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professori

I professori del XXI secolo? Avranno un computer come alleato

(Foto Angela Sugliano)

(Foto Angela Sugliano)

Scene da un futuro possibile (tagli ai fondi permettendo) per la scuola italiana: il compito in classe “postato” su un blog (a sorpresa, ovviamente). La versione di greco sullo smartphone, il lavoro di gruppo su Wikipedia. E la cara vecchia lavagna d’ardesia? Pronta alla pensione, per fare posto a uno dispositivo touch-screen su cui visualizzare grafici, video, mappe. Continua

La cura Brunetta per i giudici: basta sentenze scritte a casa

Renato Brunetta

Basta con i magistrati che scrivono le sentenze a casa. Giustizia e università saranno i prossimi fronti del ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta. Che, pur riponendo la clava nel cassetto e usando toni suadenti, non molla di un centimetro: attraverso la trasparenza assoluta vuole efficienza e organizzazione in tutti i settori dello Stato.
Continua

Università choc: 1 matricola su 3 pronta a fare sesso per entrare

Università

La spintarella? Vecchio stile. I corsi a pagamento? Uno spreco.
Adesso, per entrare all’Università, va di moda il “do ut sess”. Cioè, sesso in cambio dell’ammissione.
Per superare i temutissimi test di ingresso, gran parte delle aspiranti matricole si sono dette disposte a tutto: a pagare (il 22%) o a prendere la tessera di partito (il 18%). Ma soprattutto, per una buona parte di loro (il 29%), non sarebbe un problema fare sesso in cambio dell’accesso alla facoltàla.

A squarciare il velo su come siano davvero cambiate le abitudini sessuali dei giovani freschi di maturità è un’inchiesta svolta da UniversiNet.it, da anni portale di riferimento per la preparazione gratuita ai test di ammissione, consultato ogni anno da più di 250 mila ragazzi.
I risultati della ricerca, che ha coinvolto 12.160 studenti, sono davvero poco confortanti vista l’età di riferimento e cioè, in media, ragazzi di 19 anni.

Per il 78% di quelli che hanno partecipato al sondaggio, per superare l’esame di accesso è più importante trovare una raccomandazione che studiare. Solo il 15% (l’anno scorso il dato era al 20%) ritiene invece molto più utile trovare sui libri le risposte dei quiz.
Qual è la raccomandazione più forte? Per 4 su 10 quella di un politico di livello nazionale, poi quella di un professore (per il 23%) e quella che automaticamente si otterrebbe frequentando un corso di preparazione a pagamento (21%). E circa 1 su 3 (appunto il 29% degli intervistati), per avere una raccomandazione sarebbero pronte anche ad andare a letto con il potente di turno. Secondo i risultati dell’indagine, il 9% dei ragazzi e il 38% delle ragazze è disposto a metterci il sesso pur di riuscire a discriversi in un Ateneo.

“I dati del 2009 mostrano una incredibile perdita di fiducia nel sistema di valutazione universitaria, forse acuito dagli ultimi scandali sulla valutazione della maturità” dice Renato Reggiani, direttore editoriale di universinet.it. “Ma la nostra inchiesta si limita a fotografare una situazione, dai nostri dati emerge un degrado morale dell’università italiana o almeno della sua percezione da parte degli studenti che ritengono quasi inutile la preparazione e optano per scorciatoie classiche come la raccomandazione del politico o del professore o sessuali”.

Contro i test d’ammissione e il numero chiuso nelle facoltà si è fatta sentire anche l’Unione degli Universitari. “Il numero chiuso” sostiene l’Udu “è e rimane uno strumento aprioristico che nega l’accesso al sapere. Ogni anno i test sono caratterizzati da errori nella loro stesura, errori nelle correzioni, domande assurde, ricorsi ai Tar che durano anni”. “I test d’ingresso” insiste il sindacato degli studenti “sono la lotteria del nostro futuro. Non chiediamo il diritto alla laurea, chiediamo di essere seriamente valutati durante il corso degli studi, chiediamo una valutazione sulla base del nostro impegno accademico e delle nostre capacita’, non sulla base di 120 minuti di domande a crocette”.

Scuola, la Lega chiede il “test della cadrega” per i professori. Cota: una bufala

La scuola

E la Lega propone il “test della cadrega“. Sì, quello dell’esilarante scena con Aldo-Dracula meridionale, Giovanni e Giacomo nei panni di due “signorotti transilvani-leghisti” con l’hobby di dare la caccia ai “Terùn” (qui il VIDEO).

La “cadrega” ha da diventare, secono dil Carroccio, una prova d’ingresso da inserire nella riforma della scuola: un test per gli insegnanti “sulla cultura, le tradizioni e il dialetto delle regioni in cui intendono insegnare”. La richiesta leghista, presentata in commissione Cultura della Camera durante la riunione del comitato ristretto, apre un confronto aspro nel centrodestra, fa alzare il solito polverone e scatena le proteste dell’opposizione. Pertanto, il presidente della commissione Valentina Aprea decide di sospendere la seduta e di sconvocare il comitato ristretto. Inutile discutere oltre su questo tema, avverte, dovrà essere la conferenza dei capigruppo di Montecitorio ad occuparsene. L’esame proseguirà in Aula.
“Ma questa decisione della Aprea non ci trova d’accordo” avverte la parlamentare della Lega Paola Goisis autrice della proposta del test ai professori “spero davvero che il testo non venga calendarizzato in Aula prima che ci sia stato un chiarimento nel centrodestra perché non si può scavalcare così la volontà del secondo grande partito della maggioranza”.
“Noi” prosegue la leghista “avevamo presentato una proposta di legge di riforma della scuola. Ma questa non era condivisa da tutta la maggioranza. Così abbiamo chiesto che ne venisse recepita almeno una parte nel testo unificato che ora è all’esame della commissione Cultura. Abbiamo rinunciato a tutto, ma su questo punto insisteremo fino alla fine: ci dovrà essere un albo regionale al quale potranno iscriversi tutti i professori che vogliono. Ma prima dovrà essere fatta una pre-selezione che attesti la tutela e la valorizzazione del territorio da parte dell’insegnante”.
La Lega inosmma ci prova, chiede che i criteri “padani” di selezione degli insegnanti vengano inseriti nella riforma della scuola. E i titoli di studio? “Non garantiscono un’omogeneità di fondo” osserva la deputata del Carroccio “e spesso risultano comprati. Pertanto non costituiscono una garanzia sull’adeguatezza dell’ insegnante. Questa nostra proposta che, ripeto, è l’unico punto che noi chiediamo venga inserito nella riforma, punta ad ottenere una sostanziale uguaglianza tra i professori del Nord e quelli del Sud. Non è possibile, infatti, che la maggior parte dei professori che insegna al nord sia meridionale”.
Inevitabile, a questo punto, che si alzi il polverone, come spesso accade quando a fare proposte di legge sono quelli del Carroccio. Toni alti, tensione elevata: il resto della maggioranza, a cominciare dalla vicepresidente della commissione Cultura Paola Frassinetti, non sembra essere d’accordo e scatta il braccio di ferro tra il Pdl e il Carroccio. La riforma, per il momento, si blocca.
Mentre il presidente della Camera, Gianfranco Fini,  ammonisce
: “Durante l’esame della riforma la prima commissione e l’aula valutino il pieno e totale rispetto dei principi fondamentali della nostra carta costituzionale. Si tratta di questione che non può essere opinabile ma che deve essere soltanto riferita a quel che c’è scritto nella Carta”.
Il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto butta acqua sul fuoco osservando che in realtà “non esistono ragioni di divisione sui problemi della scuola tra Pdl e Lega perchè prioritari per noi” sottolinea “sono i progetti di riforma portati avanti del ministro Gelmini sull’università e sui licei“.
Il capogruppo del Pd in commissione Cultura Manuela Ghizzoni critica aspramente la presa di posizione della Lega: “L’istruzione è un tema troppo serio e non può divenire oggetto di pericolose incursioni ideologiche dal sapore tutto nordista”.
Per il momento l’esame della riforma è stato sospeso. L’ultima parola toccherà alla Conferenza dei capigruppo di Montecitorio.

Più risorse agli atenei virtuosi, ecco l’Università della Gelmini. La classifica

Aula universitaria
Più risorse agli atenei virtuosi, fondo premiale del 7% e tagli al 20% dei corsi inutili.
Si chiedeva, da più parti, nei mesi scorsi (mesi caldi, di proteste e manifestazioni, come raccontano queste GALLERY: qui, qui e qui) che il sistema universiatario venisse radicalmente cambiato, rivoltato, rivoluzionato (come diceva un sondaggio di Panorama della fine del 2008)? Si invocava la meritocrazia (a tutti i livelli: tra i professori, tra i ricercatori, tra gli studenti) come criterio di valutazione degli istituti italiani? Si pretendeva, legittimamente, più effcienza e meno sprechi?

Meritocarzia ed efficienza grazie all’Anvur
A queste richieste risponde il pacchetto Università varato dal Cdm. Che dà via libera alla nuova e super partes Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario (Anvur, che sostituisce e unifica Cnvsu e Civr, i due comitati di valutazione attualmente esistenti, e sarà composto da un presidente, un Collegio dei revisori dei conti e un Consiglio direttivo, i cui membri saranno nominati dal presidente della Repubblica e resteranno in carica per 4 anni non rinnovabili).
“Se vogliamo rispondere alla crisi” puntualizza il ministro Mariastella Gelmini, presentando il provvedimento “si parte dalla scuola, dall’università con la capacità di difendere ciò che funziona ma anche di mettere mano ai problemi, che non mancano e che hanno bisogno di soluzioni rapide ed efficaci”.
Le rilevazioni prodotte dall’Anvur (fatte sulla base di standard qualitativi di livello internazionale, anche con riferimento ai livelli d’apprendimento degli studenti e del loro inserimento nel mondo del lavoro) saranno determinanti per distribuire una parte del Fondo di finanziamento ordinario alle università e agli enti di ricerca che raggiungeranno i risultati migliori (sulla base di criteri riconosciuti e valutati positivamente dalla CRUI, la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) riceveranno più fondi.
Con il nuovo provvedimento il 7% del Fondo di finanziamento ordinario (525 milioni di euro) è distribuito in base alla qualità della Ricerca e della didattica. In particolare i due terzi sono stati assegnati in base alla qualità della ricerca, mentre un terzo in base alla qualità della didattica.
Con le nuove misure del pacchetto università verrà inoltre “avviata una più coerente razionalizzazione dei corsi di laurea”, che prevede “il taglio di quelli inutili”. Misura che metterà un freno alla “proliferazione di insegnamenti” avuta negli ultimi anni, che “non rispondono alle reali richieste del mercato del lavoro”.
Una sforbiciata che negli ultimi mesi ha già prodotto la chiusura del 20% dei corsi inutili, ma “con questo provvedimento sarà possibile ridurli ulteriormente”, dice soddisfatta gelmini.

L’eccellenza negli atenei
Ma già da quest’anno, ed è la prima volta in Italia, il Miur ha assegnato una parte dei fondi destinati alle università sulla base di nuovi criteri di valutazione della qualità. Da una prima analisi della situazione emerge che l’Università di Trento, i Politecnici di Milano e di Torino sono tra le università migliori in base ai nuovi parametri. Trento, secondo il ministero, “pur essendo un piccolo ateneo, è riuscito meglio di ogni altro a intercettare, attraverso propri progetti, i finanziamenti europei. I politecnici di Milano e Torino hanno conseguito risultati importanti su didattica, ricerca, capacità di autofinanziarsi, buone valutazioni degli studenti, presenza di molti progetti assegnati dal programma nazionale di ricerca”. Quindi si meritano i premi monetari: in arrivo a Trento 6 milioni di euro in più, al politecnico di Milano 8 milioni.
Ma è andata bene anche ad altri atenei: Bologna segna un più 5 milioni di euro, Padova un più 4. Mentre per Trieste, Firenze e Siena l’erogazione della quota di fondi vincolata alla qualità (pari al 7% del totale) è stata sospesa in attesa della presentazione di un piano finanziario di risanamento dei bilanci che attualmente risultano in rosso. Meno finanziamenti, invece, sono destinati ad altre 27 università (quasi tutte nel Mezzogiorno) che non hanno raggiunto gli standard qualitativi previsti. A Foggia viene tolto 1 milione di euro, a Macerata 1,13 milioni.
Ma è quasi tutto il sud a soffrire: tra i centri formativi “negativi” c’è tutto il panorama dell’Università meridionale: nessun ateneo è considerato degno di un aumento dei fondi, anzi è previsto un taglio che arriva anche al 3% dei fondi del 2009. Solo l’Università del Sannio (+0,76%), il Politecnico di Bari (+0,26%) e l’Università della Calabria si salvano.
Gli atenei virtuosi
Reclutamento di professori e ricercatori
Con la direttiva firmata oggi dal ministro Gelmini si avviano le procedure per la formazione delle commissioni di concorso in base alle nuove regole per il reclutamento dei professori universitari e dei ricercatori. Riguardo ai concorsi per ricercatore “ogni titolo scientifico dovrà essere valutato separatamente e specificamente, per evitare giudizi sommari e approssimativi. Viene inoltre richiesto, per i settori scientifici, il ricorso a valutazioni di indici oggettivi e a sistemi di valutazione internazionali, come il Peer review: la valutazione anonima di illustri accademici internazionali. “In questo modo, si dovrebbero ridurre i margini di arbitrio delle commissioni”.
Infine, sono stati sbloccati 1.800 concorsi per professore e ricercatore. La direttiva sottoscritta poche ore fa avvia le procedure per la formazione delle commissioni di concorso in base alle nuove regole per il reclutamento dei professori dei ricercatori, dove prevale il sorteggio. I membri delle commissioni verranno sorteggiati da una lista di commissari eletti tra i professori appartenenti al settore disciplinare oggetto del bando. E la valutazione dei candidati avverrà secondo parametri riconosciuti anche in ambito internazionale.

Il VIDEO: irruzione Idv in sala stampa e la Gelmini lascia:

LEGGI ANCHE: O in banca o in Google: il posto di lavoro che sognano i laureandi

Maturità, record di non ammessi nell’Italia dei prof più vecchi

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La linea dura del ministro Maria Stella Gelmini (qui il suo canale su YouTube) dà i suoi (primi) frutti.
E il 2009 si prospetta un anno davvero duro per i maturandi. Il numero dei non ammessi agli esami di maturità e alle altre classi della scuola superiore sarebbero aumentati dell’1,6%. Ne dà notizia un comunicato del ministero dell’Istruzione in cui si precisa che i dati sono relativi ai primi dati pervenuti al Miur. “Nessuno si compiace dell’aumento delle bocciature, è sempre un dispiacere quando un ragazzo perde l’anno” commenta il ministro Mariastella Gelmini “ma serve una scuola del merito”. Da queste proiezioni si presume che al termine degli scrutini i non ammessi alla maturità passeranno dai 20.111 del 2007 a circa 28 mila, e  i bocciati nelle altri classi delle superiori dai 330 mila a 372 mila circa, quasi 40 mila in più.
E la frotta sopravvissuta di maturandi agli Esami di Stato si troverà di fronte una schiera di professori “nonni”. L’Italia infatti, secondo l’Ocse, si distingue per avere i docenti più vecchi. Il 52 per cento dei prof italiani è ultra 50enne e solo un 3 per cento è under 30, mentre nella media internazionale questo dato è cinque volte tanto.
Come se non bastasse, lo stesso rapporto Ocse Teaching and Learning International Survey (Talis: qui, in pdf, il focus sull’Italia), sottolinea che il nostro sistema educativo produce risultati “fra i più modesti” dell’area, “nonostante la spesa per studente sia molto elevata”.

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Le età del corpo docente nei Paesi Ocse

Cosa dice il rapporto
Il rapporto si basa su un’indagine internazionale sull’insegnamento e l’apprendimento (Talis), realizzato in 23 Paesi del mondo, tra cui Belgio, Spagna e altri, ma non, ad esempio, Francia e Germania. Trale altre, vengono prese in esame le condizioni in cui gli insegnanti si trovano ad operare. E da questo punto di vista, il 95% degli insegnanti italiani si dice soddisfatto del proprio lavoro e il 98% - la più alta percentuale dopo la Slovenia - giudica positivamente il proprio livello di efficienza nell’attività svolta.
Secondo l’Ocse, “elevare la performance del sistema educativo è una delle maggiori sfide” per l’Italia. La riuscita di una riforma complessiva del sistema educativo è anche una chiave per ridurre le differenze regionali: “Contenere il gap educativo fra Nord e Sud è una della vie per ridurre le differenze economiche e sociali complessive. Di conseguenza, andrebbero incoraggiate misure volte a recuperare le scuole e gli studenti più deboli, specialmente quelli a rischio abbandono”.
Nel documento, l’Ocse riconosce al governo Berlusconi di aver messo in cantiere una riforma della scuola volta a “razionalizzare le spese e migliorare il sistema di valutazione e di reclutamento degli insegnanti”. Viene sottolineata, tuttavia, la mancanza di un quadro complessivo e definitivo. E, in proposito, ha detto il ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmi: “L’Ocse ci dà ragione. Molte delle osservazioni poste dai sindacati e dall’opposizione vengono smentite clamorosamente da questa indagine”.

Il pamphlet di Giordano: È una scuola da cinque in condotta

scuola

di Mario Giordano

Il fatto è che la scuola è diventata un gran bazar dove si può fare più o meno di tutto. Tranne studiare, naturalmente. Sia chiaro: ognuna di queste attività in sé è legittima, in alcuni casi persino condivisibile. Se poi si trovasse pure il tempo per l’italiano e la matematica, però. Altrimenti queste iniziative diventano un gigantesco paradosso, uno spreco di cervelli, una lezione di dissipazione del tempo: abbiamo le classi piene di ragazzi che s’industriano nella coltivazione biologica della cipolla o sanno tutto del progetto Mister Cheese, educazione alimentare col provolone (non è uno scherzo: è stato attivato davvero), ma poi confondono il congiuntivo con una malattia degli occhi.
[...] Alcuni licei romani (dal Lucrezio Caro all’Ilaria Alpi) fanno di meglio: [...] si dedicano al cinema. Ma, per restare in tema, ci mettono su abbondanti dosi di peperoncino. Il progetto prevede la produzione di un film girato in digitale dal titolo Chi nasce tondo. Protagonista Sandra Milo nell’ambizioso ruolo di entraîneuse. Perfetto, no? Molto educativo. Resta da chiarire solo un ultimo dubbio: ma tutto ciò a che ora di lezione appartiene? Archeologia femminile? Calcolo delle probabilità grottesche? Pornostoria? La soluzione sta nel nome che l’entraîneuse Sandra Milo assume nel film (ricordiamolo, da girare a scuola): Anna Tre Culi. Ma sì: Anna Tre Culi. Dev’essere una lezione di dolce stilnovo, linguaggio poetico, soffusa lirica petrarchiana. O forse, più semplicemente, è una lezione di bon ton.
[...] Trentaseimila consulenti. Costo: 58 milioni di euro. Fra l’altro buona parte di queste attività costano. Nel giugno 2008, quando il ministro Renato Brunetta mette online i dati relativi alle consulenze della pubblica amministrazione, si scopre che per insegnare massaggi giapponesi, hockey su prato e capoeira brasiliana agli alunni italiani, in un solo anno (il 2006) sono stati spesi 58 milioni di euro. Per l’esattezza: 58.314.498 euro. Mica bruscolini. Tanto per intenderci: un’azienda come la Meliconi (sì, quella del telecomando col guscio) con 280 dipendenti, due stabilimenti ed esportazioni in tutta Europa, fattura di meno.
I consulenti della scuola sono un vero e proprio esercito: 36.066, sempre per rifarci ai dati del 2006 resi pubblici nel giugno 2008 da Brunetta: 36 mila persone che in un anno sono entrate a scuola per insegnare (a pagamento) la pesca alla trota o il ritmo del tamburello.
[...] “A Finale Ligure” racconta Marco Zucchetti sul Giornale “l’elenco delle attività scolastiche sembra una raccolta di hobby da dopolavoro: seminario sul massaggio giapponese (500 euro), corso di macramè (975 euro), lezioni di mesh work e celtico e tecniche di ricerca dell’equilibrio bioenergetico”: 300 euro di consulenza o di bolletta? Il fascino dell’Oriente ha stregato gli insegnanti. È tutto un proliferare di discipline come lo shiatzu (2.800 euro a Gambolò, Pavia), la thai boxe (387 euro ad Ancona con buona pace dei genitori che vietano la visione dei film di Van Damme perché troppo violenti), wushu (875 euro per una scuola materna nei pressi di Lodi), thai chi (284 euro a Milano), kendo e aikido (284 e 511 euro a Carmagnola, Torino). L’esotico va forte e gli scolari di oggi saranno i cosmopoliti di domani: balleranno la capoeira brasiliana (310 euro a Clusone, Bergamo), suoneranno i bonghi djembe a Milano (625 euro al suonatore africano) e impareranno i ritmi del Senegal a Chivasso, Torino (1.875 euro). Per poi dipingere mandala buddisti a Lodi e ascoltare una scrittrice internazionale sul progetto “Curry di pollo” a Mantova per 300 e 135 euro.
[...] A Milano hanno addirittura introdotto nelle aule il corso di “valorizzazione della propria immagine”. Intanto si cominciano a valorizzare 1.000 euro in tasca al consulente. Poi ci sono i 2.730 euro spesi a Oulx (Torino) per la manipolazione della carta, i 2 mila euro di Cremona per l’arte circense e l’ecogiornalismo, che a Varese viene via con appena 350 euro. A Bagnolo Mella (Brescia) impazza il corso “Cucino io”, a Cologne (sempre in provincia di Brescia) si insegna a giocare a dama (così non ci si deve annoiare a seguire le lezioni di italiano) e ancora a Varese hanno speso 2 mila euro per un esperto che è andato in aula a spiegare ai ragazzi il bridge. Si capisce: gli studenti hanno diritto a variare un po’, non si può mica sempre fare la briscola quando il prof spiega…
[...] Non ci sono computer, i laboratori perdono i pezzi, le aule abbisognano di interventi di ristrutturazione come le palpebre di Valeria Marini. Epperò i soldi per il rafting, per il bridge e per ballare la “pizzica” si trovano sempre. Com’è possibile? E soprattutto: perché?
[...] Antonio Bombini, dirigente scolastico a Molfetta (Bari), cita Ennio Flaiano: “Non abbiamo il necessario, ma non ci facciamo mancare il superfluo”. E spiega: “I fondi per l’istruzione sono costantemente ridotti, ma poi piovono decine di migliaia di euro nel nome dei Pon, piani operativi nazionali”. Si tratta di iniziative, finanziate con i fondi sociali europei, che non solo non servono a nulla, ma addirittura “diventano antitetiche rispetto alla realizzazione delle finalità primarie della scuola”. In altre parole: “Nelle scuole superiori gli studenti frequentano le lezioni dei Pon e contestualmente smettono di studiare”.

“State alla larga dagli omosessuali”. Roma, bufera sulle parole di un insegnante

Un momento del corteo

“Gli omosessuali sono persone che non condivido, e se mi capitasse di incontrarne ne starei bene alla larga, certe persone devono essere evitate meno male che qui in classe non ci sono”. Lezione di omofobia all’Istituto tecnico industriale Armellini di Roma?
Stando alla denuncia fatta da alcuni studenti, che hanno segnalato le frasi alla Gay Help Line dell’Arcigay di Roma, sembrerebbe di sì.
Ma tutto è ancora da verificare: il prof. (o una prof.) deve essere ascoltato dal preside dell’istituto per sapere se abbia dato veramente questo consiglio agli studenti o se, invece, non si sia trattato di un tiro mancino degli alunni verso un insegnante antipatico.
La notizia della frase omofoba è stata resa pubblica ieri dal presidente dell’Arcigay Roma e responsabile del numero verde 800.713.713, Fabrizio Marrazzo: “Circa 15 giorni fa” racconta Marrazzo “la Gay Help Line di Arcigay ha ricevuto la prima di tre distinte telefonate susseguitesi nei giorni seguenti per segnalare la dichiarazione di un insegnante di un Istituto tecnico nei pressi del quartiere San Paolo-Ostiense.
“Dichiarazioni fortemente discriminatorie verso lesbiche, gay e trans” sostiene il presidente di Arcigay Roma “che hanno provocato un duplice effetto, da un lato l’indignazione da parte degli studenti lesbiche e gay, e dall’altro un rafforzamento della condizione dei bulli della classe, che ora si sentono maggiormente liberi di prendere in giro le lesbiche ed i gay”.
Il preside dell’Istituto tecnico ha convocato immediatamente l’insegnante per chiarire quanto è successo: “Non ne ero a conoscenza fino a ieri pomeriggio quando mi ha telefonato l’Arcigay” spiega il dirigente. “È una frase che mi fa inorridire ma ho parlato con l’insegnante e mi ha dato un’altra versione dei fatti”.
Il docente - contattata da Repubblica, chiedendo l’anonimato - smentisce categoricamente l’accaduto: “Con anni di insegnamento ed esperienza alle spalle, non avrei mai avuto l’ingenuità di dire una cosa del genere, né in classe né fuori, neanche se lo pensassi. È importante riflettere su ciò che l’alunno, chiunque egli sia, ha recepito delle mie spiegazioni poiché non ho veramente idea di cosa possa aver generato questo equivoco”.
Spiegazioni che sembrano non convincere Marrazzo. Che ha contattato la scuola per chiedere di fare delle “azioni di formazione. I casi di discriminazioni nelle scuole sono in crescita, per questo chiediamo” ha concluso “l’intervento delle istituzioni”.
“La nostra è una scuola democratica, ma è chiaro che non posso avere il controllo su cosa dicono tutti i nostri insegnanti” spiega il preside “ma dispiace che gli studenti non siano venuti a parlarmene di persona. Li avrei ascoltati. Avvierò un procedimento amministrativo, per valutare se ci sono gli estremi per una sanzione disciplinare, che può andare dall’ammonizione alla censura” spiega ancora. “Chiederò di confermare l’accaduto e poi deciderò”. Chiede di fare piena luce l’assessore provinciale alla Scuola, Paola Rita Stella.

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