
Strano destino per un ex democristiano. Mentre in Italia non sono pochi quelli che sognano il ritorno della “balena bianca” (da Rutelli a Casini), l’ex premier (oltre che ex presidente del Pd, ex presidente della Commissione Ue, ex leader dell’Ulivo) Romano Prodi preferisce andare controtendenza: fa il mezzobusto nella tv controllata dal partito comunista cinese. Questo l’epilogo della carriera dell’unico leader del centrosinistra che è riuscito a battere il Cavaliere: dopo essere entrato nella prestigiosa China Europe International Business School (Ceibs), prima business school della Cina e ottava nel mondo, ora avrà un ruolo da commentatore televisivo in un Paese capital - marxista. Continua

Cari colleghi, volete soldi per le vostre ricerche? Allora pubblicate. Depurato dal burocratese, l’invito (qui la circolare in .pdf) è risuonato così tra le stanze dei 1.626 docenti dell’ateneo: un monito di significato rivoluzionario.
Perché continuare a dare i soldi in base ai feudi accademici?
Una classifica di merito per assegnare i finanziamenti dove s’è mai vista? E i meschini che non scrivono una riga da un decennio come faranno? E i poverini che verranno esposti al pubblico ludibrio? Il rettore dell’Università di Catania, Antonino Recca, 59 anni, capelli rossi e modi spicci, a tutte queste complicanze forse non pensava. L’aveva fatta facile lui: perché continuare a dare i soldi in base ai feudi accademici? Meglio una graduatoria, dunque: gli euro finiranno solo a chi li merita. Cioè a chi la ricerca la fa davvero. Prima ha praticamente obbligato tutti i docenti a inserire le loro pubblicazioni nel catalogo d’ateneo. Poi ha fatto mettere in fila i dati. E così, per la prima volta, parvenze di meritocrazia sono entrate in una delle più durevoli e impenitenti caste italiane. Purtroppo c’è stata una spiacevole conseguenza. Cosa hanno prodotto i professori negli ultimi cinque anni? Conta e riconta, è venuto fuori l’inevitabile: “L’acqua calda” sintetizza il rettore. Una sfilza di debolezze accademiche, punteggi modesti e un lungo elenco
di poco produttivi baroni.
Sono 255 i “non operativi”
I casi più eclatanti sono quelli che hanno un punteggio inferiore a 10. Tecnicamente li hanno definiti «non operativi». Vuol dire, in pratica, non aver pubblicato nulla, i pesi piuma della ricerca scientifica. Sono 255, di questi 187 vantano un poco decoroso 0.
Va bene, forse ci sarà pure qualche sbadato che da anni dimentica sistematicamente di inserire nella banca dati le proprie fatiche. Ma la sostanza cambia poco. I punteggi più bassi sono soprattutto nella facoltà di medicina: su 402 docenti 110, secondo il catalogo dell’ateneo, non hanno vergato una riga degna di essere ripresa da riviste scientifiche di importanza internazionale. Tra questi ci sono uno stuolo di ricercatori (e mai termine fu meno appropriato) e tanti grossi nomi della medicina etnea. Come Pietro Petriglieri, decano di anatomia umana. Oppure Eugenio Aguglia, titolare della cattedra di psichiatria. O Santa Salvo, ordinario di igiene generale, che riconosce: “Sa, io lavoro tutti i giorni. Partecipo a congressi, anche di alto livello, ma poi alle riviste non mando niente. Non ho mai avuto questa smania. Del resto, non ci sarebbe neppure niente di alto livello”.
Isidoro Di Carlo, 48 anni, ricercatore dal 1998, un barone non è mai diventato.
Però in graduatoria ha 304 punti. Se si esclude un operoso collega, tutti gli ordinari e gli associati della sua branca hanno meno titoli e pubblicazioni. Peggio: la stragrande maggioranza ha un peso scientifico non superiore a 50 punti. “Si parla sempre e solo di nepotismo accademico ” dice Di Carlo. “Ma mi sembra più grave che in Italia non esista alcun controllo. Ci sono professori che da vent’anni non scrivono niente. Liberi di non fare nulla e premiati economicamente, dato che lo stipendio aumenta con l’anzianità ”.
Graduatoria epocale
Di Carlo quest’anno per i suoi studi ha avuto più di 5 mila euro, il doppio dell’anno scorso. “Questa graduatoria è un fatto epocale, soprattutto per un ateneo abituato a gestire in sordina ogni questione di meritocrazia ” dice Di Carlo. Ricercatore da una vita è pure Giovanni Li Destri, 52 anni, 256 punti. Quattro anni fa presentò un ricorso al tar contro una collega, vincitrice di un concorso a cui aveva partecipato anche lui. L’istanza sintetizza: Li Destri era ricercatore da 12 anni, insegnava da 13 all’università e aveva 12 pubblicazioni su riviste internazionali. La collega, scrive l’avvocato Lucia Marino, non era ricercatrice, faceva lezione da un anno e contava su un’unica pubblicazione di rilievo. A chi e andata la cattedra di associato? A lei. E che punteggio ha nella graduatoria stilata quattro anni dopo? Sessantasei, un quarto del suo ex contendente.
Paragone tra prof. e presidi
I paragoni tra colleghi del resto sono inevitabili. “Ci sono persone che su quei dati ci hanno fatto pure gli istogrammi” ride Luigi Fortuna, preside da quattro anni di ingegneria, invidiatissimo con i suoi 1.078 punti. Verso i colleghi pero si mostra clemente: “Penso che una valutazione dignitosa non possa essere inferiore a 100. La ricerca e la nostra missione”. Vocazione che pero non sembrano avere i suoi colleghi a capo di altre facolta: oberati dagli impegni organizzativi, arrancano vistosamente.
Il preside di economia, Carmelo Butta, e fermo a 38. Quello di lingue, Nunzio Famoso, ha un 18. A scienze della formazione Febronia Elia racimola 17,50. La scarsita di pubblicazioni non impedisce dunque le scalate accademiche. Anche alle ultime elezioni per il rettorato, lo scorso aprile, alcuni candidati presentavano numeri non entusiasmanti. Zaira Dato, straordinario di composizione architettonica e urbana: 8 punti. O il neurochirurgo Vincenzo Albanese: 42. Alla fine, pero, e stato riconfermato Recca.
Che, all’inizio del secondo mandato, si e dato da fare per distribuire con maggior giudizio 5 milioni di fondi per la ricerca: “Prima non esisteva alcuno strumento di valutazione” spiega il rettore. “Ora, oltre alla qualita del progetto, pesano anche le pubblicazioni. La graduatoria e un fatto innovativo, su cui continueremo a lavorare. Abbiamo dato un segnale. Ma di certo non volevamo fare l’elenco dei piu bravi”.
Negli atenei manca ogni tipo di verifica
Il calcolo dei pesi scientifici ha avuto pero anche questo effetto collaterale. A scienze politiche sono 33 su 113 ad avere un punteggio inferiore a 10: quasi un terzo di tutti i professori. A giurisprudenza sono un quarto. A quota 0, per esempio, ci sono due ordinari di fama come Lucio Ricca e Salvatore Sambataro.
Ma anche uscendo dal limbo dei non classificati il quadro non migliora molto. Su 88 docenti solo otto hanno un punteggio superiore a 100. Scenario molto simile a quello di economia, dove solo 28 su 84 superano quota 50. Qui pero bisogna essere chiari: non e che altrove le cose vadano meglio. Negli atenei manca ogni tipo di verifica. E, di conseguenza, abbondano i fautori del minimo indispensabile. Del resto, perche dannarsi l’anima se poi lo stipendio arriva lo stesso? Considerazione a cui molte altre categorie non sono estranee. Ma che nel caso dell’universita italiana, ancora preda di feudali baronati, diventa ulteriore sintomo di un sistema malridotto.
Come lo è la storia del trentaduenne Mattia Frasca, facolta di ingegneria. Lui in graduatoria non e nemmeno entrato. Digitando il suo nome nella banca dati vengono fuori pero 172 pubblicazioni. Fatti due calcoli, equivalgono a 537 punti. Sarebbe il settimo tra i professori dell’ateneo. Invece e solo un precario che si danna per diventare ricercatore.
I NUMERI DELL’ATENEO
Le cifre più significative emerse dalla ricerca condotta dal rettore di Catania.
255 sono i professori dell’Università di Catania che, secondo la banca dati dell’ateneo, hanno pubblicato poco o niente gli ultimi 5 anni. 110 docenti su 402 a medicina hanno un punteggio inferiore a 10. Tra questi ci sono molti ordinari e associati. 8http://www.diees.unict.it/informazioni/persone/pagine_personali/index.php?prs=36. 33 docenti su 113, poco meno di un terzo, a scienze politiche hanno un punteggio inferiore a 10.

La lettera a Babbo Natale lui non l’ha spedita. Gli è arrivata. E gli diceva di recarsi subito all’ufficio provinciale scolastico. Qui Arturo Amirante, 49 anni di Pozzuoli, in provincia di Napoli, ha saputo di aver vinto un concorso sostenuto ben 17 anni fa come insegnante tecnico nei laboratori meccanici. Amirante, sulle prime, ha pensato a uno scherzo o ad un errore, ma poi ha firmato il contratto a tempo indeterminato.
Sposato con tre figli, Amirante per vivere lavora come stagionale in un ristorante dell’arcipelago pontino e racconta di aver ricevuto questo regalo di Natale del tutto inaspettato, anche perché aveva dimenticato di aver fatto quel concorso: “Neppure ricordavo di aver sostenuto quell’esame” spiega. “Per quella qualifica siamo stati convocati in 12 ma solo in due ci siamo presentati ed io solo ho accettato l’incarico. Evidentemente gli altri avevano già trovato un lavoro stabile”.
Lo sorpresa sotto l’albero non riguarda però solo il sig. Amirante. “A dicembre abbiamo fatto oltre 300 nomine di vecchi concorsi, insomma di regali di Natale ne sono arrivati tanti” assicura Alberto Bottino, direttore generale dell’ufficio scolastico regionale. “Dall’inizio dell’anno però abbiamo immesso in ruolo” conclude”settemila tra docenti e personale amministrativo. Dunque le buone notizie sono arrivate per tanti che ormai non ci speravano più”.
Il nuovo professore di tecnica ha ricevuto la nomina giuridica con decorrenza dal primo settembre scorso, ma il lavoro vero e proprio inizierà a settembre del 2008.
Per uno che ha “aspettato” l’esito per diciassette anni, cosa potranno mai essere nove mesi in più…

Una mutazione genetica è passata per i banchi della scuola superiore. Non sono più studenti ad affollare le classi, ma utenti, vezzeggiati e lusingati da dirigenti scolastici che cercano di attrarli nei loro istituti con luccicanti Pof.
Pof? Sì, l’inquietante sigla sta per Piano di Offerta Formativa, ovvero un documento che spiega tutto ciò che un istituto offre di più e di diverso, sotto forma di progetto, a chi vi si iscrive. Dove solitamente sono esaltate le attività extracurricolari (feste, premi, gare sportive, intitolazioni…), relegando a pochi accenni l’organizzazione e la qualità dell’insegnamento disciplinare.
Il corso di questa preoccupante mutazione, con tutti i suoi effetti - negativi -, è tracciato dal professor Paolo Mazzocchini nel libro Studenti nel paese dei balocchi - Lettera di un insegnante a un genitore, edito da Aracne Editrice. Con cura dei dettagli e nello stesso tempo con chiarezza permette di tastare il polso della scuola italiana anche a chi ha abbandonato libri e zaino da un po’.
![[i]Lettera di un insegnante a un genitore[/i]<br> (copertina del libro)<br> di Paolo Mazzocchini<br> Aracne editriche](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10054/normal_balocchi.jpg)
“Utente è una parola magica, un termine che semplifica rozzamente la delicata complessità del processo educativo scaricando sull’insegnante tutte le responsabilità dell’insucceso di un giovane” scrive Mazzocchini, che è insegnante di latino e greco nei licei. Rivolgendosi a un ipotetico genitore intelligente che sta per iscrivere il figlio alle superiori, traccia il quadro drammatico dell’istruzione oggi, dove bocciare un alunno sembra un’eresia (in base al “principio, falsamente evangelico, del recupero della pecora smarrita” come scrive il prof), dove i ragazzi più seri e meritevoli sono “abbandonati a se stessi e ad una formazione sostanzialmente autodidattica”, dove domina il lassismo valutativo, con 8, 9 e 10 che fioccano. Perché? Ovvio, perché voti belli gonfi attraggono utenti, nella scuola-azienda del dirigente-manager, che passa gran parte del suo tempo a cercare finanziatori.
In una scuola dove, soprattutto, i professori per gran parte o sono precari, e quindi insegnano senza essere reclutati in via definitiva (non per colpa loro), o reclutati dalle Ssis, corsi biennali post-laurea, dal costo di tremila euro, che proprio per questo hanno interesse a far poca scrematura tra chi si vuole iscrivere. “Di insegnanti reclutati in base al merito, tuo figlio ne avrà (se sarà fortunato) non più del 20-25%”. E i professori meritevoli e validi sono demotivati, da continue interruzioni all’attività didattica per attività extracurricolari, dalla dirigenza che vorrà assoldarli per organizzare quelle attività , da corsi di aggiornamento che, per mancanza di fondi, non aggiornano sulle proprie materie di insegnamento…
E quanti sono i giorni a disposizione dei docenti per insegnare? Per legge l’anno scolastico deve comprendere almeno 200 giorni di lezione ma tra giorni di accoglienza per i neo-iscritti, giorni di orientamento pre-universitario, gite, stage per quelli del quinto, un’assemblea di istituto al mese, settimana culturale, i consueti scioperi degli studenti, si riducono a 160 effettivi.
Qui sotto, da Youtube, due video recenti che dimostrano quant’è dura la vita dei ragazzi in classe, tra lezioni e balli!
Ma ora, con il ministro Fioroni, non dovrebbe esser bando alla mollezza e via con la severità ? Lo chiediamo al professor Mazzocchini. “Le tre S di Fioroni (severità , storia, sintassi, ndr) - dice - sono più serie delle tre I della Moratti (internet, inglese, impresa). Ma la scelta fra le due impostazioni dipende molto dagli insegnanti: anche nel periodo morattiano molti continuavano a insegnare bene grammatica e storia così come anche nell’era di Fioroni ci saranno insegnanti all’acqua di rose più inclini a facili scorciatoie ‘modernistiche’. La scuola seria non la fanno i ministri, ma gli insegnanti seri”.
E sul ripristino esami di riparazione? “Il ripristino dell’esame di riparazione (se rimarrà nella forma voluta dal ministro - ma già c’è stato uno stop in Senato), benché non sia un toccasana, è un atto dovuto. Con l’attuale sistema dei debiti molti alunni arrivano in quinta trascinandosi lacune gravi in più materie. Resterà da vedere come si potranno attuare i corsi di recupero che il ministro vorrebbe a carico della scuola: chi li terrà ? Come si potrà far fronte alla spesa?” Si chiede infine il prof: “È giusto che la scuola spenda soldi pubblici per recuperare deboli e scansafatiche anziché investirli su qualità ed eccellenza?”.
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