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Il ragazzaccio Fini e il “monarca” Silvio. E così un microfono fregò Gianfranco

Gianfranco Fini, il ragazzaccio del PdL

Non gli ci voleva proprio, al presidente della Camera, questo contrattempo: un microfono rimasto acceso lo scorso 6 novembre, durante la giornata conclusiva del Premio Borsellino, ed ecco un fiume di parole mentre chiacchiera - amichevolmente - col procuratore capo di Pescara Nicola Trifuoggi. Continua

Partita aperta nel Pdl: il rebus Fini

Il presidente della Camera Gianfranco Fini a Prato

Il presidente della Camera Gianfranco Fini a Prato

Formalmente l’accordo c’e. Gianfranco Fini, dopo un faccia a faccia con Silvio Berlusconi, ha riconosciuto martedi 10 novembre la necessità di salvaguardare il premier dall’aggressione giudiziaria e ha detto sì all’ipotesi di introdurre il principio del processo breve, al massimo 6 anni. Un principio di civiltà giuridica che, dopo la caduta del lodo Alfano, dovrebbe restituire al capo del governo la serenità necessaria per portare al termine il mandato ricevuto dagli elettori.
Ma reggera l’accordo con Fini? Continua

Parla Lady Mastella: “Nulla sarà più come prima”

Sandra Lonardo Mastella, presidente del consiglio regionale della Campania

Sandra Lonardo Mastella, presidente del consiglio regionale della Campania

Bufera giudiziaria all’ombra del Vesuvio: a quanto si apprende, 25 ordinanze di custodia cautelare, 63 indagati, 18 divieti di dimora e 6 misure interdittive costituiscono i provvedimenti emessi dal gip del Tribunale di Napoli eseguiti oggi dai carabinieri di Caserta e dalla Guardia di Finanza di Napoli. Nell’inchiesta su appalti e assunzioni all’Arpac (l’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Campania) - come riportano siti (qui, qui, qui e qui) e agenzie di stampa - figura indagata anche Sandra Lonardo, presidente del Consiglio regionale della Campania e moglie dell’ex Guardasigili e leader dell’Udeur Clemente Mastella, destinataria di un provvedimento di divieto di dimora in Campania, dove svolge la sua attività istituzionale. Leggi l’intervista Sandra Mastella

Che fine persegue Fini? La parabola di Gianfranco, che studia da leader (del Pd?)

Gianfranco Fini

Gianfranco Fini da tempo studia da leader del centrodestra.
Nei palazzi della politica, ma anche nel Paese, la voce gira ormai da molto. E da quando è presidente della Camera, poco più di un anno, è anche riuscito a ritagliarsi uno spazio da uomo politico che guarda più alla strategia che alla tattica, più al ragionamento di lungo respiro che alla politica della dichiarazione quotidiana.
Certo quella dell’ex leader di Alleanza Nazionale è stata una lunga marcia. Che dalla militanza missina lo ha portato fino alla segreteria… del Partito Democratico (almeno così ironizza il popolo di sinistra, ormai orfano di grandi condottieri).

Ma la marcia finiana comincia da lontano. Con la prima “svolta”, quella del congresso di Fiuggi (si era nel gennaio ‘95) che trasforma il Movimento Sociale Italiano in Alleanza Nazionale. Del Msi Fini aveva raccolto il testimone, direttamente da Giorgio Almirante, a soli 35 anni. Per la prima volta gli eredi dei repubblichini - o per lo meno la maggior parte di essi - rinnegano le radici fasciste. Un passaggio “storico”, da completare con l’abbandono di quel passato che ricorda la destra razzista e antisemita, che ancora pesa troppo sulle spalle di Fini.
Il 19 febbraio del 1999 Fini va nel luogo simbolo della tragedia dell’Olocausto: Auschwitz. Quindi con il secondo governo Berlusconi, nel 2001, Fini comincia ad accreditarsi anche sullo scenario internazionale, prima con la nomina alla Convenzione europea, l’organo straordinario dell’Ue che dà vita alla Costituzione europea, poi approdando alla Farnesina. Il cammino prende velocità e diventa una corsa nel 2002, quando l’attuale presidente della Camera partecipa a sorpresa alla Giornata della Memoria, dove davanti al rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, afferma: “Siamo qui, perché la storia non si ripeta, perché mai più si possano compiere simili mostruosità”. E nello stesso anno, a settembre, in una intervista al quotidiano israeliano Haaretz va oltre: “Come italiano è mio dovere assumermi ogni responsabilità. E a nome degli italiani è mio dovere farlo. Gli italiani portano sulle proprie spalle la responsabilità di ciò che è accaduto dal 1938, ovvero da quando furono varate le leggi razziali. Si tratta di una responsabilità storica: quella di riconoscere i dolori causati e di chiedere perdono”. La visita a Gerusalemme il 24 novembre del 2003 è il momento certamente più significativo del cammino politico di Fini: le immagini dell’ex delfino di Almirante, con la kippà in testa che depone fiori allo Yad Vashem sanciscono lo strappo con il passato.

Ecco una “gallery” (e qualche video) di alcuni suoi pensieri negli anni. Prima e dopo. Perché come ebbe a dire lo stesso Fini alcuni anni fa “solo i paracarri restano fermi”.

Su Mussolini
Il 25 marzo di quest’anno, cioè nei giorni in cui era appena calato il sipario su Alleanza Nazionale e si andava verso la creazione del Pdl, Fini è ospite alla sede romana della Stampa estera e la domanda clou, ancora una volta, è sul suo pensiero su Mussolini. Al giornalista che gli ricorda come 15 anni ebbe a definire il dittatore il più grande statista del secolo, replica: “Sono affascinato dalla sua domanda… è evidente che la risposta sia in quello che ho fatto in questi anni e di cui mi ha dato atto anche lei”. Oggi, aggiunge, Fini, “la mia risposta è no, non sono dello stesso parere, altrimenti sarei schizofrenico. Un minimo di coerenza, altrimenti avremmo fatto bingo…”.

Sugli omosessuali (maestri e non)
Nell’aprile del 1998 disse che “un maestro elementare dichiaratamente omosessuale non può fare il maestro”. Motivando il suo pensiero poi spiegava: “Un conto è affermare che non è giusto discriminare la gente per motivi religiosi, razziali, etnici o sessuali, ma cosa diversa è stabilire per legge che una coppia di gay deve avere gli stessi diritti di una coppia normale. Perché l’omosessualità non si può considerare una cosa normale”. Tornando all’esempio del maestro elementare, il leader dell’allora An era netto: “Secondo me, compiti delicati come quello dell’educatore, soprattutto dell’educatore dei più piccoli, occorre che vengano affidati a chi trasmette determinati valori e determinati principi”.
Di recente, a metà maggio 2009, il presidente della Camera ha ricevuto a Montecitorio alcune associazioni degli omosessuali. I rappresentanti di Arci Gay-Arcilesbica, Agedo e Famiglia Arcobaleno, gli hanno consegnato un dossier sulle violenze e gli omicidi a sfondo omofobico e gli hanno chiesto un impegno per calendarizzare al più presto la legge contro l’omofobia. Fini, dal canto suo, ha sottolineato il dovere del legislatore di mettere al centro della sua azione la lotta a ogni genere di pregiudizio: “Nel momento in cui si discute della dignità della persona umana, bisogna combattere tutte le tendenze al pregiudizio, alla discriminazione e alla violenza. Ma questa cosa il legislatore la deve avere al centro della sua azione legislativa”.

Legge Bossi-Fini e la questione degli immigrati
Durante la legislatura 2001-06 Fini fu, con il leader della Lega, Umberto Bossi il “padre” della legge per contrastare l’immigrazione (datata 30 luglio 2002) , che infatti porta il loro nome: la Bossi-Fini. Un provvedimento duro, che prevede l’impossibilità per i clandestini senza un permesso di lavoro in Italia di arrivare nel nostro Paese. In questo anno la terza carica dello Stato ha più volte parlato di immigrazione e rispetto dei diritti “a prescindere dal colore della pelle”. E proprio la settimana scorsa – nel discorso non pronunciato per via dell’annullamento della visita a Montecitorio a seguito del ritardo del Colonnello Gheddafi – ha chiesto alla Libia di ospitare una delegazione di parlamentari perché si possa verificare il rispetto dei diritti umani sulle coste vicine al nostro paese. E sulla Bossi-Fini nei mesi scorsi ha chiosato: “Continua ad essere valido l’impianto generale della legge Bossi-Fini, ma alla luce di alcune questioni relative all’applicazione della legge, dei correttivi si rendono necessari. In particolare” ha aggiunto “andrebbe modificato l’aspetto che chiede all’immigrato che per rinnovare il contratto di lavoro deve tornare nel paese di origine e poi rientrare in Italia”.

Le dissonanze di un “uomo solo al comando”
E quante sono, invece, le dichiarazioni in cui Fini, pur non evolvendo il suo pensiero, si è detto in dissonanza dallo schieramento di centrodestra. O almeno da buona parte di esso…

Alcuni anni fa Fini aveva appoggiato il referendum abrogativo della legge 40 e, più di recente, ha detto che alla Camera sarebbe opportuno rivedere la legge sul testamento biologico, approvata dalla maggioranza al Senato con il plauso della Chiesa e fortemente criticata dal centrosinistra. Dopo che la Consulta ha dichiarato incostituzionali due passaggi della legge sulla fecondazione assistita l’inquilino di Montecitorio ha detto, in maniera netta: “La sentenza della Consulta che dichiara illegittime alcune norme della legge 40 sulla fecondazione assistita rende giustizia alle donne italiane, specie in relazione alla legislazione di tanti paesi europei”.

Referendum elettorale
Dal palco del congresso fondativi del Pdl alla Fiera di Roma Fini aveva riportato l’attenzione sul referendum elettorale ricordando che An aveva raccolto le firme. Una consultazione che crea evidenti problemi alla coalizione e in particolare al rapporto con la Lega. Tanto che il Cavaliere solo la settimana scorsa ha detto che non avrebbe appoggiato i quesiti referendari. Subito Fini ha invece dichiarato di voler andare a votare “convintamente. E spero che gli italiani facciano altrettanto”.

Le stoccate a Berlusconi
E che dire della sua condotta politica, che negli ultimi mesi ha preso traiettorie ben diverse (e solitarie) da quelle della maggioranza, del governo e del premier Silvio Berlusconi? Beh, al Fini di questi ultimi tempi calzerebbe benissimo perfino per un Partito democratico più a sinistra dell’ex Veltroni: schierato sulla libertà di scelta nella bioetica, difensore della laicità e della Costituzione.
Fino a bacchettare più volte, a colpi di disringuo, le uscite del premier. L’ultima critica, ma solo in senso cronologico, sull’inchiesta di Bari. “Non credo che ci sia un rischio di instabilità per il governo. C’è un rischio di minore fiducia dei cittadini nei confronti della politica e delle istituzioni, cioè del fondamento della democrazia”, ha risposto il presidente della Camera, venerdì 19 giugno, a chi gli chiedeva dei rischi per la stabilità del governo Berlusconi in seguito alle vicende degli ultimi giorni. Fini, che parlava a una conferenza stampa seguita a un dibattito al Cnel su futuro del parlamentarismo in Italia e in Germania, ha aggiunto: “Una democrazia impotente e inefficace alla lunga genera disillusione, scontento, alimenta la critica e il ripudio e finisce per alimentare progetti bonapartisti o cesaristi, con una delegittimazione del Parlamento inteso come luogo che rallenta le decisioni”.

Che fine persegue Fini?
A proposito di stabilità e crisi, sono tanti ad aver pensato a lui, e a Tremonti, per un eventuale governo istituzionale che avrebbe potuto sostituire un Berlusconi in difficoltà. La “scossa’ evocata da Massimo D’Alema è stata rigettata in toto dalla maggioranza, ma certamente l’inquilino di Montecitorio, che pure aspira (legittimamente) alla successione del Cavaliere (ma guai a chiamarlo “delfino”), non avrebbe accettato di salire sul gradino più alto della politica italiana senza una legittimazione popolare. La sua è una strategia lungimirante. Che per ora prevede lo “sfruttamento” della Camera dei Deputati. Attraverso la composizione di una rete di contatti bipartisan e di eventi politico-culturali che si dispiegheranno nei prossimi mesi. Se non anni. Una rete politico-culturale avrà nella fondazione Farefuturo e in Alessandro Campi il centro di una nuova politica della destra. Lo stesso Campi ha più volte spiegato: “C’è un’ambizione politica forte. Vogliamo pensare e immaginare di ‘rifare l’Italia’. Frenando le spinte disgregatrici. Inglobando i nuovi italiani. Immaginando una nuova architettura istituzionale capace di decidere”.

Probabilmente Fini (isolato nel Pdl, sempre meno in sintonia con Silvio Berlusconi, ai ferri corti con la Lega, ai margini con buona parte di An) non farà il leader del Pd, e – come ha recentemente scritto Giuliano Ferrara: “Fini non avrà mai lo charme demotico di Berlusconi e non potrà mai sfidarlo direttamente” ma un giorno “magari non ravvicinato la stella del presidente della Camera brillerà in una costellazione in cui a pochi astri sarà dato di emettere luce in proprio”.

VIDEO su Youtube con protagonista Gianfranco Fini:

Gianfranco Fini - MSI appello agli elettori 1992

Fini eletto Presidente della Camera dei Deputati

Messaggio del Presidente Fini sul canalae YouTube della Camera


Fini e quel tiro di marijuana

Scherzi a parte: Fini e la lotta al fumo

Le Iene su Mussolini

L’intervento di Fini alla seconda giornata del cogresso fondativo del Pdl


Fini contro il governo: “Offesa dignità del parlamento”

Fini nuovo leader della sinistra?

Il nuovo Europarlamento: ora cominciano le guerre fredde

La composizione dell'Europarlamento 2009

Le trattative sono appena cominciate e la partita si annuncia tutt’altro che facile.
Dopo la vittoria del centrodestra in Europa, la riconferma del popolare José Manuel Barroso alla guida della Commissione europea appare più facile. Ma nel vertice europeo del 18-19 giugno l’ex premier portoghese potrebbe incassare dai 27 leader Ue solo una fiducia politica, senza una designazione formale.
L’incertezza è legata al secondo referendum irlandese sul trattato di Lisbona, ormai quasi certo per ottobre: se approvato, comporterebbe un secondo voto sulla Commissione europea da parte dell’Europarlamento. Senza contare, a quel punto, l’intreccio con le nuove cariche di presidente europeo e ministro degli Esteri della Ue.
L’avvio dei lavori parlamentari è fissato per il 29 giugno, quando inizieranno le prime sedute ufficiali dei 736 neoeletti in vista della sessione inaugurale del 14 luglio. Ma già da questa settimana gli eurodeputati si incontrano per sciogliere alcuni nodi. Primo fra tutti la costituzione dei gruppi. Regola vuole che per formarne uno occorrano almeno 25 parlamentari di sette differenti paesi Ue.

La novità potrebbe essere il debutto di un nuovo gruppo destinato a raccogliere un consistente blocco di antieuropeisti. Soprattutto si attende di sapere cosa faranno i 27 conservatori britannici, che hanno annunciato di staccarsi dal Partito popolare europeo (Ppe).
Nella sessione costitutiva di luglio saranno eletti presidente, vicepresidenti e questori, poi le commissioni parlamentari. Un’assegnazione calibrata su base proporzionale secondo una sorta di manuale Cencelli, che in Europa si chiama metodo d’Hondt, e per la quale i giochi sono appena cominciati.
I popolari, usciti vincitori dal voto con 264 seggi, voteranno il 23 giugno il presidente di gruppo. L’uscente Joseph Daul, francese alsaziano, punta a essere riconfermato. E qui si innesca la partita italiana per la poltrona più alta dell’Europarlamento.
I candidati del Ppe alla presidenza sono due: l’ex premier polacco Jerzy Buzek e l’italiano Mario Mauro.
In assenza di un accordo, il Ppe sceglierà un nome con un voto interno nella riunione di gruppo prevista ad Atene il 29 giugno. Buzek fa pesare la sua provenienza, visto che la Polonia è uno dei nuovi partner dell’Ue, e il fatto di essere protestante, elemento spendibile per conquistare un più ampio consenso dell’aula che dovrà poi votare il gradimento. Mauro è alla terza legislatura a Strasburgo, è già stato vicepresidente dell’Europarlamento, ha un record di presenze e produttività, oltre a essere più giovane (a luglio Buzek compirà 70 anni, Mauro 48). Soprattutto, l’Italia è l’unico grande paese fondatore senza la presidenza dal 1979. E ha avuto un’affluenza del 67 per cento di elettori contro appena il 24,5 della Polonia.
I popolari dovranno decidere il futuro asse politico, scegliendo se seguire la consuetudine di dividere i cinque anni di presidenza con il secondo maggiore gruppo, cioè una staffetta con il candidato socialista Martin Schulz, o appoggiare un tandem con i liberali di Graham Watson, come avvenne già nel 1999 fra Nicole Fontaine e Patrick Cox. E questo anche in ragione delle priorità di questa legislatura che vedono al primo posto i temi economici, come pure la strategica questione ambientale, con l’accordo post Kyoto.

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Respingere o accogliere? Dal Consiglio d’Europa e da Fini critiche al governo

Emergenza immigrazione a Lampedusa
Respingere o accogliere? Sicurezza o integrazione? La polemica intorno ai respingimenti degli immigrati intercettati nel Mediterraneo e riportati in Libia va avanti. Non si ferma la linea dura voluta dal ministro dell’Interno Maroni e avvallata pubblicamente da Berlusconi. E non si fermano le critiche all’Italia da organismi internazionali e organizzazioni religiose. L’ultimo caso è il lamento del Consiglio d’Europa (organismo indipendente dall’Ue, che riunisce 47 paesi e si occupa dei diritti umani), per bocca del commissario Tomas Hammarberg, che aveva già criticato le politiche di Maroni in passato. “Il respingimento degli immigrati clandestini verso la Libia “è un’iniziativa molto triste”, che “mina la possibilità per ogni essere umano di fuggire da repressione e violenza, ricorrendo al diritto d’asilo” sostiene Hammarberg. Ma la sua critica non è rivolta solo all’Italia: “anche l’Unione europea deve essere più responsabile e seria, mettendosi all’ascolto di quei Paesi come l’Italia o Malta che a nome di tutta l’Unione devono affrontare questa sfida”. “Spero davvero che l’Unione europea aiuti maggiormente l’Italia”, ha concluso il commissario. A cui ha risposto il ministro degli Esteri Frattini: ”Una soluzione è fare in modo che le richieste di asilo partano direttamente dai Paesi di origine e transito”. Per questo Frattini invita l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) ad aprire un ufficio ad hoc in Libia. Anche perché, spiega, “in media, su 100 persone la metà chiede asilo e di queste la metà lo ottiene”. Secondo l’Unhcr le cifre sono più alte: il 75% degli sbarcati chiede asilo e di questi lo ottiene circa il 50%.

Sul fronte della politica interna, come da mesi, si ripete il conflitto a base di “distinguo” tra il presidente della Camera Fini e il governo: ”Fermo restando che respingere l’immigrato clandestino non viola il diritto internazionale, va ricordato anche che noi abbiamo il dovere di verificare se tra quelli che vengono respinti ci siano persone che hanno il diritto di richiedere asilo”. Secondo Fini, in visita ad Algeri, il tema dei respingimenti e dell’immigrazione ”è cosi delicato da non poter essere affrontato in maniera superficiale o, peggio ancora, propagandista. Un conto - puntualizza - è l’immigrato clandestino, mentre un altro conto è chi gode della possibilità di chiedere asilo. Si tratta di due posizioni che non possono essere trattate allo stesso modo”. L’ex leader di An e numero 2 del Pdl si è posto da tempo in una posizione particolare sul tema dell’immigrazione, che non combacia con quella di Berlusconi e il suo “no” alla “società multietnica”. ”Non credo abbia molto senso dire che si voglia o meno una società multietnica o meno: è una questione demografica” ha detto oggi il presidente della Camera. “Una politica lungimirante in tema di immigrazione” ha aggiunto, “deve basarsi su una garanzia di sicurezza e legalità, ma anche su una forte cooperazione internazionale: perché nessun migrante è mai felice di andarsene dalla propria terra”. Nell’ambito di queste politiche, prosegue Fini, bisogna poi “chiedersi cosa davvero significhi integrare coloro che legalmente stanno in un Paese diverso da quello di origine. E’ fallito il modello degli immigrati come enclave isolata rispetto alla società, così come è fallito il modello dell’assimilazione”. Nel Pd la condanna ai repingimenti non è univoca: D’Alema ricorda che una linea simile fu adottata a suo tempo con l’Albania, “ma senza violare il diritto internazionale e accogliendo chi faceva richiesta di asilo” puntualizza, mentre è Francesco Rutelli ad agitare le acque dei democratici con un’intervista a “Il mattino in cui sprona il proprio partito a “respingere senza ipocrisie” l’immigrazione clandestina. “Le immagini da Lampedusa” sostiene l’ex segretario della Margherita, “testimoniano l’inadeguatezza delle politiche del governo, che non mantiene gli impegni presi e tenta di nascondere gli insuccessi con dibattiti folli, tipo la proposta di apartheid sui trasporti milanesi. Ma se noi pensassimo di reagire mandando un messaggio opposto (’in Italia entri chiunque’) sbaglieremmo alla grande. Anche qui” conclude, “deve esprimersi il riformismo del Pd”. Intanto questa mattina la nave “Spica” della Marina militare ha soccorso 69 migranti nel canale di Sicilia, in acque maltesi, e li ha portati a Porto Empedocle. Il ministro dell’Interno domani sarà in Egitto per firmare una Dichiarazione congiunta dei ministri dell’Interno in materia di contrasto all’immigrazione clandestina e di lotta alla criminalità organizzata.

LEGGI ANCHE: Maroni: Respinti altri immigrati. La Cei: l’Italia è già multietnica - Noi paghiamo, loro sbarcano

Il VIDEO servizio:

Fini scrive a Maroni: negativa la norma sui “presidi-spia”

Gianfranco Fini

Una lettera di due pagine al ministro dell’Interno, Roberto Maroni, inviata alla vigilia del ponte del primo maggio. Mittente: il presidente della Camera Gianfranco Fini. Che il 30 aprile si è rivolto al titolare del Viminale per segnalare eventuali “problemi di costituzionalità” di una norma, contenuta nel disegno di legge sulla sicurezza che di fatto impedirebbe l’iscrizione alla scuola dell’obbligo dei bambini stranieri, se figli di genitori clandestini.
Da sottolineare la tempistica: è alla vigilia del dibattito parlamentare sul ddl (che entrerà nel vivo a Montecitorio martedì 5 maggio con un esito tutt’altro che scontato visto che, sempre martedì, un vertice di maggioranza dovrà decidere se mettere o no la fiducia) che il presidente Fini torna sul tema a lui molto caro dell’immigrazione e dell’integrazione degli stranieri in Italia.
Dopo gli interventi contro i cosiddetti “medici spia”, poi stralciati dal provvedimento, la seconda carica dello Stato chiede insomma chiarimenti sui “presidi spia”. A rendere noto il contenuto della lettera è stato lo stesso Fini,  partecipando a un incontro sulla Costituzione e sul ruolo del Parlamento con alcuni studenti. “Nel disegno legge sulla sicurezza” ha detto Fini, rispondendo alla domanda di un ragazzo “c’è una norma per la quale ogni volta che ci si vuole interfacciare con la pubblica amministrazione occorre presentare un documento di identità, ma per un cittadino straniero occorre il permesso di soggiorno”. E poiché un clandestino non ha alcun tipo di documento di riconoscimento valido in Italia, Fini ragiona: “Se la norma è interpretata in un certo modo, arriviamo all’estremo che un bambino non potrebbe nemmeno frequentare la scuola dell’obbligo se i genitori non hanno il permesso di soggiorno”. “Per questo” ha rivelato Fini “ho chiesto un chiarimento a Maroni”.
Chiarimento chiesto per iscritto: “A prescindere dal giudizio su tale eventualità (a mio avviso negativo) che appartiene al dibattito politico, ti faccio presente” si legge nella lettera inviata da fini a Maroni “che si porrebbero problemi di costituzionalità e che da un attento esame della principale legislazione europea in materia di istruzione degli stranieri, non si evince alcuna normativa volta a discriminare l’esercizio del diritto allo studio da parte di minori stranieri”.
L’articolo cui Fini si riferisce nella sua lettera è quello che introduce il concetto secondo il quale lo straniero, per avere diritto a qualsiasi tipo di prestazione pubblica, compresa l’iscrizione a scuola, dovrà presentare il permesso di soggiorno. In caso contrario, scatta l’obbligo di denuncia perchè la clandestinità, con questo ddl, diventa reato. E, secondo il codice penale vigente, se non si denuncia un reato lo si commette a propria volta.
Secondo Fini, quindi, la disposizione - subordinando la fruizione di pubblici servizi alla presentazione di “documenti inerenti al soggiorno” presso gli uffici della nostra amministrazione - “impedisce che di questi servizi possano godere gli stranieri privi dei predetti documenti. Ciò fa sorgere, soprattutto a livello applicativo un problema di compatibilità” con altre norme. “Un solo esempio delle conseguenze - spiega Fini - che ne deriverebbero: ai minori stranieri verrebbe negata l’iscrizione alla scuola dell’obbligo ed il conseguente diritto all’istruzione che è attualmente tutelato, indipendentemente dalla regolarità della posizione in ordine al loro soggiorno, nelle forme e nei modi previsti per i cittadini italiani”.

Fini, il presidente anti mafia: “È una dittatura, ribellatevi”

Gianfranco Fini

“Come diceva un grande presidente americano, non chiedetevi che cosa lo Stato può fare per voi, ma cosa potete fare voi per lo Stato, perché lo Stato è la Repubblica, cioè la comunità”.
Quindi: “La lotta contro la mafia è nella volontà di un popolo di rompere alcuni legami magari con coloro che dovrebbero rappresentare l’antimafia, e che invece dicono ‘ci penso io, quel favore te lo faccio, quel lavoro te lo trovo, ma mi devi dare qualcosa in cambio’”. Un atteggiamento che va “combattuto anche quando non diventa un comportamento criminale, ma una mentalità”. Perché “La mafia è una dittatura, può togliere la vita, la libertà, e può cancellare la dignità delle persone e dei popoli. Come si fa contro le dittature, bisogna ribellarsi contro la mafia”.
Sono queste le parole che il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha rivolto ai ragazzi che hanno partecipato a Bagheria alla cerimonia conclusiva dell’anno accademico del Parlamento della Legalità.

Per il presidente della Camera bisogna onorare i morti nella lotta contro la mafia ed “essere grati ai servitori dello Stato”. Ai giovani, la terza carica dello Stato, rivolge l’invito della memoria: “I giovani devono ricordare i martiri, gli eroi, perchè i martiri vanno onorati con comportamenti quotidiani”. Ma “ci sono tantissimi che quotidianamente combattono la mafia e bisogna essere grati a questi servitori dello Stato”. “Non penso” ha spiegato Fini “solo ai vertici dello Stato, penso a ragazzi come voi, con qualche anno di più, che vestono la divisa e non lo fanno per denaro, perchè non prendono molto” e che combattono per la libertà.

Il presidente della Camera ha poi detto: “I mafiosi si credevano invincibili, e in certi momenti lo Stato sembrava in ginocchio. Ma poi la reazione delle istituzioni, dei magistrati, delle forze dell’ordine hanno sconfitto la mafia grazie anche alle inchieste ed agli arresti dei latitanti e di quelli che saranno fatti”. è grazie a questi “eroi”, ha proseguito Fini che “Lo Stato ha tolto la ‘roba’ alla mafia”. Più di una volta, “Lo Stato” ha aggiunto “è passato dalla difensiva all’attacco: è un simbolo con cui si vuole rendere liberi i ragazzi oggi per farli diventare grandi domani”
La controffensiva dello Stato, secondo il numero uno di Montecitorio, si vedrà anche nella costruzione del Ponte sullo stretto. E il rischio di infiltrazioni mafiose nella realizzazione dell’opera? “C’è come in tutte le grandi opere o gli interventi di quotidiana amministrazione”. “Ma se per questo rinunciassimo” ha aggiunto Fini “sarebbe la paralisi dell’amministrazione e dell’azione del governo. Le leggi ci sono”.

Tornando invece su temi di politica interna Fini insiste sulle riforme. “So perfettamente che su alcune questioni che ho sollevato al congresso ci sono opinioni dissimili, sfumature e valutazioni diverse nel Pdl”, ha detto il presidente della Camera, a Bagheria.
Riguardo all’intervento conclusivo di Berlusconi al congresso del Pdl, Fini ha aggiunto: “Credo che il presidente Berlusconi abbia ribadito nella sua replica la necessità di riammodernare le istituzioni, se non ricordo male ha usato l’espressione ‘rinvigorire la costituzione’; ha detto che è opportuno che vi sia il confronto con l’opposizione. Vedremo se nelle prossime settimane questo obiettivo sarà raggiunto, io continuo a sostenere che questa legislatura puo’ essere una legislatura costituente”.

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