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Pierpaolo Bruni, il magistrato che ha sostituito Luigi de Magistris nell’indagine Why not della procura generale di Catanzaro, è in rotta di collisione con il resto del pool: ha chiesto di essere sollevato dall’incarico e il trasferimento del procedimento alla procura di Salerno. Lo rivela il settimanale Panorama nel numero in edicola da venerdì 18 luglio, che riporta ampi stralci delle lettere che Bruni ha inviato, per motivare le sue richieste al procuratore generale Enzo Iannelli.
In una lettera del 10 giugno, scrive Panorama, si legge: «Il gruppo di lavoro esiste solo formalmente poiché soltanto lo scrivente, pressoché in esclusiva negli ultimi mesi, ha posto in essere attività investigative e di impulso alle indagini».
Bruni, che non ha firmato la richiesta d’archiviazione per l’ex ministro della giustizia Clemente Mastella, è in contrasto con i colleghi anche sull’atteso chiarimento della posizione di Romano Prodi. Infatti Bruni sta seguendo un filone che riguarda l’ex premier («il presunto finanziamento all’onorevole Prodi attraverso il Laboratorio democratico», un centro studi di giovani vicini al Professore) e vuole poter continuare a investigare prima di archiviare.
Nell’ultima missiva, spedita a fine giugno, scrive Panorama, Bruni, preoccupato per l’andamento delle indagini, ha proposto una riunione del pool con un ordine del giorno sorprendente: discutere il trasferimento dell’inchiesta catanzarese alla procura di Salerno per competenza, visto che i pm Dionigio Verasani e Gabriella Nuzzi procedono contro alcuni indagati di Why not per una presunta corruzione in atti giudiziari.
È caduta l’ultima testa mozzata dall’inchiesta “Why not” del pm di Catanzaro Luigi De Magistris: dopo quella dell’ex ministro della giustizia Clemente Mastella, che ha trascinato giù il governo di Romano Prodi, oggi a doversi dimettere dall’incarico è stato il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Simone Luerti. A travolgere il quarantacinquenne gip di Milano, eletto alla guida delle toghe lo scorso 24 novembre e vicino a Comunione e Liberazione, sono state le polemiche seguite al suo incontro, avvenuto il 25 ottobre 2006 a Via Arenula con Mastella (che ha definito “innocente” l’episodio) e con l’imprenditore calabrese Antonio Saladino, poi indagato da De Magistris (anche lui vittima della sua stessa inchiesta e punito dal Csm).
Luerti aveva sostenuto di non vedere Saladino da dieci anni ma L’Espresso lo ha smentito. Sono stati i più autorevoli esponenti di Unicost - la corrente moderata dei giudici, della quale Luerti fa parte - a spingere alle dimissioni il “loro” presidente per evitare uno scontro mortale con le altre correnti, soprattutto con “Magistratura democaratica”. Se, infatti, Luerti non avesse deciso di farsi da parte (cosa avvenuta con qualche resistenza) sarebbe più difficile - per Unicost - rivendicare il diritto ad indicare il successore che sarà eletto sabato dal “parlamentino” dell’Anm. E, ironia della sorte, a prendere il posto del presidente dimissionario in pole position potrebbe esserci il pm romano Luca Palamara: Unicost lo aveva sacrificato facendolo dimettere da segretario dell’Anm quando, meno di un mese fa, il 23 aprile, il “governo” delle toghe si è allargato a sinistra dando la segreteria a Giuseppe Cascini di Md. Tecnicamente, Luerti presenterà le sue dimissioni solo nella giornata di sabato.
“Il senso di responsabilità verso l’intera magistratura e il desiderio di assoluta trasparenza”, ha spiegato Luerti al termine della riunione nella quale ha maturato il suo passo, “mi suggeriscono di rassegnare le dimissioni per evitare strumentalizzazioni e condizionamenti esterni all’indipendenza delle scelte dell’Anm”. E il presidente uscente ha puntato l’indice contro “recenti articoli di stampa che hanno riportato informazioni incomplete e non approfondite che si sono tradotte in un sostanziale travisamento dei fatti in danno dell’immagine del presidente dell’Anm e dell’Anm stessa”.

La Procura generale di Catanzaro ha chiesto l’archiviazione della posizione dell’ex ministro della Giustizia, Clemente Mastella, indagato nell’inchiesta Why Not sull’utilizzo di finanziamenti pubblici. La notizia, pubblicata stamani dal Corriere della Sera, è stata confermata dalla Procura generale. Al momento, invece, sempre secondo quanto riferito dalla Procura generale, non c’è alcuna richiesta di archiviazione per il presidente del Consiglio, Romano Prodi, di cui scrive il quotidiano milanese.
La richiesta di archiviazione della posizione di Mastella, indagato per abuso d’ufficio, fatta dal procuratore generale Vincenzo Iannelli e dai sostituti Domenico De Lorenzo ed Alfredo Garbati, è motivata dall’assenza di elementi di responsabilità a carico dell’ex Ministro della Giustizia. Clemente Mastella era stato indagato nell’inchiesta Why Not in relazione ai suoi presunti rapporti con l’imprenditore Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle opere della Calabria ed anch’egli coinvolto nell’inchiesta.
Mastella era stato iscritto nel registro degli indagati dal pm Luigi De Magistris, ex titolare dell’inchiesta Why Not. L’indagine era stata successivamente avocata dalla Procura generale per l’incompatibilità di De Magistris dopo che Mastella, nella sua qualità di ministro della Giustizia, aveva chiesto il trasferimento del pm per presunte irregolarità nella conduzione delle sue inchieste. L’avvio di indagini su Mastella era stato deciso dopo che De Magistris aveva sentito come testimone l’ex consigliere regionale della Calabria Pino Tursi Prato, che aveva riferito dei rapporti tra l’ex ministro della Giustizia e Saladino. Tursi Prato, in particolare, aveva parlato di un presunto sostegno elettorale che Saladino avrebbe garantito a Mastella in occasione delle scorse elezioni politiche. La richiesta di archiviazione della posizione di Mastella, contenuta in 19 cartelle, è stata trasmessa dalla Procura generale al gip il 4 marzo scorso.
“Dopo questa richiesta di archiviazione, mi chiedo chi mi ripagherà del male che mi è stato fatto”. Così ha commentato Mastella. “Nacque a Catanzaro con l’inchiesta Why Not”, afferma in una nota, “il mio calvario giudiziario e politico, con una gran cassa mediatica sui giornali e soprattutto con trasmissioni televisive, che attinsero a quelle vicende in modo costante e cattivo per farmi apparire davanti agli italiani per quello che non sono”.
“Oggi viene chiesta l’archiviazione del procedimento nei miei confronti che salda il conto solo con la mia dignità che rimane alta e ferma. Dichiarai all’epoca, per fatti che mi erano del tutto estranei, la mia innocenza. Così come continuo a dichiararla per tutto quello che giudiziariamente da allora in poi mi sta toccando. Non ci fu verso perché si era deciso che dovevo essere umiliato, lapidato, cacciato dalla scena politica e istituzionale. Dopo questa richiesta di archiviazione”, prosegue la nota, “mi chiedo chi mi ripagherà del male che mi è stato fatto. Un male costruito senza alcun riguardo per fatti che non c’erano. Nonostante tutto voglio dichiarare che la giustizia comunque c’è e che in essa bisogna avere fiducia, e che ci sono in Italia tantissimi magistrati onesti e seri che svolgono le loro funzioni tra indicibili difficoltà ”.

Nei giorni scorsi il ministro della Giustizia Clemente Mastella ha chiesto al Consiglio superiore della magistratura il trasferimento del pm catanzarese Luigi De Magistris. La decisione avrebbe motivi solo disciplinari. Per gli ispettori del ministero il magistrato avrebbe gestito il suo ufficio in modo “macroscopicamente inadeguato”: fughe di notizie, decreti di perquisizione con troppe informazioni delicate, un numero eccessivo di interviste. In molti hanno contestato questa versione (centinaia di calabresi sono scesi in piazza per protesta) e hanno sottolineato il presunto conflitto d’interessi di Mastella che risulta coinvolto in un’indagine di De Magistris, l’inchiesta Why not su un presunto comitato d’affari impegnato tra la Calabria e San Marino.
Il ministro, martedì 25 settembre, ha dichiarato in tv che quel fascicolo non c’entra nulla e che anzi il pm potrà proseguire le sue indagini tranquillamente. In procura replicano che, in caso di trasloco, ciò sarebbe tecnicamente impossibile, e che forse Mastella non conosce per intero l’operato dei suoi investigatori.
Infatti mercoledì 19 settembre in una stanza della corte d’appello di Catanzaro gli ispettori del ministro, guidati da Federico De Siervo, hanno ascoltato per l’ennesima volta De Magistris. E gli hanno fatto domande proprio sull’inchiesta Why not (come risulta dal verbale), a cui il pm ha opposto, in più punti, il segreto d’ufficio.
Gli ispettori hanno chiesto anche dettagli sul coinvolgimento di un magistrato della procura nazionale antimafia sotto indagine, del quale conoscevano il nome, protetto in procura dal riserbo. Il pm ha preso atto della conoscenza da parte degli ispettori di atti coperti dal segreto e ha chiesto che venisse messo a verbale che non poteva dare ulteriori informazioni.
Le indagini su Mastella
Non è la prima volta che nell’inchiesta Why not De Magistris parla di pressioni da parte del ministero della Giustizia. Per esempio, a Catanzaro i sostenitori del magistrato fanno notare che, come è già apparso sui giornali, a giugno, dopo la pubblicazione della trascrizione di una telefonata di Mastella con un indagato, Antonio Saladino, il capo di gabinetto del ministro, Stefano Mogini, e il capo dell’ispettorato, Arcibaldo Miller, avrebbero chiamato ripetutamente i vertici della procura catanzarese affinché specificasse che si trattava di una telefonata “penalmente irrilevante”. Dal palazzo di giustizia si sono limitati a dichiarare che il ministro non risultava indagato, ma non sono andati oltre. Anche perché per gli inquirenti quelle chiamate sono, al contrario, utili per le indagini in corso, tanto che, in vista del processo, i magistrati potrebbero domandare al Parlamento l’autorizzazione per l’acquisizione dei tabulati del leader dell’Udeur.
La stessa richiesta potrebbe riguardare altri quattro parlamentari, tutti indagati: il presidente del Consiglio Romano Prodi, il deputato ulivista Sandro Gozi, ex assistente politico a Bruxelles del premier e suo sostituto nella commissione Affari costituzionali, l’onorevole Giuseppe Galati (Udc) e il senatore Giancarlo Pittelli (Forza Italia).
Dunque, come risulta anche da una delle ultime relazioni del consulente tecnico del pm, Gioacchino Genchi, che sta studiando il traffico telefonico degli indagati nell’inchiesta Why not, è sotto esame pure la posizione di Mastella e, in particolare, i suoi rapporti con tre indagati: il costruttore Valerio Carducci, il generale della Guardia di finanza Paolo Poletti e il già citato Saladino, imprenditore vicino alla Compagnia delle opere.
Secondo gli inquirenti catanzaresi Carducci frequenterebbe da tempo il Parlamento, presso cui lavora con società a lui riconducibili, e dal 2006 avrebbe contatti abbastanza frequenti con il ministro che, dopo un po’ di insistenze, gli era stato presentato da Saladino (quando Mastella era ancora un semplice parlamentare). Ovviamente non esiste il “reato di conoscenza”, come sa bene il guardasigilli, che da politico navigato ha un’agenda fittissima di nomi e appuntamenti e per questo De Magistris per andare avanti dovrà far emergere fatti penalmente rilevanti.
Quei soldi a San Marino
Ma a che punto è l’inchiesta catanzarese? Durante le perquisizioni (alcune immotivate, secondo gli ispettori e il tribunale del riesame) sarebbe stato acquisito materiale interessante. In più ci sarebbero nuovi importanti testimoni. Gli accertamenti finanziari su due degli indagati, Pietro Macrì, dirigente di una società di informatica, considerato uomo vicino a Romano Prodi, e il cognato Francesco De Grano, responsabile dei finanziamenti del programma operativo regionale della Calabria, avrebbero messo in evidenza flussi di denaro, considerati sospetti dalla procura, verso San Marino. Movimenti che il pm sta approfondendo con il supporto del consulente tecnico Piero Sagona, ex ispettore della Banca d’Italia, e dei vertici dell’Ufficio italiano cambi. Le indagini si stanno concentrando su una filiale della Repubblica del Monte Titano.
Il memoriale
Nel frattempo si è saputo che il pm De Magistris, per tutelarsi, sta tenendo aggiornato un memoriale (già di circa 400 pagine) in cui annota le pressioni che starebbe subendo da quando ha iniziato, nel 2005, a indagare su presunte lobby affaristiche calabresi e su politici. Parte del materiale è già stato consegnato alle autorità competenti, oltre che, “per sicurezza”, ad amici e consulenti.
Nel dossier il pm descrive le presunte ingerenze, che in alcuni casi considera “penalmente rilevanti”, da parte dei suoi superiori, e l’”isolamento istituzionale” che lo avrebbe colpito da quando ha iniziato a indagare sui poteri forti in Calabria.
Proprio in quel periodo sarebbero iniziate le ispezioni alla procura di Catanzaro e numerosi colleghi (che sarebbero pronti a testimoniare) avrebbero segnalato a De Magistris che gli ispettori, nonostante il mandato generico, chiedevano, fuori verbale, informazioni su di lui.
Per meglio spiegare il clima in cui ha dovuto lavorare per tre anni, De Magistris cita alcuni episodi: per esempio ricorda che prima delle perquisizioni al presidente della Regione Calabria, Giuseppe Chiaravalloti, il procuratore della Repubblica di Catanzaro, Mariano Lombardi, e altri magistrati gli avrebbero consigliato di evitare quel provvedimento visto che “Chiaravalloti lo considerava un pm ostile”.
In un altro capitolo De Magistris si sofferma sull’inchiesta Poseidon che aveva al centro presunti sprechi nella gestione dei fondi Ue per la costruzione di depuratori. Per il magistrato, quando lui e la collega Isabella De Angelis entrano nel vivo dell’indagine, Lombardi e l’aggiunto Salvatore Murone si sarebbero coassegnati il fascicolo, affiancando i due sostituti. Un caso? Per De Magistris, no. Ora la palla passa al Csm.
SPECIALE INCHIESTA CATANZARO
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Catanzaro story, il giallo è anche al Palazzo di giustizia: non corre infatti buon sangue tra il procuratore capo Mariano Lombardi e il sostituto procuratore Luigi de De Magistris, titolare dell’inchiesta sulla cosiddetta loggia di San Marino che ha iscritto nel registro degli addirittura il premier Romano Prodi. Tra i due litiganti, nel dorato isolamento palermitano si gode la celebrità Gioacchino Genchi, il consulente informatico che ha scritto la perizia chiave. Vediamo meglio chi sono.
Luigi De Magistris. Dall’inizio della sua carriera in Magistratura, nel 1995, il sostituto procuratore Luigi De Magistris, 40 anni, si è spesso concentrato sui casi di corruzione nella pubblica amministrazione e sui rapporti tra criminalità e politica. L’inchiesta sulle “Toghe lucane”, che coinvolge anche magistrati e dirigenti di polizia, è una delle più rilevanti. Guadagnandosi la stima di chi lo considera un coraggioso censore del potere e le critiche di chi invece lo accusa di essere un magistrato politicizzato.
Da sempre a Catanzaro (tranne un intermezzo dal 1998 al 2002 alla Procura di Napoli), De Magistris è oggetto di diverse interrogazioni parlamentari da parte del centrodestra, che ne sostengono l’incompatibilità ambientale e ne chiedono l’allontanamento dalla città calabrese. In una di queste l’ex senatore di An Ettore Bucciero, che ha chiesto e ottenuto nel gennaio 2006 un’ispezione ministeriale a carico del pm, lo accusa di “tendere a condizionare la vita amministrativa, con le sue inchieste mirate a colpire con lo strumento giudiziario settori della vita pubblica dei quali non condivide le scelte politiche”.
Altri dubbi sull’attività di De Magistris sollevati dai suoi detrattori riguardano i rapporti con la stampa. Il sostituto procuratore avrebbe secondo alcuni la tendenza a dare troppa risonanza mediatica alla proprie inchieste, grazie in particolare alla sintonia con alcuni cronisti del Quotidiano della Calabria. Anche la sezione l’Anm di Catanzaro ha parlato di pericolo “per la credibilità stessa della magistratura”. Lui, che tiene sempre il Vangelo sul comodino, non si scalfisce. E in un’intervista del dicembre scorso a Telitalia, una tv locale, ne ha anche per i suoi colleghi: “Per poter affrontare il tema della giustizia in modo serio” afferma “bisogna essere anzi tutto non corporativi e molto critici al proprio interno. Ritengo che la magistratura abbia fatto parte molto spesso, in alcune sue componenti, di un sistema non trasparente”.
Mariano Lombardi. Non hanno esitato a “essere critici” l’uno con l’altro De Magistris e il responsabile del suo ufficio, il procuratore della Repubblica Mariano Lombardi, già procuratore distrettuale antimafia sempre a Catanzaro. Quest’ultimo sostiene di non essere mai stato informato dal suo sostituto dell’iscrizione sul registro degli indagati del premier Romano Prodi.
Lo scontro di qualche mese fa tra i due magistrati nasce sempre da un provvedimento preso da De Magistris di cui Lombardi non sapeva nulla. Nell’ambito dell’inchiesta “Poseidone” condotta dal pm su presunti illeciti nella gestione dei fondi comunitari nel settore della depurazione è indagato, con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio e violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete, il senatore di FI Giancarlo Pittelli. Lombardi dichiara di non essere stato informato dell’iniziativa nei confronti del senatore e per questo ha tolto l’indagine a De Magistris.
Il quale però ha contrattaccato, denunciando alla Procura di Salerno e al Csm il proprio superiore. De Magistris avrebbe riscontrato delle irregolarità commesse da alcuni colleghi e accusa Lombardi di aver fornito informazioni riservate a Pittelli riguardo all’inchiesta. Come scrivono alcuni quotidiani, Lombardi e Pittelli sono indirettamente legati e lo stesso magistrato non nega l’amicizia. Il titolare della Procura infatti è sposato con Maria Grazia Muzzi, cancelliere della Corte d’Assise di Catanzaro. Suo figlio, Pierpaolo Greco, avvocato, è socio d’affari del senatore Pittelli nell’azienda “Roma 9″.
Gioacchino Genchi. Vive in un bunker sotterraneo nel centro di Palermo e concede interviste solo via webcam, anche se non si nega quasi mai ai giornalisti (il suo sito ha una ricchissima rassegna stampa, che va da Cronaca Vera a Maxim). Genchi è considerato il massimo esperto in Italia di intercettazioni e indagini informatiche. Ha 46 anni ed è vicequestore aggiunto della Polizia, ma sette anni fa ha deciso di mettersi in aspettativa per lavorare come consulente tecnico delle Procure. Sul suo tavolo sono passate quasi tutte le indagini più delicate degli ultimi anni.
A Partire dalla strage di Capaci. A fine anni ‘80, in piena emergenza mafia, Genchi abbandona la toga da avvocato ed entra in Polizia. A 28 anni è direttore della Zona Telecomunicazioni del Ministero dell’Interno per la Sicilia Occidentale e ha occasione di lavorare al fianco di Giovanni Falcone. Dopo la morte del giudice a Genchi viene affidata la sua agenda elettronica Casio. All’apparenza è vuota, ma l’esperto riesce a rintracciare tutti i vecchi file, che, sostiene, sono stati cancellati quando l’agenda era già sotto sequestro. Ne emergono particolari inquietanti su colleghi e alti funzionari con cui Falcone aveva rotto ogni rapporto.
Genchi, scrive L’Europeo, si attira delle inimicizie, gli viene assegnata una scorta, che però rifiuta. Deluso dal fatto che quello che ha scoperto non viene sviluppato nelle indagini su Capaci, lascia la Polizia e diventa consulente. Lavora, tra gli altri, ai casi che coinvolgono Marcello Dell’Utri e Salvatore Cuffaro, alle indagini su Denise Pipitone e Ilaria Alpi. Dispensa a chi glielo chiede, consigli su come non farsi rubare i segreti informatici e telefonici più preziosi. I suoi, lui che non si fida neppure di quelli con cui ha lavorato gomito a gomito per anni, li protegge con hard disk criptati e decine di password.
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