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Dopo il sì all’innalzamento dell’asticella al 4% per le europee, ecco un alro ok da parte del Senato.
Che ha approvato il decreto che fissa l’election day per accorpare le prossime elezioni europee e amministrative in unica tornata, i prossimi 6 e 7 giugno. Pe rendere possibile l’accorpamento, si voterà il sabato pomeriggio del 6 e tutta la giornata di domenica 7 giugno. Il “sì” è stato ampiamente bipartisan, avendo votato a favore 252 senatori, nessun cotrario e due astenuti. Il provvedimento, che allinea le dimensioni dei simboli delle liste fra le due competizioni (3 centimetri) porta con sé anche un altro emendamento di un certo rilievo: su proposta dei senatori democratici Vincenzo Vita e Paolo Nerozzi, la soglia per ottenere i rimborsi elettorali è stata portata al 2 per cento, quindi anche i partiti che non raggiungeranno il quorum del 4% necessario per ottenere seggi nell’Europarlamento potranno comunque accedere ai fondi pubblici; su proposta del relatore Lucio Malan.Per il via libera definitivo, ora la norma passa al vaglio di Montecitorio.
Tradotto: con questa modifica, anche i partiti che non raggiungeranno il quorum del 4%, quella che serve ad avere un seggio (dei 72 messi a disposizione per l’Italia) nell’Europarlamento, potranno accedere comunque ai fondi pubblici. Un modo - adottato dai due partiti più grandi - per rispondere alle polemiche dei partitini (Verdi, Sd, Socialisti, Prc e La Destra) che accisavano Pdl e Pd, di voler letteralmente “uccidere la democrazia”, togliendo di mezzo le voci fuori dal loro coro. La legge numero 18 del 1979, sul sistema elettorale con il quale si voterà il 6-7 giugno, prevede che il riparto dei seggi avvenga con il metodo proporzionale in base alla cifra elettorale nazionale di ciascuna lista, su un collegio unico nazionale e con il principio dei quozienti interi e dei resti più elevati. Alzare la soglia di accesso di fatto “costringe” i “cespugli” a non correre da soli (pena l’esclusione dal Parlameto europeo) ma ad accordarsi tra loro unendo forze ed elettori. Un po’ come avviene per le elezioni politiche italiane: lo sbarramento, nell’ultima tornata, ha comportato l’esclusione di forze politiche come .
Non avere seggio significa poi non accedere ai contributi a titolo di rimborso elettorale, con la conseguenza di una drastica diminuzione delle entrate su cui gli stessi partiti basano la propria sopravvivenza, a tutto vantaggio delle forze politiche maggiori. Una batosta finanziaria, oltre che politica, insomma per gli attuali “extraparlamentari”. Che, almeno fino al 2010 potranno contare sui rimborsi per le politiche 2006; poi fino al 2012 arriveranno i rimborsi delle politiche 2008, ossigeno anche per chi, come la Sinistra arcobaleno (1,858 milioni) o i socialisti (498 mila euro), non ha avuto seggi ma ha superato l’1 per cento. L’incubo riguardava le europee 2009 però anche la soglia per i rimborsi è al 4.
Il 2012 sarebbe stato un incubo. E allora, in extremis, ecco l’emendamento democratico che tenta di riportare un minimo di equilibrio nella spartizione del gruzzolo dei rimborsi. Sempre che i partiti minori riescano a toccare il 2%…
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di Laura Maragnani
Il socialista Riccardo Nencini prova a fare il duro: “Tranquilli, non ci ammazzano. Solo col tesseramento mettiamo in cassa 1 milione di euro l’anno. Anche senza i rimborsi elettorali per le europee sopravviviamo tranquillamente”. Ma tranquilli ora non sono affatto i tesorieri dei “nanetti”, i partiti che rischiano di non superare la soglia del 4 per cento alle europee. Nel 2004, 7,5 milioni di elettori avevano scelto sigle che ora vedono sfumare non solo i seggi ma anche i rimborsi (250 milioni in totale). Una batosta finanziaria, oltre che politica, a vantaggio dell’accoppiata Pd-Pdl. “Si spartiscono il bottino di democrazia e di finanza” accusa Nencini. E non è l’unico a fare conti amari.
Fino al 2010 conteranno sui rimborsi per le politiche 2006, compresa l’Udeur, che alle ultime elezioni non si è nemmeno presentata (1,091 milioni di euro l’anno). Fino al 2012 arriveranno i rimborsi delle politiche 2008, ossigeno anche per chi, come la Sinistra arcobaleno (1,858 milioni) o i socialisti (498 mila euro), non ha avuto seggi ma ha superato l’1 per cento. Per le europee 2009 però anche la soglia per i rimborsi è al 4. Il 2012 è un incubo. E le regionali del 2010 per molti rischiano di essere l’ultima occasione.

Non poteva andarsene da solo dal Prc, Nichi Vendola. Era nelle cose, era solo questione di tempo: infatti oggi ha chiamato i “suoi” a seguirlo. Se quella Comunista è una Rifondazione che non si può più perseguire perché sta in mano a Paolo Ferrero, meglio rifondarne un’altra, poco più in là: Rifondazione per la Sinistra.
Lì approderanno quelli del “vecchio” giro, che gravitava intorno al governatore della Puglia, e, soprattutto all’ex leader, il Subcomandante Fausto Bertinotti (Gennaro Migliore, Franco Giordano, Piero Sansonetti su tutti). All’ultimo congresso di Rifondazione (quello vinto da Paolo Ferrero, a luglio, proprio qui sul palco di Chianciano Terme, Siena) erano il 47% del partito, quasi la metà. Con quei numeri, pensavano addirittura di averlo vinto il congresso, di aver sistemato il delfino di Bertinotti alla segreteria, seguendo la linea della continuità. E invece…
E invece, sei mesi dopo (mesi di minoranza, di battaglie aspre - soprattutto intorno al giornale Liberazione - di polemiche e strappi), il governatore pugliese ha consumato l’annunciata scissione della sua componente.
Riuscendo in un’impresa straordinaria: dividere l’indivisibile. Dal Prc (sorta dalla scissione di undici anni fa che diede vita anche al Pdci di Armando Cossutta e Oliviero Diliberto) è nato, per mitosi, un nuovo partito della sinistra radicale: Rps. E se le facce sono già viste, nuovo è il nome e nuovo è il simbolo (che i più maligni trovano simile a quello di una nota radio): sfondo bianco, le tre lettere della sigla (le prime due in nero e la terza rossa) con la presenza di una piccola stella rossa. C’è già anche il sito: segno ulteriore che per il divorzio in casa di Prc mancava solo la firma.
Un congedo senza acrimonia ma non indolore, quello di Nichi Vendola. Parlando del suo addio al partito guidato da Paolo Ferrero, ha detto: “Non provo acrimonia verso Ferrero e il suo gruppo dirigente; sono sereno perché faccio ciò che sento sia giusto fare. Rifondazione è stata la mai casa, e questo addio non è un partire indolore. Voglio augurare ogni successo al mio ex partito. E a noi, quelli di noi che condivideranno la mia scelta, voglio dire che non vogliamo sentirci avversari di Rifondazione”. Anzi, il governatore della Puglia ha invitato anche i compagni che restano nel Prc a “battersi perché nasca una sinistra nuova, una sinistra del lavoro e delle libertà”.
Anche perché di avversari, in quella porzione di campo, ce ne sono già. E Vendola li ha subito menzionati e bacchettati: il Partito democratico di Walter Veltroni, cioè “l’altra sinistra, mirata al centro, che sembra persa nei propri contorcimenti tattici”, accusa il neo leader di Rps “incapace di un pensiero che non sia subalterno al piano inclinato del governare in sintonia esibita con i poteri forti. Il veltronismo si presenta ormai come un mix compiuto di radicalismo etico e di moderatismo sociale, che pratica la prospettiva di una alternanza senza alternativa”.
No, l’alternativa per Vendola è quella che viene dalla sinistra vera, compresi gli esponenti della sua stessa area che hanno scelto di rimanere dentro il Prc, se si batteranno per un fine comune: “Ingaggiare un corpo a corpo contro la paura e la solitudine, che ritrova l’ago e il filo con cui cucire nuovi legami sociale, pezzi di comunità, movimenti che fanno politica coinvolgendo e accogliendo”. In questo senso, per l’oramai ex esponente del Prc, le prossime elezione europee possono essere “una tappa nel processo di avvicinamento alla costituente del nuovo soggetto della sinistra”, a patto che “non sia la confezione di un partitino”.
Non sente ragioni, il presidente pugliese. E al segretario Ferrero (che cerca invece di scongiurare i vendoliani dal voler attuare una “ennesima scissione”, per il timore che “la gente andrà a casa schifata e perché non comprendo che senso abbia fare una scissione - verso destra - in nome dell’unità”), risponde di lasciar perdere con gli esercizi di galateo: “La scissione è avvenuta già, è avvenuta nei fatti” ha quindi spiegato “perché quando in una comunità si rompono i vincoli di solidarietà, quando le linee politiche si divaricano in maniera così radicale, e quando si introduce una rottura nella concezione dello stare assieme, com’è avvenuto con la vicenda della cacciata di Piero Sansonetti dalla guida di Liberazione, quella è la scissione”.

Via con le prossime sfide, quindi. E saranno sfide dure: quelle elettorali del giugno prossimo, le amministrative (a Bologna, Sansonetti sarà il candidato sindaco di Rps?) e le europee (sulle quali pesa lo spauracchio della soglia di sbarramento). Quanto valga, in termini di voti e consenso, l’ennesimo cespuglio dell’albero della sinistra (che dovrà far breccia nella base e, persa Liberazione, dovrà trovare altri canali di comunicazione) lo si vedrà presto. Certo che aver creato un partito spaccandone un altro che alle elezioni di aprile 2008 ha racimolato, e non da solo ma in coalizione con altri tre, solo il 3%, non è un buon viatico per l’avventura vendoliana.

A che prezzo. La battaglia per la direzione Liberazione è vinta da Paolo Ferrero: il neo segretario del Prc licenzia il direttore “eretico” Piero Sansonetti accoglie Dino Greco, ma accelera una scissione già annunciata.
Ecco la fotografia della riunione della Direzione del Prc, convocata proprio per chiudere la partita con il numero uno del quotidiano del partito. L’opposizione interna, che fa capo a Nichi Vendola e a Franco Giordano, si è dimessa in massa dal parlamentino dei neo comunisti, prefigurando in questo modo una spaccatura: non si è trattato solo di un gesto di solidarietà al giornalista, ma soprattutto di uno scontro politico su due opposte idee per il futuro della sinistra.
Ferrero, uscito vittorioso dal congresso con una risicata maggioranza del 53%, punta a difendere l’identità politica del Prc, pur nel confronto aperto con gli altri spezzoni dell’ex Arcobaleno; Vendola guarda invece all’unità della sinistra, principio da difendere, malgrado l’ultimo naufragio elettorale. Nel suo intervento in Direzione, il segretario ha sostenuto che non è in discussione la libertà del quotidiano, ma la scelta politica del suo direttore di schierarsi apertamente con la minoranza, in pratica di puntare alla scomparsa del Prc: “Tutto questo” ha detto Ferrero “è legittimo, ma non si può fare con i soldi del partito, anche perché Liberazione ha accumulato un debito di tre milioni e mezzo di euro”. Vendola ha contestato da Bari, con una dichiarazione, i “metodi brutali” di Ferrero, dimettendosi dalla Direzione per protesta: “È un partito in cui non riesco più a riconoscermi”. I toni del confronto hanno confermato una grande tensione, anche perché lo stesso segretario ha ammesso che una scissione ora rischierebbe di distruggere il partito. Nei corridoi della Direzione è volata più volte, e con la stessa reciproca durezza, un’accusa infamante: “Stalinista”. Più velate le accuse pronunciate dal palco, ma sempre alludenti agli orrori del socialismo reale. Così Giordano, poco prima di annunciare le sue dimissioni, ha accusato la maggioranza di “usare metodi ed argomenti che appartengono a tradizioni politiche e culturali del passato”.
La risposta del segretario è stata più diretta: “Stalinista io? Staliniano è questo modo della minoranza di usare la storia per legittimare o delegittimare il gruppo dirigente del partito”. Alla fine, il voto ha sancito la vittoria di Ferrero e il conseguente allontanamento di Sansonetti. L’ordine del giorno della maggioranza ha ottenuto 28 voti su 33 presenti. Due gli astenuti. Tre voti sono andati ad un documento di Franco Russo, in difesa del direttore del giornale del Prc. Il successore di Sansonetti sarà Dino Greco, sindacalista bresciano. Non essendo un giornalista dovrà essere affiancato da un vicedirettore iscritto all’albo, che la maggioranza deve ancora individuare. E Sansonetti? “Una situazione paradossale e un po’ grottesca” replica poco dopo il voto della Direzione. “Non hanno ancora trovato un giornalista che possa firmare il giornale… Mi dispiace molto, è la scelta di un partito che si sta rinchiudendo in una identità un po’ sovietica”.
La spaccatura del Prc non potrebbe essere più evidente, malgrado che Ferrero, al termine della Direzione, abbia invitato i ‘vendoliani’ a tornare sui loro passi. Ma l’appello è già caduto nel vuoto. Tutti gli occhi del Prc sono puntati ormai al convegno che la minoranza ha organizzato a Chianciano il 24 e 25 gennaio. Per ora è previsto solo un ampio confronto politico, ma tutti nel partito pensano che saranno le prove generali per la scissione.
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di Paola Sacchi
Muoia, come direttore di Liberazione, Piero Sansonetti e con lui tutti i “filistei” della sinistra radicale? La messa in vendita del quotidiano di Rifondazione comunista, gonfio di debiti, rischia di essere l’inizio di una slavina che dal 2011 potrebbe seppellire l’intera sinistra extraparlamentare. Da Rifondazione ai Comunisti italiani, ai Verdi, a Sinistra democratica (gli scissionisti ex ds del Pd), i partiti e partitini spazzati via dal Parlamento dallo tsunami delle elezioni del 13 e 14 aprile, con i loro organi di informazione, sono a rischio di estinzione. Non è fantapolitica parlare di “2011 odissea della sinistra extraparlamentare”.
Sarà quella la deadline dei rimborsi pubblici di cui quei partiti continueranno a usufruire per aver partecipato alle elezioni del 2006. Altri fondi arriveranno per le elezioni del 2008 (anche se non si è rappresentati in Parlamento basta l’1 per cento di voti per avere i rimborsi elettorali), ma saranno briciole. I soldi, infatti, Rifondazione, Pdci, Verdi e Sinistra democratica se li dovranno spartire, visto che alle elezioni andarono sotto l’unico e sfortunato cartello Sinistra arcobaleno.
Intanto, non essendo più in Parlamento, addio anche al sostanzioso contributo che deputati e senatori versavano mensilmente al partito. Addio pure ai sontuosi uffici di Palazzo Madama e Montecitorio. Durante le riunioni della Sinistra democratica di Fabio Mussi e Claudio Fava spesso c’è chi si tappa il naso per il forte odore di kebab che aleggia nella spartana sede di via Merulana, al primo piano, proprio sopra la rosticceria esotica. Fulvia Bandoli e Luciano Pettinari, ex parlamentari della Sd, riconoscono: “Si è tornati all’antica abitudine di andare a a mangiare e dormire dai compagni quando siamo in trasferta”.
I viaggi sono quasi tutti in treno e rigorosamente in seconda classe sugli Eurostar. Paolo Cento, ex sottosegretario dei Verdi e storico leader ambientalista, va ancora in albergo, “ma in quelli di tre e anche di due stelle”. Ben sotto le sette dell’albergo milanese frequentato da Alfonso Pecoraro Scanio.
Franco Giordano, ex segretario di Rifondazione comunista, non ha più neanche l’ufficio. Ma questa è anche colpa della vita da separati in casa dentro Rifondazione comunista. Il neosegretario Paolo Ferrero e i suoi si sono riservati il più spazioso terzo piano. Giordano, l’ex capogruppo Gennaro Migliore, l’ex sottosegretario Patrizia Sentinelli, tutta l’area di Nichi Vendola insomma, stanno invece stipati in poche stanzette comuni al primo piano. Tavoli anche a rotazione.
Così come la cassa integrazione che Liberazione, per la prima volta in sciopero sotto le festività natalizie, aveva proposto insieme ai prepensionamenti nel piano presentato alla Fieg e alla Fnsi. Piano però bocciato da Ferrero, l’editore che ha osato lanciare la parola bomba della vendita, per disfarsi di Sansonetti e della sua linea, secondo il giornale. Per salvare il partito, che rischiava di essere travolto dal crac finanziario del quotidiano, secondo ambienti vicini a Ferrero. “Non si può continuare a dare un terzo del nostro bilancio al giornale: quest’anno 3,3 milioni di euro su 10 milioni. Così è il partito che rischia di morire”. Ribatte a Panorama Sansonetti (sostituito il 12 gennaio da Dino Greco): “Liberazione era l’unico organo vivente a sinistra, cercare di ucciderlo mi sembra una follia, un delitto”. Poi, una chiosa amara: “Ho sempre combattuto il potere economico in quanto capitalistico. Ora quello stesso potere lo devo subire dai comunisti”.
Intanto il valdese Ferrero ha introdotto misure calviniste. Dopo essersi tagliato lo stipendio (da 5.500 a 3.200 euro), e avere abbassato quelli dei membri della segreteria, ha messo nello statuto norme da brivido. Secondo le quali tutti gli eletti, dal Parlamento, se Rifondazione ci tornerà, alle amministrazioni locali, non dovranno percepire una quota che vada oltre 2.500 euro. Il resto? Tutto devoluto al partito. Tutto questo per scongiurare lo spettro di dover vendere i gioielli di famiglia: Rifondazione è proprietaria della palazzina di viale del Policlinico a Roma, dove ha la sede nazionale, e di altre sedi, soprattutto nel Centro-Nord ma anche al Sud. Queste potrebbero essere oggetto dell’attenzione dei vendoliani, se si arriverà a una scissione a febbraio, ancora prima delle elezioni europee, accelerata dalle vicende di Liberazione.
L’acquirente in pole position del quotidiano è l’editore di Left Luca Bonaccorsi. Lo stesso che già edita il giornale dei Verdi Notizie verdi. Legato mani e piedi alle sorti della legge sull’editoria invece Rinascita, il settimanale dei Comunisti italiani, diretto da Manuela Palermi. Che puntualizza: “La nostra per fortuna è una situazione ben diversa da quella di Liberazione. Ma se non arrivano più i fondi pubblici, chiudiamo”. Il crac lo rischia l’intero Pdci. “Con i soldi che abbiamo oggi possiamo andare avanti ancora per un anno” confidano dentro il partito.
Addio alla nuova sede, l’elegante palazzina a tre piani vicino alla Breccia di Porta Pia, finita sulle cronache prima delle elezioni per “i fax fruscianti, i telefoni allacciati, le maniglie lucidate, le stanze assegnate”. Il Pdci non l’ha più acquistata. E addio al progetto di un quotidiano. Ma il tosto Diliberto non demorde e i miltanti possono continuare a seguirne le gesta dalla web tv del Pdci.
Nell’odissea della sinistra extraparlamentare non poteva mancare l’ennesimo e sempre più acuto grido di dolore del Manifesto, in febbrile attesa per la legge sull’editoria. “Siamo passati da un diritto, quello cioè di avere contributi pubblici in quanto giornale retto da una cooperativa, alla grazia dal re, ovvero del premier” dice sferzante Valentino Parlato. “Forse siamo puniti proprio perché non abbiamo padroni” protestano in redazione. Lì, però, almeno non si rischia di essere messi in vendita.

Sono arrivati in Cassazione due furgoni carichi di… 212 scatoloni. Con dentro le firme dei cittadini che chiedono il referendum per l’abolizione del cosiddetto “Lodo Alfano”, la legge del luglio scorso che sospende i processi in corso nei confronti delle quattro più alte cariche dello Stato.
A trasportarle, appunto, due furgoni tappezzati dai manifesti di Antonio Di Pietro. Due furgoni e una strana alleanza: quella tra l’Idv dell’ex pm e il Prc dPrci Paolo Ferrero.
I documenti, a quanto si è appreso da fonti dell’Italia dei valori, “sono almeno 850 mila, quindi dallo scrutinio della Cassazione non ci aspettiamo alcuna obbiezione sul raggiungimento del quorum delle 500 mila necessarie per andare alle urne”.
Il grosso delle firme è stato raccolto dal partito di Antonio Di Piero. Circa sessantamila, invece, sarebbero state raccolte dal Prc di Paolo Ferrero. Un contributo alla raccolta, molto modesto e non quantificato, è stato dato anche dalla sinistra democratica di Claudio Fava.
“Le firme che abbiamo raccolto contro il lodo Alfano non sono solo un fatto tecnico, ma un fatto politico importante, perché ci sono milioni di cittadini che dicono ‘no’ al governo che si fa le leggi per non farsi processare, e ’sì’ a una giustizia sociale uguale per tutti. Per questa ragione, noi dell’Idv, con il deposito di queste firme, apriamo l’anno 2009 con l’intenzione di fare opposizione chiara nel linguaggio e determinata nell’azione a questo governo Berlusconi che toglie ai poveri per dare ai ricchi”, ha scritto sul suo blog il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro. “Pensiamo” annuncia in conclusione Di Pietro “che il tempo tecnico per il referendum sia per la primavera del 2010, ma da adesso al 2010 altri referendum saranno nel organizzati dall’Italia dei Valori, fra questi sicuramente l’abolizione dei finanziamenti ai partiti”.
Al deposito delle firme erano presenti, oltre ad Antonio Di Pietro anche numerosi parlamentari e senatori dell’Idv tra i quali Massimo Donadi, Elio Lannuti, Felice Belisario e Stefano Pedica. Per Rifondazione era presente il segretario Paolo Ferrero (insieme a Giovanni Russo Spena). Che commentando la consegna al Palazzo di Giustizia di Roma delle firme a sostegno del referendum ha detto: “la ritirata è finita”. “In questi mesi gli italiani sono scesi in piazza per la giustizia sociale” ha aggiunto Ferrero intrattenendosi con i giornalisti all’esterno della Cassazione “e con queste firme si potrà dire la propria anche sulla giustizia e le riforme istituzionali”.
Ma l’iniziativa delle firme non convincere gli (ex) alleati del Pd: “L’intento di eliminare una legge incostituzionale è giusto, lo strumento è sbagliato”, commenta il senatore e costituzionalista del Pd Stefano Ceccanti, perché “C’è già una causa pendente di fronte alla Corte Costituzionale. Quindi sembra precipitosa la strada del ricorso alla raccolta delle firme”.
Il VIDEO servizio:
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Non c’è pace nella sinistra. E non si respira una bella aria a Liberazione. Il conflitto interno ruota attorno ad un nome: Luca Bonaccorsi, direttore editoriale del settimanale Left, interessato a rilevare il quotidiano guidato oggi da Piero Sansonetti. Apriti cielo, non se ne parla proprio, no allo “spauracchio di un compratore-choc”, non andremo mai con il “discepolo dello psicanalista Massimo Fagioli”, recita una nota del giornale.
Il cui direttore, ospitato da Repubblica, domenica si sfogava così: “Bonaccorsi accusa il manifesto di voler cancellare Liberazione, ma può essere lui il vero affondatore”. E ancora: “So che punta a una svolta a destra del quotidiano con una linea antifemminista e omofoba”. La soluzione migliore, per lui, poco gradito - diciamo così - al nuovo leader del partito, Paolo Ferrero, sarebbe un’altra: “Sto lavorando a un’associazione di chi lavora qui”, perché “possiamo prenderlo noi, il giornale”. Un’associazione che gestisca la testata, “insieme con un comitato di garanti, composto da figure illustri”.
Non si fa attendere la replica di Bonaccorsi: “Il comportamento di Sansonetti mi sembra inqualificabile e le sue affermazioni, che spero smentirà, gravissime. Io antifemminista e omofobo? Ormai siamo alle bugie palesi e alla diffamazione”. A questo punto, aggiunge, “è evidente che anche dentro Rifondazione c’è un caso Villari”. Cioè, Sansonetti rimane “aggrappato alla poltrona” pur “mettendo a rischio i lavoratori”.
A contendersi il quotidiano del Prc, ci sono insomma due diverse generazioni: quella del ‘68, guidata dal 60enne Sansonetti e quella che rifiuta il ‘68, pilotata dal 40enne Luca Bonaccorsi. “La mia battaglia la farò fino in fondo: posso vincere o perdere, ma non mi tiro indietro e spero che Ferrero consideri l’offerta formulata da me e altri colleghi alla pari con quella di Bonaccorsi”, dice Sansonetti. “Piero ha già perso, è l’unico che non se ne è ancora reso conto: la sua proposta d’acquisto? Come può essere credibile la proposta di risanamento fatta da chi ha portato Liberazione al disastro, a perdere 3,5 milioni di euro l’anno?”, nota Bonaccorsi vicino sia a Fausto Bertinotti che a Massimo Fagioli.
Non poteva mancare nel “dibattito” la voce del segretario del Prc. Sempre intervistato da Repubblica, Ferrero respinge le accuse dei suoi detrattori. Oggetto del contendere, il legame tra Bonaccorsi e lo psichiatra-guru Massimo Fagioli, “che debbo rispondere” attacca Ferrero “che siamo alla schizofrenia? Quanto è figo il guru Fagioli se Bertinotti va nella sua libreria ‘Amore e psiche’ nientemeno che ad aprire la campagna elettorale. Ma quanto è stronzo se invece incoraggia Bonaccorsi, che tratta con Ferrero per Liberazione”.
Ma l’ira di Ferrero non si ferma qui: “E non basta”, aggiunge. “Bonaccorsi” ricorda il leader del Prc “è l’editore di Alternative per il socialismo, la rivista di Bertinotti, bravissimo allora. Ha finanziato la riunione della minoranza, a Roma, a metà dicembre. Un grande. E fa Left, punto di riferimento per i vendoliani. Eccezionale. Poi, ne parlo io, e patatrac, tutti questi stessi compagni mi massacrano. Stalinista. Affossatore del giornale. Imbroglione”.
Ferrero non arretra nemmeno nel giudizio sull’attuale direzione del quotidiano, affidata a Piero Sansonetti, considerato un pasdaran dell’area Vendola: “Il buco di tre milioni e mezzo è già al netto del contributo per l’editoria”, sottolinea, e ricorda che “prima di Sansonetti del resto eravamo a diecimila copie. Ora circa a metà”.
Al di là di come andrà a finire, non è certo un bel viatico. Tanto più che ieri mattina, proprio sotto la redazione di viale del Policlinico, a dissentire sul progetto c’era pure la vincitrice dell’Isola dei famosi - osannata proprio per questo dal quotidiano del Prc - insieme al circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. “Bonaccorsi e Fagioli” attacca Luxuria “hanno criticato, tra l’altro, il fatto che Liberazione si sia occupata troppo di sesso. Non vorremmo ora essere costretti a rivolgerci all’Osservatore romano o all’Avvenire per parlare di questi temi, bensì continuare ad avere uno spazio su un giornale di sinistra, che ha sempre considerato la libertà sessuale come parte integrante della grande lotta per l’uguaglianza”.
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di Stefano Brusadelli
Sia pure espresso nel linguaggio curiale della politica, il messaggio che i due negoziatori affidano a Panorama è inequivocabile: entrambi gli usci sono ancora aperti. Tra meno di sei mesi, il 6 e 7 giugno, si vota per rinnovare il Parlamento europeo, la maggioranza e l’opposizione sono ai ferri corti su quasi tutta l’agenda politica, ma la possibilità di riscrivere insieme le regole elettorali esiste ancora. A condizione di stringere un accordo in fretta, non oltre la fine di gennaio, e di procedere a una sorta di scambio in nome della reciproca utilità.
Dice il vicepresidente dei senatori del Pdl, Gaetano Quagliariello, plenipotenziario di Silvio Berlusconi per le riforme istituzionali: “Sulla riforma della legge elettorale europea abbiamo scontato l’incertezza della linea del Pd dopo le politiche. Ma il Pd sa bene che se decide di tornare a perseguire la valorizzazione del bipartitismo, da parte nostra non troverà le porte sbarrate”.
Sull’altro versante ecco Antonello Soro, presidente dei deputati del Pd, il primo, dopo il voto di aprile, a proporre ai vincitori un tavolo per un accordo complessivo sulle regole: “Su tutte le riforme importanti non ci siamo mai sottratti al confronto. Ci vorrebbe un diverso clima politico generale, ma non siamo contrari a riprendere la discussione sulla riforma elettorale europea. A condizione però che questa legge consolidi il bipolarismo, e non consolidi invece la scelta verticistica degli eletti che c’è nella legge elettorale nazionale”.
Entrambi gli schieramenti avranno motivi di seria preoccupazione, se a giugno si dovesse applicare il sistema attuale, con le preferenze e senza soglia di sbarramento. Silvio Berlusconi teme che all’indomani del congresso di metà marzo, che sancirà l’avvio della fusione tra Fi e An, tra i due (ex?) partiti ricominci uno scontro fratricida per la raccolta delle preferenze; destinato, per di più, a concludersi con la prevalenza di An, partito più radicato. Walter Veltroni, soprattutto dopo l’esito disastroso del voto abruzzese, ha un timore più corposo, e cioè che i minipartiti neutralizzati alle ultime politiche grazie alle soglie di sbarramento possano tornare in campo rubando voti e seggi al già esangue Pd.
In base a un recente sondaggio della Ipr Marketing, sarebbero ben cinque (Prc, Verdi, Sinistra democratica, Ps e Radicali) i partiti di centrosinistra che navigando sopra la soglia dell’1 per cento riuscirebbero a mandare almeno un rappresentante a Strasburgo. In queste condizioni sarebbe impossibile per Veltroni presentare il voto a queste liste come una scelta inutile, e al Pd mancherebbero probabilmente tra 4 e 5 punti percentuali, accelerando il definitivo tracollo della stagione veltroniana e forse la stessa sopravvivenza del partito che ha messo insieme Ds e Margherita.
Senza contare che anche per Veltroni l’abolizione delle preferenze sarebbe vantaggiosa, consentendogli di attribuirsi la parola definitiva sulla scelta degli eletti a scapito dei suoi avversari interni, Massimo D’Alema in primis.
“Tra Berlusconi e Veltroni” ragiona il politologo Augusto Barbera, area Pd, “ci sono paradossalmente interessi convergenti, anche se non lo possono dire. Tutti e due sono interessati a cancellare le preferenze e a rafforzare l’evoluzione bipolare del sistema politico italiano contro chi vuole rimetterla in discussione”.
Fatto sta che gli sherpa dei due schieramenti hanno ripreso in questi giorni il filo del dialogo, mettendo sul tavolo anche un’idea inedita per tentare di superare lo scoglio delle preferenze. Mentre su una soglia di sbarramento al 4 per cento ci sarebbe già un’intesa di massima, sull’abolizione delle preferenze si tratterebbe di fare i conti non solo con la contrarietà di An e Udc, ma anche con quella di buona parte del Pd.
Un po’ perché (vedere le parole di Soro) in tal modo risulterebbe legittimata l’analoga abolizione esistente nella legge elettorale nazionale, contro la quale il partito è in polemica; un po’ perché in nome della comune battaglia a favore delle preferenze si spera di agganciare i centristi di Pier Ferdinando Casini.
La soluzione del rebus, stando ai contatti di questi ultimi giorni, potrebbe arrivare da nord. Cioè dai sistemi in vigore in Svezia e in Belgio che, in modo a dire il vero piuttosto complicato, mantengono le preferenze ma ridimensionandone il peso. In Svezia esiste un meccanismo per cui le preferenze possono sovvertire l’ordine di lista soltanto se superano una determinata percentuale. In Belgio, in base a una formula matematica, si computano i voti al partito non accompagnati dall’indicazione della preferenza come se fossero voti confermativi dell’ordine di lista. Due soluzioni salomoniche per salvare le preferenze, ma depotenziandole.