Leggi tutte le notizie su:
privilegi
- Tags: bilancio, Camera, cassa, Casta, crisi, deputati, fondi, Gianfranco Fini, privilegi, soldi, spese, tesoretto
-

Ci sono mille modi per sprecare soldi: regalandoli a destra e a manca con prodigalità sospetta, buttandoli dalla finestra per il solo gusto di vederli volare, non volendoli risparmiare per principio, comprando cose inutili, conducendo un tenore di vita superiore alle proprie risorse…
Quando di mezzo ci sono soldi pubblici il metodo più semplice è pretenderne tanti sapendo che sono troppi e poi utilizzarne pochi con l’intenzione di mettere la differenza al “pizzo”, come dicono a Roma.
Alla Camera dei deputati si sono specializzati proprio in questo sistema: da anni battono cassa al Tesoro chiedendo e prendendo 10 per poi spendere 7 e mettere 3 da parte. Qualche volta chiedono 9 e poi si atteggiano a Quintino Sella del Terzo millennio; in realtà è come se continuassero a sprecare 2, perché potrebbero fin da principio rivendicare il giusto senza giochetti.
Qualche giorno fa, per esempio, è stata diffusa la notizia che per tre anni la Camera non chiederà un incremento della propria dotazione allo Stato e qualcuno ha salutato il fatto come un esempio di rigore, per una volta proveniente dall’alto. Ma è un abbaglio perché i soldi richiesti da Montecitorio restano ugualmente e strutturalmente in eccesso rispetto alle spese preventivate, che non sono né poche né oculate, anzi.
Nonostante la crisi, i parlamentari non hanno perso il vizio di non farsi mancare nulla. E i cospicui avanzi di cassa portati a bilancio non sono frutto di parsimonia, ma di un artificio contabile giocato sulla differenza tra bilancio di cassa e di competenza. La riprova è data dal fatto che le spese vere non diminuiscono, ma crescono anno dopo anno: dell’1,5 per cento nel 2008 e dell’1,3 nel 2009 secondo il bilancio di previsione.
Senza rinunciare a quasi nessuno dei privilegi che si sono autoconcessi, i deputati nel corso degli anni hanno messo da parte un fondo cassa che non è uno scherzo, un tesoretto di oltre 343 milioni di euro a fine 2008, così come risulta dal conto consuntivo approvato due settimane fa, salito già a 370 milioni a luglio 2009 e quindi pari a più di un terzo dell’intera dotazione annuale di Montecitorio, che nel 2008 è stata di 978 milioni.
Una dotazione particolarmente ricca e calcolata in modo assai singolare. Dal momento che i deputati sono 630, il doppio dei senatori, e i dipendenti pure (1.800 circa contro i 990 del Senato dopo gli ultimi pensionamenti di luglio), e poiché il Senato ha un bilancio di circa 500 milioni, alla Camera, sostengono i deputati, deve essere erogata una dotazione doppia. Senza considerare, però, che molte spese fisse risultano praticamente identiche dall’una e dall’altra parte.
L’aula in cui si vota, per esempio, è una in entrambe le camere, così come il numero delle leggi approvate è ovviamente lo stesso, e le commissioni idem, e via di questo passo. Anche per la Camera dovrebbe valere il principio elementare delle economie di scala, ma forse a Montecitorio le leggi dell’economia valgono a corrente alternata.
Ogni volta che si accingono a redigere un nuovo bilancio i deputati questori partono in pratica con un abbuono ricco e quindi se volessero potrebbero davvero offrire il buon esempio all’inclita e al vulgo chiedendo al Tesoro una dotazione ridotta rispetto alla solita.
Potrebbero fare il bel gesto invitando il ministro Giulio Tremonti a utilizzare per qualche buona causa più urgente la differenza, una volta tanto ottenendo l’applauso sincero di chi li ha votati. Potrebbero, magari, indirizzare quel surplus ai terremotati dell’Abruzzo; i terremotati, però, non pagano gli interessi, le banche sì: circa 15,4 milioni di euro nel 2008 su depositi e conti correnti della Camera.
Ma perché mai a Montecitorio insistono con il trucchetto di succhiare tanto per spendere meno? Che senso ha?
Quel di più probabilmente è richiesto per affrontare gli imprevisti, oltre che per lucrare gli interessi. In primo luogo le temutissime interruzioni di legislatura. Quando capitano, e in Italia purtroppo capitano abbastanza spesso, per le camere è un trauma, non solo perché è come se ai peones di Montecitorio e Palazzo Madama franasse il terreno sotto i piedi, ma anche da un punto di vista economico. La fine repentina della legislatura costa un sacco di soldi, dalle spese minime, come quelle per l’imballaggio delle carte dei parlamentari decaduti, all’imbiancatura degli uffici per i nuovi arrivati, dalle buonuscite per chi deve dire addio al Palazzo al numero delle pensioni che ovviamente cresce.

Nella tabella, il bilancio della Camera dello scorso anno
Le pensioni risultano proprio uno dei capitoli di spesa più cospicui di Montecitorio, 175 milioni circa, anche perché sono concesse con criteri decisamente più generosi rispetto a quelli richiesti ai comuni mortali. Se, per esempio, ai dipendenti normali servono almeno 36 anni di contributi, ai deputati ne bastano 5, un settimo, per un vitalizio baby di tutto rispetto: 3.300 euro.
E poi fra gli imprevisti ci può stare anche l’aumento delle indennità. È vero che deputati e senatori hanno giurato che non avrebbero votato aumenti fino alla fine della legislatura, ma di mezzo c’è la crisi: chi potrebbe giurare che, passata la tempesta, a Montecitorio e a Palazzo Madama non tornino subito a far festa con un ritocchino? Perché nel frattempo nessuno si impegna sul serio nel disboscamento della fitta giungla di privilegi parlamentari grandi e piccoli.
Dal telefono ai viaggi gratis, dai 4 mila euro al mese per le spese di soggiorno agli altri 4.190 per la cura dei “rapporti con il proprio collegio di appartenenza”, ottenuti a titolo di rimborso, sia che quelle spese ci siano state o no, a prescindere, come avrebbe detto Totò, dal momento che non sono richieste ricevute o pezze d’appoggio. I quattrini vengono erogati sulla fiducia, e forse è anche per questo che chi li prende viene chiamato onorevole. Qualche giorno fa la deputata radicale Rita Bernardini ha cercato di correggere l’andazzo: la sua proposta è stata approvata da 49 deputati e respinta da 428. Una maggioranza schiacciante, per una volta bipartisan.
- Tags: Camera, Casta, deputati, indennizzo, liquidazioni, Parlamento, pensioni, privilegi, reddito, rimborsi, Senato, senatori, vitalizio
-

Antonio Martusciello, Fi, classe 1962, potrebbe essere il più giovane pensionato dell’ultimo Parlamento. Napoletano, 46 anni, 4 legislature alle spalle, è entrato a Montecitorio a 32 anni, ha svolto 14 anni effettivi di mandato. E in base a una vecchia norma degli anni Ottanta può riscattare i contributi mancanti fino ad arrivare a 20. E dunque, dal 1° maggio, potrebbe intascare 7.958,50 euro lordi al mese di vitalizio, 95.502 euro l’anno.
Lo stesso avviene per Rino Piscitello, Pd, 47 anni e mezzo e pure lui ha 4 mandati. Sono solo due esempi di quanto avranno di pensione i parlamentari non rieletti il 13 e 14 aprile, secondo un’inchiesta di Panorama, pubblicata sul numero in edicola da giovedì 24 aprile.
Altri esempi? Fra gli altri Panorama cita Alfonso Pecoraro Scanio, 49 anni appena compiuti. Deputato dal 1992, vanta 5 legislature: 16 anni di mandato effettivo, 22 anni di contributi pagati, se arriva a 25 gli scatterebbe un super-vitalizio di 8.836 euro lordi al mese. Enrico Boselli, classe 1957, 4 mandati e 7.958 al mese. Oliviero Diliberto, segretario del Pdci e docente di diritto romano, che compirà 52 anni a ottobre, continuerà a insegnare, ma aggiungerà allo stipendio un vitalizio uguale a quello di Boselli. E 9.600 euro è quanto prenderanno sessantenni come il neo-socialista Gavino Angius, classe 1946, e Clemente Mastella, classe 1947.
Ma, scrive Panorama, a mettere in difficoltà il bilancio 2008 delle due Camere saranno anche quelli che pudicamente il Senato chiama “assegni di solidarietà”: una sorta di tfr pari all’80 per cento dell’indennità, moltiplicato per gli anni effettivi di mandato. A Palazzo Madama hanno stanziato già 8 milioni di euro, ma anche questi non basteranno.
Da liquidare ci sono infatti mostri sacri come Armando Cossutta del Pdci (345.600 euro), Clemente Mastella (307.328 euro), Alfredo Biondi (278.516), mentre alla Camera il recordman è Angelo Sanza, 10 legislature come Cossutta, con 337.068 euro di liquidazione.

- Tags: beppe-grillo, blog, Casta, elezioni, Fausto-Bertinotti, Gian-Antonio-Stella, girotondini, grillini, Ligabue, Marco-Travaglio, Nanni-Moretti, palazzo, parlamentari-condannati, Pd, piazza, privilegi, Report, Sabina-Guzzanti, satira, Sergio-Rizzo, sinistra, V-boy, Vday, Walter Veltroni
-

Sono giovani. E molto incazzati: “Se non sei figlio di qualcuno in questo Paese non ce la fai” dice Andrea Palamara, 25 anni, neolaureato in scienze politiche di Erba e organizzatore lombardo dei “vaffa-boys”. “Mi impegno perché i politici sono di bassissimo livello. Non sono classe dirigente. E soprattutto perché sono tanto vecchi: non sanno cosa sia un blog o il meet up”. Proprio il meet up, cioè l’incontro in rete, è quello che ha trasformato il “Grillo-boy” in “vaffa-boy”. Il grillismo fino a un anno e mezzo fa era solo un blog di successo. Il salto di qualità è arrivato grazie all’utilizzo dello strumento “meet up”, con la possibilità per i fan del comico genovese di aggregarsi su siti propri, organizzati con un criterio territoriale. Così il giovane “grillino”, da lettore e commentatore del beppegrillo.it è diventato soggetto politico. Gli animatori dei meet up territoriali vanno a parlare con i sindaci, si muovono su piccoli obiettivi locali, dalla Tav all’emergenza rifiuti.
Mario Adinolfi, il 36enne blogger candidato alla segreteria del Partito democratico, spiega: “Già nel 2001 mi candidai con il simbolo della chiocciola internettiana a sindaco di Roma, perché si capiva che il web mobilita; ora Grillo e i grilliani scoprono che la rete non è solo uno strumento di comunicazione, ma un modello politico totalmente nuovo: la democrazia diretta. Che riesce a saltare la mediazione del politico di professione”.
Ma chi è il V-boy? Elio Veltri (qui il suo intervento al V-Day di Milano), che sta organizzando la discesa in campo della Lista civica nazionale per il 6 ottobre a Roma e che si sente un po’ la chioccia di questo movimento, sostiene che sono giovani dai 20 ai 35 anni, spesso con un lavoro precario, o cinquantenni che “sperano che l’Italia non sia ancora morta”. “Non ho raccomandazioni” dice ancora Palamara. “Mi cercherò un lavoro in una ditta di pulizie”.
Il V-boy è contro la legge Biagi. E ha due bibbie: il libro-testimonianza di Grillo Schiavi moderni, che in agosto ha ricevuto il plauso del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano (chissà se è pentito?), e quello di Michela Murgia, una giovane 34enne sarda, che in un best-seller agrodolce, Il mondo deve sapere, ha raccontato il dramma quotidiano, non privo di elementi grotteschi, di un lavoratore di un call center.
Il V-boy ama Oliviero Beha e Marco Travaglio, due giornalisti che sparano indifferentemente sia contro la destra sia contro la sinistra. Ed è molto deluso, come Palamara, dal presidente della Camera Fausto Bertinotti: “Uno che ha predicato la rivoluzione per trent’anni e poi è diventato presidente della Casta”. E proprio <em>La Casta di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo e Il costo della democrazia di Cesare Salvi e Massimo Villone, sono i due saggi che il grillino ben informato conosce quasi a memoria, e cita spesso.

Il V-boy odia i giornali “perché sono tutti uguali”, ma gli piace la rivista Internazionale “perché” scrivono nelle webdiscussioni “leggendo quello che avviene negli altri paesi capiamo che da noi è ora di cambiare” e preferisce andare direttamente sui siti internet a cercare informazioni, magari scambiando idee sui blog. È grande appassionato di Dagospia, sito tradizionalmente irriverente con il potere.
Pur facendo parte della generazione di internet non disdegna cinema, musica e teatro: gli piacciono Ligabue (definito “impegnato, ma ruspante”), i comici alla Sabina Guzzanti e l’iconoclasta della parola Alessandro Bergonzoni, ma pure i monologhi amari di Ascanio Celestini. Considera ormai vecchio e superato Nanni Moretti, legato all’archiviata e inconcludente stagione dei girotondi. E in televisione professa un vero culto per le inchieste della trasmissione Report, su Raitre, ideata da Milena Gabanelli.
- Tags: beppe-grillo, blog, elezioni, girotondini, grillini, Guglielmo-Giannini, palazzo, parlamentari-condannati, Pd, politica, privilegi, qualunquismo, Romano Prodi, satira, sinistra, Uomo-Qualunque, Vday, Walter Veltroni
-

Un ciclone o una folata di vento, come dice il sociologo Giuseppe De Rita? Per ora i dati di fatto: il V-Day di Beppe Grillo (qui l’intervento a Bologna; qui tutti i video d chi c’era)) ha avuto successo; i Grillo-boys o grillini sono alcune centinaia di migliaia, soprattutto su internet; i partiti sono preoccupati, anche se non lo dicono. Da destra, ma soprattutto da sinistra, è tutto un susseguirsi di aperture e distinguo: “teniamone conto, “segnale importante e positivo, “purché non trionfi il qualunquismo e l’antipolitica”, ecc, in perfetto stile politichese.
La curiosità principale è: Beppe Grillo può far più male alla destra o alla sinistra? C’è un precedente lontano ma illuminante, quello dell’Uomo Qualunque, il partito populista-moderato fondato nel 1946 da Guglielmo Giannini, che all’Assemblea costituente ottenne il 5,3% dei voti, divenendo la quinta formazione nazionale. Benché dichiaratamente anticomunista, Giannini - che propugnava la rivolta fiscale e la pulizia nella “politica corrotta” - fu combattuto soprattutto dai politici di centrodestra, Dc in testa, ed anche dalla Confindustria. Temevano, a ragione, che sottraesse loro voti: alla fine Giannini accettò di appoggiare la Dc; poi i Qualunquisti confluirono nel Msi, a quei tempi fuori dai giochi di governo.
L’Uomo Qualunque lanciò il termine “qualunquista”, lo stesso appioppato oggi a Beppe Grillo. Ma le analogie non finiscono qui. Così come Giannini preoccupava la destra di allora, oggi è la sinistra ad avere più timori. Benché la piazza, virtuale e non, del comico genovese sia in grandissima parte orientata a sinistra, e benché le sue parole d’ordine, a cominciare da quelle sui precari e sulla legge Biagi (che sono costate al comico risentite polemiche) , siano tipiche della sinistra.
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10027/normal_grillo_parlante.jpg)
Il fenomeno-Grillo rischia innanzi tutto di offuscare il lancio del Partito democratico. Tanto la piazza di Grillo si presenta spontanea e tutta all’insegna della partecipazione popolare, tanto il Pd appare, finora, un’operazione di palazzo, distante dalla gente. Non a caso tra i bersagli dei grillini c’è Walter Veltroni.
Secondo punto: nonostante il movimento si definisca trasversale, gran parte delle idee e delle parole d’ordine sembrano appartenere all’area della sinistra radicale, in una sorta di riedizione dei girotondini che tanto hanno bersagliato la nomenklatura diessina nei primi anni 2000.
Terzo: Beppe Grillo ce l’ha, magari confusamente, con la classe dirigente. E oggi, per il semplice fatto di essere al governo e al potere, la classe dirigente viene identificata con il centrosinistra. Non bastavano la case vip, i mutui regalati, le consulenze d’oro, insomma la casta. Ora c’è Grillo.
Il problema è: come e quanto si tradurrà il grillismo in termini elettorali? Molti prevedono un aumento dell’astensione. Che certamente, in parte, colpirebbe anche il centrodestra. Ma, come è dimostrato da alcune elezioni a questa parte, si diffonderebbe soprattutto tra i delusi e gli “incazzati” della sinistra. Si attende, a breve, un invito a Beppe Grillo da parte di qualche esponente del Pd, se non da Veltroni medesimo. A condizione che l’invitato accetti.
Guarda la GALLERY del V-DAY di Milano.
Il VIDEO con l’intervento di Elio Veltri:

Luca Zaia nasce 38 anni fa a Conegliano da madre casalinga e padre artigiano. È sposato dal 1998 e risiede a Bibano di Godega di Sant’Urbano nella sinistra Piave trevigiana. Si diploma nel 1987 alla scuola enologica G.B. Cerletti di Conegliano. Nel 1993 si laurea all’Università di Udine, in scienze della produzione animale. È eletto, nel 1993, a 25 anni, nelle file della Lega nord Liga veneta come consigliere comunale di Godega di Sant’Urbano. Nel 1995 è consigliere provinciale e assessore all’agricoltura. Nel 1998 diventa presidente della Provincia di Treviso: è il presidente più giovane d’Italia. Nel 2002 viene riconfermato presidente di una giunta monocolore. Nel 2005 è nominato vicepresidente della giunta regionale del Veneto con delega alle politiche dell’agricoltura e del turismo.
A 193 km all’ora in autostrada, 407 euro di multa e la patente ritirata: Zaia, dire che la Lega in Veneto va forte è una metafora, non la prenda alla lettera.
Per la precisione andavo a 183 chilometri all’ora. Dai, è chiaro, era una scusa per darmi addosso, ma non pensavo con questa violenza. Una settimana di articoli contro, articoli sulla stampa nazionale e una pagina anonima di insulti sulla Tribuna di Treviso.
Scusi, da presidente della Provincia di Treviso ha fatto un sacco di campagne sulla sicurezza stradale. E poi si fa beccare in flagrante.
Chi mi attaccava diceva che buttavo via i soldi. Almeno adesso ho avuto questo tardivo riconoscimento.
Ma che fretta c’era, maledetta primavera?
Ero sotto una tromba d’aria. Dovevo tornare a Venezia con urgenza per aprire un tavolo di crisi su altre due trombe d’aria a Vicenza e a Verona. Ma non voglio giustificarmi, chi sbaglia paga. E io ho pagato senza fiatare.
Meno male che non si è ricordato di Gustavo Selva, se no chiamava un’ambulanza…
Pensi che qualcuno ha insinuato che siamo della stessa pasta. Assolutamente no: vorrei ricordare a tutti i cittadini che io non giro con l’auto blu e non ho detto: “Lei non sa chi sono io”.
Chi sarebbero i mandanti della campagna?
La sinistra e i suoi giornali, che si sono lanciati in un linciaggio mediatico senza precedenti. Io la critica la accetto, gli insulti no.
Io guarderei anche in casa sua, nel centrodestra. Lei in fondo dovrebbe essere l’erede di Giancarlo Galan e qualcuno rosica.
Non mi ritengo l’erede di nessuno, sono uno che si è fatto da solo studiando e lavorando. Magari qualcuno tra i miei sarà stato contento, ma la campagna è stata orchestrata dall’opposizione.
Comunque a piedi non ci resta, se è vero che in 150 si sono offerti di farle da autista.
Macché 150, più di 1.000. Conservo sms ed email. Sceglierò tra i giovani neopatentati che mi hanno scritto, e in macchina parleremo di quello che non bisogna fare, compreso quello che ho fatto io. E con l’occasione discuteremo di questa famigerata “casta on the road”.
Casta on the road è bellissimo. Se la sente Gianantonio Stella ne fa un secondo libro.
Faccio 80 mila km all’anno, non rimborsati a piè di lista. E qui dicono che vado in giro con la mia macchina perché mi pagano, una puttanata. Ho solo il rimborso forfettario che spetta ai consiglieri regionali, 1.200 euro al mese, indipendentemente dalla strada che faccio. E io abito a Conegliano.
Però, toccando ferro e più tardi possibile, ha il funerale pagato dalla Regione: “casta on the tomb”.
Sì, 7.500 euro, l’ho letto sui giornali. Mi sono informato, era una vergognosa leggina del 1973 che abbiamo eliminato. Senza contare che molti consiglieri la ignoravano e si pagavano loro i funerali.
Caro Zaia, le toccherà tornare alla scuola guida. Scriva cento volte: chi va piano va sano e lontano.
Beh, mi hanno tolto dieci punti. Potrei fare il corso che me ne ridà sei, anche per dare un segnale alla gente. Ma se a volte si corre è perché abbiamo degli impegni, non stavo mica andando in discoteca. Per esempio, mentre le parlo sto viaggiando a 130 all’ora. E infatti tutti mi sorpassano.
- Tags: Anci, auto-blu, CdM, costi, ddl, decreto-legge, deputati, Giulio-Santagata, Idv, ministro, Palazzo-Chigi, politica, privilegi, senatori, sprechi
-

Quattrocento deputati invece degli attuali 630 e senatori ridotti a 200 (da 315). E poi riduzione del numero dei ministeri, il 25% in meno di consiglieri regionali, provinciali e comunali. Non più di 15 assessori regionali, e non più di 14 assessori per Province e Comuni. E ancora: taglio (l’ennesimo, sulla carta) delle auto blu (dove possibile, il ricorso a mezzi alternativi di trasporto), via le circoscrizioni nelle città con meno di 250 mila abitanti e cellulari con il contagocce al personale che ha l’obbligo della reperibilità e limitatamente al periodo necessario a svolgere il servizio.
Detta così - almeno stando a quanto riferisce l’agenzia Ansa - sarebbe una vera riforma. Voluta da Giulio Santagata, ministro per l’Attuazione del programma, per tentare di abbattere i costi (esorbitanti) della politica.
Il ddl, di 37 articoli, dovrebbe arrivare al prossimo Consiglio dei ministri. Sempre che superi il fuoco di fila dei suoi (tanti, troppi, detrattori).
A sparare contro il testo ci si sono messi in tanti. Ha cominciato l’Anci (l’Associazione dei Comuni italiani, presieduta dal sindaco diessino di Firenze Leonardo Domenici), dicendosi “insoddisfatta” di come il governo stia gestendo la questione della riduzione dei costi della politica: “Avevamo avanzato la proposta” ha spiegato il presidente Domenici “di un ‘Patto’ condiviso da tutti i livelli istituzionali sugli obiettivi da raggiungere. Mancando questo patto il ddl Santagata non può intervenire sul numero dei parlamentari o sui consiglieri regionali che comunque rispondono agli Statuti”.
Critica anche l’Italia dei Valori, partito di Antonio Di Pietro, il ministro più vicino alle istanze dei cittadini contro gli sprechi della classe politica: “Quanto si apprende sul disegno di legge Santagata dà la spiacevole, ma inevitabile sensazione che si tratti più di un provvedimento di facciata che non di contenuti”. Ad affermarlo è Antonio Borghesi, responsabile dell’Economia per l’IdV e membro della Commissione Finanze alla Camera. “Ci auguriamo, però, che tutto questo non resti ancorato al mondo delle intenzioni”.
Già, le intenzioni: quelle di palazzo Chigi, dove venerdì 6 luglio sarà data solamente una “prima lettura” del ddl, sono quelle di non perdere altro tempo: “Anche in assenza di un’intesa” spiegavano varie fonti del governo. Prodi, infatti, preme perché il provvedimento, più volte annunciato (prima per metà giugno e poi per la fine dello stesso mese), veda presto la luce.
E il ministro Santagata, firmatario del testo, come la vede? “Quella citata dalle agenzie è una bozza vecchia elaborata dagli uffici tecnici e ormai ampiamente superata”. Il provvedimento, ha aggiunto, ha subito infatti un’ulteriore revisione rispetto ai testi fin qui circolati. Il disegno di legge prevede, entro 12 mesi dalla sua approvazione in Parlamento, l’emanazione di decreti e regolamenti da parte del presidenza del Consiglio e dei ministeri interessati.
Insomma, la strada è tutt’altro che in discesa.
Il VIDEO servizio:

Parte tutto dal commento lasciato da Andrea Vignotto segretario nazionale SIAR (Sindacato Italiano Autisti Rappresentanza). Contestava Vignotto il dato “assurdo e ingannevole” sulle auto blu (574 mila secondo uno studio condotto da Contribuenti.it - Associazione Contribuenti Italiani) in uso alle amministrazioni d’Italia.
Commento duro, sig. Vignotto. Su cosa non è d’accordo?
Un conto sono le auto blu di rappresentanza, cioè veicoli con mansioni di trasporto di rappresentanti di organi istituzionali. Un altro conto sono tutti i veicoli immatricolati dallo Stato, che comprendono tra l’altro anche i mezzi dei militari in Afghanistan, i camion dei Vigili del Fuoco: solo comprendendo questi si potrebbe arrivare al numero citato… Mi lasci dire: fossero 574 mila le auto blu, vorrebbe dire che ci sono altrettanti autisti e siccome noi siamo l’unico sindacato di categoria, io conterei più di Epifani!
Invece…
Invece abbiamo poco più di 2 mila iscritti, la metà di tutti gli autisti (dipendenti pubblici) oggi in servizio per le vetture delle istituzioni.
Metà degli iscritti: vuol dirci che le auto blu in Italia sono 4 mila in tutto?
Esatto, forse 4 mila e cinquecento: di cui due mila presso le amministrazioni decentrate (Regioni, Province, Comuni, Comunità di bacino, comunità montane) e duemila presso Ministeri, Prefetture, Questure, etc… Parlo, ripeto, di auto di rappresentanza, quelle che girano con la sirena… A volte, ammetto, è difficile anche per noi reperire i numeri di queste auto presso le amministrazioni, soprattutto quelle periferiche, che, in assenza di una gestione coordinata e codificata acquistano auto di servizio, in totale autonomia. Ma quelle non sono auto blu.
Ma il senso di spreco resta comunque.
Certo, soprattutto in campagna elettorale. È in questo periodo che se ne parla maggiormente. Poi torna a calare il silenzio. Anche sulle condizioni di vita e sullo stipendio degli autisti (1000 euro al mese e servizio anche la domenica e la notte). Non si parla nemmeno della tendenza dei politici più giovani a non usare l’auto di rappresentanza (che li metterebbe in cattiva luce nei confronti dei cittadini) ma a spostarsi con la propria, chiedendo poi all’amministrazione certi rimborsi spese…
Sono da sempre il simbolo del potere: le auto blu. Per chi le usa sono il segno tangibile di essere entrato nella cerchia di chi comanda (nella Casta, direbbe Gian Antonio Stella); per chi le vede sfrecciare per le vie della città (incuranti di pedoni o semafori) sono spesso l’immagine della soverchieria e dello spreco.
Ebbene, intorno al loro numero, l’Italia, secondo uno studio condotto da Contribuenti.it - Associazione Contribuenti Italiani, ha battuto l’ennesimo record mondiale: da noi il parco di “auto blu” è triplicato passando, in due anni, da 198 mila a oltre 574 mila vetture. In uso a Stato, Regioni, Province, Comuni, Municipalità, Comunità montane, Enti pubblici, Enti pubblici non economici e Società misto pubblico-private.
Una crescita esponenziale, avvenuta nonostante la legge del 1991 che limitava l’uso esclusivo delle auto blu ai soli Ministri, Sottosegretari e ad alcuni Direttori generali: da allora (magari nei periodi pre-elettorali) si è sempre parlato e promesso di regolamentazioni e tagli. Invano.
Come detto, la classifica dei paesi che utilizzano le “auto blu” vede oggi al comando l’Italia con 574.215 seguita, a distanza notevole, dagli Usa con 73.000, dalla Francia con 65.000, dal Regno Unito con 58.000, dalla Germania con 54.000, Turchia con 51.000, Spagna con 44.000, Giappone, con 35.000, Grecia con 34.000 e Portogallo con 23.000.