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Francesco Rutelli presenta il simbolo del suo nuovo partito: Alleanza per l'Italia
Allora, (ufficialmente) ci stanno: lui ovviamente, Francesco Rutelli (ex radicale, ex margheritino, ex vicepremier ulivista, ex Pd) come fondatore; Linda Lanzillotta (già ministra prodiana, che ha salutato il Pd, a mezzo Corriere della Sera: “Lascio perchè è fallito un progetto al quale ho molto creduto”); Gianni Vernetti (deputato da sempre vicino all’ex vicepremier); Lorenzo Dellai (governatore del Trentino dalle mani libere e dalle alleanze trasversali); l’imprenditore Massimo Calearo (voluto da Veltroni in Parlamento: “Ero nel Pd perché c’era un’idea di Veltroni. Ora c’è Bersani che ha idee diverse…”); Bruno Tabacci (ex democristiano, già fondatore della Rosa Bianca, che ha detto addio all’Udc) nel ruolo di portavoce; Pino Pisicchio (fuoriuscito dall’Idv di Di Pietro con l’obiettivo di fermare “la deriva telepopulistica”). A contorno, un nugolo di deputati e senatori (una ventina di parlamentari), per la maggior parte freschi di divorzio dai Democratici. Continua
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Ha progettato alcuni degli edifici dell’Aquila. Si chiama Giuseppe Zia, fa parte del Consiglio nazionale degli ingegneri ed è stato raggiunto da Panorama a poche ore dalla forte scossa di terremoto del 6 aprile. Insieme con una squadra di volontari stava cercando di estrarre dalle macerie di un edificio un ragazzo ferito; ha accettato di spiegare a caldo, per quanto è possibile, che cosa è successo nella sua città . “Da quello che vedo, le case a norma hanno danni a tamponature e tramezzi, cioè i muri interni di cemento non portanti. I comignoli invece sembrano avere subito una torsione” racconta Zia. “Particolari, questi, che fanno capire come si siano sovrapposti movimenti sussultori e ondulatori. A ciò va aggiunto il fatto che le scosse, molto intense, si sono protratte a lungo. Tutti fattori che mettono a dura prova un edificio”.
Ma perché edifici che sono stati costruiti secondo norme antisismiche sono crollati nel giro di pochi secondi? Intanto occorre precisare che l’Italia è stata la prima a dotarsi di regole antisismiche a partire dal 1909, anno successivo al terribile terremoto di Messina (qui il VIDEO con immagini d’epoca), e da allora si sono succedute una decina di norme sempre più aggiornate (quelle più recenti sono del 2003). Così anche all’Aquila edifici diversi, costruiti in tempi successivi, soddisfano requisiti leggermente differenti.
Ogni norma stabilisce il grado di resistenza a due parametri, ovvero l’accelerazione subita dall’edificio e la duttilità , in un certo senso la risposta non elastica agli sforzi. Ma le regole imposte seguono i progressi tecnici raggiunti in quel dato periodo di costruzione. “Qui ci sono edifici costruiti con la norma numero 64 del 1973 che sono crollati. E altri, che rispettano norme antecedenti, ancora in piedi” spiega Zia. “Ogni struttura è un caso a sé”.
Prima di tutto l’accelerazione subita da questi edifici è stata tale da superare quella sopportabile dai vecchi materiali. “Inoltre, il fatto che L’Aquila si trovi in una conca ha amplificato l’intensità delle scosse. In altri termini, sebbene l’intensità registrata sia stata di 5,8 (scala di magnitudo del momento sismico), la morfologia del territorio ne ha acuito gli effetti” continua Zia. “E alcuni edifici sono stati sfavoriti dalla posizione”.
A poche ore dal sisma la Bbc spiegava che nessun edificio della città dell’Aquila, nemmeno i più moderni, soddisfa i criteri di costruzione delle città californiane. Non abbiamo normative adeguate, quindi? Le cose non stanno esattamente in questi termini, spiega Rui Pinho, ingegnere sismico proveniente dall’Imperial College di Londra, ora in servizio all’Eucentre di Pavia, centro di eccellenza in ingegneria sismica. “L’attuale normativa italiana è la più moderna al mondo, ed è stata introdotta nel 2003, fortemente voluta dal direttore del dipartimento della Protezione civile Guido Bertolaso. È l’unica legge davvero all’avanguardia con i progressi scientifici, e non ha nulla da invidiare alle norme in vigore in Giappone e negli Stati Uniti. Il problema è che i nuovi edifici all’Aquila sono stati costruiti tutti prima”.
D’altra parte, la norma del 2003 è entrata in vigore con ritardo rispetto a Giappone e Stati Uniti; e c’è voluto l’impulso di un evento tragico, il terremoto del Molise (tra il 31 ottobre e il 2 novembre 2002), per vararla. “I progressi scientifici degli ultimi anni riguardano da una parte la capacità di determinare la probabilità dell’evento sismico, dall’altra l’utilizzo di materiali più duttili. Tra questi le fibre di carbonio avvolte attorno alle travi per migliorarne la duttilità . Solo la normativa del 2003 tiene conto di questi fattori” spiega Pinho.
Ci sono poi ulteriori fattori che spiegano il perché alcune case sono crollate in Abruzzo e altre no, come rimarca Paolo Stefanelli, presidente del Consiglio nazionale degli ingegneri: “Il cemento armato ha una durata nel tempo, alla lunga si ‘plasticizza’ e diventa poco elastico. Allora è naturale che case costruite negli anni Cinquanta o Sessanta abbiano resistito meno, rispetto sia ad alcune più recenti sia a vecchie case in muratura. Queste ultime ovviamente non sono antisismiche ma in qualche caso potrebbero avere resistito meglio di quelle più moderne: non impiegano cemento e sono costruite pietra su pietra con archi e legno nelle coperture, materiale capace di rispondere bene alle sollecitazioni”.
Il Consiglio nazionale degli ingegneri e altri organi di categoria sono stati invitati dalla Protezione civile a inviare volontari per la valutazione degli edifici a rischio: “Cosa fare si deciderà caso per caso, a volte è necessario raderli al suolo, a volte si può intervenire, ma non sono lavori che possono farsi nel giro di qualche settimana. Per il futuro si può essere più ottimisti: il decreto sul piano casa del governo stimolerà tutti quei lavori necessari per rendere gli edifici più resistenti ai terremoti. Un lavoro da troppo tempo rimandato” conclude Stefanelli. Ma altre norme potrebbero essere necessarie. “Al momento” sostiene Zia “la legge affida gli interventi nei centri storici a tecnici e architetti, escludendo gli ingegneri”.
Che forse dovrebbero avere voce in capitolo in modo da rendere le strutture più sicure.
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Con il “rilancio” di Berlusconi, L’Aquila, in mezzo ai mille problemi provocati dal terremoto, ha cominciato a discutere sulla new town.
La Nuova Aquila è però un concetto che lascia perplesso Massimo Cialente, sindaco del Pd del capoluogo abruzzese che preferirebbe veder usate le risorse per rimettere in piedi il centro storico e per dare ordine alla periferia. Più possibilista, invece, il presidente della Regione Gianni Chiodi (Pdl) che però sottolinea l’importanza di non abbandonare il centro. Le perplessità derivano, fondamentalmente, da due motivi. Il primo è il timore per l’abbandono del centro storico.
Quella città fantasma che in questi giorni inquieta chi all’Aquila è nato e cresciuto è un incubo che tutti vogliono rimuovere. Cercando di far tornare a vivere in fretta quel centro storico che ha bisogno di immani lavori di ricostruzione e consolidamento. Il secondo è di natura ambientale e urbanistica: L’Aquila ha un territorio comunale vastissimo, ma ha avuto uno sviluppo un po’ disordinato nelle periferie, soprattutto ad ovest. E non è semplice individuare un’area abbastanza grande e con le caratteristiche necessarie a farci nascere un’Aquila Due, come ipotizzata da Berlusconi.
Per il momento nessuno si sbilancia sull’area in questione. Quella lanciata dal presidente del consiglio è un’ipotesi nata per rispondere all’emergenza e per utilizzare uno strumento previsto nel piano casa. A tre giorni dal sisma, nessuno ha fatto verifiche di fattibilità né elaborato programmi di massima. Una delle idee che balza in testa agli addetti ai lavori è Coppito, dove c’è la sede della Guardia di Finanza che in questi giorni serve da base operativa alla protezione civile, circa cinque chilometri dal capoluogo, verso nord ovest, non lontano dall’uscita dall’autostrada. Ma proprio quella è una delle aree urbanisticamente meno ordinate.
Fra quelli che, al momento, si dicono contrari a una Nuova Aquila c’è il sindaco Massimo Cialente. “La città ” ha detto “ha la periferia particolarmente disordinata, costruita soprattutto per lottizzazioni. Questa è anche l’occasione per rimettere ordine. Noi dobbiamo ricostruire un tessuto urbanistico e coinvolgeremo in questa operazione anche grandi architetti. C’è poi il rischio di spopolare il centro”. “L’Aquila” ha aggiunto “vuole rinascere e trovarsi più bella di prima a partire proprio dal centro. Io non sono in contrapposizione con Berlusconi, trovo ad esempio molto interessanti i meccanismi di finanziamento. Ma la sua idea può funzionare in grandi città , qui è un problema. Possiamo invece pensare alla costruzione di una cittadella universitaria”.
Il presidente della Regione Giovanni Chiodi ha promosso l’idea di una new town, che deve andare di pari passo con il consolidamento del centro storico. Secondo Chiodi è necessario ricostruire il centro storico, ma la new town potrebbe essere una risposta efficace alle emergenze. Chiodi ritiene tuttavia che l’idea della new town e quella della riqualificazione del centro non debbano escludersi una con l’altra.
Il VIDEO servizio:
LEGGI ANCHE: Reportage da L’Aquila - Il Cavaliere: “Cento progetti, uno per provincia” - Lo SPECIALE di Panorama.it
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L’unica cosa certa è che il decreto sul piano casa non ci sarà . Almeno non nel consiglio dei ministri di venerdì. Il governo prende tempo e apre un tavolo tecnico-politico con le Regioni. Non si tratta però di un rinvio sine die: la scadenza per trovare un’intesa è stata fissata a martedì. E, a fine giornata, Silvio Berlusconi addirittura rilancia.
La ricerca del dialogo con le Regioni, dice, “non è una frenata”, ma una confronto sullo “strumento” da adottare”; e comunque venerdì in Cdm “qualcosa ci sarà ”. Così come il premier punta a misure con “effetti immediati” e avverte: “Le Regioni non possono sottrarsi perché sul piano casa in giro c’é un’aspettativa fantastica”; il problema, aggiunge, è che sono “gelose delle proprie competenze”. La strada per un’intesa, insomma, è molto più in salita di quanto non apparisse in mattinata.
Merito e metodo, comunque, saranno entrambi al centro della discussione. Anche se, dopo l’incontro con le Regioni, era sembrata tornare alla ribalta l’ipotesi di procedere con un provvedimento “cornice” che salvaguardi l’autonomia del territorio. “Vogliamo lavorare” aveva ribadito infatti più volte Berlusconi “in sintonia e in accordo con le istituzioni locali”.
Che si erano dette soddisfatte per il passo indietro. “Ora siamo sul binario giusto”, aveva commentato il presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani, governatore emiliano. Disponibile al dialogo anche il Pd: “Hanno ritirato il decreto cementificazione” ha commentato nel pomeriggio il segretario Dario Franceschini “che avrebbe creato danni spaventosi. Ora si vuole dare un piano casa d’intesa con le Regioni e i Comuni per rilanciare l’edilizia? Noi siamo pronti a discutere, anche in Parlamento”. La mediazione era stata raggiunta nel corso di un confronto a Palazzo Chigi: un’ora e mezza di riunione, a metà della quale il presidente del Consiglio era sceso in sala stampa per parlare con i cronisti e spiegare la posizione del governo: “L’urgenza del piano c’é e resta - aveva detto - ma non è detto che il decreto sia lo strumento più opportuno”.
Messaggio distensivo e che segue anche la linea indicata dal Quirinale e quella auspicata dalla Lega, ma che ancora punta i fari sul Consiglio dei ministri di venerdì: “Ci sono 70 ore per trovare l’armonia con le Regioni”, aveva aggiunto infatti il Cavaliere. Tre quarti d’ora dopo, il ministro per gli Affari Regionali Raffaele Fitto, con a fianco Errani e il numero uno dell’Anci Leonardo Domenici, spiegano però che tutto è stato rinviato alla settimana successiva: “Due o tre giorni” rassicura il ministro “non sono determinanti. E’ molto più importante che si giunga ad una piattaforma comune”. Obiettivo che questa mattina era ancora lontano.
Regioni, province e comuni non hanno fatto mistero di aver ricevuto la bozza di decreto legge e di non apprezzarla: di fronte a un atteggiamento intransigente avrebbero manifestato altrettanta rigidità , fino a rischiare di creare il caos: “Stiamo cercando di lavorare per fare in modo che non ci possano essere contrasti o impugnazioni” aveva riconosciuto Berlusconi “alla Corte costituzionale”. Una eventualità che inoltre vanificherebbe completamente l’accelerazione impressa dal governo con il decreto legge.
Ostacolo al quale si somma l’altolà della Lega: “Ieri ho detto a Berlusconi” racconta il leader del Carroccio Umberto Bossi “che molte Regioni, come la Lombardia, hanno già un piano casa e quindi è meglio trovare un accordo con le Regioni per evitare scontri e Berlusconi ha aperto”. La discussione che si è aperta non fa però retrocedere il premier di un millimetro dalla convinzione che si tratti di un progetto giusto e urgente perché interessa gli italiani ed è in grado di aiutare l’economia del Paese: “Il provvedimento sulla casa” dice “riguarda quasi il 50% delle famiglie italiane”. E a sera, da Napoli, interviene di nuovo per chiarire che non vuol fare passi indietro.
Ma non solo. Il presidente del Consiglio rilancia anche un altro cavallo di battaglia, quello delle cosiddette “new town” e di cui il piano per l’edilizia popolare già messo a punto è il primo tassello: una promessa della campagna elettorale che ora vuole onorare. D’accordo anche le Regioni, che hanno convenuto la convocazione di un tavolo ad hoc.
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Intorno al piano casa scoppia e sale la polemica. La riunione della Conferenza unificata si preannuncia accesa, con i governatori che si presentano uniti nel dire no al decreto e Berlusconi pronto ad assicura che “il disegno circolato non è quello a cui avevo già lavorato”. Il premier ha spiegato ieri che il “decreto o ddl che sia, si fermerà alle case mono e bifamiliari e alle costruzioni da rifare dopo che queste saranno demolite” e non riguarderà “gli immobili urbani”.
Il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani (governatore dell’Emilia Romagna), ha più volte sottolineato come il decreto abbia “chiari profili di incostituzionalità ”, perchè rende immediatamente operative in tutta Italia norme di competenza concorrente delle Regioni. Il rischio, secondo Errani, è che si apra un conflitto istituzionale. Molte Regioni, quelle di centrosinistra, chiedono il ritiro del decreto e minacciano il ricorso alla Corte Costituzionale.
A confermare che il piano del Governo sia “solo una bozza”, ci pensa Raffaele Fitto. Il ministro per i rapporti con le Regioni, in due interviste ai quotidiani Il Messaggero e Libero, chiudendo la polemica su un presunto scontro tra il Governo e il Quirinale: “Io della lettera non so nulla. Di certo non c’è e non ci sarà alcun rischio di contrasto né con il Quirinale, né con i presidenti di Regione”. “Sono sicuro che troveremo un punto di convergenza”, dice il ministro, che avverte: “Non ha proprio senso andare allo scontro”.
Fin qui le polemiche. A spulciare invece tra le cifre ci ha pensato la Cgia: con il progetto del governo dovrebbero essere creati 745.000 nuovi posti di lavoro. Secondo gli artigiani di Mestre, dunque, l’impatto occupazionale dovuto all’applicazione del piano casa potrebbe creare, chiaramente in più anni, almeno 745.000 nuovi addetti. E uno su tre potrebbe essere straniero dal momento che il settore delle costruzioni è ad alta concentrazione di lavoratori non italiani.
Nei giorni scorsi la Cgia di Mestre ha infatti stimato che l’applicazione su tutto il territorio nazionale del provvedimento allo studio del Governo in materia di ristrutturazione ed ampliamenti dell’edilizia residenziale privata dovrebbe dar origine ad un giro di affari di 79 miliardi di euro. “Partendo da questo assunto” si legge in una nota - si è analizzata la serie storica della produttività per addetto del settore casa e di tutta la filiera registrata negli ultimi anni arrivando a stimare, alla luce del nuovo impatto economico, nuovi addetti per 745.000 unità ”.
Quali professionalità saranno richieste? “In primo luogo” commenta Giuseppe Bortolussi della Cgia “sono muratori semplici, capi cantiere e progettisti nella misura complessiva di 350mila unità . In secondo luogo gli installatori di impianti elettrici per circa 104.000 unita’ e a seguire gli idraulici con altri 79.000 nuovi posti di lavoro. Altri 69.000 saranno figure generiche e 27.000 unità riguarderanno sia gli imbianchini e posatori di vetrate sia gli installatori generici (come i bruciatoristi)”.
Essendo il settore delle costruzioni ad alta concentrazione di lavoratori non italiani, “ipotizziamo”, prosegue la Cgia “che almeno un terzo di questi 745.000 nuovi posti di lavoro saranno occupati da maestranze straniere. Sia chiaro” precisa Bortolussi “la nostra stima è stata realizzata presupponendo che tutte le Regioni italiane adotteranno questo provvedimento e che le nuove assunzioni avverranno secondo le disposizioni di legge oggi in vigore”.
Ecco perché l’incontro di mercoledì è fondamentale. Ecco perché il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni le ha tentate tutte, riuscendo a coivolgere il premier Berlusconi, il preseidente Errani e il sottosegretario Gianni Letta, in un fitto colloquio a bordo del Frecciarossa Milano-Roma…
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“Sogno un D-day della casa il 25 settembre prossimo. In quel giorno, 1 milione di cittadini, diventeranno proprietari di immobili degli ex Iacp”. Il ministro per l’Innovazione e la Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, ha un progetto per “resuscitare il capitale morto degli istituti autonomi delle case popolari”.
Lo spiega in un’intervista a Panorama, sul numero in edicola da venerdì 13 marzo. L’obiettivo: risparmiare sulle spese di gestione di un patrimonio immobiliare che non rende e liberare risorse per fare investimenti su tutto il territorio nazionale.
“Questo progetto può essere operativo da subito. Non occorre inquadrarlo in una legge. È possibile vendere in tempi rapidi a prezzi contenuti, fissando il costo in base al patrimonio familiare: lo prevede già la Finanziaria del 2006. Quando regioni, province e comuni, alieneranno il loro capitale morto potranno attivare investimenti su tutto il territorio pari a 30 miliardi di euro. Solo le case degli ex Iacp sono 1 milione, a queste se ne potrebbero aggiungere un altro milione di proprietà dei comuni”.
Unico problema: gli inquilini morosi. Chi non paga l’affitto onorerà le rate del mutuo? Risponde Brunetta: “Sono convinto di sì. Inoltre saranno gli stessi condomini a vigilare che ogni residente si faccia carico almeno delle spese comuni. D’altronde il valore dei canoni non pagati è impressionante: 135 milioni di euro, circa il 30 per cento del totale. Per questo è urgente un intervento shock”. Che non riguarderà invece, dice sempre Brunetta a Panorama, gli immobili di proprietà dello Stato: “Per vendere le proprietà statali ci vuole una legge specifica. Vendendo caserme, terreni e immobili attualemnete abbandonati lo Stato potrebbe finanziare la ristrutturazione di scuole, università e musei”.
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Potenza dell’antipolitica? Il pungolo di Beppe Grillo e della sua legge di iniziativa popolare contro i costi della Casta? O feeling di vecchia data?
La si metta come si vuole ma la “strana coppia” Fini-Di Pietro è oggi comparsa sulla scena della politica italiana nel corso di una affollatissima conferenza stampa in un hotel a due passi da Montecitorio. In comune i due hanno detto di avere un progetto.
Un progetto di legge, per la precisione, per abbattere drasticamente il numero dei rappresentanti in comuni, province e regioni; ridurre i parlamentari e i membri del governo (massimo 12 ministri con portafoglio e 5 senza); chiudere Sviluppo Italia spa e sopprimere le comunità montane; regolare con una legge l’attività di partiti e i sindacati in modo da aumentarne la trasparenza. Risparmio ottenuto? Pari a 200 milioni di euro, sostengono i due.
Che il presidente di An e il leder dell’Idv la pensino, su molte cose, alla stessa maniera, non è una novità . La vicinanza tra i due risale i tempi di Mani Pulite, quando Tonino faceva ancora il magistrato del pool di Milano e l’Msi di Fini (An non c’era ancora) non disdegnava di sostenere le mosse dell’ex poliziotto molisano. Per non parlare, in tempi più recenti, delle materie a entrambi care: la sicurezza dei cittadini, la legalità , il no all’indulto, il referendum elettorale.
Oggi, però, seduti allo stesso tavolo, Fini e Di Pietro hanno fatto qualcosa in più, presentando il progetto di legge Misure per favorire il contenimento della spesa degli organi istituzionali e la trasparenza delle attività della rappresentanza politica, sindacale e di relazione istituzionale, che ha lo scopo di rispondere all’ondata di indignazione che percorre il paese. “Il nostro obiettivo? Ridurre i costi della politica e inserire i sindacati in un quadro con doveri e non solo diritti”.
Se Di Pietro non lo dice apertamente, Fini non fa mistero di voler rispondere con questa iniziativa traversale anche a Beppe Grillo: “Al di là delle proteste di piazza di qualche comico, esiste nel paese un clima di ostilità crescente nei confronti dei partiti e nelle istituzioni, molto più grande di quanto il Palazzo immagini”.
E se vedere l’ex pm seduto accanto a Fini potrebbe aver confuso qualcuno, il ministro delle Infrastrutture non ha tardato a dare rassicurazioni: “Sono leale al mandato elettorale. Ma dico che venticinque ministri e 102 membri del governo sono troppi e sono stati sicuramente l’occasione per sistemare qualcuno. Se Prodi ne ha il coraggio bisogna sfoltire. Ed io sono pronto a rinunciare al mio posto alle Infrastrutture per un accorpamento con i Trasporti”.
Cioè: Di Pietro è pronto a dimettersi? No, almeno per ora: “la questione non si pone in questi termini. L’ultima parola spetta a Prodi”.
In attesa di quella del premier, la parola l’ha presa Clemente Mastella che, anche se indirettamente, ha così risposto al progetto comune An-Idv: “Non so se i politici siano pagati troppo, probabilmente un po’ meno del giusto”, ha detto il ministro della Giustizia parlando a un convegno di magistrati. Un’opinione coraggiosa, in tempi di crociate anti-casta. Ma il Guardasigilli ha parlato tutto rinfrancato sia dalle recenti carinerie di Beppe Grillo, sia dalla buona notizia che la Polizia postale ha richiesto l’oscuramento del blog Mastellatiodio.blogspot.com, sia dalla sensazione che d’ora in poi sarà il suo collega (e avversario) Tonino il maggior sospettato di fare da cavallo di Troia per l’opposizione…
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