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Uomini di legge e di governo. Caccia al candidato prefetto


Uomini di legge e i governo. Caccia al candidato prefetto

di Stefano Di Michele

Lo slogan ideale potrebbe essere: «Se tu vuoi un candidato perfetto, non c’è di meglio che scegliere il prefetto». Da qualche mese una vera smania prefettizia è esplosa nella politica italiana, soprattutto a sinistra, come estrema versione del suggestivo ricorso alla società civile. L’ultimo, eclatante caso è quello di Napoli, dove il Pd dopo le primarie finite in rissa tra i suoi candidati a sindaco ha puntato sul prefetto Mario Morcone, a capo dell’Agenzia per i beni confiscati alla mafia presso il ministero dell’Interno: «Ho accettato la candidatura a sindaco per amore della mia città». Continua

La cura Brunetta per i giudici: basta sentenze scritte a casa

Renato Brunetta

Basta con i magistrati che scrivono le sentenze a casa. Giustizia e università saranno i prossimi fronti del ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta. Che, pur riponendo la clava nel cassetto e usando toni suadenti, non molla di un centimetro: attraverso la trasparenza assoluta vuole efficienza e organizzazione in tutti i settori dello Stato.
Continua

Dal governo il decreto anti-stupri: ergastolo ai violentatori e ronde gestite dai prefetti

Forze dell'ordine in pattuglia

Un decreto “corposo”, di almeno una dozzina di articoli: è lo strumento con il quale il governo invia un segnale forte, sotto il profilo della prevenzione e del contrasto, dopo la serie di stupri verificatisi nelle scorse settimane in diverse città italiane, da Bologna, Roma e Milano e Guidonia. Il testo è stato elaborato in questi giorni e limato con i continui contatti tra gli uffici legislativi dei ministeri interessati.
Tra i punti qualificanti del provvedimento, innanzitutto la previsione della custodia cautelare e quindi l’esclusione dai “domiciliari” per chi è accusato di violenza sessuale. Previsto anche il gratuito patrocinio per assicurare un’adeguata assistenza legale alle vittime di stupro. Il decreto legge anticipa così alcune delle misure contenute nel disegno di legge sulla sicurezza in discussione in Parlamento, l’ultima parte del “pacchetto” del governo ancora da approvare. Tra le altre misure contenute nel decreto, l’estensione fino a 6 mesi del periodo di massima permanenza dei clandestini nei centri di identificazione ed espulsione (il limite attuale è di due mesi).
Sempre in tema di stupri, si prevede la pena dell’ergastolo se alla violenza sessuale segua la morte della vittima. Specifiche aggravanti sono previste poi se il fatto e’ commesso ai danni di minori di 16 anni, in ambito famigliare o anche in ambito professionale.
Nel provvedimento anche la previsione di un incremento numerico delle forze di polizia con il rinvio ad un successivo decreto ministeriale per l’assunzione in organico di altri 1.800-2.000 operatori delle forze dell’ordine. Ci sarà anche uno stanziamento di risorse aggiuntive per la sicurezza, per un importo complessivo che dovrebbe oscillare tra i 60 e i 100 mln di euro.
Uno dei nodi sui quali si è incentrato il dibattito all’interno della maggioranza nell’elaborazione del testo è quello costituito dalla possibilità di impiegare gruppi di cittadini per la sorveglianza delle aree a rischio. Un aspetto, questo, che ha fatto paventare l’eventualità di un ricorso a pericolose ronde di giustizieri “fai-da-te”. In realtà, il testo del decreto prevede l’eventuale utilizzo di cittadini iscritti ad apposite associazioni, rigorosamente non armati e, soprattutto, attivati e coordinati dai comitati provinciali dell’ordine pubblico, dai prefetti e dai sindaci.
Si tratta, ha spiegato il ministro dell’Interno Roberto Maroni intervenendo mercoledì al question time alla Camera, di un argomento che è comunque bene sottoporre a regolamentazione legislativa. Dal momento che, sul territorio, si sono costituite in quest’ultimo periodo, associazioni spontanee di cittadini che in varie realtà locali contribuiscono alla prevenzione dei reati, è opportuno che alla materia venga data una cornice normativa, anche per evitare eventuali abusi.
Al Viminale confidano sul fatto che, con questa formulazione “soft”, chi nella maggioranza ha espresso perplessità sull’argomento possa invece valutare l’utilità di questo strumento aggiuntivo per il controllo del territorio e, quindi, per la prevenzione dei reati.
Nel decreto sono infine contenute, in modo da dare loro immediata attuazione, le norme previste dal ddl anti-stalking contro le molestie, approvato alla Camera ed attualmente in discussione al Senato.

Al decreto voluto ed emanato dall’esecutivo ha invece posto l’altolà il Vaticano, mentre dal Colle è venuta una presa di distanza. Il decreto ha infatti provocato la reazione negativa della Santa Sede. E anche una nota del Quirinale  puntualizza come “i contenuti del decreto siano di esclusiva responsabilità del governo”. Frase che sembra una riposta alle parole del ministro dell’Interno, Roberto Maroni che aveva negato contrasti con il Colle: “Non c’è stato alcun veto del Quirinale. Ieri con Napolitano ho concordato questo testo, senza alcuna forzatura o obiezione”.
Dura la posizione della Santa Sede. “L’istituzione delle ronde rappresenta” per il segretario del pontificio consiglio dei Migranti, monsignor Agostino Marchetto “una abdicazione dello Stato di diritto. Non è la strada da percorrere”. Dopo aver ricordato le perplessità del capo dello Stato e criticato l’ostinazione del governo, Marchetto ha ribadito che “è bene dare ai cittadini la possibilità di dare un contributo ad aumentare la sicurezza delle loro città, ma se questo serve ad alimentare un clima di criminalizzazione dei migranti, certamente questo non trova il consenso della Chiesa”.

Il VIDEO servizio:

Sì definitivo in Senato: il decreto sicurezza diventa legge

Militari in cittÃ

161 voti a favore, 120 contrari (Pd e Idv) e otto astenuti (l’Udc). Con questi numeri è stato convertito definitivamente in legge il decreto sulla sicurezza così come era stato licenziato alla Camera con il voto di fiducia. A Montecitorio erano state profondamente riviste le norme blocca-processi inserite in prima lettura al Senato.
Naturale la soddisfazione della maggioranza, espressa dal presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri: “Finalmente una svolta storica per la tutela e la sicurezza dei cittadini dopo l’impotenza della sinistra. Abbiamo approvato un decreto che inasprisce le norme contro i clandestini, contro la mafia, contro chi guida in stato d’ebbrezza o sotto l’effetto di droghe e che rende più rapidi i processi per i reati di più grave allarme sociale, mentre include per gli immigrati l’aggravante di clandestinità”.
Altrettatnto ovvie le critiche dell’opposizione: Anna Finocchiaro, presidente del gruppo Pd a Palazzo Madama, parla di norme contrarie al principio di uguaglianza. “Cito per esempio una questione fondamentale, quella che riguarda l’aggravante per il cosiddetto reato di immigrazione clandestina. Questa questione è secondo noi incostituzionale perché non si capisce quale sarebbe questa particolare pericolosità che nasce esclusivamente dal fatto che non hai il permesso di soggiorno”.
Aggravante per i reati commessi dai clandestini; rinvio dei processi meno importanti, fino a 18 mesi, per quelli relativi a reati coperti da indulto, cioè commessi entro il 2 maggio 2006 e saranno considerati prioritari i processi per reati di grave allarme sociale puniti con pena superiore a quattro anni; più potere ai sindaci e prefetti; confisca degli immobili affittati a clandestini. Sono queste le novità contenute nel decreto convertito in legge oggi dall’Aula di Palazzo Madama. Ecco nel dettaglio cosa prevede il testo.
Rinvio discrezionale dei processi, fino a 18 mesi, per i reati che non generano allarme sociale compiuti fino al 2 maggio 2006. Il rinvio congela anche i termini di prescrizione. L’imputato potrà rifiutarlo e non si applica se è già chiuso il dibattimento. Viene inoltre data priorità ai processi che prevedono il rito per direttissima, quelli con imputati detenuti e quelli per reati più gravi, come mafia, terrorismo, ma anche incidenti sul lavoro e circolazione stradale, immigrazione clandestina e reati puniti con pene superiori ai quattro anni e quelli nei quali ci sono casi di recidiva reiterata. Saranno i capi degli uffici giudiziari, alla luce di questo elenco di reati considerati prioritari, a stilare un elenco proprio del quale dovranno essere informati il Consiglio Superiore della Magistratura e il ministro della Giustizia.
Aggravante di clandestinità. Per lo straniero presente irregolarmente in Italia e che delinque le pene verranno aumentate di un terzo. L’aggravante viene applicata sia agli extracomunitari che ai cittadini stati membri dell’Unione europea irregolarmente presenti in Italia.
Utilizzo militari nelle grandi città. Saranno 3000 i soldati dispiegati nelle grandi città per “specifiche ed eccezionali esigenze di prevenzione della criminalità”. Avranno compiti di pubblica sicurezza per un periodo di sei mesi (al massimo rinnovabile per un anno). I soldati saranno a disposizione dei prefetti e saranno impiegati in 10 città e affiancheranno forze di polizia nel controllo del territorio, in aree metropolitane o comunque densamente popolate, per servizi di vigilanza a siti e obiettivi sensibili, perlustrazione e pattugliamento. Saranno utilizzati principalmente carabinieri già impiegati in compiti militari all’estero o comunque volontari specificamente addestrati.
Più poteri a sindaci e prefetti. Sono ampliati i poteri dei sindaci dei prefetti in tema di ordine pubblico e sicurezza urbana, prevedendo inoltre una collaborazione tra polizia locale e statale. Il sindaco potrà adottare provvedimenti ‘contingenti e urgentì per fronteggiare ed eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana. Il prefetto può intervenire con proprio provvedimenti in caso di inerzia del sindaco e di predisporre gli strumenti necessari all’attuazione delle iniziative adottate dal sindaco per la sicurezza pubblica. Il sindaco segnala alle autorità competenti gli stranieri irregolari da espellere.
Espulsioni più facili. Tutti gli stranieri che siano stati condannati a una pena superiore a due anni (fino ad oggi era di 10 anni) saranno espulsi. Prevista anche l’espulsione immediata per gli stranieri comunitari o clandestini che delinquono o (comunitari, dopo due mesi di permanenza nel nostro Paese) che non sono in grado di dimostrare una fonte lecita di guadagno. Per questi è previsto il rito per direttissima ed è abolito il patteggiamento in fase di appello.
Carcere da 6 mesi a 3 anni e confisca degli immobili ceduti a titolo oneroso a clandestini e irregolari, nel caso in cui il proprietario ne derivi un ‘illecito profittò (restano fuori le badanti e colf alloggiate nelle case dei datori di lavoro). Con la condanna scatta anche la confisca del bene.
Ergastolo a chi uccide un agente e stretta sulla custodia cautelare. Per chi uccide un agente delle forze dell’ordine in servizio (poliziotti, carabinieri, finanzieri e altri agenti di pubblica sicurezza) la massima pena prevista sarà quella dell’ergastolo. Inoltre, aumenta il numero dei reati per i quali non è concessa la sospensione della pena detentiva. Rimarrà in carcere chi commette atti osceni, violenza sessuale, violenza sessuale di gruppo, furto e tutti i delitti aggravati dalla clandestinità, ma anche chi spaccia sostanze stupefacenti e psicotiche. Per chi è incensurato non scatteranno più in maniera automatica le attenuanti generiche.
Confisca beni patrimoniali di origine mafiosa e no a gratuito patrocinio. Vengono inserite norme per la confisca dei beni di origine mafiosa o di provenienza illecita o la cui consistenza risulti sproporzionata al proprio reddito dichiarato o alla propria attività economica. Sempre in tema di lotta alla mafia vengono ampliati i poteri di coordinamento del procuratore nazionale antimafia anche in materia di prevenzione. Infine, i mafiosi già condannati non potranno più avvalersi del gratuito patrocinio.
Lotta alla contraffazione. Vengono introdotte norme specifiche in materia di distruzione delle merci contraffate.

Il VIDEO servizio:

Impronte ai rom, Maroni non retrocede e chiede più controlli

impronte

Nessun passo indietro sulle impronte digitali per i bambini nomadi. Anzi, il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, va avanti spedito e chiama al Viminale i tre prefetti di Roma, Napoli e Milano - nominati un mese fa commissari all’emergenza - per catechizzarli sulla linea da seguire. Nel mirino il prefetto della Capitale, Carlo Mosca, che nei giorni scorsi si era dissociato dall’indicazione del ministro.
Sulle impronte, ha spiegato Maroni, si sono scatenate polemiche “totalmente infondate, frutto di ignoranza, nel senso di scarsa informazione, o di pregiudizio politico: in entrambi i casi sono polemiche che non mi toccano e non mi faranno retrocedere neanche di un millimetro”. C’è, ha ricordato: “Un’emergenza nomadi definita dal precedente governo che noi vogliamo affrontare e risolvere, naturalmente nella salvaguardia di tutte le norme di diritto italiano, europeo e internazionale, ma vogliamo affrontarla e risolverla una volta per tutte. Deve finire” ha ribadito “l’ipocrisia per cui sono tutti a favore dei bambini però tutti accettano che i bambini vivano in questi campi dividendo lo spazio coi topi”. Quanto al metodo, il ministro ha precisato che “noi interveniamo con la Croce Rossa, tutelando i diritti di tutti, ma vogliamo sapere chi c’è, chi abita le nostre città, chi abita le nostre regioni e chi ha diritto di stare e chi non ha diritto di restare”.
Per questo, ha convocato al ministero coloro che questa linea la devono applicare concretamente, cioè i tre commissari delegati. A presiedere la riunione Giuseppe Procaccini, il capo di Gabinetto del ministro, che ha ricordato ai prefetti - in particolare a Mosca - che l’ordinanza di nomina affida loro il compito di identificare i nomadi, anche i minori, “attraverso rilevi segnaletici”, come le impronte digitali appunto. Il prefetto di Roma, pochi giorni fa, aveva invece detto che “così come non si prendono le impronte digitali per il passaporto ai minori italiani, così non si vede il motivo per cui bisogna farlo con i bambini rom”.

Dichiarazione che, naturalmente, non è piaciuta a Maroni, il quale ha chiesto a Procaccini di convocare i prefetti per stabilire una linea comune tra le tre città, in modo da evitare posizioni discordanti come quella di Mosca.
La riunione è durata circa due ore e Mosca ha avuto modo di spiegare il suo punto di vista. Al termine, il Viminale ha fatto sapere che si è trattato della “prima di una serie di verifiche periodiche, che ha consentito di mettere a punto una completa e condivisa linea tecnica nell’applicazione delle ordinanze”. È stato quindi rilevato che il censimento nei campi nomadi “sta procedendo regolarmente, secondo le indicazioni contenute nelle ordinanze, con l’obiettivo di riconoscere l’identità personale, anche a coloro che non sono in grado di dimostrarla, attraverso il ricorso alle tipologie di rilievo segnaletico necessarie, comprese le impronte digitali”.
E sostegno a Maroni è arrivato dal suo compagno di partito, nonché ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli. “Se rilevare le impronte per qualcuno può rappresentare una discriminazione” ha detto “io lancio una proposta: tutti i cittadini italiani si facciano rilevare le impronte”. Il presidente dei senatori Pdl, Maurizio Gasparri, ha definito l’iniziativa del ministro dell’Interno: “Sacrosanta. Meraviglia che qualche prefetto non conosca le leggi vigenti in Italia e in Europa, che impongono procedure di identificazione certa soprattutto dei minori privi di documenti e vittime di chi li manda a rubare”.

Critiche, invece dall’opposizione. “È un segno di barbarie” ha osservato l’europarlamentare del Pd Gianni Pittella “che il governo Berlusconi, a 70 anni dalle leggi razziali, decida che la questione rom si risolve prendendo le impronte digitali ai bambini”.

“Prendere le impronte digitali ai minori dei campi rom per evitare fenomeni come l’accattonaggio”. Siete d’accordo con il piano del ministro Maroni?

Ferrante: meglio i rifiuti dopo il gran rifiuto della politica

Bruno Ferrante, ex prefetto di Milano |foto Ansa
“Mi rendo conto che a molti possa sembrare sorprendente che io abbia accettato la carica di presidente di due società Impregilo. La stessa sorpresa di quando scesi in campo nel 2006. Ma di questa politica autoreferenziale e tanto distante dalla gente non ne potevo più”. Bruno Ferrante, ex prefetto di Milano, ed ex candidato sindaco per l’Unione nella città meneghina, si è lasciato alle spalle le istituzioni. Gli piace sorprendere, pare. Almeno quanto accettare nuove sfide.

È così, prefetto?
Sì, mi piace mettermi alla prova: poter mettere in campo le mie capacità e le mie risorse al servizio degli altri. Questo è sempre stato il tratto distintivo delle mie scelte professionali, sia quando sono passato dalle istituzioni alla politica, sia adesso che dal pubblico sono passato al privato.
Perché nel 2006 scelse la carriera politica?
Perché avevo compreso e capito che il mio percorso nei corridoi dello Stato era ormai giunto al termine. Per me, dopo sei anni da prefetto di Milano, non c’erano più prospettive e porte aperte. E allora, per continuare a servire l’interesse pubblico ho scelto la strada della politica. Mi sono messo a disposizione dell’Unione che ha creduto di potermi portare alla poltrona di sindaco. A governare una città che conoscevo da tempo, che ho amato e in cui riconoscevo le mie radici, familiari e professionali.
Un’esperienza intensa ma molto breve: giugno 2006 - gennaio 2007. Poi ha preferito eclissarsi nel meno visibile Commissariato per la lotta alla corruzione…
Sì, perché nel frattempo non si era sopita la voglia della sfida. Da tempo si era manifestata un’attenzione del settore privato nei miei confronti e nei confronti del mio curriculum di “manager pubblico”, dopo decenni passati affrontando anche situazioni difficili. E ora sono a Impregilo e anche qui gli stimoli non mancano…
Cosa le ha lasciato in eredità la politica?
Molto. Sono uscito da quel mondo più ricco. A dire il vero ogni esperienza professionale mi ha dato tanto. Ma quella politica, diciamo, mi ha come maturato.
Addirittura…
Mi ha messo in contatto con la gente, con le sue storie, le sue risorse e i suoi problemi. Anche la campagna elettorale a Milano l’ho voluta giocare accanto agli uomini e alle donne della città. La nostra lista è nata proprio per questo, in nome della municipalità e della civitas e per ridurre quell’enorme distanza tra il Palazzo e la strada. Un invito più volte ripetuto anche dal presidente della Repubblica, ma puntualmente disatteso.
Tema di grande attualità.
Già. Io ho sempre creduto che il dovere delle istituzioni fosse quello della trasparenza. Che fossero pubbliche e politiche, le istituzioni devono più di ogni altra cosa rendere conto ai cittadini delle loro scelte, delle spese, dei comportamenti amministrativi. È scontato che sia così. Prendiamo il capitolo tasse, per esempio. I cittadini non protestano tanto perché le devono pagare, quanto perché non hanno ben chiaro dove vanno a finire i soldi che lo Stato chiede loro. Altro esempio?
Dica.
Perché gli inglesi possono sapere, con una certa facilità, quanto spende in un anno la regina e invece i bilanci dell’amministrazione italiana sono scritti per non essere capiti?
Non mi dica che si è dimesso per questo…
Non solo. Nel senso che sono rimasto molto deluso dal non poter dare il mio contributo: il mio apporto non riusciva a essere incisivo. E non parlo della frustrazione da capo della minoranza in consiglio comunale che per numeri e proposte, di fatto, non conta. Piuttosto dell’involuzione che la politica ha subìto in questi anni. Un pericoloso ripiegamento su se stessa fino all’autoreferenzialità. Oggi il sistema politico, e chi ci sta dentro, ha smesso di fare sintesi tra i problemi e le risorse della gente, ma continua a parlarsi addosso, a risolvere i propri problemi.
Che panorama fosco!
Però uno spiraglio c’è.
A destra o sinistra?
In entrambi gli schieramenti trovo personalità capaci di andare sul concreto e decise a far proprie le aspettative della cittadinanza. Veltroni, a sinistra, è una di queste.
Visto che le due società che va a dirigere sono finite sotto inchiesta per la gestione dei rifiuti, si sente il “guido Rossi” di Impregilo (la definizione è di un consigliere della sua Lista a Milano)?
Il paragone mi lusinga e ringrazio Impregilo per la fiducia che ha voluto darmi, affidandomi la direzione di due sue importanti società. So che c’è molto da fare qui. E non mancheranno le difficoltà. Ma vediamola così: metterò al servizio delle società e della gente della Campania la mia esperienza.
Beh, in effetti, i protagonisti del caso rifiuti a Napoli li conosce bene.
Ho già incontrato il prefetto Pansa, che conosco da quando ero vicecapo della polizia, e so che lavoreremo bene insieme. Anche con il sindaco Iervolino (che conosco invece da quand’ero Capo di Gabinetto al Viminale e lei era ministro) ci sarà un’ottima collaborazione.

Parole semplici e chiare per dire, a chi non l’avesse capito, che del prefetto che ha scalato (quasi) tutti i gradini del Viminale e ha avuto un contatto rapido ma intenso con la politica, sentiremo ancora parlare.

LEGGI ANCHE: La vita da mediano del prefetto Ferrante, con due inversioni a U - Milano, la lista dei senza Ferrante in cerca d’identità

Milano: la Lista dei senza Ferrante in cerca d’identità

Milly Moratti e Bruno Ferrante |foto Ansa
Quanto è difficile muoversi senza bussola e punti di riferimento? Come ci si sente “sedotti e abbandonati”? Provate a chiederlo agli elettori e, soprattutto, ai tre consiglieri superstiti della Lista Ferrante al comune di Milano (Milly Moratti - capogruppo, Carlo Montalbetti e Davide Corritore). Che dopo aver subìto l’addio del loro leader-prefetto (uscito trionfante dalle prime primarie milanesi dell’Unione all’inizio del 2006 e poi uscito amareggiato dal consiglio comunale pochi mesi dopo), hanno assistito anche al cambio di casacca di Raffaele Grassi, il leader dei tassisti che ha preferito accasarsi nell’Idv di Antonio Di Pietro. Ora sono alle prese con il futuro. E con tante domande.
Per esempio, come chiamarsi, dopo l’uscita di scena di Bruno Ferrante dal consiglio comunale e dal mondo politico? La scelta è ormai tra due ipotesi, e senza nemmeno tanto appeal: “Lista civica democratica e Lista civica per Milano” spiega Carlo Montalbetti. Decisione rimandata al 12 settembre, in un convegno a Palazzo Marino sulla “Buone pratiche per una buona politica”: la Lista riunirà i propri elettori e i 21 consiglieri di zona per decidere il nuovo nome. E Ferrante che ne pensa? “Ha dato il via libera” risponde Corritore, vicepresidente del consiglio comunale meneghino.
Poi c’è la questione di che fare del patrimonio di voti, progetti e linguaggio (alle elezioni del 2006, pur perse, la Lista del prefetto ha ottenuto un egregio 7,5 per cento) di cui i cittadini milanesi li hanno dotati. Soprattutto ora che nella sinistra, in città, in Regione, oltre che nel resto del Paese, le acque sono parecchio agitate, in vista delle primarie per la leadership del nascente Partito Democratico.

E su questo punto i distinguo dei tre sono evidenti. Non che non parlino con la stessa voce, ma sono le loro scelte “assolutamente personali”, ci tengono a dire, che vanno in direzioni diverse. La pasionaria ambientalista Milly Moratti si è schierata e si batterà a fianco di Walter Veltroni (”Un leader capace di portare dalla sua parte anche gli avversari più riottosi”, dice); Davide Corritore, l’ex conigliere economico del governo D’Alema, si dice invece attratto dall’ipotesi Enrico Letta.

Insomma se non proprio al buio, la Lista Ferrante è in un vicolo cieco. “Ma ringraziamo il prefetto per i mesi di lavoro insieme, ci ha dato molto” commenta Montalbetti “e rispettiamo anche la scelta che ha fatto, diventare il ‘Guido Rossi’ di Impregilo”. Già, ma come si sente la sinistra milanese senza colui che, dopo anni di candidati poco noti e più o meno mandati allo sbaraglio contro le armate della CdL, avrebbe potuto riconquistare i cuori del popolo riformista meneghino? Senza il “padre” che trionfando alle primarie aveva fatto sperare di giocare ad armi pari la partita di Palazzo Marino?
“Ma Bruno, per noi, non era un padre. Un grande fratello, piuttosto” dice Milly Moratti. “Abituato per formazione e curriculum a prendere decisioni, una volta sconfitto ha vissuto un periodo di sfiducia e disagio. In consiglio comunale, soprattutto nei primi mesi, c’era davvero poco da fare e decidere. È frustrante, mi creda, trovarsi a parlare senza che le idee proposte vengano prese in considerazione da chi comanda. E lui di questo ha sofferto: non poter darsi da fare come una volta. Stava male, credo che abbia cambiato strada per questo”. E i famosi motivi strettamente personali? “Se ci sono, devono essere stati molto validi. Anche perché politicamente era in ottimi rapporti con tutti i partiti della coalizione (5 per 22 consiglieri comunali, ndr)…” assicura l’altra Moratti. Anche con chi lo aveva definito il “candidato-questurino”? “Ma quella era solo una battuta…”

La vita da mediano del prefetto Ferrante. Con due inversioni a U

Ferrante acclamato in piazza Duomo a Milano |foto Ansa
La maggior parte degli italiani non sapeva chi fosse fino a che, nel 2006, non ha scelto di sfidare Letizia Moratti nella corsa a sindaco di Milano. Eppure, ha giocato per oltre 30 anni un ruolo di punta nelle istituzioni. Un prefetto di ferro che, incarico dopo incarico, ha scalato le vette del Ministero degli Interni. Poi, in meno di due anni, Bruno Ferrante ha impresso una svolta decisa alla sua vita. Anzi, più d’una.
Ma che fine ha fatto il più votato alle prime primarie del centrosinistra a Milano? Se qualcuno lo immagina deluso su una sedia dell’opposizione al consiglio comunale di Palazzo Marino, o lo pensa comunque tra i consiglieri dell’Unione in materia di sicurezza, si sbaglia di grosso (basta leggere l’intervista che ci ha rilasciato). Dall’elezione mancata nel maggio 2006, Ferrante ha compiuto altri incredibili salti nella sua carriera. Prima ha mestamente abbandonato la politica, per tornare nelle più familiari stanze degli alti uffici del Viminale, anche se con un incarico che per visibilità e prestigio non aveva nulla a che fare con quelli ricoperti in precedenza. Ma la più clamorosa inversione a U è recentissima: dal 13 luglio scorso Ferrante è diventato presidente di Fibe SpA e Fibe Campania SpA, due società controllate da Impregilo, sotto inchiesta a Napoli per illeciti nel trattamento dei rifiuti. E così da una decina di giorni ci sono due prefetti a occuparsi dell’emergenza in Campania. Lui appunto, e quello di Napoli: Alessandro Pansa, nominato da Romano Prodi commissario straordinario, in sostituzione Guido Bertolaso.
Non c’è dubbio che per Impregilo sia stata una mossa di grande effetto, se non altro dal punto di vista dell’immagine: per fare pulizia, chiarezza e ordine ha scelto un uomo col passato al di sopra di ogni sospetto, fedele servitore delle istituzioni, dal curriculum prestigioso, immacolato. E con la valigia sempre pronta.
Perché quella di Ferrante, nato a Lecce 60 anni fa, è una carriera da civil servant piena di viaggi e incarichi, tutti di alto livello: funzionario del ministero dell’Interno già nel ‘73, commissario straordinario del Comune di Monza nel ‘92, vice commissario del Comune di Milano l’anno dopo, nominato prefetto di prima classe nel ‘94 è stato Vice capo della polizia fino al ‘96 quando, mentre molti - lui compreso - si aspettavano la sua promozione a capo della polizia, viene nominato Capo di Gabinetto del Viminale (carica tenuta per quattro anni e con diversi ministri del centrosinistra: Giorgio Napolitano, Rosa Russo Iervolino e Enzo Bianco). Sarebbe stato un comunque un possibile trampolino se, nel 2000, a comandare la polizia il Consiglio dei Ministri non avesse chiamato Gianni De Gennaro. E così, a Ferrante non è rimasto che rifare le valigie e accettare l’incarico di prefetto di Milano.
Per questo, dopo sei anni passati a gestire l’ordine e la sicurezza nel capoluogo meneghino, ha sorpreso tutti quando ha accolto la proposta del centrosinistra milanese (non erano in pochi ad ascriverlo, piuttosto, tra i simpatizzanti della destra) che, a corto di progetti e nomi in grado di riconquistare Palazzo Marino (che manca alla sinistra dal ‘93) lo ha messo in gara contro Letizia Moratti. Per quanto poco amato dall’ala radicale della coalizione, che lo ribattezza “il candidato questurino”, Ferrante ha stravinto le primarie nel gennaio 2006 con il 67,85 per cento dei consensi, davanti a nomi di tutto rispetto e dal più certo imprinting “rosso”: Dario Fo (il Nobel sostenuto da Rifondazione comunista), la pasionaria verde Milly Moratti e il manager Davide Corritore, già consigliere economico del governo D’Alema.
Ma contro le armate di donna Letizia, il 31 maggio 2006 Ferrante perde. Lamentando che qualcuno abbia remato contro, non arriva nemmeno al ballottaggio, si ferma al 47 per cento. La sua “Lista Ferrante”, ottiene però un ottimo risultato: il 7,5% dei consensi e ben cinque consiglieri comunali (ora ridotti a tre). Un’esperienza forse intensa, ma di certo breve e bruscamente interrotta all’inizio di quest’anno. Non soddisfatto del suo ruolo di capo dell’opposizione, Ferrante si rimette a disposizione dello Stato, lasciando, sedotti e abbandonati, la politica, la sua squadra, i propri elettori, il centrosinistra milanese che gli si era affidato. Il premier Prodi, il 19 gennaio, lo parcheggia infatti a dirigere l’Alto Commissario per la prevenzione e il contrasto della corruzione. Un bell’ufficio ottocentesco con affaccio in via del Corso a Roma, non c’è che dire, ma lontanissimo dalle stanze che contano. Eppure, nel suo stile, lui non fiata, obbedisce e fa la sua parte: in tutte le occasioni ufficiali a cui è chiamato, non manca di promettere che porterà “trasparenza, efficienza e semplificazione nella pubblica amministrazione”. Nelle “linee guida” (qui il testo integrale in .pdf) rese note due giorni dopo la sua nomina tranquillizza: “Non è compito del Commissario scoprire singoli casi di corruzione, ma capire le cause del fenomeno. Tutto questo con la Pubblica Amministrazione e non contro di essa”.
Anche questo un idillio di breve durata. Il il 16 luglio uno strano scherzo del destino porta un altro perfetto, Achille Serra - che come lui ha a lungo aspirato alla poltrona di capo della polizia e che come lui a Milano, da questore, aveva tentato il salto in politica (con il centrodestra) - a sostituirlo al vertice del Commissariato anti corruzione. E Ferrante? Si è dimesso, ufficialmente “per motivi strettamente personali”.
Ovvero, la più eclatante giravolta della sua vita: perché se fino a ora le due carreggiate seguite da Ferrante (quella prefettizia, prima e quella politica, poi) erano comunque parte di un percorso interno al settore pubblico, oggi correndo a sedersi sulla poltrona offerta da Impregilo, il colosso italiano delle opere pubbliche (che ha nel board nomi illustri della finanza italiana: Autostrade, Ligresti, Gavio), il prefetto ha scelto di marciare sotto le insegne del privato.
Cosa ha portato un uomo dello Stato, con un passato di lotte al malaffare e alla corruzione, a scegliere di condurre le stesse battaglie, ma dall’altra parte della barricata? Domande e dubbi legittimi, riassunti nell’interpellanza di alcuni deputati radicali che chiedono “se il ‘caso Ferrante’ non rappresenti un caso classico di ‘controllore’ che diventa, senza soluzione di continuità, ‘controllato’; se il ‘caso Ferrante’ non suggerisca la necessità e l’urgenza di un congruo intervallo fra le dimissioni dalla suddetta carica e l’assunzione di incarichi di responsabilità nel settore pubblico e privato”.
Bruno Ferrante e Gabriele Albertini |foto Ansa

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