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precariato


Foto d'archivio di un giovane in attesa davanti ad ufficio di collocamento (FARINACCI / ARCHIVIO / ANSA)
Il 2011, che inizierà fra circa due mesi, sarà l’anno delle pensioni. Non solo perché entreranno in vigore le novità introdotte dal legislatore (le finestre scorrevoli e il nuovo limite d’età per le dipendenti pubbliche), ma anche perché l’anno prossimo si parlerà molto di previdenza, come ha ricordato in un recente intervento il ministro del Welfare Maurizio Sacconi.
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Il professor Domenico De Masi, sociologo del lavoro
“Tremonti scimmiotta la sinistra, come il Bersani delle lenzuolate la destra. Lo fanno solo per rubare voti agli avversari”. Ne è convinto il professor Domenico De Masi, sociologo, autore di diversi saggi sul mercato del lavoro, deciso sostenitore dell’”ozio creativo” e collaboratore di quotidiani e periodici. Panorama.it lo ha intervistato per capire le ultime tendenze occupazionali in Italia, tra istituzioni di nuovi albi professionali e il ritorno del mito del “posto fisso”. Leggi l’intervista
Prima il video provocazione su Youtube, ora la “strip conference”. Le 11 centraliniste precarie licenziate dal call center dell’ospedale di Legnano, complice anche l’attenzione guadagnata sui giornali con la singolare forma di protesta, rilanciano e annunciano per venerdì una seconda puntata hot.
“Non abbiamo intenzione di mollare”, fanno sapere. “Venerdì organizzeremo una ’strip conference’ e siamo pronte a onorare le promesse. Se è l’unico modo per farci ascoltare, ben venga: ci spoglieremo. Tanto ci hanno già denudato dei nostri diritti”. Una norma del decreto Brunetta, spiegano le impiegate che hanno in media 35 anni, “ci condanna, perché abbiamo lavorato più di tre anni nel quinquennio e il provvedimento in questione impedisce il proseguimento di questo rapporto di lavoro. Precario, ma pur sempre un lavoro”.
A suscitare “rabbia e frustrazione”, spiega Ornella Cameran a nome delle sue colleghe, è il modo in cui vengono trattati i lavoratori “con la scusa della flessibilità . Una parola che abbiamo conosciuto da vicino”. Dall’ospedale non si aspettano un ripensamento. “Ci hanno detto che gli dispiace e che non c’è soluzione. Di stabilizzarci si era parlato tempo addietro, mai seriamente. Poi la cosa era sfumata. Troppo costoso”, raccontano. Da ieri “ci hanno detto che il call center dell’ospedale è stato affidato ad alcuni dipendenti dell’ospedale destinati temporaneamente a questo compito in attesa di una soluzione”. Che potrebbe essere, a quanto ha appreso una ex centralinista, “quella di affidare il servizio a un call center siciliano che già si occupa del numero regionale 803000 per la prenotazione delle prime visite mediche”.
Secondo le Rdb Cub pubblico impiego, la vicenda che ora coinvolge le lavoratrici di Legnano, e che rischia di interessare tutti i call center sanitari della Regione Lombardia, è la dimostrazione di come l’attuale esecutivo non lasci alcun margine di soluzione alla vicenda del precariato. Commenta Sabino Venezia del Coordinamento nazionale: “Il decreto Brunetta, intervenendo pesantemente sulla più importante risorsa della pubblica amministrazione, ovvero i suoi operatori, determinerà di fatto una riduzione di personale con la conseguente impossibilità di stabilizzazione dei precari. In altri termini, a Legnano come nel resto del paese, l’unica soluzione alla piaga del precariato cronico è il licenziamento dei lavoratori. Contro questa macelleria sociale”, prosegue Venezia, “le Rdb rilanciano con forza lo sciopero dei lavoratori precari indetto per il prossimo 19 settembre e l’assemblea nazionale che si terrà in quella data a Roma”, conclude il dirigente sindacale.
Il ministro Brunetta intanto ha risposto alle accuse con una nota: la “responsabilità ” della gestione del personale è “ascrivibile” ai vertici dell’Asl, mentre il cosiddetto decreto Brunetta “non ha fatto altro che recepire nel pubblico quello che il governo precedente ha previsto nel settore privato” rispetto al limite massimo dei tre anni per i contratti a tempo determinato, il cui protrarsi oltre “non può essere assecondato. Preliminarmente”, sottolinea il ministro, “occorre segnalare che la responsabilità della gestione del personale è ascrivibile ai vertici dell’Azienda sanitaria, che il contratto di lavoro a tempo determinato ha per sua natura un carattere temporaneo e che il suo protrarsi per lunghi periodi di tempo, in quanto segnale di un utilizzo improprio della tipologia contrattuale, non può essere assecondato, tanto nel settore privato quanto nel settore pubblico, per evitare di favorire il costituirsi di forme di precariato cronico”.
Il limite temporale massimo dei tre anni per i contratti a tempo determinato, aggiunge il ministro della Pubblica amministrazione, “non è tipico del lavoro pubblico ma si desume dalla normativa prevista per il settore privato così come introdotta dalla recente legge 247/2007 che ha recepito il Protocollo sul Welfare del precedente governo. Pertanto”, conclude, “il decreto legge 112/2008 (comunemente chiamato ‘decreto Brunetta’) non ha fatto altro che recepire nel pubblico quello che il governo precedente ha previsto nel settore privato”.
Finora non sono arrivate proposte serie di impiego, hanno spiegato le centraliniste licenziate all’agenzia Adnkronos Salute, ma molte attestazioni di solidarietà . In attesa dello spogliarello di venerdì oggi le ex operatrici di call center si sono radunate davanti all’ospedale di Legnano per un presidio di protesta, organizzato con il sostegno del sindacato Rdb Cub pubblico impiego Lombardia. L’obiettivo, precisano, è di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica “non solo sul nostro caso specifico ma sull’emergenza precariato”. E se il metodo inaugurato dalle centraliniste dovesse funzionare, da venerdì le strade d’Italia potrebbero riempirsi di precari senza veli…
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In quest’ultimo fine settimana, a Roma è andata in scena una commedia in quattro atti - con inevitabile happy end - in cui a dominare è stato un colore molto in voga: il rosso.

Primo atto: sul patinato tappeto rosso della Festa del Cinema, il giocattolo-vetrina che i due nuovi leader del partito Democratico il Super Sindaco Walter e il suo braccio destro Goffredo Bettini hanno srotolato in città , sono passate grandi star: dalla famiglia Veltroni al completo a Sophia Loren a Monica Bellucci, da Francis Ford Coppola a Gérard Depardieu, fino a Ségolène Royal.

Secondo atto: protagonista l’estrema destra futurista, che ha messo in campo il “tintore”: un 54enne, poi identificato e arrestato, che ha colorato di rosso la fontana di Trevi. Il monumento barocco tra i più famosi della Capitale non ha subìto danni e anzi la sua foto ha fatto il giro di tutti i giornali (di carta e del web) del mondo, quasi fosse un nuovo spot per la città eterna.

Terzo atto, sabato 20: nuova sfumatura di rosso. Palla all’ala. Sinistra. In un freddo pomeriggio di fine ottobre è la volta dei rossi per antonomasia: i comunisti della sinistra radicale che hanno pacificamente invaso Roma, con un corteo che ha portato a piazza San Giovanni un milione di bandiere. Ovviamente rosse. Rossi che lottavano contro la precarietà e anche contro l’accordo sul welfare. Rossi che sono esplosi in un boato, salutando Pietro Ingrao. Che dal palco di piazza San Giovanni ha scaldato gli animi di una folla infreddolita dal vento romano con un: “La lotta continua…”.

Quarto e ultimo atto: ribalta nazionale. Se Roma si è tinta di rosso, l’Italia non ha voluto essere da meno. Domenica ci ha pensato la Rossa più famosa del mondo: la Ferrari. Kimi Raikkonen in Brasile, compiendo un’impresa che ha del miracoloso e ribaltando un pronostico che lo vedeva sfavorito, ha vinto il mondiale di Formula 1. E a quel punto le rosse hanno cominciato a sventolare su Maranello nuova capitale d’Italia. Fino a che, forse per aggiungere un colore, non si è affacciato il vergognoso ricorso della Mc Laren contro la Bmw: e siamo al giallo. Un colore, per fortuna non solo cromatica, poi svanito nella notte.
Ferrari campione. Roma e Italia tutte rosse: per il più classico lieto fine…
I VIDEO di YouTube:
La Fontana di Trevi s tinge di rosso:
Il corteo della sinistra radicale contro il precariato:
Il trionfo Ferrari:

Un popolo coloratissimo, dove il rosso era largamente predominante, ha sfilato per le vie di Roma per dire no al precariato. Il popolo della sinistra radicale oggi pomeriggio ha portato in piazza, stando ai conti degli organizzatori, un milione di persone. Ad aprire il corteo lo striscione: “Siamo tutti un programma”, per ricordare all’esecutivo le promesse fatte in campagna elettorale. Franco Giordano, segretario di Rifondazione Comunista, sfilando, parla di un “grande popolo della sinistra che va ascoltato da Romano Prodi. Ma che non è contro il governo”.
Anche se è innegabile: la manifestazione di Roma vive una sorta di strabismo. La gente che è scesa in piazza urla slogan contro Prodi e Rutelli, mentre i dirigenti della sinistra radicale sottolineano che si tratta solo di uno “stimolo” all’esecutivo e non di una manifestazione contro, tanto che il segretario dei Comunisti Italiani, Oliviero Diliberto spiega: “Siamo comunisti. Non scemi. Non manifestiamo contro noi stessi. Chiediamo solo che la parte moderata della coalizione ascolti le richieste contro il precariato. E se non vogliono ascoltare le nostre, sentano almeno quelle del Papa o dell’Onu”.

Indiscussa star del corteo è stato Pietro Ingrao. L’anziano leader comunista ha prima percorso alcune strade insieme al popolo che lo ha acclamato a viva voce. Poi dal palco di piazza San Giovanni ha scaldato gli animi di una folla molto infreddolita dal vento romano: “La lotta continua…”.
Quello che è arrivato a San Giovanni da piazza della Repubblica è un popolo molto eterogeneo e anche disobbediente (c’erano infatti le bandiere della Cgil che Epifani aveva diffidato dall’usare), che è accomunato dall’avversità contro il precariato e i moderati. Una manifestazione dove però non mancano le battute e le provocazioni, un cartello recitava “spero torni Berlusconi, così la sinistra torna a pensare”. Una folla che è stata infiammata ancora dalle parole di Ingrao che camminando tra la gente aveva definito Prodi e Veltroni “due moderati”. Un popolo, che è però orfano di un grande leader. Quel Fausto Bertinotti che ha seguito la manifestazione dai media, ma che si è in qualche modo fatto “rappresentare” dalla moglie Lella, che ha sfilato al fianco dei manifestanti.

Un corteo festoso e colorato, che chiede l’unità della sinistra: che se da una parte fa ribadire a Giordano “queste sono le nostre primarie”, dall’altra fa dimenticare le beghe quotidiane di palazzo anche al presidente dei senatori comunisti, Giovanni Russo Spena che felice ha dichiarato: “Un corteo come questo conta molto di più di un voto di Lamberto Dini”.
Il VIDEO servizio:
- Tags: accordo, Cgil, Cisl, contratto, flessibilità , Giuliano-Cazzola, giuslavorista, intervista-canaglia, lavoro, Legge-Biagi, Pdci, Pietro-Ichino, Prc, precariato, Savino-Pezzotta, Uil, welfare
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Nato a Bergamo nel 1943, sposato con due figli, Savino Pezzotta ha svolto gran parte della sua carriera in Cisl, sindacato cui si iscrisse nel 1964 quando lavorava come operaio tessile. È stato segretario organizzativo della Cisl di Bergamo, poi, dal 1993 al 1998, segretario della Cisl lombarda. Il 4 dicembre 2000 viene eletto segretario generale della Cisl, carica confermata nel 2001 e nel 2005. Nell’aprile dell’anno successivo si dimette con oltre due anni di anticipo sulla scadenza del mandato. Da allora inizia la sua attività politica nelle file del centrosinistra, maturando posizioni critiche che lo porteranno a non partecipare alla costituzione del Partito democratico. Recentemente Pezzotta è stato anima e portavoce del Family day e ha fondato il movimento Officina 2007.
Sabato 20 ottobre marce parallele, pro e contro la legge Biagi. Lei da buon ex democristiano che fa, sta nel mezzo?
Il problema non è essere pro o contro, ma capire che la legge Biagi è stato un passaggio importante per regolare posizioni di lavoro non regolamentate. Detto questo, penso che la legge esiga un completamento recuperando molti degli spunti offerti dal libro bianco scritto dal professore bolognese.
Vuol dire che la legge 30 ha tradotto male il pensiero di Biagi?
Voglio dire che c’è una differenza. Il libro bianco di Biagi era una visione organica del mercato del lavoro, ma con tanto di tutele e garanzie. Non a caso prevedeva uno statuto dei lavori per tutti coloro che non rientravano nella legge 30. In fase di stesura poi si è persa ogni traccia, come se tutti si fossero dimenticati del libro bianco.
Sa che ci sono insospettabili critici della Biagi anche tra gli industriali? Dicono che ha complicato loro la vita.
Nel libro bianco c’erano una semplificazione del modello contrattuale, un suo decentramento e una comparazione tra mercato del lavoro italiano ed europeo. La legge 30 è un’incompiuta, riflette poco o nulla del disegno organico su cui Biagi aveva lavorato.
D’accordo con chi dice che la Biagi scarica su 2 milioni di lavoratori i costi della precarietà , lasciando intatti privilegi e tutele degli altri 20?
Non è così. La Biagi regola quello che era un mercato del lavoro frammentato. Che poi occorra accompagnare la flessibilità con le garanzie è ovvio.
Non le piace la proposta del contratto unico targata Treu-Boeri?
Mi sembra una proposta velleitaria. In primis perché il mondo del lavoro è differenziato e i contratti devono mantenere la capacità di cogliere le specificità dei diversi settori. Non si può mettere insieme lo statale e il metalmeccanico.
Non crede che il problema della Biagi sia di non risolvere in modo convincente i problemi di ingresso e di disoccupazione temporanea?
Sì, ma non bisogna fare una battaglia contro la flessibilità che è insita nel nostro sistema produttivo. Bisogna combattere perché la precarietà venga riportata a normalità . Ma sbaglia chi pensa che la precarietà sia colpa della Biagi.
Non è velleitario proporre riforme del mercato del lavoro che siano a costo zero per le casse dello Stato?
Le riforme a costo zero non sono riforme, è una follia pensarlo. È sbagliato l’approccio mentale: la riforma non è un costo, ma un investimento. Dovrebbe produrre nel tempo dei miglioramenti. E se investi ci devi mettere qualcosa.
Il Pd e il suo leader Walter Veltroni hanno recuperato in extremis il tema della precarietà . Sa un po’ di posticcio.
Non si capisce ancora bene che posizione avrà il Pd sui temi del lavoro. Sicuramente dovrà cogliere quello che un certo tipo di riformismo ha messo in campo. Per fare questo bisogna però capire le alleanze che fa. Se si allea con la sinistra radicale avrà gli stessi problemi che ha oggi Romano Prodi.
Accetterebbe la libertà di licenziamento in cambio di un convincente sistema di ammortizzatori?
In Italia la libertà di licenziamento c’è già . Per giusta causa, non arbitrariamente. Anche il licenziamento collettivo è sempre stato fatto, da sindacalista ho gestito ristrutturazioni tremende.
Stiamo parlando di un’altra cosa.
Per poter licenziare ci deve essere un motivo. Il problema vero è la riforma della giustizia: una controversia di giusta causa non può durare 5 anni.
Il precariato è un virus che si è espanso a macchia d’olio, silenziosamente, contagiando ogni settore. Col tempo è diventato fenomeno: generazionale, sociale, di massa. Quindi culturale. È oggetto di riflessione per chi è in quarantena e per chi, da una posizione privilegiata, ne constata gli effetti: chi volesse leggere racconti, saggi o romanzi sul tema ha l’imbarazzo della scelta. Il giornalismo, da sempre considerato mestiere ricco di privilegi, non è affatto esente dal contagio.
Dei circa 30mila giornalisti presenti in Italia solo 12mila sono contrattualizzati. Ciò significa che l’informazione in Italia è affidata per due terzi a persone che hanno una debolezza contrattuale tale da essere esposte a ricatti d’ogni sorta. “Come è possibile raccontare i fatti con la schiena dritta, come chiese l’allora Capo dello Stato Ciampi, se proprio chi dovrebbe farle, le denunce, è sotto lo schiaffo continuo di un minaccioso licenziamento?”, si chiede Chiara Lico, 32 anni, giornalista Rai, che nel romanzo Zitto e scrivi, edito da Stampa alternativa, riflette su quella che considera un’emergenza nazionale. La grottesca storia di Pieffe, “giornalista praticante con contratto a termine da metalmeccanico” è l’emblema di un disagio sempre più diffuso, che fa male allo stesso sistema dell’informazione.
Alle stesse conclusioni giunge anche la seconda edizione del Libro bianco sul lavoro nero: storie di violazioni e soprusi nel mondo dell’informazione raccolte dal Fnsi. Nella prefazione Paolo Serventi Longhi, segretario del sindacato dei giornalisti, ricorda che “ciò che sta avvenendo da alcuni anni è la violazione sistematica di ogni regola nella maggioranza delle imprese editoriali, dalla carta stampata all’emittenza nazionale, dalle televisioni locali alle agenzie di informazione, dai siti internet ai canali tematici satellitari”.
Il panorama italiano non è però l’unico a essere dipinto a tinte fosche: anche un esponente del Sindacato Giornalisti Francese, Saafi Allag-Morris, considera che più i freelance sono mal pagati, più questi ultimi rappresenteranno un’attrattiva interessante agli occhi dei gruppi editoriali.
Lo ha detto in un convegno svoltosi in Belgio alla fine di marzo e intitolato “Pigeons, pas pigistes“, arguto gioco di parole che significa “Fessi, non freelance”.