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Tremonti-Brunetta: i ministri contro fanno bene alla storia, meno ai governi

Renato Brunetta, ministro della Funzione Pubblica, con Giulio Tremonti, ministro dell'Economia

Renato Brunetta, ministro della Funzione Pubblica, con Giulio Tremonti, ministro dell’Economia


L’ultimo attacco contro il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, a capo di un dicastero costantemente sotto assedio, è stato messo a tiro da un collega che di certo non le manda a dire: il veneziano Renato Brunetta. “Sono un economista, lui no”, la battuta del ministro per la Pubblica amministrazione, a proposito dell’ipotesi di tagli alla burocrazia nella finanziaria 2010. Continua

Italia senza governo. Tutte le ipotesi (e le spine) del Colle per uscire dalla crisi

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano durante un suo intervento al Senato
Il Quirinale ha annunciato consultazioni “meticolose ma rapide” (qui il calendario). Tradotto dal lessico ufficiale, significa che si tratta solo di accertare se esistono le condizioni per evitare le elezioni anticipate attraverso un governo di transito (istituzionale o tecnico), incaricato di realizzare due sole cose: nuova legge elettorale e misure economiche per fronteggiare la crisi dei mercati.
Di reincarico per un nuovo governo a Romano Prodi neanche a parlarne. Giorgio Napolitano e il Professore si sono lasciati in modo freddo, dopo che il presidente della Repubblica aveva inutilmente consigliato a quello del Consiglio di non tentare prove di forza al Senato. Ma non è questo il motivo principale: non esiste più una maggioranza né di sinistra né rimpolpata da qualche aiuto centrista (Udc) per pensare ad una nuova stagione prodiana.
Per lo stesso motivo impossibile anche un proseguimento dell’Unione con il semplice cambio del premier, come avvenne nel 1998 quando Prodi fu sostituito da Massimo D’Alema. Dopo l’abbandono dell’Udeur, di Lamberto Dini, e di altri singoli parlamentari, i numeri al Senato non ci sono proprio più.
Ma soprattutto ad essere a pezzi sono i rapporti interni nella sinistra. I prodiani sono in rivolta contro il Pd e Walter Veltroni, accusati di essere il vero motivo della crisi. La sinistra estrema accusa di tradimento il Pd e, senza dirlo, pensa che Prodi l’abbia lanciata allo sbaraglio. Tutti temono poi un’intesa sottobanco tra il segretario del Pd e Silvio Berlusconi per una legge elettorale a danno dei partiti minori.
Ipotesi questa che nello staff del sindaco di Roma e nel Partito democratico si continua a perseguire: non solo perché è considerata una necessità per il Paese, ma perché sta diventando l’ancora di salvezza per lo stesso Veltroni. L’appello lanciato da Goffredo Bettini al Cavaliere (”Può lavorare per la cronaca oppure per la storia”) va in questa direzione. Ma difficilmente, stavolta, troverà udienza.
Certo, la riforma delle regole del voto terrà banco nelle consultazioni al Colle e negli scenari. Napolitano ha sempre detto di non voler sciogliere le camere senza una legge che dia al Paese assetti più stabili. Ma non può decidere da solo, deve tenere conto dei numeri.
Di quanti cioè sono favorevoli ad elezioni subito. I conti sono presto fatti: Forza Italia (o Pdl), Lega e An nel centrodestra; Sinistra democratica, Udeur, Comunisti italiani e buona parte dei prodiani nell’ex Unione. A favore di un governo istituzionale, tecnico o di transito sono l’Udc e i pochi parlamentari di Lamberto Dini. Il “governissimo” (Pd più Forza Italia, più Rifondazione, più Udc, rimpolpato da tecnici) avrebbe ad oggi l’appoggio solo di Veltroni, Fausto Bertinotti e Pier Ferdinando Casini. Insomma, dei diretti interessati.
E c’è un altra questione: il referendum. Se continua la legislatura si deve tenere tra il 15 aprile e il 15 giugno. Qualsiasi riforma della legge elettorale dovrebbe materializzarsi da qui a due mesi: non è accaduto a bocce ferme nelle passate dieci settimane, praticamente impossibile che ci si riesca adesso.
D’altra parte la politica torna ad annusare l’”odore del sangue”. Un rivincita da prendere, come nel caso di Berlusconi e di gran parte del centrodestra. Vendette da consumare per l’estrema sinistra, i prodiani, l’Udeur. La salvezza rispetto al referendum per tutti i piccoli partiti da una parte e dall’altra.
Insomma, nei prossimi giorni sentiremo probabilmente molte ipotesi e molti nomi circolare: da Franco Marini o Giuliano Amato per un governo istituzionale, al governatore di Bankitalia Mario Draghi per un esecutivo tecnico. Rispunterà l’economista Mario Monti. Ma alla fine quasi certamente si andrà alle elezioni anticipate, con Prodi in carica per il disbrigo degli affari correnti. A meno che il Professore non si ritiri iracondo come Cincinnato; in questo caso toccherà ad Amato condurre il Paese alle urne.
Magari in questo breve lasso di tempo si ritoccherà la legge esistente per eliminare il quoziente regionale al Senato, un meccanismo che impedisce di conquistare seggi anche in caso di larga vitoria. E forse il voto anticipato converrà anche a Veltroni, prima di finire sbranato dagli ex alleati dell’Unione. Dopodiché, altra cosa su cui scommettere, la coalizione vittoriosa si impegnerà a fare le riforme dopo il voto, dialogando con gli sconfitti.
Le solite promesse? Vedremo.

LEGGI ANCHE: Prodi sfiduciato. La palla, urne o nuovo governo, passa a Napolitano - E il centrodestra si ritrova unito nella Casa delle libertà: urne subito - Cronache marziane dall’Aula del Senato - FOTOCRONACA DI UNA S-FIDUCIA

Così ne parlano all’estero:

Prodi sfiduciato. La palla, urne o nuovo governo, passa a Napolitano

Il premier e il sottosegretario del governo ormai sfiduciato dal Senato vanno al Quirinale per rassegnare le dimissioni

Non è bastato l’appello di Prodi al bene dell’Italia, non hanno riservato molte sorprese (al più qualche episodio poco istituzionale) le 5 ore di dichiarazioni di voto nell’Aula del Senato. Al momento di tirare le somme, il risultato per Romano Prodi è quello preannunciato da tempo. Quello per il quale il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano avrebbe preferito riceverlo subito al Quirinale: sfiduciato.

156 voti favorevoli contro 161 no, con un astenuto. Con il senatore dell’Udeur, Nuccio Cusumano, che vota la fiducia al governo e i senatori del centrosinistra applaudono. Con il senatore Lamberto Dini, eletto nelle file del centrosinistra, che vota no alla fiducia per il governo Prodi, e i parlamentari del centrodestra gli battono le mani.
E ancora il ministro dimissionario che ha dato la spallata interna ad un Governo traballante da mesi: l’ex Guardasigilli Clemente Mastella ha votato no alla fiducia per il governo Prodi. Passando sotto il banco della presidenza per esprimere il suo voto è stato applaudito dai senatori del centrodestra, ma lui con la mano ha fatto il cenno di smetterla…
La lunga giornata del premier all'esame del Senato
Prodi è rimasto a Palazzo Madama per mezz’ora ad assistere al rito della chiamata e del voto, ma mentre la sfilata dei senatori era ancora in corso ha deciso di tornarsene a Palazzo Chigi.

Senza vedere il senatore a vita Andreotti che decideva di non votare. Senza assistere alle scelte di Domenico Fisichella e Willer Bordon. Assenti alla prima chiama, al secondo appello, invece, hanno votato: Fisichella ha detto no, tra gli applausi del centrodestra, mentre Bordon ha votato a favore del Governo.

Ora i giochi si spostano dal parlamento al Colle. Prodi è già salito al Quirinale per rassegnare le dimissioni nelle mani del capo dello Stato. E il Presidente Napolitano dovrà decidere se sciogliere le Camere e mandare il paese alle urne, come chiedono con forza i leader del centrodestra, o esplorare la possibilità di un nuovo governo in grado di traghettare il paese verso la riforma elettorale.
Il professor Prodi, che la matematica la conosce bene e sapeva di andare incontro a una sfiducia, ha giocato la sua ultima carta proprio puntando su questo: nel suo discorso in Senato, ha promesso un sostanzioso rimpasto per continuare a governare l’Italia.

Ma non sembra che questa sirena abbia suonato alle orecchio del Capo dello Stato. Se nuovo governo dovrà essere, sarà tecnico o istituzionale.

Il VIDEO servizio:

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Così ne parlano all’estero:

Stupro nella capitale: decreto varato e governo veltronizzato

L'uscita della metropolitana a Roma dove il 31 ottobre 2007 è stata aggredita una donna di 47 anni, ricoverata ieri sera in fin di vita all'ospedale sant'Andrea. La donna, sposata e moglie di un ufficiale della marina, era stata aggredita appena uscita dalla stazione ferroviaria di Tor di Quinto, violentata e seviziata prima di essere gettata nel fosso da un cittadino romeno arrestato poco dopo dalla polizia
L’hanno subito ribattezzato “decreto Veltroni” quello approvato ieri sera dal Consiglio dei ministri straordinario sull’onda dello shock mediatico della donna stuprata, torturata e ridotta in coma da un rumeno a Roma.
In pratica viene attribuito al prefetto il potere di allontanare anche cittadini comunitari (e la Romania è appena entrata nella Ue) per motivi di pubblica sicurezza. Il decreto approvato dal Cdm, convocato praticamente da Walter Veltroni, non è altro che il quarto ddl del pacchetto sicurezza licenziato due giorni fa proprio dal governo. Disegni di legge che avevano ricevuto proprio critiche perché non erano subito applicabili ma richiedevano il preliminare passaggio e l’approvazione in Parlamento. Cosa tutt’altro che scontata, visti i chiari di luna all’interno della maggioranza.

In serata, dopo il Consiglio dei ministri straordinario, Romano Prodi ha provato a dimostrare che la scelta era stata sua: “Ho parlato con il ministro Ferrero e con il ministro Pecoraro Scanio e sono tutti d’accordo”. Lo stesso presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, condivide “il contenuto e l’urgenza del decreto”. Niente altro che dichiarazioni, perché la decisione è stata di Veltroni, che se non ha battuto i pugni sul tavolo poco ci è mancato.

Nel pomeriggio infatti, mischiando perfettamente il proprio ruolo di leader del Pd con quello di sindaco di Roma, Veltroni aveva telefonato a Prodi “sollecitando iniziative straordinarie”, quindi aveva convocato una conferenza stampa improvvisata in Campidoglio nella quale chiedeva “più potere ai prefetti”. E chiusa la conferenza stampa il sindaco d’Italia era salito direttamente al Viminale dal ministro dell’Interno, Giuliano Amato per discuterne (i maligni dicono per scrivere il decreto) direttamente con lui.

Blitz terminato, tolleranza zero e governo veltronizzato.

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Dopo Prodi? Alla Cdl non dispiace un Prodi bis. Sempre che il Colle…

L'aula della Camera dei deputati
Dentro la Cdl è partita la strategia per il dopo Prodi. Ormai danno tutti per scontato che questo governo sia arrivato al capolinea. E che gli ultimatum del Professore non servano a nulla: “Non saranno certo i suoi ‘esigo’ a frenare quella caduta che ogni giorno è evidente e sotto gli occhi di tutti”, è la frase più ricorrente nei corridoi della Camera che si vanno svuotando, come accade ogni venerdì.
E allora, gli occhi sono tutti puntati in alto: sul Colle. Dove, quando la crisi si formalizzerà, arriverà la patata bollente. Il Cavaliere non ha voglia di un braccio di ferro istituzionale, né tanto meno vuole scalfarizzare (da Oscar Luigi Scalfaro che non sciolse le camere dopo la caduta di Berlusconi nel 1994) Giorgio Napolitano. Ma di tenere alta la tensione sì. Ha infatti l’arma segreta in serbo: un documento segreto con illustri pareri di costituzionalisti che vorrebbe consegnare al Quirinale per spingere decisamente sulle elezioni.
Nel centrosinistra la linea è quella che dopo Prodi c’è solo il voto. Mentre il socialista Enrico Boselli la pensa diversamente: “Dopo la Finanziaria, meglio una crisi con tutti i crismi e un Prodi bis con dentro anche Veltroni. Un Prodi bis potrà essere più forte di quello attuale non solo se si baserà su un programma chiaro e stringato ma su un chiarimento che per essere davvero tale dovrà riguardare tutti”.
E anche dalla Cdl l’idea di andare con Prodi al voto non dispiace. Maurizio Gasparri di Alleanza Nazionale, spiega a Panorama.it: “Va bene pure Prodi a palazzo Chigi, ma ci devono dare la data del voto. Ci vuole un governo che ci porti rapidamente a votare dopo aver fatto la legge elettorale”. Poi Gasparri ammonisce: “Ma non deve accadere come con Scalfaro, che fece durare Dini un anno e mezzo”.
Diversi i toni con cui parla a Panorama.it il vicepresidente del Senato, Mario Baccini dell’Udc: “Sono contrarissimo al pressing sul Quirinale. Napolitano dovrà avere piena libertà di muoversi secondo le modalità che ritiene più opportune”. Su quale tipo di governo dopo Prodi, il centrista Baccini ha le idee chiare: “Se sarà un governo del presidente vedrei bene Franco Marini. Altrimenti si passi ad un governo istituzionale”. Poi Baccini lancia un amo al centrosinistra e a Walter Veltroni, che domani a Milano sarà ufficialmente incoronato segretario del Pd: “Sono curioso di capire se mantiene gli impegni che ha assunto di allontanare il Pd dalla sinistra estrema”. E se così fosse? “Allora” prosegue radioso l’esponente romano dell’Udc “accanto ad una sinistra estrema, al Pd e alla Cdl si potrebbero raccogliere tutti i moderati che vogliono far politica in maniera seria. E penso alla Margherita, a noi, a Savino Pezzotta e tanti altri”. E per favorire quest’aggregazione, infatti, lavorano tutti per il modello elettorale alla tedesca.

Italia: Prodi sblocca i fondi per la lotta mondiale all’Aids

L’Italia salda parte dei suoi debiti con le Nazioni Unite. Il Consiglio dei ministri ha approvato lo sblocco di 260 milioni di euro del Fondo globale per la lotta all’Aids contenuto nel decreto sull’extragettito. Una misura attesa da tempo dal board del Fondo Onu (l’Italia a dire il vero stava rischiando il suo posto) e dalla società civile italiana. Ai 20 milioni di euro residui per il 2005, si erano sommate le quote annuali di 130 milioni di euro per il 2006 e per il 2007 (quindi 280 milioni in tutto), che il premier si era impegnato a ripianare. Dalle tante, troppe promesse, sembra che il governo sia finalmente passato ai fatti. Questo nonostante manchino all’appello 20 milioni di euro…

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
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