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Prima l’inno alla gioia, poi l’inno di Mameli. Infine quando il Cavaliere ha messo piede nel salone della Fiera (da una porta laterale, evitando l’ingresso presidiato dai cronisti), per il primo e fondativo congresso del Pdl, parte un’ovazione. Tutti in piedi ad accogliere Silvio Berlusconi che entra sulle note (ma senza parole) della canzone simbolo dell’ultima campagna elettorale del nuovo partito: “Meno male che Silvio c’è”.Comincia così il primo congresso costitutivo del Pdl che viene aperto dal saluto della deputata più giovane del partito, Anna Grazia Calabria (qui la scaletta e lo Statuto): “Siamo il futuro dell’Italia. Oggi è una delle giornate più belle della mia vita, sicuramente la più emozionante. Sono consapevole di questo momento storico. Siamo noi, siamo il Popolo della Libertà”, dice tra gli applausi della platea.
Poi è toccato al sindaco di Roma Gianni Alemanno salutare la platea congressuale: “Costruiamo intorno a Berlusconi e Fini una casa comune per lottare insieme” ha detto. “Uno strumento al servizio di una nuova Italia che abbiamo sempre sognato. Ce lo chiedono i nostri padri, lo dobbiamo ai nostri figli. Viva l’Italia, viva il Popolo della Libertà”. “Voglio ringraziare il governo Berlusconi” ha detto ancora Alemanno “per averci aiutato a realizzare in un anno piu’ di quanto la sinistra abbia realizzato in 15 anni di potere interrotto”. Il primo cittadino romano sottolinea: “il progetto che oggi nasce parte da lontano. Parte proprio qui da Roma, nel ‘93, quando Berlusconi scelse di scendere in campo a sostegno di Fini nella sfida al Campidoglio”.E da allora, cioè 15 anni fa, è iniziato quel percorso di un progetto politico che cambiera’ l’Italia”.
Il congresso fondativo del Popolo della libertà ha inviato poi al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano un messaggio. “Il congresso del Popolo della libertà” si legge “saluta in Lei, nella più alta istituzione della Repubblica, il garante supremo della Costituzione democratica, dell’unità della nazione, della liberta’ dei cittadini”. “La sua costante sollecitudine per la leale collaborazione fra i poteri e gli ordinamenti dello Stato, ma anche per una comune responsabilita’ delle forze politiche nei confronti del superiore interesse della nazione, per un clima politico piu’ costruttivo per l’efficacia dell’azione di governo e del ruolo di maggioranza e opposizione in Parlamento, fanno di lei un punto di riferimento al quale l’intera collettività nazionale guarda con fiducia e rispetto. Ella costituisce dunque, al di sopra delle emperie del confronto politico, il simbolo di quei valori di libertà e di democrazia sui quali e’ fondata la nostra Patria, la nazione alla quale siamo orgogliosi di appartenere. È con questi sentimenti” conclude il messaggio “i delegati del Popolo della libertà, riuniti al congresso, Le rivolgono un deferente omaggio e un rispettoso indirizzo di saluto”.
Sono numeri da grande evento, quelli dei tre giorni del congresso fondativo del Popolo della libertà, convocato dal 27 marzo, data della prima vittoria elettorale di Silvio Berlusconi dopo la “discesa in campo”. I delegati saranno circa 6mila, moltissimi gli invitati e centinaia giornalisti, fotografi e operatori. C’è chi parla complessivamente di oltre 9mila partecipanti, che convergeranno sulla nuova Fiera di Roma. All’apertura dei cancelli del padiglione 8 della nuova fiera di Roma si è verificata una vera e propria “corsa al prato” di fan: una corsa che ricorda i migliori concerti rock. I delegati che erano assiepati, fin dalle prime ore del mattino, all’ingresso, si sono riversati nel padiglione per guadagnare i primi posti disponibili vicino al palco.
Una tale affluenza si “giustifica” anche per il fatto che il Pdl “è l’insieme di tutti i moderati italiani, ne abbiamo dato dimostrazione il 13 aprile. Il fatto del 40 per cento non è un miracolo anzi i nostri sondaggi ci danno al di sopra largamente e lo vedremo nella prova elettorale di giugno delle europee”. Ai microfoni di Panorama del giorno, intervistato da Maurizio Belpietro, il coordinatore nazionale di Forza Italia, Denis Verdini, ha lanciato il gran giorno del Pdl negando la possibilità che anche Forza Italia si sciolga e diventi una fondazione, così come ha fatto An. “È una diversa storia: Alleanza nazionale porta con sè anche un patrimonio immobiliare e che quindi giustamente deve in qualche modo gestire perchè confluisce solo il patrimonio politico dentro il Pdl. Forza Italia è un partito più giovane, poi vedremo, decideremo anche noi. Comunque” ha concluso “il patrimonio politico diventa tutto patrimonio del Pdl”.
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Naturalmente da Silvio Berlusconi è arrivata la rettifica: “I miei concetti sono stati stravolti, cado dalle nuvole”. Alla quale segue, altrettanto naturalmente, un vertice a due, “chiarificatore”. Naturalmente Gianfranco Fini, presidente della Camera ed ex leader di An, era insorto: “Il premier non può irridere il Parlamento, lo dirò chiaramente a Berlusconi”. Naturalmente Silvio Berlusconi, a Napoli per inaugurare il termovalorizzatore di Acerra, e perciò molto su di morale, con i giornalisti aveva pronunciato le consuete battute di troppo. Fra queste c’è (o secondo la versione berlusconiana, ci sarebbe stata) quel “i parlamentari stanno lì a far numero, ad approvare con due dita emendamenti di cui non conosce nulla”. Con l’aggiunta di un “pazienza se ora Fini si risentirà”.
Un breve resoconto al contrario per dire come il congresso fondativo del Popolo della Libertà si apra all’insegna di un nuovo conflitto tra capo del governo e presidente della Camera. Tra i due fondatori, Berlusconi e Fini. Sempre loro: per l’esultanza dell’opposizione, lo sconcerto dei militanti e la sostanziale alzata di spalle dell’opinione pubblica. Non basterà a guastare la festa del Pdl, eppure il problema c’è, ed è destinato a durare. Ben al di là dei summit chiarificatori, e ben oltre l’orizzonte della tre giorni della Fiera di Roma.
Alcune cose non possono essere smentite né minimizzate. Quando Fini difende l’onore del Parlamento è chiaro che fa il suo dovere. Quando Berlusconi si lamenta del ritardo delle Camere nell’approvare i provvedimenti governativi dice una cosa, dal suo punto di vista, altrettanto giusta. C’è un dettaglio indicativo del vero umore del premier nei confronti del suo co-fondatore nel Pdl: quel “stanno lì ad approvare con due dita emendamenti di cui non conoscono nulla”. Le due dita sono quelle necessarie a votare con il nuovo sistema di impronte digitali voluto da Fini per debellare i famigerati “pianisti” di Montecitorio, deputati che per oltre cinquant’anni hanno premuti pulsanti ed infilato badge in nome e per conto dei colleghi assenti.
Ebbene, quell’innovazione delle impronte a Berlusconi non è mai andata giù. Ed il motivo è semplice: tra ministri, sottosegretari e deputati impegnati in commissione, e mettiamoci un po’ di assenteismo, il centrodestra, nonostante la maggioranza amplissima di cui gode, rischia di non essere mai al completo nell’aula di Montecitorio. L’opposizione, che di impegni ne ha oggettivamente meno, si presenta ogni volta compatta. E così il governo va sotto.
Aggiungiamoci che il sistema delle impronte digitali porta via, tecnicamente, circa cinque minuti per ogni singola votazione, ed ecco che palazzo Chigi vive nell’ansia di non vedere approvate leggi e decreti a cui ha affidato la propria azione di governo, ed anche la propria immagine. Berlusconi (e non solo lui) avrebbe preferito che Fini, più che sulle impronte, si impegnasse nella modifica dei regolamenti parlamentari, dove vige tuttora la regola ereditata dalla prima repubblica per la quale il rappresentante di un singolo partito può ritardare o bloccare il calendario dei lavori.
L’iniziativa di Fini è andata a piovere sul bagnato. Cioè ad aggiungersi ad un feeling con il Cavaliere che non è mai stato brillantissimo, ma che con la nascita del Pdl è quasi sceso ai minimi storici. La competizione interna c’entra poco: nessuno mette in discussione la leadership berlusconiana né nel nuvo partito né nell’alleanza di governo. Quanto alla successione, il problema è più concreto, ma remoto. No, le incomprensioni sono più attuali e riguardano non solo i due primi attori, ma il rapporto tra Fini e il Pdl. Perché se è vero che Berlusconi va spesso sopra le righe nelle sue esternazioni, costringendo Fini a reagire, è altrettanto certo che il presidente della Camera vede ridursi un consenso, nel Popolo della Libertà, che ai tempi del patto di ferro tra Forza Italia e An era quasi pari, se non superiore, a quello di Berlusconi.
Oggi Fini appare distante dai suoi ex colonnelli della fiamma; quanto alla corrente di destra sociale di Gianni Alemanno lo è sempre stato. La sensazione è che sciolta An, la sua classe dirigente stia in qualche modo facendo a meno di Fini, e viceversa. Per questo l’ultimo congresso di Alleanza nazionale dello scorso week end è scivolato via senza incidenti, ma anche senza particolari emozioni.
Tutto ciò dall’altra parte, nella ex Forza Italia, non sarebbe neppure immaginabile. E Berlusconi lo sa benissimo.
Tuttavia l’immagine di Fini nel Paese è sempre forte, e sempre più apprezzata dall’opposizione; cosa che non piace né a Berlusconi e neppure allo stato maggiore del Pdl, compresi molti ex di An. Se del prececessore di Fini alla presidenza di Montecitorio, Pier Ferdinando Casini, Berlusconi temeva i trabocchetti come leader dell’Udc (ed infatti è finita come è finita), la diffidenza nei confronti di Fini riguarda il personaggio in sé, ed il profilo sempre più bipartisan che si sta ritagliando, in un’Italia politica molto partisan.
Perché Fini non è solo quello delle impronte digitali e della difesa del ruolo del Parlamento: è anche quello del no alle norme sugli immigrati e sulla bioetica. È il partner che Berlusconi, nei passaggi più delicati di un governo che pure continua ad avere il vento in poppa nei sondaggi, non ha mai sentito realmente al proprio fianco come alleato strategico.
I tre giorni di kermesse del Pdl cercheranno ovviamente di sotterrare, sul breve, queste divergenze e queste diffidenze. E lo faranno, da parte di Berlusconi, su un terreno che da sempre costituisce un cavallo di battaglia di Fini: la riforma dell’impianto istituzionale con l’introduzione del presidenzialismo. Fini ha messo l’argomento al centro del suo discorso di domenica scorsa. Berlusconi farà presumibilmente altrettanto. Anche se quando si parla presidenzialismo bisognerà poi vedere a quale modello tende il centrodestra: se quello americano, con l’elezione diretta del capo dello Stato, oppure francese (elezione diretta ma capo dello Stato diverso dal capo del governo), oppure i cosiddetto modello Westminster, la formula inglese per cui alle elezione politiche si scelgono contemporaneamente la maggioranza parlamentare ed il premier. Berlusconi sembra orientarsi a quest’ultima formula, che garantirebbe meglio la governabilità. E che certamente ridurrebbe gli spazi di manovra del Parlamento nei confronti di palazzo Chigi.
Berlusconi e Fini non vogliono far nascere il Pdl in mezzo ad una lite tra loro. Ad uscirne peggio, nonostante tutto, sarebbe oggi il presidente della Camera. E quindi nei prossimi tre giorni assisteremo ad uno scambio di reciproci riconoscimenti, e forse anche a qualche abbraccio. Ma non ci vuole molto a scommettere che sarà solo una tregua.
Il VIDEO servizio:

Alla quarta, forse è la volta buona. Dopo Ferruccio De Bortoli (autoesclusosi), Claudio Petruccioli e Angelo Guglielmi (poco graditi alla maggioranza), l’accordo per la presidenza della Rai è stato raggiunto sul nome di Paolo Garimberti. Non c’è stato bisogno della “rosa di nomi” richiesta dal Pdl: l’editorialista di Repubblica proposto dal leader Pd Dario Franceschini ha trovato il placet Gianni Letta e Silvio Berlusconi.
Si chiude così (a meno di ripensamenti dell’ultima ora) una vicenda iniziata più di nove mesi fa e complicata dal disaccordo tra maggioranza e opposizione prima sul presidente della commissione di vigilanza sulla tv di stato, spettante all’opposizione (la prima proposta era stata Leoluca Orlando, poi era stato eletto Riccardo Villari con i voti del Pdl, solo dopo mesi i due schieramenti erano riusciti a imporre all’epatologo napoletano le dimissioni e a mettere al suo posto Sergio Zavoli).
Garimberti è stato anche vicedirettore della Repubblica, direttore del Tg2, direttore del settimanale Il Venerdì e in precedenza corrispondente da Mosca e inviato speciale per La Stampa. La notizia è stata accolta con commenti positivi dal presidente della Camera Gianfranco Fini: “Io mi auguro che non sia un’ipotesi ma una notizia e sarebbe una bella notizia perché la persona indicata ha tutte le garanzie di professionalità”, ha detto al Tg1, e dal portavoce di Forza Italia Capezzone: “Siamo dinanzi ad un professionista di qualità e di alto profilo” dice Capezzone. “Ripeto: sarà davvero una buona notizia se si arrivera’ presto alla conclusione di questa vicenda”. Ora toccherà al ministro dell’ Economia Giulio Tremonti, di fatto azionista di maggioranza della tv pubblica, avanzare il nome all’assemblea degli azionisti Rai, convocata per mercoledì prossimo, per poi arrivare al voto in commissione di Vigilanza.
Per l’altra poltrona importante di Viale Mazzini, quella di direttore generale, in pole position sebra esserci Mauro Masi, già segretario generale della presidenza del Consiglio.
Con la probabile nomina di Garimberti, manca solo l’ottavo consigliere del Cda in aggiunta ai sette già nominati (Giovanna Bianchi Clerici, Rodolfo De Laurentiis, Alessio Gorla, Nino Rizzo Nervo, Guglielmo Rositani, Giorgio Van Straten e Antonio Verro).
E il protagonista cosa dice? “Sono stato un patito dei tre grandi canali americani e poi della Cnn, del suo ritmo, della sua qualità. Il mio mito è Walter Cronkite, sono impazzito per le corrispondenze su Tienammen di Bernard Shaw e per la night line di Ted Koppel”, svela a La Repubblica della tv che ama. C’è tanto sport: “Guardo l’Nba, il football americano e degli anni della mia corrispondenza da Mosca mi è rimasta la passione per l’hokey su ghiaccio”. Per l’intrattenimento: “quello di Letterman è il talk show preferito. I reality? Mai seguito uno nella mia vita”, ammette il giornalista.
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Sarà un partito principe o un partito del principe? Sarà democratico e carismatico o carismatico e basta? Sarà l’apoteosi del potere di Silvio Berlusconi o permetterà l’affermarsi di altri leader? Non è obbligatorio scomodare Antonio Gramsci, ma c’è da scommettere che molti si ricorderanno del più grande pensatore politico del Novecento italiano dopo aver letto lo statuto del Popolo della libertà, che Panorama anticipa. Alla vigilia del congresso fondativo, previsto alla nuova Fiera di Roma tra il 27 e il 29 marzo, le 20 pagine, i 43 articoli e le norme transitorie sono ancora in discussione, ma l’impianto complessivo del Pdl è già chiaro.
Il presidente
Il passaggio chiave dello statuto è l’articolo 14: “Il presidente del Popolo della libertà è eletto ogni tre anni dall’assemblea congressuale, con apposita votazione, anche per alzata di mano”. E tutto sarà saldamente in mano sua: “Ha la rappresentanza del partito, ne dirige l’ordinato funzionamento e la definizione delle linee politiche e programmatiche (…). Convoca e presiede l’ufficio di presidenza, la direzione e il consiglio nazionale. Ne stabilisce l’ordine del giorno”. E soprattutto “procede alle nomine degli organi del partito e assume le definitive decisioni”.
È il cesarismo di cui ha parlato qualcuno? Non ci sono dubbi che il presidente abbia grandi poteri. E non poteva essere altrimenti. La storia di Forza Italia e la sua genesi, lo “sdoganamento” e la successiva evoluzione di Alleanza nazionale, il percorso politico del Cavaliere e la creazione di una classe dirigente che da lui ha ricevuto investitura e impronta conducono inevitabilmente alla costruzione di un partito carismatico.
Il carisma è la materia prima di Berlusconi, l’ingrediente fondamentale del suo successo politico, la lezione che ha segnato l’evoluzione dei partiti a lui avversi che sono stati costretti a reinventarsi sulla sua scia e a cercare anch’essi (come Walter Veltroni ha imparato a sue spese) leader carismatici. Attendersi dal Pdl la prosecuzione della tradizione politica del Novecento sarebbe un controsenso. È la certificazione di una rottura già avvenuta nel 1994.
Gli organi
Quelli principali sono sette, elencati nell’articolo 10: “L’assemblea congressuale, l’ufficio di presidenza, il comitato di coordinamento, la direzione, il consiglio nazionale, l’assemblea dei parlamentari e la conferenza dei coordinatori regionali”. Sono tutti organi di eletti o nominati, la struttura portante del Pdl. Tra questi il coordinamento è il link diretto con il leader. Secondo l’articolo 15 sarà composto da tre membri (due provenienti da Forza Italia e uno da An) su proposta del presidente. L’organo collegiale più importante sarà l’ufficio di presidenza composto dal presidente, dai tre coordinatori, dai capigruppo e vicecapigruppo di Camera, Senato e Parlamento europeo e da altri 20 membri eletti dal congresso su proposta del presidente.
Tutti faranno parte di diritto della direzione nazionale (articolo 16) composta da 120 membri eletti dal congresso, “eventualmente anche con lista prevalentemente bloccata”. È questo il nocciolo duro del Pdl, il motore del partito che “concorre alla definizione delle linee politiche programmatiche”.
Il territorio
Un partito di solo vertice nazionale? In Forza Italia e An si sono posti il problema del collegamento con il territorio e la soluzione è stata trovata con la creazione di un consiglio nazionale (articolo 17) che, oltre ai parlamentari nazionali ed europei, ai componenti del governo, accoglie i coordinatori regionali e provinciali e di città capoluogo, assessori e consiglieri regionali, sindaci dei comuni capoluogo, presidenti di provincia e di regione, capigruppo e vicecapigruppo dei consigli comunali e provinciali delle aree metropolitane e capoluogo di regione. Un esercito complicato da gestire, tanto che “di norma si riunirà una volta l’anno”.
La struttura piramidale del Pdl si completa con la nomina dei coordinatori regionali e dei loro vice. Ancora una volta, sarà il presidente (entro tre giorni dalla sua elezione) a sceglierli. Quest’architettura consentirà al leader di controllare il partito sul territorio, a cascata fino alle province, ai comuni e alle aree metropolitane. Su quest’ultimo punto c’è un’innovazione. L’articolo 19 ter dello statuto prevede 16 aree metropolitane che godono di una rappresentanza speciale e di un coordinamento specifico: Roma, Milano, Napoli, Torino, Genova, Firenze, Palermo, Bari, Venezia, Bologna, Reggio Calabria, Cagliari, Catania, Messina, Sassari e Trieste.
I giovani e il partito internet
Per iscriversi al Pdl basta aver compiuto 14 anni. È chiara la scelta di coinvolgere i giovani nella politica. Altro elemento interessante che tiene conto dell’evoluzione degli stili di consumo giovanili (e non) è la codificazione all’articolo 9 dell’importanza politica di internet: “Il Popolo della libertà nella sua organizzazione nazionale e territoriale si avvale di siti web ufficiali, dove pubblicare le deliberazioni, registrare le adesioni e gestire consultazioni, anche periodiche, su temi di rilievo”.
Problema: cosa ne sarà dei movimenti giovanili dei due partiti? Azione giovani in passato non ha nascosto la sua ferma volontà di restare elemento distinto e autonomo dal partito. La soluzione è agli articoli 33, 34 e 35 della bozza di statuto, dove si prevede l’affiliazione di “circoli territoriali o tematici, anche telematici”, cioè di “libere associazioni di cittadini che si propongono di sviluppare iniziative culturali, sociali e politiche volte alla diffusione delle idee del Pdl”. I circoli sono vicini al partito ma non sono il partito e non rappresenteranno uno strumento per lanciare una scalata nel partito.
Le donne
Il lessico è importante, è la forma che diventa sostanza. Qualcuno direbbe che siamo di fronte al rituale del politicamente corretto, tuttavia non passa inosservato l’articolo 1: “Il Popolo della libertà è un movimento di donne e uomini”. Negli articoli successivi il riferimento a “cittadine e cittadini” è una costante dello statuto. Dalla sinistra si mutua il linguaggio della differenza di genere, ma non lo si declina in quote d’accesso alle cariche elettive e di partito.
L’avversione per la politica delle “quote panda” nel centrodestra è nota, ma è anche vero che la questione dell’alternanza tra uomini e donne in lista è stata già fonte di discussione. Le liste per le elezioni europee saranno il primo banco di prova.

Il terreno comune
Il lavoro sullo statuto è ancora in corso, il risultato finale sarà un compromesso tra la forza carismatica di un leader come Berlusconi e la rivoluzione conservatrice guidata da Gianfranco Fini. Il terreno comune c’è, è quello della “destra nuova” descritta da Alessandro Campi e Angelo Mellone in un volume edito dalla Marsilio: “Né statalista né liberista, né conservatrice né populista, ma pragmatica, postideologica e modernizzatrice”. È il terreno comune in cui s’incontrano Forza Italia e An. Vedremo fin dall’applicazione dello statuto se saranno capaci di coltivarlo.

Il Partito Democratico ha proposto la candidatura di Claudio Petruccioli a presidente Rai ma il governo, tramite il sottosegretario Gianni Letta, gli ha detto no.
Questa, a fine serata, la nota diramata dal Pd: “Il contrasto è stridente con le parole del presidente del Consiglio, che poche ore fa aveva detto di attendere dall’opposizione l’indicazione di un nome. Il no a Petruccioli e le parole di Berlusconi rendono ancora più difficile l’individuazione di un nome condiviso, previsto dalla legge”.
E il capogruppo del Pd alla Vigilanza Rai, Fabrizio Morri, insiste: “Vogliamo Petruccioli. Il veto del governo è inaccettabile. Noi diamo un giudizio buono della presidenza Petruccioli, equilibrata e piena di passione e competenza. Non è in alcun modo accettabile che il Partito Democratico possa digerire questo come se nulla fosse. Chiediamo quindi che il veto venga rimosso e per quanto ci riguarda non ci sono assolutamente altri nomi”.
Diversa la ricostruzione dei fatti della maggioranza. Al Teatro Capranica sono riuniti i gruppi parlamentari del Pdl per un incontro in vista del congresso fondativo del nuovo soggetto politico e, prima dell’inizio degli interventi c’è l’occasione per una battuta sulla vicenda Rai. Il presidente dei deputati Fabrizio Cicchitto chiede “una rosa di nomi”. “Ci aspettiamo una rosa di nomi per chiudere il più rapidamente possibile la vicenda”. Un nome, sottolinea, che sia espressione dell’opposizione ma che sia gradito alla maggioranza. In sintonia il presidente dei senatori Maurizio Gasparri il quale auspica che “la partita si chiuda presto” ricordando inoltre che “la norma dei due terzi per l’elezione del presidente fu concepita a garanzia delle minoranze”. Infine, anche il vicepresidente dei deputati Pdl Italo Bocchino ribadisce quella che è l’aspettativa del centrodestra: “Ora” dice “ci attendiamo un nome all’interno di una rosa di nomi presentata dalle opposizioni”.
Questo l’epilogo di una giornata di colloqui, protagonisti Franceschini e Letta, seguiti alla rinuncia di Ferruccio De Bortoli alla poltrona di presidente della Rai. Un ripensamento che ha riportato in alto mare una trattativa che, dopo sei mesi, sembrava essere arrivata in porto con un’intesa bipartisan. “Ora il nome del nuovo candidato ce lo devono dare i signori della sinistra”, tagliava corto il premier Silvio Berlusconi lanciando la palla in campo avversario, ma lasciando a Gianni Letta il mandato di trattare con il segretario del Pd Dario Franceschini, che ora, prima di tirare fuori dal cilindro nomi nuovi (girano quelli del giurista Francesco Paolo Casavola, del giornalista Fabiano Fabiani, di Andrea Manzella, Paolo Ruffini, dell’editorialista del Sole Stefano Folli e di Marcello Sorgi, ex direttore del Tg1 e della Stampa), puntava sulla riconferma dell’attuale presidente Claudio Petruccioli.
Ed invece la giornata è stata per Franceschini un susseguirsi di contatti e di incontri in una sorta di corsa contro il tempo per cercare di indicare il candidato per l’assemblea degli azionisti Rai, convocata per domani pomeriggio, e per la commissione di Vigilanza di mercoledì sera. Anche il clima di dialogo che si era riaperto nei giorni scorsi tra maggioranza e opposizione su De Bortoli è sembrato svanire con la sua candidatura. “La legge impone la ricerca faticosa di un nome condiviso, ma se Berlusconi intende dire che accetterà qualsiasi nome dall’opposizione, ho molte idee in proposito”, replica al premier il leader del Pd, lasciando intendere che è ora che Berlusconi dica con chiarezza se su Petruccioli c’è un veto oppure no.
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Nel centrodestra, ma anche a sinistra, cominciano a sprecarsi le battute: “Il Pd cerca un leader? Ma c’è Fini!”. In astratto il paradosso contiene una logica: un capo ormai solo, ma con forte esperienza, per un partito che ha ancora una base ma non più capi. E la linea politica? Beh, il Gianfranco Fini delle ultime settimane calzerebbe benissimo perfino per un Partito democratico più a sinistra dell’ex Veltroni: schierato sulla libertà di scelta nella bioetica, difensore della laicità e della Costituzione, antirazzista fino al punto di mettere in guardia, nel giorno in cui il governo vara il decreto sicurezza, contro “l’odiosa omologazione tra criminali e immigrati”. Il tutto senza la classica distinzione tra clandestini e non.
Ma Gianfranco Fini difficilmente seguirà le orme del suo ex camerata ed amico Romano Misserville, iscrittosi al Msi a 15 anni e poi divenuto per breve tempo sottosegretario del governo D’Alema. Misserville, in un audace tentativo di sintesi politica paragonò D’Alema a Benito Mussolini; nonostante questo dovette dimettersi. A tutto c’è un limite, resta tuttavia il problema. A cosa mira Fini? Perché si agita così, e perché prende sempre più frequentemente e vistosamente le distanze dalla sua coalizione, da quel Pdl nel quale ha rivendicato e ottenuto il ruolo di “cofondatore”? Bisogna intanto partire dalla sindrome di Montecitorio della quale sono stati in varie misure vittime gli ultimi presidenti della Camera. Andando a ritroso, Fausto Bertinotti, Pier Ferdinando Casini, Luciano Violante e perfino la non memorabile Irene Pivetti: tutti dalla permanenza sul quella illustre poltrona hanno avuto più guai che benefici. La Pivetti scomparsa dalla politica; Violante uscito dai giochi di partito e frustrato nelle ambizioni istituzionali (ultima, l’ennesima mancata elezione a giudice costituzionale); Casini fuori dal centrodestra e dal potere; Bertinotti che ha assistito inerme al disintegrarsi di Rifondazione. Ed ora Fini, appunto.
Isolato nel Pdl e sempre meno in sintonia con Silvio Berlusconi; ai ferri corti con la Lega; e per di più con buona parte di An che ormai lo rinnega. Possono essere questi i motivi dell’eterorodossia di Fini, del suo prendersi libertà che ad altri, nella maggioranza, non sono minimamente concesse. Oppure queste sono invece le cause dell’inquietudine e della solitudine del presidente della Camera. Se la sindrome di Montecitorio esiste, lui ne soffre in maniera acuta. Casini, in fondo, un partito ce l’ha ancora, e adesso rischia perfino di tornare in qualche modo strategico dopo le disgrazie del Pd. Bertinotti fa il padre nobile, e comunque è già il là con gli anni. Ma Fini, che è “appena” 56 enne, un ragazzo per i nostri standard, ed ha un look ancora più giovanile, rischia davvero. Dopo l’autoesclusione di Casini (però, mai dire mai), e con i problemi personali di Umberto Bossi, era in fondo destinato a prendere l’eredità di Berlusconi. Eredità sempre sub sudice, peraltro. Bastava comunque avere la pazienza di attendere. Ma Gianfranco è sempre più insofferente. Ed oggi, dopo il black out del Pd, l’unico vero controcanto al governo (sicuramente quello che dà più fastidio al Cavaliere) lo fa lui. Coraggio? Rischio calcolato? Errore grave? Le interpretazioni si sprecano. Si va, appunto, dal trauma per aver perso An, la sua creatura, e con essa le antiche radici di destra, all’ambizione di soffiare, tra qualche anno, il Quirinale a Berlusconi.
Ma forse bisogna davvero risalire alla sindrome di Montecitorio. Fateci caso: ha mietuto vittime da quando c’è la seconda Repubblica. Cioè da quando le coalizioni si sono organizzate intorno ad un potere leaderistico. Il che significa che chi non è dentro i partiti o le coalizioni, è tagliato fuori dai giochi. Prima, non era così. La presidenza della Camera costituiva anzi un ottimo trampolino per il Quirinale. Giorgio Napolitano, Oscar Luigi Scalfaro, Sandro Pertini, e prima ancora Leone, Gronchi, sono tutti passati da lì. Ma era il periodo dello strapotere dei partiti, e sedere sulla poltrona più alta di Montecitorio permetteva di assistere alle grandi manovre parlamentari senza sporcarsi le mani, ed anzi guadagnandosi molti favori.
Oggi, tutto il contrario. Il profilo bipartisan in una politica molto partisan non rende. Se lo può permettere il capo dello Stato. Un po’ meno il presidente del Senato. Figuriamoci quello della Camera. Ancora di più se è “cofondatore” del partito di maggioranza, ed ha un capo di nome Berlusconi. Per questo Fini rischia sul serio di mettersi nei guai. Anche quando ha ragione. O, peggio per un politico, di sbagliare i calcoli. Era per esempio in ottimi rapporti con Veltroni; secondo Berlusconi, questo feeling avrebbe dovuto metterlo al servizio del centrodestra, nei periodi di mancanza di dialogo con l’opposizione e con il Quirinale. Come è noto ha dovuto pensarci Gianni Letta. Fini, ancora una volta, ha giocato in solitario. E per giunta Veltroni si è dimesso.

Il caso Villari torna al centro della ribalta politica. I presidenti delle Camere Renato Schifani e Gianfranco Fini scrivono a Riccardo Villari e tornano a chiedergli, dopo che alla riunione della commissione di Vigilanza si sono presentati oltre a lui solo due deputati su 40, di rinunciare all’incarico. “Ci rimettiamo alla sua sensibilità istituzionale”, scrivono Schifani e Fini. E Villari risponde riconvocando la commissione per il 20 gennaio.
Questo il testo della lettera dei presidenti di Camera e Senato allìonorevole Villari con l’invito (pressante) a dimettersi:
“Onorevole Presidente, abbiamo preso atto con viva preoccupazione del fatto che alla odierna riunione della Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, da Lei convocata per le ore 14 con all’ordine del giorno, fra l’altro, la questione dei componenti del Consiglio di Amministrazione della Rai, siano risultati presenti, oltre al Presidente, solo due parlamentari su quaranta. Ciò fa seguito a pubbliche dichiarazioni rese da esponenti di Gruppi di maggioranza e di opposizione che preannunciavano una loro astensione dai lavori della Commissione fino al momento in cui non si fosse addivenuti ad un cambiamento nella Presidenza della Commissione stessa. Intenzione, questa, confermata oggi nei fatti.
Senza voler entrare nel merito di valutazioni di ordine giuridico, che sono attualmente all’attenzione di altri Organi delle Camere, non possiamo non ribadire la nostra più forte preoccupazione per una situazione che vede in uno stato di oggettiva paralisi uno degli organismi di garanzia più rilevanti del nostro sistema istituzionale, il cui mancato funzionamento impedisce di dar corso ad adempimenti significativi che incidono in maniera profonda sul delicato nodo della informazione pubblica e della comunicazione in generale.
A cominciare da quello, sopra ricordato, relativo all’elezione del Consiglio di Amministrazione della Rai, ma che non può non estendersi anche agli atti di ordinaria amministrazione. Ci rimettiamo pertanto alla Sua sensibilità istituzionale affinchè voglia valutare con serenità la situazione che si è determinata e, mettendo a disposizione il Suo incarico, consentire un avvicendamento nella Presidenza che permetta alla Commissione di proseguire nella sua attività”.
“Una lettera delle più alte cariche istituzionali merita il massimo rispetto e nessun commento da parte mia”: è la risposta di Villari al cronista che gli chiede di commentare il nuovo appello alle sue dimissioni.
Di fatto, però, Villari non si ferma e in una nota rilasciata poco prima dell’invio della lettera, considera “l’urgenza dei provvedimenti da assumere per la campagna elettorale per le elezioni regionali in Sardegna, la delicata situazione in cui versa la Rai, chiamata in queste ore a decisioni strategiche sul proprio futuro, con un Consiglio di amministrazione in prorogatio da oltre sette mesi, le attività di indirizzo e di vigilanza proprie della Commissione sono tutti obblighi da ottemperare”. Per questo, continua: “nel rispetto di ciascuna posizione politica, avendo ben presenti i miei obblighi istituzionali, ho convocato la Commissione per oggi e riconvocata per martedì prossimo 20 gennaio alle 14,00 con il medesimo ordine del giorno”.

“Ho fiducia che il messaggio di fine d’anno per una convergenza sulle riforme possa essere raccolto”
È il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a dirsi fiducioso sulla “condivisione” da parte di maggioranza e opposizione sulle riforme. Il capo dello Stato ne ha parlato con i giornalisti a Napoli ribadendo i concetti espressi durante il suo discorso di fine anno.
Ad una domanda se sulle riforme ci sarà un ampio consenso condiviso, Napolitano ha risposto: “Se non lo avessi ritenuto, non avrei fatto il discorso. Lo ho fatto nella fiducia e nella convinzione che possa essere raccolto il messaggio però l’ho detto e lo ripeto non soltanto dalle forze politiche ma da tutte le componenti della società”.
Il capo dello Stato ha poi sottolineato nuovamente che “quello di cui c’è bisogno non è soltanto un impegno possibilmente rinnovato e possibilmente convergente delle forze politiche, ma c’è bisogno di una forte mobilitazione collettiva”. Napolitano poi rispondendo a una domanda se la società possa quindi spingere la politica, ha dichiarato: “Meglio che ciascuno faccia e possa fare concorrere a una reazione vitale come io l’ho chiamata, per la crisi che nel 2009 si farà sentire”.
E ancora: “Parliamo da tribune diverse, ma con un linguaggio necessariamente affine”, ha anche detto Napolitano, riferendosi alle parole del Santo Padre pronunciate ieri, che hanno punti in comune con il discorso di fine anno dello stesso capo dello Stato. “Ho visto anche che qualche giornale ha ripreso qualche affinità con il discorso del Cancelliere Merkel e con quello del primo ministro Gordon Brown” ha aggiunto il presidente della Repubblica “il tema della crisi è il tema centrale in tutti i Paesi europei come punto di riferimento per l’azione pubblica”.