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Italia, 1300 tribunali (primi in Europa) e processi lumaca. Il dibattito sulla rete

Una toga ripiegata su una sedia vuota in tribunale

Una toga ripiegata su una sedia vuota in tribunale

La giustizia italiana batte ogni record (in negativo): un numero di tribunali spropositato, 1.300, che ci costa ogni anno quasi 4 miliardi di euro. Lo ha ricordato il portavoce del ministro Brunetta, pochi giorni fa a Milano.
Una cifra astronomica, se confrontata con quella dei nostri partner europei e, soprattutto, se si considera l’inefficienza del sistema giudiziario italiano, tra i più lenti nel vecchio continente. Continua

Gli oneri della giustizia. Costa caro processare gli immigrati

giudici

di Marina Castellaneta

Allarme costi per le traduzioni nei processi in tutta Europa. L’aumento della libera circolazione e dell’immigrazione fa crescere il budget delle spese per la giustizia.
È quanto risulta dal documento di lavoro presentato dalla Commissione europea l’8 luglio, in vista di una decisione quadro sul diritto all’interprete e alla traduzione nei procedimenti penali. In pratica Bruxelles prova a dettare regole comuni nel settore, partendo dall’analisi dei costi.
Nel 2007 le spese di traduzione dei documenti processuali utili all’imputato, tenendo conto di provvedimenti di circa 30 pagine e di una stima approssimativa del costo che va da 255 a 1.500 euro (calcolata sui procedimenti penali di stranieri), è stata compresa, in Italia, tra 15 e 88 milioni di euro. L’Italia è stata preceduta solo da Regno Unito e seguita da Germania e Spagna. All’ultimo posto Malta.

Nel 2007 l’Italia aveva accumulato 59.131 procedimenti penali con stranieri coinvolti, il Regno Unito 112.878, la Germania 255.498 e la Spagna 97.426. Ma non basta: occorre aggiungere il costo per gli interpreti sia nelle stazioni di polizia sia in tribunale. Nel Regno Unito, nel 2007, si è arrivati a oltre 37 milioni di sterline, in Spagna a 19,48 milioni di euro, in Italia a 11,8 milioni. Spese destinate a crescere, osserva la Commissione europea, con un forte impatto economico sugli stati membri. Aumentano poi i detenuti stranieri.

In Italia, secondo i dati del Consiglio d’Europa e riportati dalla Commissione, nel 2007 il 36,5 per cento della popolazione carceraria era costituito da stranieri che scontavano la pena e il 72,5 per cento da detenuti in custodia cautelare. Di qui la necessità di norme minime comuni agli stati Ue per fissare garanzie minime nei procedimenti penali, partendo dalle traduzioni e dalla presenza di interpreti nei processi.
Diritti già previsti per gli imputati dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, secondo la quale ogni persona arrestata deve essere informata al più presto e in una lingua comprensibile dei motivi dell’arresto e di ogni accusa formulata a suo carico.

Un diritto, però, applicato a macchia di leopardo, che ha costretto la Corte europea a intervenire in diverse occasioni. Un intervento in ambito Ue potrebbe far risparmiare agli stati i costi causati dalle condanne ricevute da Strasburgo. Bruxelles vorrebbe arrivare a non tradurre ogni singolo documento, ma solo gli atti che servono all’imputato per avere una conoscenza “sufficiente della causa intentata contro di lui affinché possa difendersi”.
Per questo i funzionari europei intendono puntare anche alla qualità proponendosi di fissare i requisiti fondamentali per un’adeguata traduzione.

Procure scomode per giudici comodi

tribunale

“Li vede quei fascicoli lì?” domanda il procuratore. Drizza l’indice verso una pila di cartellette gialle che giacciono sulle poltroncine per gli ospiti. “Sono tutte le nuove notizie di reato. In mezzo ci potrebbero essere cose importanti, indagini da avviare. Ma noi qui possiamo solo occuparci di udienze, arrestati e morti. Quando li dovrei studiare i nuovi casi? So quello che faccio, ma non quello che potrei fare”.
Il capo della procura di Ragusa, Carmelo Petralia, 57 anni, dà un’altra tirata al suo toscano. Si è insediato tre mesi fa, dopo una vita passata alla Direzione nazionale antimafia, dove si è occupato anche delle stragi di Capaci e di via D’Amelio. A Ragusa ha trovato due sostituti invece che sei.
Il Csm, su indicazione del ministero della Giustizia, il 13 maggio ha cercato di ovviare: ha pubblicato un bando con l’elenco di 41 sedi disagiate che prevede incentivi economici ai magistrati pronti a trasferirsi. Sono arrivate 77 domande.
Però a Ragusa, probabilmente, non andrà nessuno. Come a Enna, Nicosia e Barcellona Pozzo di Gotto. Procure di frontiera in cui nessuno vuole amministrare la giustizia. E c’è chi ci tenta di scappare il prima possibile. Esito: fascicoli che si accumulano, indagini che non partono, processi compromessi.
La procura di Ragusa è, dopo quella di Modica, la più a sud d’Italia. Petralia dice di sentirsi solo e insoddisfatto: “Qui gli unici a non lamentarsi sono gli imputati. Alla fine il danno non ce l’ho io, ma la comunità, la sua aspettativa di giustizia”. Si passa una mano nella barba. “Ci hanno segnalato un caso grave: l’inquinamento di alcune falde acquifere. Dovrei aprire un’inchiesta. Ma a chi la delego?”. Un’altra boccata al toscano, un altro sguardo amaro.
Come gran parte dei suoi colleghi, ha un’idea chiara di che cosa ha causato questi buchi nell’organico: la legge che vieta ai magistrati di prima nomina di lavorare nelle procure. “Il principio poteva pure essere giusto, ma l’esito era prevedibile: la desertificazione di posti come questo”.
Per gli uffici in cui latitano ancora i volontari il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, pensa di riproporre incentivi. Extrema ratio sarebbe il trasferimento d’ufficio di giudici ai primi anni di carriera. A Ragusa una terza possibilità ci sarebbe: a 15 chilometri c’è la procura di Modica. Da anni i pm delle due sedi chiedono l’accorpamento, nessuno dà loro retta.
Una situazione simile c’è pure nel Messinese. C’è Mistretta, sui Nebrodi: 5.200 persone e tre magistrati. Poi Patti: 13.320 abitanti e cinque togati. Infine, a 20 minuti di macchina, la sede più grande, Barcellona Pozzo di Gotto: un altro di quei posti che godono della fama da “lasciate ogni speranza o voi ch’entrate”.
“Avere tre uffici così vicini non ha senso. Non siamo un ospedale” dice caustico il procuratore Salvatore De Luca, 55 anni. “I potentati locali però vogliono mantenere le cose come sono. I politici per far contenti i paesani. Gli avvocati e i magistrati per far felici loro stessi: più sono le sedi, più sono le poltrone”. De Luca vede fosco: “Qui non ci viene anima. Il carico di lavoro è enorme: la città è l’epicentro della criminalità organizzata del Messinese”. Non si potrebbe allora fare appello al senso del dovere? “I magistrati, nella maggior parte dei casi, non sono eroi né santi. Ma persone come le altre, che vogliono mettere su famiglia e campare tranquille”.
Per Barcellona Pozzo di Gotto al Csm non è arrivata alcuna domanda di trasferimento. Tra due mesi rimarranno solo due sostituti su cinque. “E fra un anno, se la situazione non cambia, resterei solo io”.
A Gela si rischierebbe lo stesso: su cinque pm, quattro andranno via nei prossimi mesi. Non a caso, nella lista delle sedi disagiate ci sono quattro posti da coprire. Il procuratore Lucia Lotti, 52 anni, è però fiducioso: “Questo è un ottimo ufficio. Sono sicura che riusciremo a farcela”. Ammette che la città dei miasmi e del petrolchimico gode di una nomea che tiene lontano ogni teorico aspirante. Per questo ha scritto un’email a tutti i colleghi, mettendo a disposizione “dati statistici, assetto, regole interne, profili operativi, prospettive”.
Molto più istituzionale del suo omologo di Palmi, in Calabria, Giuseppe Creazzo, ingegnoso autore di un messaggio in cui pubblicizzava le bellezze locali: “Magnifica spiaggia con vista sullo Stretto di Messina e le Isole Eolie sullo sfondo”. Ha funzionato: sei domande per quattro posti. Del resto anche Sergio Lari, a Caltanissetta, ammette di aver fatto una “vera e propria campagna acquisti”, provando a convincere gli interessati. Anche lui è stato efficace: 15 richieste.
A Nicosia, invece, non c’è stato verso: nessun pretendente. Nella città spersa nella provincia di Enna, poco meno di 15 mila abitanti, da un anno e mezzo mancano due sostituti su tre. Nelle stanze dei magistrati rimasti le luci non si spengono mai prima delle 10 di sera. Nel giro di qualche mese andranno via anche loro. La percentuale di avvicendamento, ha calcolato il Csm, è altissima: tutto l’ufficio è cambiato due volte in sette anni.
Anche Carmelo Zuccaro, il capo, 52 anni, si trasferirà a ottobre: “Da quarant’anni l’organico si copre solo con i magistrati di prima nomina” precisa.
La scarsità di pubblici ministeri finisce per incidere su tutto. “La stragrande maggioranza delle udienze viene coperta dai viceprocuratori onorari, che non hanno seguito le indagini” racconta Zuccaro. “Questo ci fa ridurre le pendenze, ma fa scadere la qualità del dibattimento. Che senso ha svolgere inchieste lunghe e laboriose se poi al processo non siamo efficaci?”. Zuccaro si sistema la cravatta a righe. “Le assoluzioni sono aumentate. E i reati fiscali sempre più spesso finiscono in appello: lì ci vuole una competenza che non si improvvisa”.
A Enna le cose vanno ancora peggio. Il procuratore Calogero Ferroti, 65 anni, da tempo è costretto a rinunciare a seguire anche i processi più importanti, quelli finiti sulle prime pagine dei giornali. Come l’omicidio del tredicenne Francesco Ferreri, ucciso a dicembre del 2005 a Barrafranca. Ad aprile del 2009 è stato chiesto un ergastolo e pene a 20 e 18 anni per quattro persone. Ma la richiesta non è stata fatta dai magistrati di Enna, che avevano seguito le indagini ricostruendo movente e dinamiche. Ferroti ha delegato tutto ai colleghi di Caltanissetta: “Noi non potevamo garantire la presenza al processo” spiega mentre si sistema sul naso rotondi occhiali marrone chiaro. “Noi”: cioè lui e un sostituto. Mancano tre pm su quattro: va così dall’agosto scorso.
I problemi non ci sono solo in procura. Il tribunale di Enna ha metà dell’organico previsto. E statistiche poco invidiabili. Davanti al gip si discute dopo 359 giorni; a Gela ci mettono quasi un quinto del tempo. A Enna la durata media dei processi penali è 949 giorni; sempre a Gela ce ne vogliono 271.
Ferroti rendiconta: pubblici ministeri costretti a chiedere rinvii su rinvii, la metà dei procedimenti prescritta, misure cautelari depositate a sei mesi dalla richiesta, banali sentenze scritte dopo tempi interminabili. E riti abbreviati che durano quattro anni.
Come quello che vede indagato per abuso d’ufficio l’ex sindaco di Enna, Rino Ardica, nell’inchiesta (partita nel 2004) su un buco nel bilancio del Comune. “Ormai siamo ai limiti della prescrizione” si rammarica Ferroti. “Ma del resto anche per le indagini in corso se ne riparlerà tra cinque anni per il processo. Se tutto va bene”.
L’amaro sorriso si trasforma in smorfia di rabbia. In autunno andrà via anche l’ultimo sostituto. Ferroti allora rimarrebbe solo. Procuratore, se tornasse indietro, verrebbe ancora a Enna? La risposta è un’occhiata impotente e desolata. Il magistrato scuote la testa, abbassa lo sguardo e si raddrizza nuovamente gli occhiali rotondi sul naso: “La ringrazio per avere ascoltato il mio sfogo”.
antonio.rossitto at mondadori.it)

Giudici, la super casta

Giudici alla riunione per l'anno giudiziario

di Anna Maria Greco
Ci sono magistrati che la toga, si può dire, quasi non l’hanno indossata. Sono fuori ruolo a oltranza. E si costruiscono quelle che il primo presidente della Cassazione, Vincenzo Carbone, all’ultima inaugurazione dell’anno giudiziario, ha definito “carriere parallele”. Stesso termine usato dal Csm nella circolare del marzo 2008 con la quale ha cercato di mettere un freno a “un numero eccessivo di richieste di destinazione di magistrati a funzioni extragiudiziarie, in un momento storico caratterizzato da gravi scoperture di organico e da un’intollerabile lunghezza dei tempi del processo”. Concetto che, il 26 maggio, è diventato un vero appello al ministro Angelino Alfano.
Vediamo qualche esempio. Claudio Buttarelli: nominato uditore giudiziario nel 1986, 3 anni dopo lascia il posto e rimane fuori ruolo ininterrottamente fino a oggi, è garante aggiunto europeo per la protezione dei dati personali, dopo essere stato segretario generale dell’Autorità per la privacy.
C’è anche Francesco Crisafulli, in magistratura nel 1986 e fuori ruolo dal 1992: prima alla presidenza della Repubblica poi, dal 2000, come esperto giuridico alla Rappresentanza permanente d’Italia presso il Consiglio d’Europa. Il Csm ha di recente autorizzato un prolungamento del suo status di fuori ruolo con una motivazione singolare: riconosciuto che è stato superato qualsiasi normale limite temporale, l’interessato non andrebbe più considerato un magistrato, ma “quasi” un ambasciatore.
Di limiti temporali, in effetti, ne sono stati fissati nel 2008, con una legge e una circolare del Csm: 5 anni, poi un’interruzione di altrettanti e ancora un’autorizzazione per altri 5, fino al massimo di un decennio. Ma l’Italia è il paese delle deroghe. Claudia Gualtieri, giudice di tribunale a Venezia dal 1998, lascia le funzioni giudiziarie nel 2003 per diventare esperto nazionale presso la Commissione europea (direzione generale Giustizia, libertà e sicurezza) e poi la rappresentanza italiana presso l’Unione Europea: su 9 anni, insomma, fa il magistrato solo per 5.
Casi eclatanti che sono stati raccolti in un dossier dall’Unione camere penali (Ucpi), che da anni denuncia il paradosso di un sistema giudiziario che ha vistosi buchi d’organico, accumula inefficienza e lentezze eppure è di manica larga, larghissima, quando si tratta di prestare, anche per decenni, i magistrati ad altre amministrazioni, a organismi politici e internazionali in tutto il mondo.
Oggi i fuori ruolo con altri incarichi sono 256 e arrivano a 277 con quelli in aspettativa come parlamentari, amministratori di comuni, province e regioni, membri del Csm e per altri motivi (vedere la tabella in basso). Questo mentre ci sono 1.357 posti vuoti negli uffici giudiziari sempre più in affanno. E poi si dovrebbero aggiungere i tanti magistrati che ottengono incarichi extragiudiziari part-time e non lavorano a tempo pieno.
Mentre un po’ in tutte le sedi si cercano soluzioni per ricoprire le sedi vacanti, l’Anm contrasta i trasferimenti d’ufficio prospettati dal governo in nome dell’inamovibilità delle toghe, ma accenna solo timidamente, secondo i penalisti, all’esercito dei magistrati fuori ruolo sottratti alle funzioni giudiziarie per lavorare a Palazzo Chigi, nei ministeri, alla Corte costituzionale, al Quirinale, in commissioni e autorità, organismi internazionali e ambasciate, missioni varie all’estero.
Tutte queste toghe fuori ruolo continuano a percepire il loro stipendio al quale aggiungono in alcuni casi indennità che vanno dai 50 mila euro l’anno per gli assistenti dei giudici costituzionali ai 115 mila per i più gratificati dalle varie amministrazioni, con punte che arrivano addirittura oltre i 300 mila. Queste cifre generano un notevole squilibrio retributivo, se si pensa che il primo presidente della Cassazione, cioè il magistrato italiano più alto in grado, ha uno stipendio di 278 mila euro l’anno.
L’Ucpi ha deciso di intervenire studiando una proposta di legge che presto arriverà alle Camere con la firma di parlamentari di entrambi gli schieramenti. Ha l’obiettivo di ridurre drasticamente il numero dei fuori ruolo ai soli casi previsti espressamente per legge, una trentina (escluse le cariche elettive), facendo rientrare nei ranghi oltre 200 magistrati per destinarli al loro originario compito di smaltire sentenze, celebrare processi e svolgere indagini.
Inoltre, la proposta di legge regolamenta gli incarichi extragiudiziari circoscrivendoli solo a didattica e formazione; fissa un criterio unico per il trattamento economico aggiuntivo che può andare dal 20 al 60 per cento della retribuzione in più, in base all’importanza dell’incarico: e, punto molto delicato, stabilisce che il magistrato debba dimettersi prima di presentarsi a elezioni politiche “per contrastare un uso strumentale della funzione”.
“Il fenomeno dei fuori ruolo” dice il presidente dei penalisti Oreste Dominioni “inquina gravemente i rapporti tra politica e magistratura, compromettendo l’indipendenza dell’una e dell’altra. Crea una supercasta di potere, che è quella che realmente regola i rapporti con la politica. Così si sacrificano le risorse giudiziarie sull’altare del potere. I numeri parlano chiaro e così gli “eccellenti” emolumenti economici riconosciuti a questa supercasta giudiziaria, paragonabili solo a quelli degli alti funzionari dello Stato. Si richiami subito in ruolo la stragrande maggioranza di questi magistrati, perché ritornino a esercitare le loro funzioni. Si parla tanto di sedi vacanti, ma la loro copertura è impedita da anacronistici privilegi”.
Vediamo dove sono dispersi questi magistrati fuori ruolo. Mettiamo da parte quelli cosiddetti elettivi, cioè i 12 parlamentari, i 4 che hanno mandati in regioni, province e comuni, l’unico (Luigi De Magistris) candidato alle elezioni europee e i 16 componenti del Csm. Guardiamo invece ai 132 impegnati per il governo, come capi di gabinetto, capi e addetti all’ufficio legislativo, fino a quelli con semplici funzioni amministrative: dai 12 alla presidenza del Consiglio ai 71 al ministero della Giustizia, più i 16 all’Ispettorato sempre di via Arenula e il resto disperso negli altri ministeri.
La giustizia italiana può si concede pure di avere ben 7 magistrati nella missione Eulex in Kosovo, alcuni dei quali già in passato sono stati per anni fuori ruolo per altri incarichi.
“Questi magistrati” incalza Dominioni “svolgono funzioni del tutto estranee a quella giudiziaria o assolutamente indifferenti alla loro esperienza professionale”. E cita i 28 alla Corte costituzionale, i 9 nelle istituzioni e commissioni del Parlamento e delle diverse autorità e la trentina di esperti presso ambasciate o istituzioni estere, più i 17 che svolgono funzioni amministrative al Csm.
Per legge, nel 2008, è stato fissato un tetto massimo per i fuori ruolo di 200 unità, senza calcolare quelli da destinare alla presidenza della Repubblica, al Csm, alla Corte costituzionale e gli eletti, per un totale di 82. Il tetto attuale è quindi di 282, mentre quello stabilito poco prima con una circolare del Csm era di 65, più i soliti casi speciali (ministero della Giustizia, Csm, Scuola della magistratura) fino ad arrivare a 248.
Non basta: al Csm c’è un certo allarme (infatti l’ufficio studi ha elaborato un parere in proposito) perché sono in aumento le domande di aspettativa per motivi vari da parte di magistrati che scelgono le più diverse destinazioni professionali, spesso lontane dagli interessi dell’amministrazione giudiziaria, e c’è il rischio che questo strumento sia utilizzato proprio per aggirare il limite fissato per i fuori ruolo.
Quanto al problema delle candidature dei magistrati, l’Ucpi con la sua proposta tocca un punto dolente. Anche il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, è convinto che dopo essersi candidato e quindi avere “ammesso di essere divenuto di parte, non foss’altro perché si è schierato con una forza politica”, un magistrato non possa tornare a indossare la toga. Lo ha detto a Palazzo de’ Marescialli in marzo, quando il plenum ha esaminato la richiesta di aspettativa di De Magistris per le europee. Secondo Mancino il Parlamento dovrebbe vietare il rientro in magistratura e garantire, a domanda, la mobilità nella pubblica amministrazione, nella funzione e nel ruolo corrispondenti a quello precedente. Ma i penalisti chiedono l’ineleggibilità dei magistrati che dovrebbero perciò dimettersi 6 mesi prima di accettare una candidatura.

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Giustizia, le toghe denunciano: nel 2008 prescritti 200mila reati

Toghe di magistrat
Nel 2008 in Italia circa 200 mila reati sono caduti in prescrizione. Troppi: un esercito di imputati, tanti da quanti gli abitanti di Padova, che invece di essere punito, se ne va tranquillamente a spasso. L’allarme è stato lanciato dall’Associazione nazionale magistrati che, in occasione della Giornata nazionale per la Giustizia, ha realizzato un video, dal titolo “Senza giustizia”, in cui denuncia le condizioni di lavoro dei pm e dei giudici in Italia, spesso in stanze senza misure di sicurezza, prive di fax o di scanner. Nel video si racconta anche dell’aumento progressivo dei costi della legge Pinto, che stabilisce un risarcimento alle vittime dei processi “lumaca”: una spesa arrivata nel 2008 a 81 milioni di euro, mentre si sono celebrati 40 mila procedimenti per denunciare il ritardo di ulteriori processi.
Una macchina ormai arrugginita, quella della giustizia italiana. E molti processi decadono. La prescrizione, infatti, risponde a un principio di economia dello Stato, spiegano i manuali di diritto, “che rinuncia a perseguire l’autore di un reato, quando dalla sua commissione sia trascorso un periodo di tempo giudicato eccessivamente lungo e solitamente proporzionale alla gravità dello stesso”: minimo quattro anni per le contravvenzioni e sei per i delitti. Lo scorso anno, quindi, circa 200 mila reati si sono estinti per la lentezza dei processi.
L’Italia è infatti il paese europeo con i tempi più lunghi nell’amministrazione della giustizia, triplicata negli ultimi vent’anni in ambito civile e raddoppiata nel penale. Le cause? Secondo l’Associazione magistrati sono nello scarso numero di toghe in attività contro un elevato numero di avvocati: solo 11 magistrati per ogni 100 mila persone, a fronte dei 290 avvocati per lo stesso numero di abitanti (in tutto si contano 200 mila avvocati in Italia contro i 48 mila della Francia). E laddove ce ne sarebbe bisogno, come in Sicilia, nessuno poi si presenta ai concorsi per pm: all’ultimo, indetto a marzo per coprire 55 posti di sostituto vacanti in quattordici Procure, c’erano solo quattro candidati, tre per Palermo e uno per Catania. Il ministro Brunetta, invece, lo scorso ottobre aveva dato un’altra spiegazione del fenomeno, puntando il dito contro i pm: “Lavorano poco, solo 2 o 3 giorni alla settimana”, aveva detto minacciando i tornelli anche in tribunale. Di diverso avviso i magistrati intervistati nel video presentato oggi che raccontano di scrivere circa 700 sentenze l’anno, lavorando anche durante i periodi festivi e portandosi i fascicoli da studiare a casa.

Il VIDEO servizio:

Giustizia senza fine e processi troppo lenti, l’Ue bacchetta l’Italia

Palazzo di Giustizia

L’Italia ha fatto dei progressi ma non ha ancora risolto in modo definitivo il problema della lunghezza dei processi: quasi 9 milioni i casi pendenti nei tribunali. Servono dunque “con urgenza misure ad hoc” per far fronte ai ritardi nella giustizia. Ci sono luci, ma restano anche delle ombre, nella fotografia scattata dal Consiglio d’Europa nella risoluzione provvisoria sulla durata dei procedimenti italiani, bancarotta inclusa.
“Il comitato dei ministri ha rilevato con interesse il progressi ottenuti con le misure adottate finora in ambito di procedimenti civili, penali e amministrativi” si legge in una nota diffusa a Bruxelles dall’organizzazione con sede a Strasburgo. “Il comitato sottolinea tuttavia che, dato il sostanziale ritardo in ambito civile e penale, approssimativamente 5,5 milioni di casi civili e 3,2 milioni di casi penali pendenti, come anche in ambito amministrativo, va ancora trovata la soluzione definitiva al problema strutturale della durata dei processi”.

Il comitato ha lanciato dunque un appello alle autorità italiane affinché “perseguano attivamente i loro sforzi per assicurare la rapida adozione delle misure già previste per i processi civili e penali e adottare con urgenza misure ad hoc per ridurre i ritardi in ambito civile, penale e amministrativo”.
Ma non solo. “Si incoraggiano fortemente le autorità a considerare una modifica della legge Pinto del 2001 per creare un sistema che risolva il problema dei ritardi nel pagamento delle compensazioni dovute, per semplificare le procedure ed estendere la portata dei rimedi per includere le ingiunzioni accelerando i processi”. Fari poi sui fallimenti. “La riforma del 2006 sui processi per bancarotta - si legge nel testo - ha contribuito a diminuirne il numero ed accelerarli”.
Nei casi di bancarotta il Consiglio d’Europa chiede dunque “alle autorità italiane di continuare gli sforzi per assicurare che la riforma contribuisca pienamente all’accelerazione di questi procedimenti e di prendere misure per rendere più rapidi i processi pendenti a cui non si applica la riforma”.
Il comitato dei ministri “invita le autorità italiane ad assicurare l’attuazione delle riforme e valutarne gli effetti con la prospettiva di adottare, se necessario, ulteriori misure”, si legge ancora nella nota sulla risoluzione. La Corte “continuerà ad esaminare l’attuazione di questi casi al più tardi alla fine del 2009 per i procedimenti amministrativi, metà 2010 per quelli civili, penali e fallimentari”.

Giustizia, l’Italia è seconda soltanto alla Bosnia per reati

Toghe di magistrat

Efficienza. Durata ragionevole. Giusto processo. L’apertura dell’anno giudiziario è un’occasione per fare il punto sulla strada delle riforme. Il presidente della corte d’appello di Milano, Giuseppe Grechi, ha sottolineato che l’ Italia “detiene, con largo margine, il primo posto assoluto in Europa per numero di affari penali relativi a infrazioni qualificate come gravi, pendenti dinnanzi ai tribunali di primo grado”. E continua: “Quanto per numero di reati per abitanti” ha sottolineato l’alto magistrato “siamo secondi solo alla Bosnia Erzegovina”. Denuncia il presidente della corte di appello di Roma, Giorgio Santacroce: “Bisogna dare assoluta priorità a tutte quelle misure che assicurino una maggiore snellezza e celerità ai processi civili e penali, la cui irragionevole durata è qualcosa di più della spia di un malessere che cova da anni. Solo ripristinando la legalità nell’unico corretto e irrinunciabile significato che deve avere di recupero del senso dell’etica collettiva e della cultura dei doveri si può cercare di riaffermare quel comune sentimento di tutela della giurisdizione”. Esprime dubbi Francesco Novità, presidente della corte d’appello di Torino, in apertura della proprio intervento all’inaugurazione dell’anno giudiziario: “Oggi non è dato di sapere quali saranno i contenuti delle proposte di riforma, che variano di continuo a seconda dei momenti e degli accordi”. Ma l’auspicio è che “non venga in nessun modo intaccato il principio dell’autonomia e dell’indipendenza dell’ordine giudiziario”, che si può attuare “solo con l’autogoverno” dei magistrati.

Il ministro della giustizia Angelino Alfano punta il dito sulla carenza di magistrati nel Mezzogiorno: “Siamo fiduciosi che gli incentivi, anche economici garantiti dalla nuova normativa possano stimolare adeguatamente molti magistrati ad accettare l’idea che il Paese ha necessita’ della loro opera nelle sedi meno ambite, manco a dirlo collocate quasi tutte al Sud, dove proprio l’esperienza professionale già maturata consente di meglio affrontare le gravi emergenze di quei circondari”.

Tv, l’affondo del Garante: basta ai processi mediatici

Il giornalista MIchele Santoro in studio durante la prima puntata di Anno Zero | Ansa
Basta con i processi trasferiti dalle aule di giustizia agli studi televisivi, che siano Rai o Mediaset o di altre emittenti. Il monito arriva, perentorio, dall’Autorità garante delle comunicazioni con un atto di indirizzo approvato ieri e che mira a mettere ordine sulla materia, coinvolgendo direttamente anche gli operatori dell’informazione attraverso un tavolo di confronto da cui far scaturire un’autoregolamentazione. Se l’atto di indirizzo non dovesse rivelarsi sufficiente, allora la strada diverrebbe quella delle sanzioni inflitte dall’Agcom alle emittenti.
A darne l’annuncio è stato, in conferenza stampa appositamente convocata, Corrado Calabrò, presidente dell’Authority, il quale ha sottolineato che l’atto di indirizzo sui processi in tv risponde anche al recentissimo monito venuto dal primo presidente della Corte di Cassazione, Vincenzo Carbone, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario. “Non è ammissibile” ha detto Calabrò “che il ruolo di giudici, il ruolo dell’accusa e quello della difesa, come pure quello dei testimoni, venga svolto da giornalisti, soggetti estranei al processo, addirittura figuranti come nelle docu-fiction che finiscono con l’ingannare il pubblico». Nessun limite, ha detto ancora Calabrò, alla libertà di informazione, «ma l’informazione non può assumere i caratteri di una gogna mediatica, di una spettacolarizzazione ispirata più dall’amore dell’audience che dall’amore della verità».
Il Garante ha anche formulato un richiamo alla Rai per il programma “Annozero” di Michele Santoro su Raidue. Il richiamo è scattato in seguito ad esposti ricevuti dall’Agcom riferiti alle puntate del 4 ottobre e del 6 e 20 dicembre scorsi: la prima relativa alla vicenda Mastella-De Magistris; la seconda alla presenza in studio del solo ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni e la terza relativa alla vicenda D’Alema-Forleo e all’intercettazione che ha riguardato Silvio Berlusconi e il direttore di Rai Fiction, Agostino Saccà. In tutti e tre i casi le puntate sono risultate non in linea - dice l’Agcom - con i criteri fissati nell’atto di indirizzo della commissione parlamentare di Vigilanza Rai.

I VIDEO delle tre puntate incriminate:

Stress da sentenze: a Firenze un risarcimento di 14mila euro

Un'aula di tribunale
Aspettare per 14 anni la fissazione dell’udienza di un ricorso porta ansia e malessere che devono essere risarciti: non si tratta di danno biologico, bensì di danno esistenziale. È questo il senso della pronunzia della Corte d’appello di Firenze che ha condannato il Tribunale amministrativo regionale (e di conseguenza il ministero dell’Economia) a pagare la somma di 14mila euro ad una professoressa coinvolta nella lentezza del tribunale amministrativo. Nel 1993 la professoressa fiorentina aveva perfezionato il ricorso davanti al Tar contestando la sua esclusione da una graduatoria per ricercatori. Passa un anno, due, dieci. Il Tar non fissa nemmeno l’udienza di discussione. A quel punto la professoressa rinuncia ma, al tredicesimo anno, va da un avvocato.

Veloce, visti i tempi biblici del Tar, la sentenza della corte d’appello che è competente, dal gennaio scorso, a giudicare il ritardo dei giudici amministrativi del distretto, in deroga alla norma generale che vede Genova competente per la Toscana. Veloce e assertiva, la Corte d’appello decreta l’avvenuto danno esistenziale (concretizzando quest’ultimo in ansia e malessere) derivato dall’estenuante attesa e condanna al pagamento di 14mila euro lo Stato. “Non si tratta di un danno biologico” hanno spiegato i patrocinanti della professoressa, avvocati Saverio Crea e Marcello Stanca “ma piuttosto di un danno esistenziale: ansia e malessere provocati dall’attesa”.

Il danno è stato quantificato in via forfettaria (mille euro per ogni anno di attesa) e senza necessità di una prova specifica, cosa invece richiesta in caso di danno biologico. “Ansia e malessere” afferma l’avvocato Crea “sono considerati in sé, cioè a prescindere dalla necessità di attestare l’avvenuta insorgenza di patologie e sindromi post traumatiche da stress”. Scrive il collegio: “La responsabilità prescinde dalla colpa o dal dolo del giudice della causa posto che la stessa si correla all’obbligo che lo Stato contraente si è assunto, con la ratifica della Convenzione di Strasburgo, di assicurare alle persone la tutela giudiziaria in tempi ragionevoli e di apprestare conseguentemente un’organizzazione giudiziaria idonea a farvi fronte”. Ovviamente, la Corte d’appello ha condannato il ministero dell’Economia anche a pagare le spese del procedimento, quantificate in 2.327,50 euro.

I giudici di pace sul piede di guerra: in piazza per avere più garanzie e una pensione

L'aula di un tribunale
Se non ci fossero, metà del sistema giudiziario italiano sarebbe nel caos. Se non ci fossero, milioni di cittadini non avrebbero giustizia e i tempi dei processi andrebbero ancor di più a rilento. Se non ci fossero, succederebbe quello che accadrà da oggi e fino alla settimana prossima, sette giorni in cui i giudici di pace italiani incroceranno le braccia e scenderanno in strada per chiedere maggiori diritti e sicurezza sul futuro.
Perché questi 4.700 magistrati divisi in 26 distretti e 849 sedi e che si occupano di cause sia penali sia civili, non hanno uno straccio di garanzia: non la possibilità di ottenere una pensione, non l’indennità di malattia o di maternità, non un’assistenza sanitaria. “Sono questi alcuni dei motivi per cui abbiamo deciso di scioperare “spiega l’avvocato Gabriele Longo, segretario generale dell’Unione nazionale dei Giudici di Pace. “Ma non basta: la nostra figura, che non è di carriera ma è temporanea, è completamente al di fuori di qualunque norma o status giuridico. Nonostante questo ci occupiamo della metà dei procedimenti giudiziari che vengono istituiti nel nostro Paese”.

Procedimenti che, in materia civile, riguardano liti di condominio, incidenti stradali e risarcimento danni, mentre per il penale sono legati a reati quali percosse, lesioni, omissione di soccorso e delitti contro l’onore. “Negli ultimi anni” prosegue Longo “i procedimenti davanti al giudice di pace hanno superato abbondantemente quelli davanti ai Tribunali, fino a toccare la soglia di un milione di processi. Una mole di lavoro impressionante che deve essere smaltita in condizioni disastrose: dal 1996 al 2006 i contenziosi sono aumentati del 300 per cento e di contro sono stati ridotti gli organici e tagliati i fondi. Per cui capita sempre più spesso che i giudici debbano portarsi da casa la cancelleria e la carta per fare le fotocopie. Sia chiaro, stiamo parlando di cause che noi analizziamo con estrema attenzione e di cui a volte paghiamo direttamente le conseguenze”.

Sì, perché come per i giudici togati, quelli di pace - che vengono nominati dopo un concorso per titoli - possono incorrere in procedimenti disciplinari davanti al Consiglio superiore della Magistratura e perdere il posto. Un posto che, a differenza dei colleghi di carriera, i giudici di pace possono perdere con molta facilità.
L'entrata di un tribunale civile
La legge prevede infatti che il loro incarico duri quattro anni, rinnovabile per altre due volte. “Ma se per sei mesi uno di noi non presta servizio per vari motivi (dalla malattia alla maternità) - spiega Alberto Rossi, segretario laziale del sindacato dei Giudici di Pace - secondo la normativa attuale può essere esonerato dal servizio, che significa licenziato. E una volta licenziati o finito il nostro mandato ci ritroviamo senza nulla in mano”. Né una pensione né un’assistenza sanitaria, appunto. E dire che non si diventa certo ricchi facendo questo mestiere: il ministero della Giustizia paga infatti 56 euro lordi per ogni sentenza depositata e 10 euro per ogni convalida di espulsione di clandestini dal territorio italiano.

A leggere le statistiche, insomma, si scopre che i più fortunati riescono a portare a casa tra i 1.300 e i 1.600 euro lordi al mese. Un po’ pochi per chi assicura tempi decenti al sistema giuridico italiano e che per tutta questa settimana si asterrà dal lavoro: con il rischio paralisi dietro l’angolo.

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