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Polizia

Palazzo di giustizia di Milano, è lunedì 14 settembre. Dentro le aule numero 4 e 5 al piano terra del tribunale si svolgono i consueti processi per direttissima. Dietro le sbarre ci sono solo extracomunitari. È il turno di Nasr Ibrahim Goma, egiziano di 24 anni, arrestato il sabato precedente. Il giudice gli contesta il reato: Ibrahim aveva ricevuto un ordine di allontanamento dal questore il 17 agosto. Doveva lasciare l’Italia entro cinque giorni. “Perché non l’ha fatto?” chiede il magistrato. Continua
- Tags: agenti, buio, carabinieri, città, esercito, Ignazio-La-Russa, Lega, pdl, Polizia, Roberto Maroni, sicurezza
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Il progetto non è ancora nero su bianco ma sotto traccia gli schieramenti cominciano a prendere posizione. Da qualche mese il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, insiste sulla riforma della pubblica sicurezza, una revisione completa della legge 121 del 1981 che smilitarizzò la Polizia e che tuttora regola il coordinamento delle forze dell’ordine. “Attualizzarla, non stravolgerla” dice Maroni. Il suo sogno, mai espresso apertamente ma neanche smentito, è trasferire in futuro i Carabinieri dalla Difesa al Viminale, da cui già oggi dipendono per le funzioni di ordine pubblico.
L’obiettivo raggiungibile concretamente, per ora, è un coordinamento che eviti sprechi e garantisca più sicurezza alla cittadinanza. Comunque vada, sarà una rivoluzione. E Maroni ha anche indicato i tempi della riforma: due anni, cioè entro il trentennale della legge 121 che ricorrerà nel 2011. Un impegno che non sarà facile realizzare.
Il capo della Polizia, Antonio Manganelli, sta già lavorando a un progetto che rimoduli “le articolazioni territoriali delle forze di polizia a carattere generale”, Ps e Carabinieri, come lo stesso Maroni annunciò il 13 gennaio in Senato. Un lavoro lungo e diplomatico che al momento non prevede lo spostamento dell’Arma sotto il Viminale ma cerca di individuare il modo migliore per razionalizzare quanto esiste.
Certo non fu per caso che in gennaio Maroni inviò in Francia due dirigenti del suo ministero per studiare la “rivoluzione francese” attuata da Nicolas Sarkozy: lo spostamento della Gendarmeria, equivalente all’Arma dei carabinieri, alle dipendenze del ministero dell’Interno. Il gendarme resta militare pur prendendo ordini dal prefetto. Oltralpe, però, le sovrapposizioni italiane non ci sono, perché ai gendarmi sono affidati i centri minori e alla polizia le grandi città: proprio uno degli obiettivi del progetto redatto nel 1997 dall’allora sottosegretario all’Interno Giannicola Sinisi.
Idea irrealizzabile secondo Marco Minniti, responsabile del dipartimento sicurezza del Pd ed ex viceministro dell’Interno: “La divisione territoriale non è praticabile, sconvolgerebbe l’Italia” dice a Panorama. “Invece una rivisitazione profonda della legge 121 è indispensabile. Abbiamo cinque forze di polizia più quelle regionali, provinciali e locali. Così come nella legislatura guidata dal centrosinistra varammo con il centrodestra una riforma che pareva impossibile come quella dei servizi segreti, oggi possiamo arrivare a un risultato condiviso”.
Nell’audizione dinanzi alla commissione Antimafia del 2 aprile Maroni espose con chiarezza le sue preoccupazioni. Nei prossimi cinque anni diverse migliaia di poliziotti e carabinieri andranno in pensione e già oggi tutte le forze dell’ordine lamentano una carenza complessiva di circa 23 mila uomini. Anche se nel 2009 saranno arruolati 2.800 poliziotti e carabinieri, secondo il ministro sarà impossibile assumerne altri 20 mila nei prossimi 4 o 5 anni. E dunque va rivisto “il modello organizzativo che vede una sorta di competizione sul territorio” tra Ps e Arma, spesso causa di “diseconomie che devono essere superate”.
Impresa complicata, se solo si pensa che l’Italia è da tempo sottoposta a una procedura d’infrazione da parte dell’Ue per non avere ancora organizzato il 112 come numero unico per le emergenze: resta uno dei cinque centralini esistenti, mentre da anni è il numero unico d’emergenza in tutta Europa. E sembra altrettanto difficile unificare le sale operative, nonostante gli esperimenti positivi di centrali interconnesse come quelle di Trieste (dove una richiesta d’aiuto viene girata a chi è più vicino, compresi i vigili urbani) e di Rovigo.
Maroni sa che dovrà scontrarsi con interessi e abitudini consolidati, tuttavia non nasconde di avere studiato i modelli organizzativi di tutti i paesi europei che “vanno nel senso di una concentrazione delle forze di polizia, di un coordinamento stretto, dell’eliminazione di corpi esistenti per prevedere un sistema omogeneo e che funzioni”. Lo disse in maggio al forum delle polizie locali a Riva del Garda. Proprio la riforma delle polizie locali è considerata dal governo il passo successivo al decreto sicurezza già approvato, e su di essa concordano tutti, dal Pd al Pdl.
Nella maggioranza l’anima di An, storicamente vicina ai carabinieri, alza le antenne quando teme qualcosa di simile a un ridimensionamento dei loro poteri. A cominciare dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che nel difendere i “suoi” carabinieri insiste anche lui sull’abbattimento dei costi e sul migliore coordinamento. “Le funzioni dell’Arma, che compirà 200 anni nel 2014, non si toccano” premette Filippo Ascierto, deputato di lungo corso, membro della commissione Difesa e maresciallo dei carabinieri, però “razionalizzare ed eliminare le sovrapposizioni è indispensabile”.
Recupero di efficienza e risparmi sono possibili perché secondo il ministro dell’Interno “non è più possibile avere presidi sul territorio che alle 8 di sera chiudono per carenza di personale”. Non è casuale il riferimento alle stazioni dei carabinieri, struttura decisiva nel controllo del territorio che va rafforzata anche secondo Filippo Saltamartini (Pdl), vicequestore aggiunto della Polizia e oggi senatore membro dell’Antimafia.
Raggiungere un migliore coordinamento significa anche definire un punto di mediazione. Ci sono zone con Polizia, Carabinieri e Finanza e altre prive di controllo: in molte aree toccherà probabilmente all’Arma riorganizzarsi, quasi come una doverosa disponibilità dopo avere ottenuto l’autonomia dall’Esercito diventando la quarta forza armata.
Nello stesso tempo gli ufficiali dei Carabinieri potrebbero essere destinati agli stessi incarichi dei prefetti senza per questo rinunciare alla carriera militare. “Un loro maggiore coinvolgimento ai vertici dell’ordine pubblico potrebbe essere un giusto riconoscimento” riflette ancora Minniti. “Perché non pensare in futuro a un carabiniere capo della Criminalpol?”.
Ipotesi, naturalmente. Certo che dal centrosinistra arrivano messaggi che incoraggiano Maroni ad andare avanti, tanto da far proporre a Minniti “un piano straordinario di controllo del territorio anche per decreto legge”. Come ha detto Maroni, ci sono tante idee e proposte diverse. Tra non molto arriverà il momento della sintesi.

Comune che vai, ronda che trovi. A dieci giorni (l’otto agosto scorso) dall’entrata in vigore del regolamento che da il via alle “associazioni di osservatori volontari” per il controllo del territorio (qui il testo del decreto con le indicazioni sull’abbigliamento), le città si stanno muovendo in ordine sparso.
C’è chi non le vuole (Napoli: da dove il coro di noi è stato bipartisan: dal sindaco Rosa Russo Iervolino, ad assessori e deputati del Pdl, come Franco Malvano, Marcello Taglialatela e il capo del centrodestra in Regione Francesco D’Ercole), chi si prepara ad arruolare anche senegalesi (Sanremo), chi ipotizza corsi di formazione svolti dalla polizia locale (Milano), chi attacca manifesti sui muri per cercare adesioni (Cercola, nel napoletano), chi pensa di vietarle di notte (Roma).
Insomma, sul nuovo strumento fortemente voluto dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni, le posizioni sono estremamente variegate.
Situazione particolare a Genova. Dove (super)Marta Vincenzi, primo cittadino, ha dovuto ribadire “il no alle ronde”, visto che nel Pd infuriava la polemica per quella che l’europarlamentare Debora Serracchiani e il deputato Gianclaudio Bressa definivano - dopo un’intervista al Giornale - “l’apertura alle ronde da parte del sindaco di Genova”. Ma Vincenzi obietta: “Ho detto e ripeto che nella mia città non esiste la parola ronda. Sono invece soddisfatta che, anche per iniziativa del Capo dello Stato, il decreto attuativo dello schema Maroni sia stato modificato sul modello genovese che contempla la sicurezza partecipata”. Che nelle vie, davanti alle scuole e nei parchi di Genova si concretizza con i “tutor d’area” (evoluzione del nonno vigile) e da settembre con le guardie ecologiche. Questa la situazione in alcune città: ecco la MAPPA:
Visualizza Sicurezza: comune che vai, ronda che trovi in una mappa di dimensioni maggiori
Sempre sotto la Lanterna, c’è anche chi la butta in burla. Da qualche giorno uno dei video più visti su YouTube è “Il tango della ronda”, parodia sferzante delle “ronde leghiste”. Il testo, in italiano con qualche indulgenza allo zeneize, il dialetto genovese, è ironico ed è cantato sulla falsariga del ben più romantico “Tango delle capinere”, polpettone musicale degli anni ‘30.
Il dibattito sulla sicurezza e sui volontari che dovrebbero pattugliare le strade contro la criminalità è caldissimo e lo sberleffo non poteva mancare. E allora: “A mezzanotte va/la ronda della Lega/alla comunità/importa ormai una s… Con quella presunzion di utilità sociale m’ han rotto gia i c…, mi girano le b…“.
Non è difficile riempire i puntini delle strofe di questa canzonicina, realizzata dal cantautore genovese Carlo Besana, che ha fatto il giro della Rete ed è stata ripresa da decine di blog. Il video è girato nei carrugi di notte e ha per protagonisti tre ragazzotti (teste rasate e braghe larghe, pettorina arancio, stile gomma bucata in autostrada) che vagano per le stradine vuote con fare minaccioso. Il gesto che regala loro la prima signora di colore che incontrano non ha bisogno di traduzioni, essendo universalmente noto.
“Il rondarolo fiero/scende tra i vicoli la sera/lo sguardo nobile ed altero/vorrebbe ‘na camicia nera/Quel fior di filibusta/ha una sua idea di libertà/ma non la conta giusta/agli altri vuol sottrarla già“, recita la seconda strofa. La clip, interpretata dallo stesso Besana e da un coro di signori genovesi del quartiere popolare del Cep, sta entrando nella top ten dei video italiani più cliccati su YouTube e anche tra quelli più linkati: molte le associazioni che rimandano al “Tango”. Tra queste, quella che fa capo alla Comunità del Porto di don Gallo e il sito di Beppe Grillo.
La sfida alle ronde leghiste e a chi le ha pensate è lanciata. Spiega infatti la didascalia al video: “per evitare incomprensioni e dubbi precisiamo che il bersaglio del video non sono le ronde realizzate a Genova dagli Alpini o in altre città da corpi dell’esercito (altra faccenda, specificano, quindi “altre considerazioni”) ma delle ronde di cittadini, ‘accreditati’ come cittadini attivi, istituite di recente e propagandate a gran voce dal Governo in carica e dal ministro Maroni“. Quanto si farà attendere la risposta leghista?
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Dal G8 di Genova a quello dell’Aquila sono trascorsi 8 anni (il 20 luglio è l’anniversario di quello in Liguria), ma per no global e forze dell’ordine sembrano trascorsi decenni.
I primi, colpiti da indagini e arresti, numericamente non sono più quella marea nera che incendiò Genova (nonostante gli episodi di guerriglia di questi giorni e in attesa della manifestazione nazionale anti G8 dell’Aquila del 10 luglio); le seconde hanno imparato a rispondere in modo chirurgico dopo gli errori e le violenze del passato (vedere il riquadro a pagina 26). Panorama ha ricostruito la nuova mappa degli antagonisti.
Cattivi maestri
A Genova la guerriglia era guidata dagli anarcoinsurrezionalisti del Nord Europa, i black bloc originali. A Roma, Vicenza e Torino, per citare alcuni degli ultimi scontri, gli stranieri erano meno e male organizzati (sono stati fermati, tra gli altri, spagnoli, svedesi, francesi, argentini e polacchi). Dalle piazze sono sparite eterodiretti da vecchi arnesi dell’Autonomia.
Il confronto fra i Black bloc a Genova nel 2001 e i manifestanti di Torino. pure le tifoserie, anch’esse protagoniste negli scontri del 2001 e da due anni sempre meno impegnate politicamente. Adesso il testimone della protesta violenta è passato agli studenti universitari dell’Onda, eterodiretti da vecchie conoscenze dell’Autonomia e della disobbedienza veneta. Nella capitale Panorama, il 7 luglio, ha ascoltato l’arringa nell’Università La Sapienza di Paolo, capelli brizzolati, 45 anni, leader dei Blocchi precari metropolitani (i Bpm, presenti anche a Vicenza negli scontri): annunciava violazioni di zone rosse, in un clima già surriscaldato (davanti al rettorato ragazzi di due diversi centri sociali sono venuti alle mani). Gli studenti romani sono stati blanditi, dopo il fermo di 36 di loro e 10 arresti, anche dai rappresentanti dei Sindacati di base, decisamente agée per la platea.
A Vicenza e Torino a guidare gli studenti sono stati invece personaggi come Max Gallob, 36 anni, uno dei leader dei Disobbedienti del Nord-Est, arrestato lunedì 6 per gli incidenti del maggio torinese. Gli attivisti più radicali (anarchici e marxisti) sono 150 a Milano, altrettanti a Torino, un centinaio a Roma e nel Nord-Est, da Vicenza a Trieste, 50 a Genova.
Guerra telegenica
Nel capoluogo ligure il numero dei violenti che parteciparono agli scontri era di gran lunga superiore a quello dei giovani che scendono in piazza oggi. Un rapporto di 1 a 10 (circa 3 mila a Genova, non più di 300 a Torino). Allora i black bloc fecero impazzire le forze dell’ordine con attacchi mordi e fuggi e le tute bianche di Luca Casarini provarono a sfondare la zona rossa con caschi, scudi di plexiglas e protezioni. Oggi bianchi e neri (forse per esigenze numeriche) non sono distinguibili nei cortei, anche perché i veri black bloc stanno disertando le piazze. I Disobbedienti (o No logo), invece, non abdicano e insieme con gli studenti dell’Onda hanno sviluppato con tocco scenografico il loro wargame, come hanno dimostrato a Torino e Vicenza: gli scudi hanno immagini di Barack Obama, gli striscioni sono stati rinforzati e dotati di feritoie all’altezza degli occhi. Cercano il confronto con le divise (oltre alle telecamere) e studiano fino a dove possono spingersi. Le armi sono fumogeni ed estintori, ma le forze di polizia hanno sequestrato anche centinaia di biglie di metallo (per le fionde), mazzette, pietre e bottiglie. Le tute bianche sono state sostituite da giacche a vento nere in serie (deve esserci un merchandising anche per quelle).
Negli zaini maschere antigas, limoni, acqua e un farmaco per lenire il fastidio causato dai lacrimogeni. Rispetto al passato sono sempre più numerose le ragazze impegnate in prima linea. Per esempio Cecilia, la ventitreenne arrestata per gli scontri di Torino e fotografata mentre assalta senza timore la polizia.
Rivoluzionario di professione
I giovani antagonisti al posto della generica lotta alla globalizzazione oggi preferiscono concentrarsi su battaglie più concrete: la scuola, la repressione e le carceri, l’antifascismo, gli immigrati e il pacchetto sicurezza. Fioriscono le campagne sociali sul territorio (contro l’alta velocità o la base militare di Vicenza). A Milano sta fermentando la protesta contro l’Expo e la “cementificazione “. Le azioni diffuse (magari contemporaneamente in più città) hanno sostituito le manifestazioni oceaniche. L’ideologia prevalente di chi scende in piazza è quella legata all’autonomia di classe e alla “disobbedienza” e al rispetto delle sole regole condivise. Idee che animano il movimento studentesco dell’Onda e i Cua (Collettivi universitari autonomi).
I luoghi di ritrovo sono facoltà e centri sociali come l’Askatasuna nel capoluogo piemontese, il Crash di Bologna, il Pedro di Padova, il Vittoria di Milano, l’Insurgencia di Napoli, l’Esc, l’Horus e l’Acrobax di Roma, i centri della riviera adriatica. Questo arcipelago ha trasformato la disobbedienza e la lotta in un marchio, come dimostra lo Sherwood festival, kermesse padovana dove suonano gruppi di richiamo come i Subsonica o gli Afterhours (che si sono esibiti a Sanremo) e gli stand da festa dell’Unità sono stati sostituiti dalle insegne “lounge bar” con luci soffuse. Sugli scaffali si trova in vendita persino “il caffè del rebelde”, che trasforma in affare i legami con il Chiapas messicano. Intorno ai centri sociali del Nord-Est sono cresciute realtà cooperative come Città invisibile o Caracol. Presidente di quest’ultimo è uno dei fondatori del Pedro.
Molti dei centri sociali in auge nel 2001 si sono trasformati in “concertifici”, dall’Officina 99 di Napoli al Leoncavallo di Milano. Però non tutte le realtà sono sedotte dal business. Alcune prediligono la militanza dura, come il Gramigna di Padova, la Fucina o la Panetteria Okkupata di Milano. Diversi estremisti del Partito comunista politico militare (la sigla eversiva attiva sull’asse Torino-Milano-Padova) condannati a giugno per terrorismo cercavano di fare proselitismo in questi centri. A Roma la situazione è più compartimentata: l’eversione è meno movimentista e preferisce operare nell’ombra, in stile vecchie br. Come ha confermato l’arresto di giugno del presunto terrorista Luigi Fallico insieme con altri quattro. Insomma, disarticolato il Pcpm, per gli esperti non c’è un rischio serio di saldatura tra piazza e lotta armata.
Anarcoinsurrezionalisti
I grandi assenti nelle ultime proteste di piazza sono stati gli anarcoinsurrezionalisti.
Dal 2001 i loro rapporti con la galassia marxista-leninista sono peggiorati e a Bologna i due gruppi si sono scambiati persino raid squadristici. Inoltre le tute nere doc sono state colpite da arresti e denunce in tutta Italia, anche se la struttura informale e fluida dell’organizzazione ha scongiurato le retate (riuscita solo nel caso delle Cellule di offensiva rivoluzionaria pisane). Per questo si sono quasi inabissati e la loro area resta la più imperscrutabile. Ora gli investigatori per il G8 temono nuove campagne (legate soprattutto ai temi della sicurezza, dalle ronde ai centri di permanenza) e l’invio di pacchi bomba come a Genova. Ultimi veri attentati riconducibili agli anarcoinsurrezionalisti sono i tre ordigni esplosi a Torino nel marzo 2007. Da tempo sono sotto osservazione alcuni centri di documentazione, in particolare nelle loro capitali, Bologna (Fuoriluogo) e Torino (Porfido).
In Lombardia la situazione è in movimento, visto che sta crescendo una nuova rete intorno a Radio Cane e alla rivista Nonostante Milano. Se Roma è una realtà meno organizzata, attrae anarchici di altre città, da Viterbo a Lecce, a Teramo. A Genova l’Inmensa (intorno a cui si raccolse la protesta più dura del G8) ha chiuso ed è stato soppiantata da un paio di centri di documentazione: il Gagarin (ex Borgo rosso: uno degli animatori è stato arrestato recentemente con l’accusa di terrorismo), d’impronta marxista-leninista, e il Doppio fondo, di matrice anarchica. Neppure i genovesi sembravano intenzionati a trasferirsi in massa all’Aquila per il 10 luglio. Preferiscono agire in città, perché dal 2001 sono passati 8 anni ma sembra un secolo.
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“Today is the day”. Oggi è il giorno. Il gran giorno come vanno ripetendo i tifosi del Manchester United per le strade di Roma, già dalle prime ore dell’alba. Sono trentamila, arrivati nella capitale da un paio di giorni. In concomitanza con il loro sbarco, la città è stata virtualmente divisa in due aree per evitare contatti con la tifoseria balugrana del Barcellona. Già dalle prime ore della mattina pattuglie miste di poliziotti italiani, inglesi e spagnoli girano in città per garantire la sicurezza. Dovrebbe (e il condizionale è d’obbligo) essere una festa analcolica considerato il divieto, scattato ieri pomeriggio alle 17, di vendere alcolici e superalcolici. Inoltre dalle 23 è proibita anche la somministrazione. Le norme anti alcol, in vigore fino alle 6 di domani, riguardano i locali del centro storico e a ridosso dello stadio. Scattate anche le limitazioni alla circolazione e alla sosta delle auto: off limits parte del centro e la zona Prati-Della Vittoria e tutte le aree a ridosso dello Stadio Olimpico.
Condizionale d’obbligo sull’alcol: i supportes fin da ieri pomeriggio hanno fatto il pieno di birra e alcolici. “No problem” ci dicono dei tifosi incontrati vicino San Pietro. Tutti hanno fatto le scorte nei supermercati della città. Ma nessuno di loro vorrebbe creare disordini.
Eppure un tifoso è stato accoltellato, in via Vitelleschi, nei pressi di Piazza Risorgimento, olpito con tre fendenti alla coscia e con una bottigliata alla nuca (non è in condizioni gravi ed è stato medicato al pronto soccorso del Santo Spirito) . Eppure un altro uomo è stato accoltellato sul Lungomare di Ostia davanti ad un pub: turista americano, è stato scambiato per un tifoso inglese e aggredito da quattro giovani italiani che gli hanno sferrato 7-8 coltellate ferendolo alle gambe: 15 giorni di prognosi all’ospedale Grassi.
Eppure nella tarda serata due supportes dei Reds, completamente ubriachi, sono stati arrestati in un pub a Campo dè Fiori. Avevano il biglietto nominativo in mano perchè senza stasera, senza di quello, non si entra.
E se qualcuno volesse acquistarlo all’ultimo momento? Nessun problema, i bagarini davanti lo Stadio Olimpico sono attivi già da stanotte.
Chiediamo quanto costa un biglietto: “2 mila euro per la tribuna Monte Mario, 1.500 per gli altri settori” ci dice una bagarino dal marcato accento napoletano che ha avuto una settantina di richieste da clienti molto vip, ma che “riuscirà a esaudire poche richieste, una decina al massimo”. Per la finale del 1996, quella che vide il trionfo della Juventus ai calci di rigore contro l’Ajax, per un biglietto di distinti (costo ufficiale 80 mila lire), si arrivava a pagare al massimo 300 mila lire. “Altri tempi”, dice il bagarino.
Più tranquilli i tifosi del Barcellona. Sono in ventimila, sbarcati quasi tutti all’aeroporto di Ciampino. Stamattina si sono dati appuntamento tra piazzale Clodio e piazza Risorgimento, nel cuore del quartiere Prati. Una visita a San Pietro (”Per pregare e per sperare per stasera” dicono alcuni), una colazione con i cornetti romani e il cappuccino e poi tutti all’Olimpico. Qualcuno di loro ha dormito per strada con coperte e sacchi a pelo. Non tutti hanno il biglietto, ma sanno dove andare a vedere la partita (”da amici che fanno l’Erasmus e poi, comunque vada, sangria per tutti alla fine della partita”). Sciarpe, maglie, colori.

Barcellona - Manchester United è già cominciata per le strade di Roma. Perchè questa, parafrasando lo slogan del club catalano, è “Mes que un partit”, è più che una partita.
Già, è la finale dei sogni. E, si spera, non degli incubi.
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Il leader della rivolta è uno studente con un volto duro e affilato che sembra uscito dai fumetti di Andrea Pazienza. La serata è fresca, i “compagni” elettrizzati: il giorno successivo è previsto a Torino il corteo contro il cosiddetto G8 dell’università. Ma gli intendimenti sono più alti: “Il sistema è malsano, lottiamo contro la Tav, per la Palestina, a favore dei migranti”. E soprattutto “contro i fascisti”. Ne incontrate tanti? “La nostra università è piena”. Lampo di rabbia. “Non siamo violenti” spiega il giovane, già condannato per aggressione alle forze dell’ordine, “ma, se la polizia ci provoca, di certo reagiamo”. Come sarebbe finita sembrava già scritto. L’epilogo di guerriglia urbana era già palpabile dopo i primi passi del corteo.
Alla manifestazione dell’Onda anomala il colore che si nota di più è un mesto nero. Pochi passi e dal gruppone si sfilano gruppetti di ragazzi con il volto coperto: imbrattano, una dopo l’altra, le colonne color crema dei portici con simboli e scritte anarchiche. Qualche centinaio di metri dopo qualcuno comincia a riempirsi le tasche di cubetti di porfido.
I contenuti sembrano fiacchi. Negli slogan i riferimenti all’università sembrano accessori. Ben più partecipati sono gli insulti a poliziotti e governanti. L’Onda pacifica e propositiva, quella che in autunno aveva scosso gli atenei, a Torino non emerge. Nascosta dietro le nostalgie ideologiche e i metodi della parte “dura e pura” del movimento.
A sassaiola finita gli organizzatori torinesi che si ritrovano davanti all’università sembrano paghi. Quasi in tempo reale il loro blog ufficiale riferisce trionfante il successo di una manifestazione con 24 agenti feriti e due studenti arrestati: “L’Onda perfetta”. Una marcia “determinata e convinta, che ha raggiunto la sede del summit, senza dimenticarsi di colpire i simboli della crisi (banche e agenzie del lavoro), per tentare di sfondare il muro di un esercito frapposto tra i propri bisogni e le autorità di un’università che di sostenibile non ha assolutamente nulla”.
Dietro questa perfezione c’era il Cua, il collettivo universitario autonomo che anima l’Onda anomala torinese. Sono stati loro le menti dei tre giorni di dissenso. Una cinquantina di studenti, centinaia di simpatizzanti, benvoluti da estrema sinistra e parte del mondo accademico, un apparentamento con il centro sociale Askatasuna. Il Cua non partecipa alle elezioni studentesche “perché sostiene una pratica politica dal basso e autorganizzata” al motto di “autonomia, sapere e conflitto”.
Comincia a farsi conoscere nel maggio 2007. Si scatena durante un volantinaggio del Fuan, cercando di impedirlo; fumogeni, bacheche rovesciate e lanci di uova. Davanti alla polizia gli autonomi reagiscono. Tre di loro vengono arrestati per violenza, resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. Chiede la loro scarcerazione una decina di docenti torinesi, tra cui Gianni Vattimo, candidato alle europee con l’Italia dei valori. Lo scorso febbraio i giovani vengono condannati a 11 e 12 mesi.
Oltre ai “fascisti”, un altro nemico oggetto di plateali dimostrazioni è Israele. Il collettivo, un anno fa, tentò di boicottare la Fiera del libro di Torino, che l’aveva invitato come paese ospite. Nel 2005 aveva contestato una docente ebrea, rea di aver chiamato per una lezione di economia il diplomatico israeliano Elazar Cohen.
Nel marzo 2009 si fanno notare per altri scontri con la polizia. Nell’atrio dell’ateneo alcuni militanti di Azione universitaria cercano di allestire un banchetto di firme per le elezioni studentesche. Gli autonomi si oppongono. Intervengono gli agenti. Qualcuno lancia una bomba carta (”macché: era un petardone” minimizzano): tre agenti della Digos restano feriti. Un militante di Askatasuna viene arrestato.
Più goliardici sono stati una decina di giorni fa, quando hanno “sequestrato” il rettore, Ezio Pelizzetti, dopo aver bloccato il suo ufficio. Al magnifico viene imputata la decisione di chiudere l’università per il timore di disordini, “adducendo fantasmagorici allarmi sicurezza e motivi di ordine pubblico” recita un comunicato firmato dall’Onda anomala di Torino. Qualche ora dopo agli studenti è stato concesso l’uso della palazzina Aldo Moro, accanto alla sede centrale dell’università.
“Purtroppo c’è una solidarietà accademica nei loro confronti pericolosa e poco costruttiva: in pratica possono fare quello che vogliono” lamenta Augusta Montaruli, 25 anni, laureanda in giurisprudenza, reponsabile di Azione universitaria a Torino. È chiamata “fascista”, è la più detestata dagli autonomi. Sospira: “Hanno bisogno di avere un nemico. Li esalta lo scontro, il conflitto. Si sentono eroi”.
Vattimo, camicia azzurra e cravatta rossa, appare per un fugace saluto poco prima della partenza del corteo. “A me sembrano solo bravi ragazzi che reagiscono alle provocazioni. Ora quest’altra intollerabile trovata del G8 dei rettori. La tensione sociale cresce pericolosamente. Io piuttosto sono stupito dalla mansuetudine di questi studenti”. Poco distante un dirigente della polizia compendia: “Fra di loro ci sono i dialoganti e i facinorosi. Ma vanno di certo tenuti d’occhio”.
Alla fine del corteo, soddisfatta e dialogante sembra Dana Lauriola, del Cua, 27 anni, che fa un po’ da portavoce dell’Onda anomala torinese, capelli rossi e piercing al labbro. Lamenta il taglio di fondi e l’ingresso dei privati nell’università, la crisi globale, la precarietà e la violenza delle istituzioni: “Abbiamo lanciato il segnale che il movimento non è morto. Oggi migliaia di persone lo hanno dimostrato. Torneremo a farci sentire. Sarà un autunno di lotta in tutti gli atenei italiani”.
Appagato dagli esiti di questo controsummit è pure Simone Rubino, anch’egli del Cua, studente di scienze a Torino: “Abbiamo fatto tutto quello che ci eravamo prefissi, i blocchi stradali, i cortei, la contestazione ai rettori per impedire loro di entrare nella Mole Antonelliana. E anche con le forze dell’ordine abbiamo manifestato il nostro dissenso”. Cioè? “La polizia doveva capire che non abbiamo paura di loro. Del resto il concetto di violenza in senso stretto è superato: la vera violenza è del capitalismo, che ha prodotto devastazione e illibertà”. Sintetizza dunque il manifesto: “Siamo un movimento studentesco, non studentista. Abbiamo interessi vasti”.
Rubino fa parte di Askatasuna. Il centro sociale occupa una bella palazzina di tre piani color mattone a qualche centinaio di metri dall’università. Molto attivi, raccolgono un certo consenso tra studenti e gente del quartiere. Organizzano affollati concerti, qualche cena popolare e corsi di pugilato nella palestra Antifa boxe, nata per contrastare i picchiatori fascisti.
Qualche logo Antifa boxe si vede anche durante il corteo. Un ragazzo, che indossa una felpa della palestra, ha un fazzoletto bianco davanti alla bocca. Con occhi torvi dice che parlare di università non gli interessa affatto.
(ha collaborato Francesca Bacinotti)
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Milanese, 34 anni, di bell’aspetto. Abbastanza conosciuto dal pubblico televisivo per i suoi sketch comici sulle reti Mediaset e su All Music, con il nick name di “Neuron” ha intrecciato un’amicizia su Facebook con Carla (il nome è di fantasia), ragazzina della stessa città all’epoca 13enne. Amicizia che per Alessio Saro, attore, si è conclusa questa mattina in carcere. L’uomo è stato arrestato nella sua casa di Sesto San Giovanni con l’accusa di atti sessuali con una minore di 14 anni. Rischia fino a dieci anni.
I due si sono conosciuti appunto sul social network più famoso del mondo. Carla ha subito riconosciuto Saro come volto noto della tv e per questo è diventata sua “amica”. Secondo gli inquirenti della Squadra mobile, che hanno condotto le indagini ed eseguito l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Mariolina Panasiti su richiesta del pm Ada Mazzarelli, l’attore ha usato proprio la su popolarità per sedurre la giovane. Ha infatti partecipato alla trasmissione Intralci su All Music ed è conosciuto anche con il soprannome di Billy Ballo, il personaggio di alcuni videoclip trasmessi da Mai dire martedì e ripresi dal web.
La foto del profilo su Facebook di Alessio Saro
Saro ha convinto Carla a passare la notte tra il 6 e il 7 aprile scorsi a casa sua e in quell’occasione ha avuto con lei un rapporto sessuale completo. La 13enne ha ottenuto il permesso di dormire fuori, raccontando alla madre che andava a una festa e che sarebbe rimasta da un’amica. Ma qualche giorno dopo, quando l’uomo è passato a prendere Carla in auto, la madre vedendolo dalla finestra si è insospettita e, dopo aver fatto domande alle amiche della figlia, si è fatta raccontare tutto da lei.
Da qui è partita la querela. La madre di Carla ha anche portato alla polizia le conversazioni tra i due su Facebook, che facevano inequivocabili riferimenti ad atti sessuali. Quando è stato il momento dell’audizione protetta della giovane, Saro l’ha opportunamente indottrinata al telefono, intercettato dagli inquirenti. E Carla ha ripetuto agli agenti l’esatta versione voluta dall’uomo. Che tra loro c’era stato solo un bacio e che lei gli aveva detto di avere 18 anni. La ragazza ha aggiunto di avere avuto un rapporto sessuale con un amico di 16 anni.

Onda controllata o tsunami? Nel dopo-rivolta di Torino studenti e antagonisti si leccano le ferite on-line. Ma a prevalere nei commenti è l’esaltazione: “L’Onda Perfetta è l’onda migliore, quella da cavalcare che vale una vita per tutti i surfisti” scrivono sul blog Ondanog8 “Quella espressasi questa mattina a Torino è stata l’Onda migliore possibile. Ha dimostrato, a mesi di distanza dalla mobilitazione dell’autunno, di esserci e di essere. Ha respinto l’arroganza del G8 dei rettori, asserragliati al castello del Valentino, tentando di stanarli, provandoci, credendoci, con la determinazione e la partecipazione di chi sa che in ballo c’è il proprio futuro”. Per quasi tutti i siti di riferimento i manifestanti erano di più dei 4mila segnalati dalla Questura, “10.000 studenti da tutta Italia in una marcia veloce, gioiosa ma incazzata, determinata e convinta, che in fretta e furia ha raggiunto la sede del summit, senza dimenticarsi di colpire i simboli della crisi (banche e agenzie del lavoro)” si legge su Uniriot network, il sito che riunisce i vari comitati studenteschi sorti in autunno in tutt’Italia. Su Youtube i video degli scontri di ieri e oggi con la polizia contano già migliaia di visualizzazioni e commenti che vanno secondo i due filoni principali: “sbirri di m..” o “zecche, comunisti di m..”
Su Infoaut.org c’è una cronaca dettagliata della giornata con numerosi file audio e video dei lanci di lacrimogeni e dei tafferugli. Ma l’ultimo aggiornamento è fermo alle 13.40: “I compagni fanno barricate, la polizia cerca nuovamente di caricare ma trova una dura resistenza e si ferma”. Su Indymedia della Lombardia “Jack” fa un bilancio “tecnico” della giornata: “La pratica di piazza è stata ineccepibile e dovrebbe rappresentare un modello per tutti i cortei a venire: un solo camion sonoro in testa per lasciare libero sfogo comunicativo alla seconda metà del corteo e prova di forza finale contro obiettivi politici-simbolici-specifici, che garantisce la dovuta visibilità alla manifestazione (cosa che manca al 99% delle mobilitazioni di migliaia di persone che si risolvono nel nulla)”. Mentre un altro utente (firma anonimo) spiega perché non sono stati rilevati feriti tra i manifestanti: “Meglio non farsi schedare in ospedale. Però poi si parla solo dei feriti cc e ps, feriti da cosa? Intossicazione da lacrimogeno… ma non si dice”.
In particolare nei commenti dei vari forum si risalta l’attenzione dedicata dai media e in contemporanea l’eclissamento dei contenuti della conferenza dei rettori. Cosa di cui i rettori stessi si sono lamentati: “C’è stato un grosso problema di comunicazione. Dobbiamo cambiare il modo di comunicare”: e’ il commento del rettore del Politecnico di Torino, Francesco Profumo che, nel castello del Valentino, ha ospitato l’evento. Anche le organizzazioni studentesche di destra criticano l’atteggiamento dei rettori, ma per l’ospitalità concessa ai manifestanti: “Smarrito nei pressi di Palazzo Nuovo rettore di piccola taglia”, c’è scritto sul volantino distribuito nei pressi dell’università di Torino da Azione universitaria, che protesta contro il rettore Ezio Pelizzetti per la gestione delle tensioni di questi giorni. ”Facilmente identificabile per via del suo collare rosso”, si legge ancora sul volantino, che promette in caso di ritrovamento ”1.200 euro di tasse universitarie in ricompensa”.
Diversi i toni, di rabbia e preoccupazione, da parte della polizia: “E’ arrivato il momento che il Parlamento legiferi norme serie che prevedano, in caso di reazione violenta dei manifestanti e di lesioni agli appartenenti alle forze di polizia, l’arresto obbligatorio con l’obbligo della custodia cautelare in carcere”, chiede Nicola Tanzi, segretario generale del Sap, il sindacato autonomo di polizia, commentando gli scontri in occasione del G8 Università e i numerosi agenti feriti. “Eravamo stati facili profeti” spiega Tanzi “nel prevedere quel che sarebbe successo oggi. La nostra organizzazione sindacale ha difficoltà a spiegare ai colleghi feriti che devono tutelare l’ordine e la sicurezza pubblica senza essere garantiti da norme adeguate e con un riconoscimento economico legato alla specificità della professione di appena 2 euro al mese: questo, infatti, è il risultato delle risorse fino ad oggi stanziate dal governo”.
Mentre sul blog di Natascia La Pratese, dal titolo emblematico “all anarchists are bastard” (tutti gli anarchici sono bastardi), sottotitolo “Dalla parte di polizia e carabinieri contro i delinquenti devastatori di città”, già lo scorso 14 aprile si diceva “attenzione al corteo del 19, per la “saldatura tra gli estremisti stranieri e gli elementi nostrani dell’anarco-insurrezionalismo”.
A parlare di “preoccupante campanello d’allarme”, in vista del prossimo vertice del G8 che si svolgerà a L’Aquila tra poco più di un mese, è in una nota il Consap, una delle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative tra il personale della polizia. I responsabili romani, Giulio Incoronato e Francesco Paolo Russo, esprimono “solidarietà ai colleghi contusi ricordando che il bilancio di ieri, contava ventiquattro feriti fra le forze dell’ordine - 22 poliziotti e due carabinieri - due manifestanti arrestati, un terzo indagato, molte auto danneggiate, vetrine di negozi infranti”. Insomma “quanto avvenuto riporta ad un passato, a scene di violenza che si pensavano fossero superate. Ora il governo deve prenderne atto”.
E infatti, dal canto suo, il governo parla di scontri premeditati, organizzati da frange estremiste che non fanno parte del movimento studentesco. “La maggior parte di coloro che hanno commesso atti di violenza al G8 sull’Università a Torino, come ha sottolineato anche il ministro dell’Interno Roberto Maroni non era composta da studenti” ha detto il ministro Gelmini. “Mi dispiace constatare che il G8 sull’Università, dove dovevano emergere all’esterno i molti contenuti di cui si è parlato, si sia tradotto in una visibilità solo per chi ha commesso atti di violenza, opera per la maggiorparte non di studenti” continua la Gelmini “mi rammarico per quanto è accaduto: probabilmente, la definizione di G8 ha da sola determinato un raggruppamento di persone, che con l’Università non hanno niente a che fare”.
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