastanza per soffocarla? Se il taglio alla testa, come dicono alcuni, non fosse stato mortale? E perché nessuno è andato a guardare in quel garage aperto da due ore a pochi passi dal centro? Lì per terra era pieno di macchie di sangue e di oggetti di Dina. Le risposte tardano ad arrivare e intanto a Gavoi, meno di 3 mila abitanti, cala il silenzio. Quello del lutto e della diffidenza. Per la polizia, forse, e per un rituale, quello dei sequestri, che aspetta puntuale dietro la porta di casa.

Il VIDEO servizio:

LEGGI ANCHE: Un sequestro finito male, in Sardegna un’altra donna vittima dei rapitori - Guarda la GALLERY

La droga dello stupro? Si compra online

Il Ghb è una sostanza stupefacente detta anche extasy liquida. È usata anche per stordire le vittime di violenza sessuale |foto Ansa

Nasce per uso medico, come anestetico. Poi si diffonde tra i body builder che vogliono un aiuto per gonfiarsi i muscoli velocemente. Ma il Ghb, detto anche ecstasy liquida, è conosciuto soprattutto come “droga dello stupro”. Viene utilizzata infatti per stordire le vittime di violenze sessuali. Gli aggressori lo sciolgono in una bevanda facendolo bere a loro insaputa, è inodore e insapore. A quel punto è tutto più semplice: la donna, pur restando cosciente, è totalmente incapace di reagire e, successivamente, fa molta fatica a ricordare che cosa è successo. Il caso più recente sabato scorso a Milano.

Il Ghb è abbastanza semplice da trovare. Come tutte le droghe e le sostanze illegali si acquista sul mercato nero, ma anche sottobanco in ambienti medici. E, naturalmente, su Internet. Sui siti che vendono steroidi, su quelli che vendono Viagra e Cialis e su portali di shopping online che propongono le “alternative legali” alla sostanza illecita.

Sul forum di Drugbuyers.com si trovano informazioni su come si usa, sui suoi effetti contro l’insonnia, sui modi per trovarlo. Sul web esistono anche vere bacheche per chi vuole comprare e per chi vuole vendere il Ghb. Dieci grammi di sostanza in polvere costano 25 dollari, 20 ml di liquido 10 dollari.

Il Ghb si acquista per lo più sotto forma di liquido oleoso e si prende sciolto nelle bevande, spesso alcoliche. In piccole dosi (meno di 1 grammo) dà effetti simili all’alcol. In quantità più elevate, tra 1 e 2 grammi, provoca forte euforia e diminuzione delle inibizioni. Se si superano i 5 grammi, gli effetti sono più potenti: difficoltà a muoversi e a parlare e sonno molto pesante che durano dalle 3 alle 6 ore.

Secondo la polizia scientifica, la diffusione di questa droga è ancora bassa, di nicchia. Il Ghb può essere trasformato in Gbl (un’altra sostanza stupefacente), o viceversa, con un semplice processo chimico. Anche in casa. E il Gbl si trova ancora più facilmente, e per via legale, su molti siti stranieri.

LEGGI ANCHE: Omicidi in aumento: più vittime al nord e tra le donne

Il delitto di Perugia come via Poma: si spera in una traccia di dna sul reggiseno

Raffaele Sollecito ed Amanda Marie Knox vicino alla villetta dove è stata uccisa  Meredith Kercher a Perugia

L’arma segreta della procura di Perugia per incastrare Raffaele Sollecito è il suo Dna sul reggiseno che Meredith Kercher indossava il giorno in cui è morta. Per l’accusa è la prova decisiva che il ragazzo si trovava sul luogo del delitto. La polizia scientifica ha isolato tracce biologiche che gli appartengono su un frammento dell’indumento della ragazza uccisa il primo novembre a Perugia, vicino ai ganci metallici. Proprio dove, secondo la ricostruzione degli inquirenti, il reggiseno è stato tagliato con una lama.

Gli investigatori cercano da mesi di collocare con certezza i tre indagati, oltre a Sollecito, la sua fidanzata Amanda Knox e l’ivoriano Rudy Guede, nella stanza dell’omicidio. Finora contro il giovane pugliese c’era l’impronta insanguinata di una scarpa da tennis dello stesso modello di quelle che indossava. Elemento questo ampiamente messo in discussione dalla difesa. A carico di Amanda invece spuntano due macchie di sangue trovate nel lavandino del bagno, che presentano Dna misto suo e della vittima. Non significa che l’americana abbia partecipato al delitto, ma dimostra, secondo la procura, che si trovava sulla scena del crimine e che si è sporcata le mani del sangue di Meredith.

Stando alle tracce biologiche, la posizione di Guede sembra la peggiore. La Scientifica ha trovato il suo Dna sulla borsetta della ragazza inglese, trovata nella sua stanza, e sulla manica del giubbotto di una tuta sporca di sangue, sempre appartenente alla vittima. Si aggiungono al cromosoma Y, che coincide con quello dell’imputato, rinvenuto sul tampone vaginale di Meredith, all’impronta insanguinata della sua mano sul cuscino che era sotto il cadavere e il suo Dna trovato sul reggiseno.

Secondo i legali di Sollecito, il residuo sull’indumento intimo della studentessa uccisa non significa nulla. Intanto, Amanda e Meredith potrebbero essersi scambiate il reggiseno. E poi, spiega la difesa, la Scientifica potrebbe aver contaminato i vari reperti e il Dna potrebbe essersi trasferito da un oggetto all’altro. “Potrebbe trattarsi di una trasposizione di piccolissime tracce di Dna. Dobbiamo tener conto che sono stati repertati 160-170 oggetti e altro, potrebbe quindi esserci stata una contaminazione”, spiega Tiziano Tedeschi, uno degli avvocati di Sollecito. “Perché quando è così latente la traccia di Dna, non significa un contatto diretto tra il reperto e il soggetto a cui si attribuisce. Non è la prima volta che avviene una microtrasposizione, a volte quando fanno queste cose alla Scientifica non sono molto attenti, insomma”.

La battaglia a colpi di prove e controprove continua. Ma un’altra traccia biologica sul reggiseno della vittima prometteva, nel settembre scorso, di dare una svolta al giallo di via Poma. Diciassette anni dopo l’omicidio di Simonetta Cesaroni la procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati il suo ex fidanzato, Raniero Busco. Il Ris dei carabinieri infatti aveva trovato il suo Dna nei residui di saliva prelevati dal corpetto della ragazza. Le indagini inoltre avevano dimostrato che sul seno di Simonetta c’erano dei morsi, inferti nello stesso momento dell’accoltellamento. Busco però aveva ammesso di aver incontrato la fidanzata nei giorni precedenti al delitto, sembra ovvio quindi che il suo Dna fosse sul corpo della giovane.

Chi difende il pm Zucca nella polemica con la polizia? La polizia scientifica

Il pm di Genova Enrico Zucca
C’erano molti motivi per non mandare in prigione di Luca Delfino. Lo scrive al ministro della Giustizia il pm Enrico Zucca che, nel 2006, mise sotto indagine l’uomo per l’omicidio dell’ex fidanzata, Luciana Biggi, senza chiederne l’arresto. Quindici mesi dopo, il 10 agosto 2007, Delfino ha ammazzato un’altra donna, Maria Antonietta Multari, 33 anni. Ma perché Zucca non ha fatto arrestare Delfino, come aveva chiesto la polizia?

Per il pm non c’erano elementi sufficienti, anche per colpa dell’inquinamento della scena del crimine da parte dei soccorritori e dei poliziotti, come dimostra il video del primo intervento, visibile sul sito «Panorama.it». Non basta. Nella relazione di 16 pagine inviata al ministro, per spiegare la sua decisione, Zucca mette in fila gli indizi contrari e quelli a favore del presunto omicida. Tra questi, per il pm, c’è anche l’esame autoptico che consente di formulare l’ipotesi di un tentativo di violenza e la presenza di più aggressori (come confermerebbero le numerose ecchimosi alle braccia e alle gambe). Una pista che non viene smentita neppure dalla «relazione tecnica» del gabinetto regionale della polizia scientifica che Zucca ha allegato al fascicolo.

Nel documento del 7 settembre 2006 (cinque mesi dopo l’omicidio e quasi tre mesi dopo la prima relazione della squadra mobile che individuava come probabile assassino Delfino) vengono presentate due «ipotesi ricostruttive» della dinamica del delitto: la prima ipotizza un’aggressione da dietro. Ma in questo caso i tecnici della scientifica non riescono a spiegare «le ecchimosi da afferramento e i segni di costrizione che allora potrebbero risalire a un’epoca sia pure recente, ma antecedente all’evento». L’ipotesi più plausibile, per gli esperti, è un’altra, ovvero che «l’aggressione sia avvenuta frontalmente». Qui gli «scienziati» della polizia non escludono «un tentativo di violenza sessuale», che sarebbe suggerito dai pantaloni abbassati della vittima, né un’aggressione da parte di più persone. Scrive la polizia: «Le ferite da difesa relativamente modeste indicano una scarsa capacità reattiva da parte della Biggi giustificata dallo stato di ubriachezza o dal fatto di essere stata sorpresa dall’aggressore o da più aggressori». Non viene escluso neppure il movente della rapina: «Analogo modus operandi, ossia afferramento e immobilizzazione della vittima con conseguente produzione di ecchimosi contestualmente all’evento, potrebbero ricondurre a un’aggressione premeditata per altro movente (rapina, vendetta) con sottrazione della borsetta probabilmente perché dal suo contenuto si poteva risalire all’autore o agli autori».

Luciana Biggi e Maria Antonietta Multari, le due vittime

LEGGI ANCHE: Zucca: nel caso Biggi scena del crimine inquinata.La prova video - Carlo Torre, l’esperto di scientifica, dà i voti a polizia e carabinieri

Video di Genova: l’esperto di indagini scientifiche dà i voti a polizia e carabinieri


Carlo Torre, 60 anni, docente di medicina legale all’università di Torino, è un esperto di scene del delitto (compresa quelle del caso Cogne o del delitto de La Sapienza in cui fu uccisa Marta Russo). Da più di dieci anni è responsabile del laboratorio di scienze criminalistiche del capoluogo piemontese. Un centro nato da un’idea condivisa con Giovanni Falcone. «Sognava un laboratorio “laico” in grado di competere con quelli della polizia giudiziaria» spiega Torre. La struttura è all’avanguardia nella ricerca di microtracce e Dna.
Professor Torre che cosa pensa del video di Panorama.it (in fondo all’intervista) che mostra il sopralluogo sulla scena del delitto di Luciana Biggi a Genova?
Indubbiamente non è un modo di procedere canonico. Non si può dire che la scena del crimine sia stata «congelata» secondo i protocolli. C’è un po’ di disordine, la ricerca è concitata. Non so, però, se questo tipo di operazione abbia effettivamente modificato la scena del delitto, soprattutto in un vicolo genovese.
Quindi è tutto normale?
Non dico questo. Sono cose che non dovrebbero succedere, però succedono.
Che cosa pensa dell’aiuto che i soccorritori danno alla polizia?
Il loro intervento ha la prevalenza su tutto. Però in questo video si vede che operano in una fase in cui non c’entrano più niente. Si nota anche un poliziotto che fuma. Una cosa che io sto ben attento a non fare in situazioni analoghe. È chiaro che, se butto una cicca per terra su una scena del crimine, può diventare un grosso problema.
Secondo lei non sarebbe stato meglio delimitare la zona, evitare che il sangue venisse calpestato da più persone?
Certo se l’omicida lascia le proprie impronte e poi ci passano sopra altri e le cancellano, le indagini si complicano.
Il personale che si vede nel video, interviene è senza guanti né calzari…
In una scena del genere sarebbero stati molto utili.
La domanda può sembrare ironica, ma non lo è: la nostra polizia scientifica assomiglia a quella dei film o deve migliorare?
Io non vedo i telefilm tipo Csi, perché mi annoiano. Comunque il problema non è la tecnica o la cultura del sopralluogo, ma l’abuso che se ne fa, la ripetizione continua dei rilievi. A volte sono migliori gli interventi dei carabinieri locali che non quelli ultrascientifici. Gli specialisti rischiano di dare valore a cose che vanno interpretate. Per esempio il sangue di una persona nello scarico del lavandino può non voler dir niente. Io ne perdo un po’ tutte le volte che mi lavo i denti. Bisogna saper dare il giusto peso ai dati scientifici che non sono la bibbia.
Aveva già lavorato a Genova?
Più volte. In alcuni casi ho collaborato con ottimi professionisti, in altri ho avuto un’impressione peggiore. Nell’inchiesta sull’omicidio di Carlo Giuliani al G8 abbiamo scoperto il rimbalzo di un proiettile un anno dopo.
Detti le regole auree per un buon sopralluogo…
Bisogna rispettare almeno quelle basilari: non si deve spostare niente (e se lo si fa bisogna darne atto nel verbale), non si deve camminare sul sangue né fumare, bisogna proteggersi con calzari, guanti e mascherine.
Nei sopralluoghi scientifici sono più bravi i carabinieri o i poliziotti?
Non mi faccia dire quello che non posso. Per me sono sullo stesso livello. I bravi e i fessi stanno dappertutto. Posso garantirle, visto che sto esaminando in questi giorni il loro lavoro, che sono molto preparati i carabinieri del Ris di Messina.

Nella foto, Carlo Torre

Il VIDEO con le immagini del sopralluogo nei vicoli di Genova dove è stata uccisa Luciana Biggi:

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
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