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Il leader Udc Pierferdinando Casini alla Camera
Alle elezioni regionali qui, alle amministrative là . Parafrasando Patty Pravo: l’Udc ama la libertà . Se alla Regione Lazio Pier Ferdinando Casini sostiene Renata Polverini, al Comune di Albano Laziale si allea con il Pd. Se alla Provincia dell’Aquila sosterrà Stefania Pezzopane, presidente uscente di centrosinistra, al Comune di Chieti già sta con il centrodestra. Continua

E adesso rifacciamo la conta. Aggiorniamo la lista dei runners in gara per la poltrona di leader del Pd, il prossimo 25 ottobre. (Qui la GALLERY dei candidati alla leadership del Pd).
Ci sono: il segretario uscente (Dario Franceschini), che in realtà di uscire dall’ufficio del capo in via Sant’Andrea delle Fratte non ha nessuna intenzione; “l’unionista” (nel senso che aspira a ridare senso e forma alle “vecchie” alleanze della stagione di Prodi) Pierluigi Bersani che attacca da sinistra; il terzo uomo Ignazio Marino: laico, chiururgo di fama, che attacca da sopra: “Ci vuole il mio bisturi per questo partito malato” ha detto a Panorama; l’outsider Amerigo Rutigliano, l’unico dei “non-big” ad avercela fatta (visto che Renato Nicolini, il “padre” dell’Estate romana che aveva annunciato la sua candidatura “creativa” non si è presentato con le firme, a Beppe Grillo hanno impedito la corsa, mentre Mario Adinolfi, il candidato blogger under 40 ha annunciato la sua rinuncia e il sostegno alla candidatura di Franceschini): ha presentato 1542 firme con le quali chiede di non “lasciar spazio ai gattopardi, pronti a cambiare qualcosa perché nulla cambi” (il sessantenne romano aveva già cercato di correre per la segreteria del Pd, quando le primarie furono fatte per l’incoronazione di Walter Veltroni, ma consegnò le firme in ritardo) .
Ce n’è abbastanza, no? (Anche perché intorno ai quattro è un fiorire di appoggi, alleanze, sgambetti, ultimatum, dichiarazioni, conteggi di tessere, endorsement, ecc…). E allora proviamo a immaginare che gara sarebbe stata se si fosse presentato anche Fausto Bertinotti.
Sì, proprio lui, l’ex Subcomandante, che dopo la pesante sconfitta alle politiche del 2008, si è ritirato a fare “l’iscritto semplice” (l’ultima sua immagine è quella, quasi in lacrime, in cui dice addio agli incarichi di direzione politica: “La mia vicenda di direzione politica termina qui, purtroppo con una sconfitta […] Lascio ruoli di direzione, farò il militante. Un atto di onestà intellettuale impone di riconoscere questa sconfitta come netta, dalle proporzioni impreviste che la rendono anche più ampia”), ritagliandosi poi un ruolo di “nume tutelare” della sinistra e seguendo da vicino (cioè appoggiando) la scissione dei vendoliani dal Prc di Paolo Ferrero.
Che da quelle parti, a sinistra, qualcuno sognasse di tornare in campo, mettendo magari in piedi “un’Opa” sui Democrats, l’aveva fatto sapere Piero Sansonetti (ex direttore di Liberazione e attuale direttore-fondatore dell’Altro, il quotidiano di Sinistra e Libertà ) dalle colonne de Il Foglio: “Nichi Vendola segretario del Pd. Tutti dicono che ci vuole una novità , allora mi sono detto: non può mica essere Debora Serracchiani la novità . No?”.
Un sogno, un’illusione, una tentazione, una provocazione? Certo.
“Se fossi iscritto al Pd mi candiderei a segretario“, ha risposto l’ex Subcomandante Fausto,
dal palco di Cortina InConTra, alla domanda su chi voterebbe come segretario del Partito democratico. Ma: “Il punto” ha precisato “è avere una piattaforma politica”.
Fausto parlava per ipotesi, con il condizionale d’obbligo. Mica come quella volta (era il 2005) quando sfidò Romano Prodi alle primarie per il candidato premier dell’Unione e arrivò secondo dietro al Professore ma davanti a Mastella e Di Pietro.
Un’ipotesi, quella di Bertinotti, che nasce dall’analisi della non praticabilità di un’altra ipotesi: che far vivere due sinistre, una radicale e una di centrosinistra, che competono e collaborano, è morta: “Il tentativo di costruire una sinistra radicale, antagonista, che fosse erede del ‘900, è fallita, la mia generazione ha fallito, ha perso, io ho perso”. E la disfatta è sotto gli occhi di tutti: “lo dicono le elezioni europee. La sconfitta è drammatica, la destra vince sia quando è al governo che quando è all’opposizione. Una volta si vinceva accumulando consenso dall’opposizione, ora non è successo nemmeno questo, non solo con Berlusconi ma anche con Sarkozy”. Eppure la crisi della sinistra, tuttavia, non è mondiale perché “governa in Sud America e in alcuni Paesi dell’Asia. La crisi è europea, di una sinistra che deriva dal movimento operaio. Se qualcuno pensa che ha perso per colpa degli altri si illude, in Europa dobbiamo costruire una nuova sinistra”.
Partendo dal progetto di prendere la tessera del Pd, puntare alla sua guida e spostarne la barra a sinistra? Forse, un giorno, magari…
Per ora, Bertinotti si limita a punzecchiare gli alleati di un tempo: “Alla stessa stregua di noi ha perso il centrosinistra, dal Pd all’Spd, dai socialisti francesi al Labour party fino al Psoe. Fintanto che non ammettete che avete perso anche voi non andiamo da nessuna parte”.
Dario Franceshini, sul palco, a fianco dell’ex presidente della Camera, prende nota: vero che per la direzione nazionale del Pd è scaduto il tempo per presentare iscrizioni e candidature, ma nel segretario la strana ipotesi bertinottiana ha lasciato il segno: “Oggi la partecipazione alla vita di un partito non passa esclusivamente attraverso l’iscrizione”…
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di Stefano Brusadelli
Ironia della sorte (e della politica): sempre sprezzanti verso il primato del dio denaro, le forze italiane della sinistra radicale rischiano di chiudere bottega non perché mancano gli elettori (che peraltro negli ultimi tempi si sono ristretti), ma perché mancano i soldi. “La situazione” confessa a Panorama il tesoriere di Rifondazione, Sergio Boccadutri, “è drammatica. I soldi incassati alle elezioni del 2008 li abbiamo già tutti spesi per le europee. Dalle quali però, disgraziatamente, non ci arriveranno rimborsi”. E se il partito di Paolo Ferrero è alla canna del gas, sono preoccupanti anche le condizioni degli altri “nanetti” accampati alla sinistra del Pd, ossia i comunisti italiani di Oliviero Diliberto, Sinistra e libertà di Nichi Vendola, i Verdi di Grazia Francescato, i socialisti di Riccardo Nencini. L’incubo, per tutti, è rimanere senza più un soldo già nel 2010.
Per capire la situazione occorre ripassare il machiavello del finanziamento dei partiti (qui la Legge 3 giugno 1999, n. 157, qui le nuove norme per il finanziamento dei partiti europei). Che in verità sarebbe stato abolito da un referendum nel 1993, e che invece venne resuscitato 8 mesi dopo travestito da “rimborso “; con inganno anche lessicale, perché l’erogazione avviene senza bisogno di documentare le spese e dunque di finanziamento si tratta e non di rimborso. Le (ricche) torte a disposizione sono quattro: elezione della Camera, del Senato, elezioni europee e regionali. Per accedere alla spartizione delle prime due basta raggiungere l’1 per cento. Per la torta europea l’asticella è più in alto, sta al 4 per cento.
Ogni torta vale all’incirca 250 milioni di euro, e le fette, distribuite in rate annuali, sono proporzionali ai voti conseguiti. Va aggiunto che, grazie alla generosità che i partiti dimostrano sempre verso se stessi, i rimborsi per Camera e Senato vengono erogati per 5 anni anche nel caso la legislatura (come accadde a quella scorsa) duri di meno.
Il guaio per la sinistra radicale è che ormai colleziona un flop elettorale dietro l’altro. Alle politiche del 2008, tutti intruppati nella Sinistra arcobaleno, Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi e Sinistra democratica (un gruppo di scissionisti ds guidato da Fabio Mussi) hanno raccolto un misero 3 per cento. Non sono quindi riusciti a eleggere né deputati né senatori (il che ha la sua importanza perché le trattenute sugli stipendi degli eletti sono un’importante voce di entrata), ma hanno almeno incassato i rimborsi; i quali però, divisi in quattro parti, si sono rivelati una miseria. Speravano di rifarsi alle europee succhiando voti al Pd e si erano baldanzosamente divisi in due squadre, ciascuna convinta di superare lo sbarramento del 4 per cento.
È andata male di nuovo: la Lista comunista (Prc e Pdci) si è fermata al 3,3 per cento mentre Sinistra e libertà (gli scissionisti del Prc capitanati da Nichi Vendola, Verdi, Socialisti e Sd) al 3,1. Niente eletti e, stavolta, zero finanziamento.
Con le banche che, non vedendo entrate certe per i prossimi anni, cominciano ad alzare i ponti levatoi. Conseguenza: crisi nera e rischio di finire l’ossigeno già l’anno prossimo, quando invece ci sarà da tirare fuori un mucchio di soldi per la campagna regionale. A viale del Policlinico, sede del Prc, girano cifre da brivido. La curva delle entrate è quella di un’azienda in crisi: 21 milioni di euro nel 2007, 15 nel 2008, 9,5 milioni nel 2009, 6,5 nel 2010, per finire a “zero euro” a partire dal 2011. Le uscite (mettendo da parte il buco di Liberazione, il quotidiano ufficiale) non scendono altrettanto velocemente: 13 milioni nel 2008, 10 milioni nel 2009 e altrettanti nel 2010. Quanto a Liberazione, le perdite ammontano, solo per il 2008, a 3 milioni. “Negli ultimi 5 anni ” si dispera Boccadutri “gli abbiamo dato 10 milioni: ora basta!”.
Come si fa ad andare avanti? La risposta è una drastica ristrutturazione, maneggiata con imbarazzo comprensibile da un partito che ha sempre condannato i licenziamenti fatti dagli altri. Per Liberazione è stato decretato il ridimensionamento: contratti di solidarietà per sei-otto giornalisti e cassa integrazione per tutti gli altri, una quarantina compresi i poligrafici. Ci si accontenterà di un giornale ridotto a quattro pagine. Ma saranno i dipendenti della direzione a dover subire i tagli più pesanti: dai 125 in organico, un’enormità , bisognerà scendere a non più di 40.
I lavoratori sono sul piede di guerra e minacciano azioni eclatanti. Il partito ha offerto 7 mila euro di buonuscita più una mensilità per ogni anno di anzianità . Finora nessuno ha accettato.
Dalle parti dei comunisti di Diliberto la situazione è meno allarmante solo perché i dipendenti sono solo una ventina. “Non ci saranno licenziamenti” dice il tesoriere Roberto Soffritti “ma chi va in pensione non verrà sostituito”. Il bilancio 2008 si è chiuso con un disavanzo leggero, “però i problemi arriveranno già dal consuntivo 2009″. Anche qui c’è un macigno, il settimanale La Rinascita della sinistra, con 15 tra giornalisti, grafici e amministrativi.
I vendoliani si salvano (per ora) solo perché molti dei funzionari che hanno fatto lo strappo dal Prc sono in carico ai sindacati, non esiste un giornale e nemmeno una sede. Il tesoriere, Francesco Ferrara, confida in una sottoscrizione tra militanti e simpatizzanti. Problemi seri, invece, in casa dei Verdi, dove oltre alle entrate è in calo anche il numero degli iscritti e il bilancio 2008 si è chiuso con 1 milione di disavanzo. L’amministratore, Marco Lion, annuncia il taglio di un organico già scheletrico: “Abbiamo sei dipendenti e quattro lavoratori a progetto: li dimezzeremo”. Tutti i soci di Sinistra e libertà possono almeno sperare che la vittoria di Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema al congresso Pd riapra le porte o del partito (è il caso di vendoliani e Sd) o almeno porti a una riedizione dell’Unione sotto il cui simbolo superare le future soglie di sbarramento. Ma Rifondazione e Pdci non possono nutrire neppure questa speranza.
(ha collaborato Vasco Pirri)
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“Per risollevare la sinistra ci vorrebbe un Berlusconi”. Parola di Alessandro Amadori, esperto di ricerche di mercato e psicologo della comunicazione. Genovese di nascita e milanese d’adozione, Amadori ha fondato l’istituto Coesis ed è stato per diversi anni sondaggista di Radio Popolare, storica emittente dello zoccolo duro della sinistra lombarda. Il suo ultimo libro: Silvio, tu uccidi una sinistra morta, edito dalla Feltrinelli. Un grido di allarme, forse un requiem.
Com’è che un sondaggista, con simpatie a sinistra come lei, ha decretato la morte della sinistra? Solito autolesionismo o presa d’atto che l’elettrocardiogramma da quella parte è piatto?
Mi fa tenerezza la sinistra italiana: Berlusconi è come se sparasse sulla croce rossa. Per questo mi viene da parteggiare coi più deboli. A parte gli scherzi, non sono un simpatizzante di sinistra, mi limito a fare l’osservatore. È che mi dispiace vedere l’offerta politica di oggi con un solo progetto politico strutturato in campo, ossia il Pdl. Dall’altra parte non si capisce bene che cosa ci sia.
Quando è morta la sinistra italiana?
Si è ammalata nel 1994 in seguito alla crisi della prima repubblica. Poi dal 1996 al 2001 sembrava guarita, ma la malattia è peggiorata negli anni successivi fino alla morte con le elezioni del 2006.
Chi tiene in mano la pistola fumante? L’ha uccisa Veltroni?
È stata una malattia genetica: è mancata l’evoluzione della sinistra. Chi l’ha fatta emergere ed esplodere è stato, suo malgrado, Romano Prodi: durante il suo governo abbiamo assistito all’impossibilità di conciliare posizione diverse e a scarse capacità di comunicare con l’elettorato. Un governo non sintonizzato con le esigenze del paese, più ‘buro-tecnico’ che politico. Chi ha poi indebolito un corpo già debilitato, è stato Walter Veltroni che tuttavia non poteva fare di più, se non accelerare il processo di anoressia elettorale.
Non sarà che a forza di rincorrere Di Pietro quelli del Pd non sanno più cosa sono?
Ma Di Pietro è di sinistra? Secondo me non lo è. Di Pietro è come Lega, anzi è una Lega civica: si tratta di forze che vanno al di là degli schieramenti orizzontali e in particolare l’Italia dei Valori è una reazione fisica e sociale di una parte dell’elettorato moderato, a cui è cara l’applicazione del principio della legalità . Anzi su questo punto, Lega e Di Pietro sono molto vicini.
La sinistra radicale, che si è ulteriormente divisa (alle Europee due tronconi del 3% che le hanno impedito di guadagnare un seggio a Strasburgo), un giorno, forse, si si ricompatterà o è destinata a confluire nel Pd?
La vedo dura. Il Pdl, come è stata la Dc durante la guerra fredda, è condannato a vincere, ma questa volta per una debolezza dell’offerta politica. Per la prima volta c’è un’uniformità a livello nazionale e locale.
Il matrimonio tra ex democristiani e ex comunisti nel Pd è destinato a fallire?
È già fallito: l’Ulivo era sopra il 30%, adesso il Pd è sotto di quattro punti. Sconta lo sradicamento con il territorio. Non c’è stata una sintesi: è un organismo amorfo, anche perché come si è potuto pensare di conciliare Paola Binetti con Franco Grillini. È il fallimento della politica del “ma anche”. Il Pd del futuro deve essere in grado di prendere posizioni nette: dica che vuole trasformare ogni immigrato che arriva sulle nostre coste in cittadino italiano, dica se vuole una società delle opportunità oppure dei diritti.
A proposito di futuro… siamo alla riedizione dello scontro tra Dalemiani, veltroniani. E il Pd sembra Star Trek, ha detto la “nuova” stella del Pd, Debora Serracchiani. Condivide?
È un modo più simpatico per dire le stesse cose del mio libro. Almeno la navicella di Star Trek ha una meta e, pur avendo uno zoo intergalattico, può contare su un comandante che mantiene la rotta. Il Pd ha lo zoo, ma un comandante debole che non ha capito cosa fare.
Quindi il “modello Serracchiani” dovrà soccombere ancora al dirigismo romanocentrico…
La Serracchiani è un fenomeno un po’ dipietrista. Ma il Pd non deve guardare le persone, perché non può contare su un Berlusconi. Deve sviluppare una piattaforma sociale. Poi avrà bisogno di un cavaliere, tenendo presente che un cavaliere può guidare un cavallo, ma non un polipo. E la sinistra oggi è polimorfa.
Come spiega il successo della Lega anche nelle regioni rosse oltre il Po?
La Lega parte da un principio del buon senso e si propone per risolvere problemi che sono comuni dalla Valtellina alle colline toscane e umbre. È una politica del problem - solving: legalità , identità , sviluppo delle risorse legate a un territorio. La Lega sente le cose di cui parla la gente e in queste elezioni è riuscita a rubare voti a sinistra e anche al Pdl, paradossalmente più nella componente ex An che negli ex Forza Italia.
Ma Berlusconi continuerà a vincere…
Continuerà a vincere e lo farà meritatamente. Ha costituito l’unico disegno politico della seconda repubblica, una piattaforma sociale, una classe dirigente e ha dato una visione del Paese.
Kakà , Veronica e Noemi. Ma agli italiani interessa sul serio la vita privata del Cavaliere?
Gli italiani, saggiamente, separano vita privata da quella pubblica. Ogni uomo ha le sue debolezze: Kennedy ne ha fatte di più, ma è stato lo stesso un grande presidente. Lo dice anche il Vangelo: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Buttarla sul personale e non sulla progettualità politica, come ha fatto la sinistra negli ultimi mesi, è sintomo di una malattia.
Il Censis afferma che circa due terzi degli elettori per il voto si sono informati attraverso i Tg e il 30% ha seguito i programmi giornalistici di approfondimento in Tv; il 25% si è affidato alla carta stampata. Internet non sposta nessun voto. Lettura reale quella del centro studi? E il fatto che vinca il modello televisivo dice che l’Italia è un paese arretrato?
Non siamo un paese arretrato, ma siamo meno maturi. Internet funziona in America dove ci sono grandi spazi urbani a molte distanze di chilometri e c’è bisogno della rete virtuale. L’Italia si gira a piedi e, come ha dimostrato la Lega, funziona ancora il porta a porta.
Esiste, è mai esistito o mai esisterà , un Berlusconi di sinistra?
È proprio quello che ci vorrebbe alla sinistra: una forte personalità in grado di sviluppare un unico progetto. Ma, ad oggi, è molto difficile che accada.
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Con oltre il 99% delle sezioni scrutinate in Italia (63.541 su 64.328) e il 68,75% di quelle estere (1.994 su 2.900) si delinea in maniera ormai definitiva il risultato delle elezioni europee del 6 e 7 giugno.
Il Pdl, con il 35,26 % (10.756.623 voti) si conferma il primo partito italiano.
Il Pd, con il 26,1% (7.975.716 voti) è la seconda forza politica del Paese, seguito dalla Lega Nord con il 10,2% (3.124.917 voti).
Le uniche altre due forze politiche che hanno superato lo sbarramento del 4% sono quindi l’Italia dei valori con il 7,99% (2.436.545 voti) e l’Udc con il 6,51% (1.985.528 voti).
In calo l’affluenza, al 65,04% rispetto al 72,88% delle precedenti consultazioni europee.
Ripartizioni in seggi
Stando a queste percentuali, quindi, il Pdl potrebbe contare su 29-30 eurodeputati, il Pd su 22. Ecco la ripartizione dei 72 seggi assegnati all’Italia nella nuova assemblea di Strasburgo, sulla base delle ultime proiezioni effettuate nella notte. Alla Lega Nord andrebbero 8 seggi. Sette quelli assegnati all’Italia dei valori e cinque all’Udc. Alle altre liste, sotto il 4%, nessun eurodeputato.
In Europa vince la diserzione al voto
Sull’Europa che conosce il suo record di diserzione del voto, con meno di un elettore su due alle urne, soffia vento da destra, ma si rivedono anche i Verdi. Nel complesso, guardando ai risultati nei singoli Paesi europei, il Ppe si conferma come gruppo più consistente, mentre segna un netto arretramento il partito socialista con risultati deludenti in Francia, Spagna e Gran Bretagna. Forte, invece, l’affermazione della destra estrema e, a sorpresa, decisa affermazione dei Verdi e delle liste ambientaliste.
Pdl è il primo partito italiano, il Pd perde 6 punti
Il Pdl, che sperava di raggiungere e superare la quota-simbolo del 40%, resta comunque il primo partito italiano. Il risultato non convince appieno il premier Silvio Berlusconi: “Ho dovuto fare tutto da me, come al solito ho tirato la carretta da solo”, si sfoga nel quartier generale del Pdl, come riporta il quotidiano Libero. E rivendica la scelta di candidarsi in prima persona al parlamento di Strasburgo: “Se non fossi sceso in campo io l’affluenza sarebbe stata ancora più bassa. È anche per mio merito che l’Italia si conferma il primo Paese per percentuale di votanti: con il record di elettori e di consensi il mio governo si conferma il più forte d’Europa”. Mentre è più semplice la ricostruzione del portavoce Paolo Bonaiuti: “Il Pdl non supera i livelli che erano stati pronosticati da tutti i sondaggisti, solo perché c’è un forte livello di astensione”.
Di fronte ai circa sei i punti persi dal Pd rispetto alle politiche, Piero Fassino commenta, ai microfoni del Tg5: “Non c’è stato lo ’sfondamento’ del Pdl, e anzi non c’è nemmeno la conferma del voto dell’anno scorso”. Pare che “i dati definiscano” ha poi continuato l’esponente del Pd “un giudizio severo degli elettori nei confronti del governo e di Berlusconi”.
E ora i democratici devono guardarsi dalla cerscita (quasi) raddoppiata (in un solo anno) dell’Idv di Antonio Di Pietro che sfiora l’8%, partendo dal 4,4% dell’aprile 2008. L’euforia è il sentimento che regna in casa dipietrista. Da dove parte anche il monito agli alleati Democrats: “Il Pd ha davanti a sé responsabilità importanti” sottolinea “scegliere con chi fare un’alleanza contro il modello di governo berlusconiano”. L’ex pm non rinuncia a togliersi qualche sassolino dalla scarpa: “Noi non siamo il brutto anatroccolo da usare per le elezioni e poi buttar via. Finora ci hanno mal sopportato ora si devono rendere conto che c’è un partito che punta alla alternativa”.
Fuori da Strasburgo: sinistra, Radicali, Mpa e Storace
La tagliola della quota di sbarramento del 4%, come da molti pronosticato, fa strage dei partiti più piccoli: dopo essere rimasti esclusi dal Parlamento italiano, bissano l’insuccesso a livello europeo sia la lista anticapitalista promossa da Prc e Pdci, sia Sinistra e Libertà , poichè entrambe si fermano a qualche decimale nei dintorni del 3%.
Supera appena il 2% l’Autonomia, ossia l’aleanza tra il Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo, La Destra di Francesco Storace, i Pensionati di Carlo Fatuzzo (europarlamentare uscente) e l’Alleanza di Centro di Francesco Pionati.
Alla Lista Bonino-Pannella non basta il 2,5%. “In condizioni di regime abbiamo raggiunto un risultato stra-or-di-na-rio, uni-co!”, dicono. Ma di fatto i radicali restano fuori dal Parlamento, per la prima volta dal 1979 a oggi.
Affluenza in picchiata, all’Aquila vota uno su 4
I dati europei fermano la percentuale dei votanti al 43,09: un record per l’astensionismo, fenomeno che in Italia inchioda al 66,5% l’affluenza alle urne (nel 2004 era del 72,9%). All’Aquila, dove ad urne aperte c’è stata una nuova scossa di terremoto, ha votato il 27,9%, contro il 73,1 del 2004. In Italia però la percentuale di votanti è stata più alta rispetto a tutti gli altri paesi europei, ha detto il ministro dell’Interno Roberto Maroni, aggiungendo che “le operazioni di voto si sono svolte regolarmente, senza incidenti rilevanti di nessun tipo”.

Al seggio anche Noemi, tra le polemiche
Tra gli episodi e le curiosità il voto a Portici di Noemi Letizia, la ragazza al centro del caso scoppiato per l’amicizia con il premier. È stata polemica sulle procedure: e per la scorta dei vigili e per le porte chiuse per il tempo del voto. Occhiali scuri, capelli sciolti, abito nero elegante, Noemi è arrivata al seggio 62 di Portici a bordo di una Mercedes. I flash sono stati tutti per lei. Che non ha rilasciato nessuna dichiarazione alla stampa.
In provincia di Latina, invece, un’elettrice ha sbagliato a votare, ha chiesto di poter ripetere il voto e di fronte al no del presidente lo ha aggredito. A Potenza e a Tarsia (Cosenza) due elettori sono stati sorpresi a fotografare la scheda col cellulare: il rumore del telefonino li ha traditi e sono stati denunciati.
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di Stefano Brusadelli
“Oggi l’operaio è solo. Non sente più né la sinistra né il sindacato come la sua famiglia, all’interno della quale trovare identità e protezione. In questa nuova solitudine, che poi è diventata la stessa di tutti i cittadini italiani, l’operaio vota secondo la propria utilità . E nell’Italia di oggi, ahimè, capita che voti a destra”.
Fausto Bertinotti è nato in una casa di ringhiera alla periferia di Milano, verso Sesto San Giovanni. Il mondo degli operai è stato il suo liquido amniotico. Mitiche figure di operai come Emilio Pugno, Tino Pace, Pierino Caroli sono stati i suoi maestri. Dentro le fabbriche, da sindacalista, ha speso gran parte della sua vita. Vedere ora certificato da un sondaggio dell’Ipsos che tra gli operai le intenzioni di voto a favore del Pdl doppiano quelle per il Pd è un cruccio che si somma al dolore provocato dal naufragio della sua scommessa di sinistra anticapitalista. La spiegazione che di questo dato clamoroso l’ex presidente della Camera e leader di Rifondazione fornisce a Panorama è un viaggio negli ultimi 15 anni di vita italiana; e anche una disamina spietata degli errori compiuti dalla sinistra e dal sindacato.
Sorpreso di quel 43 per cento di operai che sarebbero pronti a votare per Silvio Berlusconi?
C’erano già i segni premonitori. Nel 1994 vidi un’inchiesta della Fiom di Brescia. Veniva fuori che moltissimi iscritti votavano per la Lega.
Segnale sottovalutato, allora.
Era l’avviso che un ciclo si andava chiudendo, e il primo segnale che stava iniziando la devastazione della sinistra. Perché bisogna sempre tenere presente che il voto degli operai a sinistra non è un dogma.
Affermazione forte, fatta da un leader della sinistra. Sembra un’autoassoluzione.
Ma è una realtà . Negli Usa il voto operaio è tradizionalmente diviso fra repubblicani e conservatori. E non dimentichiamoci il voto delle banlieue francesi che nel 2002 portò Jean-Marie Le Pen al ballottaggio contro Jacques Chirac, eliminando il candidato della sinistra, Lionel Jospin.
In Italia però è stato diverso…
In Italia abbiamo avuto il “trentennio glorioso”. E abbiano scambiato per un dato immodificabile quello che invece era solo un ciclo.
Trentennio glorioso?
Dal dopoguerra alla fine degli anni Novanta si sono verificate in Italia alcune condizioni straordinarie. Anzitutto, il primato dell’antifascismo non esaltava solo la Resistenza. Ponendo la Costituzione al centro di tutto, automaticamente metteva al centro del dibattito politico il tema del lavoro, che è scolpito nel primo comma dell’articolo 1. E di conseguenza assicurava centralità ai partiti di massa e ai sindacati. Poi funzionava una straordinaria rete organizzativa (dai circoli operai alle sezioni, alle parrocchie) che al momento del voto aveva il suo peso. E infine, c’erano l’Urss e il vecchio Pci.
Proprio lei è nostalgico dell’Urss e del Pci?
L’esistenza dell’Urss, a prescindere dal giudizio per me negativo su quel regime, teneva in piedi la sfida planetaria tra capitale e lavoro. E quanto al Pci, il suo scioglimento non ha portato alla nascita di una forza che facesse del lavoro, già sul piano lessicale, la sua ragione d’essere. Dalla crisi del Pci infatti non è nato un partito laburista o socialdemocratico, ma il Pd. Cioè un contenitore indistinto, tenuto insieme solo da una vaga idea di modernità .
Mettiamoci anche il sindacato.
Ci arrivo, certo. Il sindacato italiano era stato un esempio in tutta Europa: confederale, unitario, democratico, capace di straordinarie conquiste come lo Statuto dei lavoratori, il servizio sanitario nazionale, aumenti salariali per tutti.
Il sindacato di oggi ne è l’ombra?
Si è rotta l’unità sindacale, la concertazione ha significato il ridimensionamento del salario e della politica di redistribuzione, e anche la democrazia in fabbrica è finita: si veda l’accordo sulla nuova contrattazione, approvato senza una consultazione nei luoghi di lavoro.
Morale?
Morale: gli operai che sentivano di avere una doppia protezione dal sistema politico e dal sindacato, e che in cambio indirizzavano il voto verso la sinistra, adesso si sentono soli. E seguono la loro pancia, il vento. Subiscono, al pari di tutti, l’offensiva conservatrice che è in atto in tutto l’Occidente.
Sbagliando?
Secondo me sì, ma votano secondo un’utilità presunta che va rispettata. Senza più fiducia nel sindacato e nel partito, nella desertificazione della democrazia, scelgono come interlocutore chi governa, l’unico che a loro parere conti qualcosa.
Non è in fondo una rappresentazione esatta?
Credo che nel voto a Berlusconi ci sia qualcosa di diverso, io ci vedo una venatura populista. Il populismo è figlio della crisi della sinistra. Al conflitto fra destra e sinistra sostituisce un altro conflitto, tra “alto” e “basso”, dove l’alto sono le élite. È un gioco nel quale la destra italiana è maestra: basti pensare a Berlusconi, a Umberto Bossi, ad Antonio Di Pietro.
Vogliamo parlare anche della condizione delle periferie, dove la percezione di insicurezza è diventata acutissima?
Sì, questa è una seria difficoltà per la sinistra, che non può inseguire la destra sulla linea dell’inasprimento delle pene. Ma alle ronde esiste una risposta di segno opposto: è la ricostruzione, anzitutto nelle periferie, di una rete di presidi democratici che sono l’unico antidoto preventivo al disadattamento e alla violenza. Perché la sinistra non lo fa, invece di limitarsi a denunciare gli eccessi del governo?
E se tra i motivi dello spostamento del voto operaio verso il Pdl ci fosse anche la delusione per i governi di Romano Prodi?
Non c’è dubbio: i governi Prodi sono stati fallimentari. La sinistra, non solo in Italia, si era proposta come più capace della destra di sanare i guasti della globalizzazione. Questa promessa è stata tradita: non c’è stata redistribuzione della ricchezza, né delle posizioni sociali. Così la globalizzazione ha aumentato le diseguaglianze e ha prodotto la crisi.
Quanto ha pesato la televisione nel successo di Berlusconi tra gli operai?
Altro capitolo dolente. Mentre la tv commerciale imponeva anche in Rai modelli come il Grande fratello e i concorsi con premi in denaro dove il messaggio è “la mia vittoria coincide con la tua sconfitta”, ossia quanto di più devastante possa esistere per l’idea solidarista, i dirigenti della sinistra pensavano soprattutto a cronometrare i tempi concessi a loro nei vari telegiornali per confrontarli con quelli degli altri. Convinti che la vera questione fosse questa.
I media, effettivamente, hanno dimenticato la questione operaia.
Degli operai, sui media, si parla solo se accadono incidenti mortali sui luoghi di lavoro o se ci sono scontri all’interno del sindacato, come è successo con Gianni Rinaldini a Torino. Ma non nota come dallo stesso lessico del Pd sia ormai sparita una parola come padrone, una parola fondamentale per la cultura operaia?
Alla sinistra, e al centrosinistra, concede davvero poco…
Quell’inchiesta della Fiom di Brescia ha segnato l’inizio di un quindicennio devastante per la sinistra italiana. Dall’avere due sinistre non ne abbiamo più nemmeno una. Intorno all’idea di sinistra ormai non si costruisce più un popolo, un’identità , un senso comune.
Esito inevitabile?
No. È successo che con il miraggio di rappresentare tutti la sinistra ha finito con il non rappresentare veramente più nessuno. L’epilogo è il grottesco appello al voto utile del Pd contro le liste alla sua sinistra. Se si arriva a chiedere un voto solo per la sua presunta utilità rispetto a un altro, come si trattasse della pubblicità comparativa di una merce, è la fine della sinistra. Non ci stupiamo poi se a questo punto gli operai di voto ne scelgono un altro, che gli sembra ancora più utile.

Ormai fuori dal Parlamento italiano, il segretario del Pdci Oliviero Diliberto prova a entrare in quello di Stasburgo. Correrà , insieme ai compagni del Prc di Paolo Ferrero, per le europee del 6 e 7 giugno: “Finalmente i comunisti tornano a presentarsi uniti alle elezioni dopo tanti anni. Torna la falce e martello sulle schede; o meglio, per la prima volta da tanto tempo ci sarà solo ‘una’ falce e martello”.
Così aveva detto qualche giorno fa, esprimendo tutta la sua soddisfazione per il via libera, corredato dal simbolo elettorale, all’alleanza con Rifondazione. Oggi, intervistato a Nightline, la trasmissione di Sky tg24 condotta da Maria Latella, ha svelato i suoi sentimenti e si è spinto un po’ (troppo) in là , scagliandosi direttamente contro il presidente del Consiglio: “Come Berlusconi ha in odio il comunismo, così noi abbiamo in odio Berlusconi”.
Non usa mezzi termini, il leader Pdci, non nuovo a uscite del genere (come quando disse a Daria Bignardi che “al Billionaire di Briatore ci sarebbe andato col tritolo” o quando affermò che non avrebbe disdegnato riportare a Roma la mummia di Lenin).
“Noi” ha sottolineato Diliberto “siamo gli unici che abbiamo il coraggio di dirlo in modo esplicito e di affrontare Berlusconi. Mi ricordo che due anni fa fui l’unico ad affrontare e sconfiggere Berlusconi in un dibattito televisivo”. Il segretario del Pdci ha spiegato che l’alleanza elettorale dei Comunisti con Rifondazione per le europee “è un progetto politico”. “La falce e martello” ha continuato “non indica un’ideologia astratta: sono i simboli del lavoro, scelti oltre un secolo fa. Oggi forse sarebbe scelto un computer, ma resta il fatto che quei simboli rappresentano i lavoratori: quei lavoratori che sono invisibili per la politica e che diventano visibili solo quando muoiono, proprio come gli immigrati nel canale d’Otranto”.
O come quando sequestrano i manager. Al proposito, secondo Diliberto, il “sequestro” di Francois Pinault da parte dei lavoratori licenziati delle sue aziende “non è nè da condividere nè da condannare, qui c’è da comprendere”. “Pinault” ha sottolineato il leader dei comunisti italiani “ha un patrimonio di 14 miliardi, e con questo patrimonio licenzia 1400- 1600 operai, che lui neanche conosce, che per lui sono numeri e non persone. Questi licenziati diventano visibili solo quando sono costretti a produrre azioni eclatanti. Se non fossero stati licenziati non sarebbero stati costretti a quell’azione eclatante. Del resto, la crisi è stata creata da coloro che licenziano, e le conseguenze le pagano i lavoratori”.
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Dopo il sì all’innalzamento dell’asticella al 4% per le europee, ecco un alro ok da parte del Senato.
Che ha approvato il decreto che fissa l’election day per accorpare le prossime elezioni europee e amministrative in unica tornata, i prossimi 6 e 7 giugno. Pe rendere possibile l’accorpamento, si voterà il sabato pomeriggio del 6 e tutta la giornata di domenica 7 giugno. Il “sì” è stato ampiamente bipartisan, avendo votato a favore 252 senatori, nessun cotrario e due astenuti. Il provvedimento, che allinea le dimensioni dei simboli delle liste fra le due competizioni (3 centimetri) porta con sé anche un altro emendamento di un certo rilievo: su proposta dei senatori democratici Vincenzo Vita e Paolo Nerozzi, la soglia per ottenere i rimborsi elettorali è stata portata al 2 per cento, quindi anche i partiti che non raggiungeranno il quorum del 4% necessario per ottenere seggi nell’Europarlamento potranno comunque accedere ai fondi pubblici; su proposta del relatore Lucio Malan.Per il via libera definitivo, ora la norma passa al vaglio di Montecitorio.
Tradotto: con questa modifica, anche i partiti che non raggiungeranno il quorum del 4%, quella che serve ad avere un seggio (dei 72 messi a disposizione per l’Italia) nell’Europarlamento, potranno accedere comunque ai fondi pubblici. Un modo - adottato dai due partiti più grandi - per rispondere alle polemiche dei partitini (Verdi, Sd, Socialisti, Prc e La Destra) che accisavano Pdl e Pd, di voler letteralmente “uccidere la democrazia”, togliendo di mezzo le voci fuori dal loro coro. La legge numero 18 del 1979, sul sistema elettorale con il quale si voterà il 6-7 giugno, prevede che il riparto dei seggi avvenga con il metodo proporzionale in base alla cifra elettorale nazionale di ciascuna lista, su un collegio unico nazionale e con il principio dei quozienti interi e dei resti più elevati. Alzare la soglia di accesso di fatto “costringe” i “cespugli” a non correre da soli (pena l’esclusione dal Parlameto europeo) ma ad accordarsi tra loro unendo forze ed elettori. Un po’ come avviene per le elezioni politiche italiane: lo sbarramento, nell’ultima tornata, ha comportato l’esclusione di forze politiche come .
Non avere seggio significa poi non accedere ai contributi a titolo di rimborso elettorale, con la conseguenza di una drastica diminuzione delle entrate su cui gli stessi partiti basano la propria sopravvivenza, a tutto vantaggio delle forze politiche maggiori. Una batosta finanziaria, oltre che politica, insomma per gli attuali “extraparlamentari”. Che, almeno fino al 2010 potranno contare sui rimborsi per le politiche 2006; poi fino al 2012 arriveranno i rimborsi delle politiche 2008, ossigeno anche per chi, come la Sinistra arcobaleno (1,858 milioni) o i socialisti (498 mila euro), non ha avuto seggi ma ha superato l’1 per cento. L’incubo riguardava le europee 2009 però anche la soglia per i rimborsi è al 4.
Il 2012 sarebbe stato un incubo. E allora, in extremis, ecco l’emendamento democratico che tenta di riportare un minimo di equilibrio nella spartizione del gruzzolo dei rimborsi. Sempre che i partiti minori riescano a toccare il 2%…