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Iscritti, tessere e correnti: sorprese e misteri in casa Pd

Iscrizioni al Pd

Il congresso del Partito democratico non finisce di stupire.
Sembrava che la palma del (presunto) tesseramento gonfiato (almeno questo era il timore di Ignazio Marino, uno dei cinque runners in corsa per la poltrona di segretario) dovesse andare ai campani, invece, calcolando la percentuale degli iscritti rispetto ai voti andati al Pd alle elezioni del 2009, la Campania (dove il Pd ha preso il 19 per cento dei voti) è al terzo posto, con un rapporto di 12,3 tessere ogni 100 votanti.

Vince la Calabria, invece, dove sono state registrate 17 tessere ogni 100 elettori, mentre la rossa Emilia-Romagna arriva solo a 11 su 100. Più indietro ancora la Toscana, con un rapporto di 7 a 100. Seconda è la Basilicata, con una percentuale di 13,4 iscritti ogni 100 elettori. Proprio qui si sta verificando un caso unico.
Per l’area di Pier Luigi Bersani i candidati alla segreteria regionale sono due: Salvatore Adduce, ex parlamentare, e Roberto Speranza, dirigente locale ed ex presidente nazionale della Sinistra giovanile. Insomma, misteriosamente, ora si dividono pure le correnti.

MULTIMEDIA: Candidati, pedine e alleanze. Con chi stanno i big del Pd - LEGGI ANCHE: Finocchiaro & C: i non allineati del Pd in campo per salvare il partito (da se stesso)

Il fegato di Marino: Per il Pd malato ci vuole il mio bisturi

Ignazio Marino

di Laura Maragnani

Ma chi gliel’ha fatto fare? Glielo chiede sempre anche sua moglie. “È un pazzo” dice infatti la signora, con un sorriso, mentre carica la lavastoviglie. E lui: “Anche mia figlia è contrarissima. Per non parlare di mia madre”. “Ma quando Ignazio si mette in testa un’idea…” sospira la moglie.
Ignazio Marino è senza dubbi uno che ha fegato. Dopo averne trapiantati 650 ha deciso che il suo, di fegato, serve per rompere gli schemi del Partito democratico. Così il 3 luglio ha sfidato Dario Franceschini e Pier Luigi Bersani, più il giovane Mario Adinolfi, per la segreteria del Pd. Battuta scontata: serve proprio un chirurgo per salvare il partito? Lui, serissimo: “Sarcasmo inutile. Qui c’è solo da rimboccarsi le maniche e dire: siamo qua, questi sono gli obiettivi, questa è la nostra tabella di marcia. Un partito a cosa serve, se non a organizzare in modo più moderno la vita di un paese?”. Marino, la carta a sorpresa delle primarie (qui Guarda la GALLERY: protagonisti e sponsor della corsa a leader del Pd), è sposato dal 1990 con Rossana, ex infermiera al Policlinico Gemelli, e padre della liceale Stefania, adottata in Colombia. È nella capitale da tre anni, ma fa ancora il marziano a Roma. Niente salotto dunque, l’intervista si fa in cucina. Piatti, forchette, tovaglioli, fogli e appunti dappertutto. C’è pure un gatto che si chiama Napoleone.

Ma una sede non ce l’ha?
In via della Lega Lombarda, a due passi dalla Stazione Tiburtina.
Un po’ fuori mano.
Franceschini infatti ha la sede in via del Tritone. Bersani in piazza Santi Apostoli. Certo non una zona delle più popolari di Roma, in quanto ad affitti. (Risata). Noi potesse arrivare in autobus, in treno, in macchina. In centro come ci arrivi, se non hai l’auto blu?
L’apparato del partito da una parte, l’outsider dall’altra. È questo lo scenario?
Guardi che io sono uno dei fondatori del Pd, non un outsider ignoto.
Tessera numero?
Nessun numero.
Bizzarro…
Le tessere dell’autobus hanno un numero, quelle del Pd no. Ma come si fa a contare delle tessere che non sono numerate?
Sospetta?
In alcuni posti, come a Napoli, ci sono più tessere che elettori.
La sua campagna per il tesseramento?
So che centinaia, migliaia di persone stanno chiedendo la tessera per sostenere la mia mozione. Ma i circoli spesso sono chiusi. Oppure non hanno le tessere. Oppure… Posso farle vedere centinaia di email. A Roma una signora ha girato inutilmente tre circoli. Da Milano mi hanno scritto che per l’iscrizione gli hanno chiesto 100 euro. Ma il partito non aveva stabilito 15? Mi viene il dubbio che si voglia scoraggiare le persone a iscriversi.
E a sostenere lei.
Se riusciamo a raggiungere il 5 per cento dei voti al congresso, le primarie le vinceremo noi. Sicuro. E cambietestaremo questo Paese.
Biografia del possibile segretario?
Genova, 10 marzo 1955. Pesci ascendente Sagittario. Primogenito, due sorelle.
Famiglia?
Siciliana e contadina. Papà voleva fare l’ingegnere navale e il nonno disse: “Ti pago l’università per un anno. Se non ci riesci, torni e fai il fabbro”.
Ce l’ha fatta. È stato assunto all’Ansaldo. Scuole?
A Genova fino alle medie. Poi Roma, liceo classico: shock culturale. Un’altra cosa rispetto a Genova, dove la sera alle 10 non c’era un’anima in giro perché alle 6 del mattino tutti andavano a lavorare.
E Roma?
Il ‘68, la politica. Andavo alle manifestazioni, come tutti, e avevo il poster del Che in camera. Ma ero negli scout. E mi interessava studiare.
Università?
Cattolica, Policlinico Gemelli. Al secondo anno ho chiesto di entrare a chirurgia. Volevo fare i trapianti.
Perché?
La mia è la generazione dello sbarco sulla Luna, 1969, e del primo trapianto di cuore di Christian Barnard, 1967. Mi affascinava, e mi affascina, l’idea della tecnologia applicata alla cura degli umani.
L’ultimo trapianto?
Agosto 2006, subito dopo l’elezione a senatore. Il trapianto richiede disponibilità e presenza continue, io non potevo più garantirle.
L’ultimo intervento?
Il 3 luglio, a Verona: lesione al fegato. Quello stesso giorno ho deciso di candidarmi alla segreteria del Pd. Adesso, per la prima volta in vita mia, sospendo di operare. Dopo il 25 ottobre si vedrà.
Pensa di smettere?
No. Uscire dalla sala operatoria e ricevere l’abbraccio di un figlio o di una moglie è una gratificazione per me insostituibile. E poi serve a tenere un aggancio con la realtà. In chirurgia non ti puoi raccontare storie. Ti poni degli obiettivi e sai presto se li hai raggiunti.
Lei li ha raggiunti?
A 37 anni dirigevo l’unico centro trapianti del governo americano. Ero un extracomunitario, oltretutto. Ma in America i meriti sono valutati con lealtà e trasparenza, mentre qui la cultura del merito non esiste. Ed è gravissimo: se noi ai giovani togliamo il merito, uccidiamo la loro speranza. Uccidiamo il Paese. Ma oggi in Italia conta più chi conosci di quello che sai fare.
Anche lei non sapeva niente di politica, quando nel 2006 Massimo D’Alema le propose di candidarsi.
D’Alema e Giuliano Amato: hanno molto insistito entrambi. Mia moglie e mia figlia erano contrarie. Ma io già collaboravo con Italianieuropei e sentivo che in Italia c’era bisogno di smuovere qualcosa.
E cosa ha smosso?
Nel luglio 2006, da presidente della commissione Sanità, ho presentato il primo disegno di legge sul testamento biologico.
Gli italiani infatti la conoscono per le battaglie sul caso Englaro e sulla bioetica. Bastano?
Nel 2006 sono riuscito anche a far passare in Finanziaria il principio che il 10 per cento dei fondi per la ricerca venga assegnato da una commissione internazionale di scienziati sotto i 40 anni. Nel 2008 la presidente era una biologa molecolare della North West University di Chicago. E quella commissione ha valutato 1.720 progetti di ricerca, assegnando 16 milioni ai migliori 26. Questo per l’Italia è una rivoluzione, o no?
I vincitori voteranno per lei?
Non ci scherzi. Alla nostra mozione sta lavorando gente in tutto il mondo. I piombini come Pippo Civati e Ivan Scalfarotto, i ricercatori della Bocconi e della London school of economics, insieme a magistrati come Felice Casson e a decine di circoli, elettori, consiglieri comunali.
Ancora non ha risposto. Chi gliel’ha fatto fare?
Il senso del dovere un po’ genovese? La nascita del Pd è stata straordinaria. L’entusiasmo, la voglia di cambiare. L’Italia ha un bisogno disperato di cambiamento.
E il Pd l’ha tradita?
Franceschini e Bersani sono preparatissimi, ma ostaggio di correnti e capocorrenti che conosce anche il mio ortolano. E ogni capocorrente lavora per difendere la propria fetta di potere.
Anche la mozione Marino ha le sue correnti: i piombini al Nord, Goffredo Bettini e l’apparato a Roma…
Ma ci si siede tutti a un tavolo e si discute; da lì in poi si procede compatti. Se l’immagina una sala operatoria dove, quando si apre la pancia del paziente, i vari chirurghi (magari uno si chiama Franceschini, uno Francesco Rutelli, uno Bersani, uno Paola Binetti, e chi più ne ha ne metta) ficcano le mani dove gli pare?
Torniamo all’allegoria del Pd moribondo?
Oggi il Pd è paralizzato dai contrasti fra i leader. E nessuno ascolta i milioni di cittadini che lo hanno fondato.
Per questo perde voti?
Se lei è azionista di una società i cui amministratori pensano solo a migliorare la propria posizione, e non a darle dividendi, non venderebbe le sue azioni? In Italia abbiamo 860 mila richieste per una casa popolare. Le risulta che il Pd ne abbia fatto una priorità? Sa che ogni anno 1 milione di italiani emigra al Nord per sottoporsi a cure che paga di tasca propria, alla faccia del diritto alla salute uguale per tutti?
Un altro esempio.
Il ritorno al nucleare. C’è il premio Nobel per la fisica, Carlo Rubbia, che dice: “Non esistono sistemi sicuri di stoccaggio delle scorie”. È un problema che lasceremo ai nostri figli e nipoti e bisnipoti. Sono contrario. Oltretutto il governo ha deciso i siti senza ascoltare i cittadini. Il Pd avrebbe dovuto fare un’opposizione molto più rigorosa e severa.
Basta con l’antiberlusconismo?
In Italia vedo una maggioranza che non si riconosce nei principi di vita di Silvio Berlusconi. Ma a questa maggioranza va spiegato, e bene, che cosa pensa il Pd. Senza contraddizioni, senza balbettamenti. Ci vuole un metodo assolutamente nuovo.
Chirurgico?
Ci vuole la riunione della segreteria alle 7 del mattino, per fare il punto con i responsabili delle aree strategiche. Ci vuole gente competente, non scelta solo perché appartiene alla tale corrente. Anche nel Pd c’è bisogno di merito.
E di alleanze?
Non sono così ingenuo da pensare che il Pd, anche con Marino segretario, domani raggiunga il 51 per cento dei voti. Avrà bisogno di alleati. Ma anche qui vorrei un approccio chirurgico: c’è un programma e in base a quello chiedi chi ci sta e chi no. Vorrei poter presentare la squadra di governo prima del voto.
Ma il Pd si sta consumando in ben altri calcoli: con Pier Ferdinando Casini o con Rifondazione? Coi radicali o con Sinistra e libertà?
Non mi interessa. Noi non abbiamo fatto campagna acquisti.
Non vorrebbe neppure Antonio Di Pietro?
Di Pietro ha ragione da vendere quando dice no ai condannati in Parlamento. Anch’io voglio ridurre i parlamentari e i costi della politica. Ma non condivido i suoi attacchi a Giorgio Napolitano: il presidente della Repubblica non può essere messo in discussione.
Se non arriva al 51 per cento alle primarie, a chi darà il sostegno?
So che ci sono delle voci, messe in giro con molta cattiveria.
Che dietro a Marino in realtà ci sia D’Alema, per indebolire Franceschini e rafforzare Bersani?
Non mi sono candidato per tattica. Né sono qui a lavorare, da giorni, per scrivere una mozione che faccia da merce di scambio.
Smentisce?
La nostra non è un’operazione di così corto respiro. Se non arriviamo al 51 per cento, sintetizzeremo il programma in una decina di punti irrinunciabili: chi li sposa avrà il nostro appoggio. Ma non accadrà.
Vincerà le primarie?
Dipende da quante tessere fanno a Napoli e in Calabria.

Veltroni battezza Youdem, la tv del Pd: vecchi temi con strumenti nuovi

Walter Veltroni
Pronto a tutto pur di risalire la china. Pronto anche a stupire. Via web e via cavo.
Insomma, è pronto per la tv. Quella inaugurata oggi (data simbolo: a un anno dalle primarie) dal leader Pd Walter Veltroni. Lo aveva annunciato e ora è realtà. Si chiama Youdem.tv: raggiungibile in rete e all’interno del palinsesto Sky (canale 813).

Pronto a stupire Veltroni, in versione piccolo schermo: si inizia con il “buongiorno” di Barack Obama, il videomessaggio di Piero Fassino (”Quando in una famiglia arriva un nuovo nato è un momento di felicità”), i consigli di Gianni Ippoliti. Ma soprattutto c’è l’”in bocca al lupo” di Massimo D’Alema: “In un panorama così sconfortante quando si sfogliano le televisioni, credo sia importante che ci sia una voce nuova, diversa e incisiva per arrivare ai più giovani”. Recita così il benvenuto di “Baffino,” l’antagonista per eccellenza di Walter. Soprattutto in questa nuova sfida a 15 pollici: l’ex ministro degli Esteri dovrà infatti attendere il 4 novembre perché la sua Red Tv apra i battenti e collabori con la tv di Walter per testimoniare della concordia ritrovata, dopo mesi di attriti su chi dovesse portare in video l’identità democratica.

Ci tiene a stupire l’ex sindaco di Roma. Usando la nuova tv (sarà, ha detto il segretario, una social tv: “Diversa dalle tradizionali televisioni generaliste perché è fatta da quelli che la vedono. I video mandati dalla gente saranno parte della comunità virtuale e alcuni entreranno nei palinsesti”), per parlare della vecchia: sullo sfondo verde - il colore principale del partito - oltre che di crisi finanziaria, Walter nella prima intervista butta lì, rivolto alla maggioranza: “Ci dicano oggi qual è il loro candidato alla Corte costituzionale e noi siamo pronti a votarlo. E loro a questo punto votino Leoluca Orlando (alla vigilanza Rai, ndr), così in 24 ore la situazione si sblocca”.
Il Pd è entusiasta (non potrebbe essere diversamente) del nuovo mezzo: un modo per raggiungere gli elettori, soprattutto quelli più giovani. Dove non possono assemblee, dibattiti e congressi ci proverà la rete: dicono dal partito che la web tv ha già registrato l’adesione di circa 8mila persone e di circa 300 video provenienti dagli utenti. Perché non sono i grandi nomi dell’intellighenzia rossa il vero obiettivo di Veltroni.
Lui spera, piuttosto, di arrivare ad avere numerosi corrispondenti Youdem in tutti i Comuni d’Italia: “Ognuno che ha la telecamera può mandare i propri video e avere la possibilità di farli vedere su Sky”. Un progetto ambizioso, “2.0″, dinamico quello del leader. Che, non essendo ancora riuscito a realizzare un partito “flessibile e liquido”, punta ad avere almeno una tv “fatta dal basso, di apertura: una televisione orizzontale e non verticale”, specifica il segretario, citando anche la sua pagina sul social network Facebook, in cui conta 9.000 amici. Questo - ovviamente - non impedirà al segretario di tenere un appuntamento fisso giornaliero: ogni mattina tra le 10.20 e le 11 Veltroni sarà in diretta. Accanto a lui, comunque, ci saranno: i giornalisti Michele Serra, Concita De Gregorio e Stefano Menichini; l’economista Tito Boeri; gli scrittori Andrea Camilleri e Sandro Veronesi.

Il sogno di una televisione di partito è sempre stato caro a Veltroni. Ora ci gioca la faccia. Dopo aver perso il legame con la piazza, il leader del Pd cerca insomma di recuperare il terreno perduto con i nuovi media. Una scommessa importante, tutta politica: “Useremo la tv per commentare l’attualità e non faremo sconti dal punto di vista dell’opposizione in video, ad esempio denunciando gaffe del premier che altrove diventano irrilevanti”, ha confermato il responsabile Comunicazione Paolo Gentiloni.
Posta in gioco alta. Pari al modello da seguire: quello già intrapreso da Al Gore con Current Tv. Ai naviganti-spettatori, la sentenza, dunque. Il progetto multimediale è nuovo, flessibile e orizzontale. Ma si “spegne” allo stesso modo delle televisioni vecchie, verticali e generaliste: con un clic del telecomando o del mouse

Il VIDEO dell’anteprima da YouTube:

L’alleato Di Pietro e l’avversario Berlusconi: ecco i nuovi bersagli di Veltroni

Walter Veltroni

Tensione alle stelle, a sinistra. Continuano a stuzzicarsi gli alleati dell’opposizione. Comincia il segretario del Pd, Walter Veltroni, a scagliarsi contro il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro: “Considero le sue critiche al Presidente Giorgio Napolitano quanto di più inaccettabile. Napolitano sta garantendo il rispetto della Costituzione e delle regole, mai animato da spirito di parte e con una scrupolosa coscienza del ruolo di custode e di garante che gli è assegnato dalle norme costituzionali. Ogni attacco a lui, perciò, appare cieco e strumentale”.
La risposta dell’ex pm non tarda ad arrivare: “Veltroni deve intervenire per invitare tutte le parti a risolvere il problema, non a prendersela con chi segnala il problema”, dice il leader dell’Idv, intervistato da Radio Radicale. “Veltroni dovrebbe sapere che bisogna prima informarsi e poi pesare le parole” dice Di Pietro. “Ho detto e ribadisco che la Corte Costituzionale non può lavorare nel pieno delle sue funzioni perché manca un giudice da un anno e mezzo e il parlamento non lo elegge perché i partiti non si mettono d’accordo in modo lottizzatorio sul suo nome. “Io ho rivolto un accorato appello al presidente della Repubblica” continua Di Pietro “affinché, con interventi formali e non solo con pii auspici, il Parlamento si assuma le sue responsabilità. Se tutti si sentono offesi è perché hanno la coda tra le gambe, non possono rispondere nel merito e devono attaccare nella forma per sfuggire al merito. Allora un capo dell’opposizione, pure se si chiama Veltroni” conclude “deve intervenire per invitare tutte le parti a risolvere il problema”.
L’attrito fra Veltroni e Di Pietro, a dire il vero non nasce oggi. Anzi. Cominciarono i dissidi subito dopo le elezioni, con la decisione dell’Idv di non fondersi nel gruppo parlamentare dei dei democratici. Scegliendo un’opposizione più diretta, intransigente, barricadera. Su ogni tentativo di dialogo (dalla riforma elettorale, alla giustizia) tra Pdl e Pd, il leader dell’Idv aveva da ridire. Sulla petizione democratica “Salva l’Italia”, il leader Idv ebbe a dire: “La loro è un’opposizione di facciata, la nostra un’opposizione vera
Ancora, sulla vicenda Alitalia: “Noi ci stiamo battendo in Senato” perché il decreto che palazzo Madama sta esaminando “è pieno di norme incostituzionali. Noi abbiamo già presentato una pregiudiziale di costituzionalità, mentre il Pd invece si astiene. E questo sarebbe fare l’opposizione?”.
Col tempo, insomma, Di Pietro ha finito per essere il vero problema di Walter Veltroni: è con lui che il segretario del Partito democratico ha dovuto fare i conti. L’ex pm si è rivelato un concorrente vero, il solo che, dopo la scomparsa in Parlamento dei gruppi radicali, può rubargli la scena e di conseguenza i voti, sull’onda dell’antiberlusconismo. Perciò Veltroni è costretto a inseguire il leader dell’Italia dei valori in battaglie cui probabilmente rinuncerebbe volentieri. Compresa quella di denunciare, a mezzo stampa, il “pericolo per la democrazia” rappresentato dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi (lo ha fatto domenica con un’intervista al Corriere della Sera e poi di nuovo sul Corsera con una lettera aperta)
Peraltro, lo scontro tra Pd e Idv non si limita alla Vigilanza Rai e alla nomina del portavoce nazionale dell’Italia dei Valori Leoluca Orlando. Lo stesso Antonio Di Pietro ai giornalisti che chiedono un commento alla lettera dell’ex sindaco di Roma al Corriere, risponde deciso: “Veltroni dice oggi quello che noi diciamo da tempo: adesso mi chiedete se sono d’accordo con quello che io stesso e l’Italia dei Valori denunciamo fin dall’inizio? L’Idv sta facendo un’opposizione coerente, cosa che non sta facendo il Pd, che fa l’opposizione del giorno dopo”.
Un botta e risposta da veri ex alleati. Chiosato dall’intervento, tra gli altri, del senatoreMarco Follini, responsabile del Pd per le politiche dell’informazione. E viene facile allora al presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, commentare così: “Di Pietro attacca in maniera indegna il presidente della Repubblica e Veltroni deve a sua volta attaccare Di Pietro. Abbiamo la conferma del caos che c’è nelle opposizioni. E di fronte a questo caos” aggiunge Gasparri “noi dovremmo scegliere come elemento di garanzia un esponente del partito di Di Pietro che anche ad avviso di Veltroni non rispetta le istituzioni? Ma di che cosa stiamo parlando?”.

Giustizia: scudo per le alte cariche. Pd disponibile, Di Pietro insorge

Il voto in Senato sulla sicurezza

Passa al Senato la norma “blocca- processi”, il governo si prepara al ddl “lodo-bis” per garantire l’immunità alle alte cariche dello Stato, in Giunta per le elezioni a Palazzo Madama viene respinta la proposta di arresto per il senatore Pdl Nicola Di Girolamo. Insomma, l’esecutivo tira dritto. E l’opposizione si spacca.

Nel giorno della prima fiducia chiesta dal governo Berlusconi sul decreto fiscale (dopo 47 giorni dal giuramento), succede che il braccio di ferro tra Italia dei Valori e Pd finisca in lite. E che, sul decreto rifiuti, la minoranza si divida in tre: voto a favore dell’Udc, astensione del Pd, no dell’Idv.

Ma è la giustizia il cuore dello scontro tra Antonio Di Pietro e i Democratici. “Un problema gravissimo di alleanze”, dice l’ex pm di Milano, mettendo insieme il no all’arresto del senatore all’estero che non risiedeva in Belgio (Di Girolamo, appunto) e le parole di Anna Finocchiaro che considera una “apertura” del Pd al ‘lodo Schifani’ (”inopportuno per un premier, ma nessuna pregiudiziale”). “Ci dicano se vogliono fare la ruota di scorta a Berlusconi. Noi abbiamo chiesto voti per essere alternativi al Cavaliere. Se loro non sono d’accordo, non possiamo essere alleati”, attacca Di Pietro. E chiede “un immediato chiarimento pubblico”.
Chiarimento che non arriva. Anzi. Antonello Soro, capo dei deputati del Pd, risponde per le rime. Le parole di Di Pietro sono “inaccettabili”, troppo “sopra le righe”. Il Pd non farà regali a Berlusconi né accetterà di votare leggi ad personam, dice il capogruppo, ma “nessuno ha dato a Di Pietro la patente per misurare il rigore dell’opposizione del Pd e l’ex pm non si rende conto del regalo che fa lui al Cavaliere quando fa il massimalista e “scambia il tono della voce con la profondità del pensiero”.
Ma l’Idv ha scelto la strada dell’opposizione a tutti i costi e lo strappo con i veltroniani si ripropone più volte durante la giornata. Dal decreto rifiuti (no dipietrista, astensione Pd), alla conferenza dei capigruppo della Camera che il capogruppo di Idv Massimo Donadi abbandona dopo una lite solitaria con il collega del Pdl Fabrizio Cicchitto. Di Pietro sembra insomma alzare ogni giorno di più il prezzo dell’alleanza. E Veltroni non intende inseguirlo. Il segretario democratico, durante un incontro con i senatori, ha ribadito la linea di un’opposizione costruttiva, ma ferma nei principi.

L’immunità per le più alte cariche dello Stato, per il Pd, non è uno scandalo in sé, ma non è opportuno, come ha detto la Finocchiaro in aula, che un premier la chieda per sé e subito. Inoltre, ogni confronto va ancorato a condizioni precise, tra cui ad esempio che il lodo sia previsto da una legge di rango costituzionale e che comunque valga dalla prossima legislatura.
Paletti che Berlusconi certo non può accettare. E che riavvicinano, malgrado tutto, anche Pd e Idv.

La marcia indietro di Veltroni: dal partito liquido a partito radicato

Il segretario del Partito Democratico, Walter Veltroni (S), parla con Dario Franceschini, suo vice | Ansa

Vade retro, partito liquido. E viva il partito del radicamento. Che, fino a prova contraria, è il frutto di un lavoro paziente e tenace compiuto dalle nomenklature locali. Così ha detto Walter Veltroni giovedì pomeriggio (alla vigilia del tanto “chiacchierato” primo vertice con il premier Silvio Belrusconi), aprendo la seduta della Direzione del Pd dedicata all’analisi della sconfitta elettorale.
Ottimo proponimento, soprattutto alla luce del grande successo leghista, ottenuto anche grazie alle candidature in massa di giovani e capaci amministratori locali. Peccato però che a pronunciare queste parole sia stato lo stesso segretario che ha preparato le liste elettorali del partito per il voto di aprile. Dove tutto si poteva trovare, tranne il radicamento. Carta (elettorale) canta.

Sulle 27 circoscrizioni nelle quali è divisa l’Italia per l’elezione della Camera, in 14 (quindi in più della metà), in cima alla lista del Pd è stato installato un personaggio che o proveniva da tutt’altra realtà, oppure che nulla aveva avuto a che fare, fino alla graziosa offerta veltroniana, con i faticosi travagli della politica. In Piemonte 2 è stato paracadutato il veneto Luigi Bobba, in Lombardia 3 il sardo Antonello Soro, in Veneto 1 la toscana Rosi Bindi, in Friuli-Venezia Giulia il piemontese Cesare Damiano, il Liguria la romana Giovanna Melandri, in Toscana l’emiliano Dario Franceschini, in Abruzzo la piemontese Livia Turco, in Campania 1 il romano-pugliese Massimo D’Alema, in Sicilia 1 il laziale Giuseppe Fioroni. In altre tre circoscrizioni il capolista è stato pescato tra illustri sconosciuti della politica.
È il caso della prima e seconda circoscrizione del Lazio, regalate rispettivamente alla ricercatrice Marianna Madia e all’ex segretario generale del Csm Donatella Ferrante, e alla Sicilia 2, dove il numero uno è stato il ricercatore di diritto del lavoro Giuseppe Beretta.

In altre due circoscrizioni, Veltroni ha addirittura consegnato la testa di lista a esponenti dell’imprenditoria, che semmai fino a quel momento erano stati controparti sociali rispetto alla base del Pd: a Massimo Calearo in Veneto 1 e a Matteo Colaninno in Lombardia 1.
Adesso, dopo avere umiliato i “radicatori” con liste di questo tipo, dal segretario arriva disinvoltamente il contrordine. Basterà?

(S.B.)

Veltroni sempre più solo. Di Pietro gela l’ex sindaco: Non mi sciolgo nel Pd

Antonio Di Pietro, leader dell'Idv | Ansa
Andare solo. Restare solo. C’è differenza.
E in mezzo passa il dopo voto del Pd. Prima correre in solitario era l’imperativo di Veltroni. Ora è anche per scelta altrui. Abbandonato, mercoledì 16 da Romano Prodi. Lasciato, giovedì 17 anche dall’alleato Di Pietro. No, certo, nessun tradimento. L’Idv resterà fedele al Pd (che però intanto guarda con interesse all’Udc, e non solo in chiave romana); solo che non confluirà - come ampiamente detto, ridetto e promesso in campagna elettorale - nello stesso gruppo parlamentare.
Almeno queste sono le intenzioni del partito di Di Pietro: dar vita a un gruppo autonomo, senza però dare “strappi all’alleanza con il Pd”. A meno che i Democrats, se vogliono fare i gruppi parlamentari unitari con l’Idv (alla Camera e al Senato), non rispettino alcune condizioni. Basilari: spiegare quale sarà la funzione dei parlamentari riuniti e quali programmi dovranno realizzare: l’accordo, dice l’ex ministro, si fa sui “contenuti e non sui contenitori”. Di Pietro assicura che, rispetto al patto di apparentamento siglato con Veltroni prima del 13 e 14 aprile, “nulla è cambiato”: “Vogliamo solo essere sicuri che il programma venga attuato ed è bene che ogni decisione venga presa insieme tra me e Veltroni e che poi, queste decisioni, vengano comunicate insieme e non da soli come è accaduto”.
Quindi, in attesa di incontrare il segretario del Pd, Antonio Di Pietro tira dritto e annuncia che, in Parlamento, darà il via a un suo raggruppamento: “Poi” aggiunge “si vedrà”. Il principio, puntualizza il leader dell’Italia dei valori davanti ai giornalisti al termine dell’esecutivo nazionale, vale anche (e soprattutto) per il governo ombra annunciato da Veltroni: “Sull’informazione se il ministro ombra lo fa Follini è diverso se lo fa Giulietti. Sulla giustizia, se lo fa Lumia è diverso se lo fa un condannato in giudicato”. Va giù duro, Di Pietro. Del resto il suo parlar chiaro e forte gli è valso un buon successo alle urne (insieme alla Lega è il partito che dalle votazioni è uscito più grande e robusto - dal 2,3 al 4,3 per cento - proprio grazie a una campagna elettorale ficcante e di critica verso il sistema) e critica Walter Veltroni per aver proposto l’idea di “shadow cabinet” senza averlo informato: “L’abbiamo appreso dai giornali e nessuno ci aveva detto nulla” mentre “un governo, anche se ombra, deve essere condiviso”.
Altri nodi da chiaraire, secondo l’ex pm sono il pericolo dell’annessione dei suoi parlamentari da parte del Pd (”43 parlamentari - tanti sono gli eletti dell’Idv, ndr - non possono confluire o disperdere la fiducia dei loro elettori facendosi fagocitare da un altro partito”), nonché i rimborsi elettorali e le prebende destinati ai gruppi autonomi.
Per Walter Veltroni, che dell’intesa con Di Pietro si era fatto garante, non è un colpo da poco.
A proposito, la risposta del segretario? Spallucce: non grida al tradimento e butta lì un ragionamento quasi doroteo: è vero, ricorda una fonte del Pd, che il segretario ha utilizzato il tema del gruppo unico come uno dei cavalli di battaglia in campagna elettorale, ma è altrettanto vero che la cosa aveva un determinato impatto, una certa forza e ragion d’essere in caso di vittoria e, quindi, di guida del Paese. Altrettanto non vale all’opposizione. Dunque, fermo restando che Idv e Pd hanno sottoscritto il programma e sarà quello la base da cui partire per l’azione comune all’opposizione, non c’è da gridare allo scandalo se l’Idv chiede più visibilità.
Anche perché, nella stessa mattinata, Veltroni ha incontrato il leader Udc, Pier Ferdinando Casini. Un faccia a faccia per gettare le prime basi di un accordo, non solo per il ballottaggio del Campidoglio ma anche per una convergenza in Parlamento su riforme e attività dell’opposizione.

Insomma una virata al centro da parte dell’ex sindaco che andrebbe spiegata: ai propri elettori e soprattutto al leader dell’Idv: “Ha già incontrato Casini: se incontrava me, che sono alleato, era meglio”.

Candidati: i magnifici 16 sono pronti a scendere in campo

Il fac-simile della scheda elettorale del collegio Lombardia 2 fotografata oggi al ministero dell'Interno | Ansa
Il numero è tale da poter metter su una squadra di calcio. Anche se poi trovare un allenatore disposto a schierarli non sarebbe facile. Sono i 16 candidati premier che fanno capo ad una lista che gli italiani troveranno sulle loro schede elettorali il 13 e 14 di aprile. Una squadra di calcio, con tanto di riserve. E per restare nella metafora calcistica, come nel finale di campionato tra Inter e Roma, in due, Silvio Berlusconi e Walter Veltroni, si giocano lo scudetto. Un’altra coppia, Pier Ferdinando Casini e Fausto Bertinotti, si contende i due posti della champions league. Per i posti Uefa Daniela Santanchè e Enrico Boselli. A non retrocedere lavorano tutti gli altri.
Infine una curiosità: i 3 candidati maggiori di centro e destra (Berlusconi-Casini-Santanchè) sono tutti separati, mentre i 3 candidati maggiori di centro e sinistra (Veltroni-Bertinotti-Boselli) sono tutti sposati.

Silvio Berlusconi: ex premier e leader del centrodestra. Ha creato in pochi giorni il Popolo della Libertà, convincendo An a confluirvi. Non gli è riuscita la stessa operazione con l’Udc di Poer Ferdinando Casini e la Lega di Umberto Bossi. Poco male, per quest’ultimo: al Nord il Cavaliere ha apparentato il suo PdL con il Carroccio del Senatùr. Mentre al Sud ha portato a termine lo stesso accordo con l’MpA di Raffaele Lombardo.
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Slogan: “Rialzati, Italia!”

Walter Veltroni: segretario del Partito Democratico. Ha rotto con la sinistra radicale, ha dichiarato di voler correre da solo (mandando in frantumi la vecchia Unione prodiana) ma in realtà si accompagna in tutta la penisola con l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro.
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Slogan: “Si può fare”

Fausto Bertinotti: presidente della Camera e leader di Rifondazione Comunista. Ha unificato sotto il simbolo de La Sinistra-l’Arcobaleno i 4 partiti della cosiddetta sinistra radicale: Prc, Partito dei Comunisti Italiani, Verdi, Sinistra Democratica.
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Slogan: “Una scelta di parte”

Pier Ferdinando Casini: ha rotto, dopo una lunga telenovela, con gli ex alleati Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. E non passa giorno che non li critichi: segno che la scelta (un po’ costretta) di presentarsi da solo ha lasciato aperto qualche ferita. Corre a capo dell’alleanza dell’Unione di Centro. Un accordo chiuso in extremis con i centristi della Rosa Bianca di Savino Pezzotta, Mario Baccini e Bruno Tabacci (questi ultimi, due fuoriusciti proprio dall’Udc).
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Slogan: “Io c’entro”
Enrico Boselli: segretario del Partito Socialista. Ha riunito le tante anime disperse dei socialisti, ma non è riuscito a portare a casa un patto elettorale con il Pd. Anche per questo, in quest’ultimo mese, si è letteralmente “trasformato”: da mite alleato di Prodi qual era, ora fa il candidato solitario pungente, graffiante (negli slogan: “Sono socialista e incazzato) e deciso (nel lasciare gli studi di Porta a Porta).
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Slogan: “Il partito socialista. Utile all’Italia”
Daniela Santanchè: dopo una militanza di anni in Alleanza Nazionale ha abbandonato Gianfranco Fini e si è messa al fianco di un altro transfugo del partito nato da Fiuggi: Francesco Storace. Con il quale ha fondato La Destra e per il quale corre come candidata a Palazzo Chigi. Novità assoluta per la storia della Repubblica italiana: insieme a Flavia D’Angeli, è la prima candidata premier in rosa.
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Slogan: “Io credo”

Flavia D’Angeli: ex militante di Rifondazione Comunista. Guida Sinistra Critica con il senatore Franco Turigliatto. Con i suoi 34 anni e provenendo dalla generazione dei “movimenti” (quella sulla quale Rifondazione aveva puntato dopo la rottura con l’Ulivo nel 1998) D’Angeli è la più giovane tra i candidati premier.
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Slogan: “Perché no?”
Bruno De Vita: leader dei consumatori dell’Adusbef. Con Willer Bordon e Roberto Manzione ha creato l’Unione democratica dei consumatori. Un simbolo che richiama quello dell’Unione prodiana, un partito (”non un partitino”) equidistante da i due poli portanti della politica italiana, ma pronto a dialogare con entrambi: “Noi siamo già il futuro che viene avanti, siamo l’espressione del mondo delle associazioni dei consumatori. La gente ha già imparato a conoscerci, ci ha incontrato nelle strade e nei tribunali, dove abbiamo difeso i loro diritti”.
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Slogan: “L’Italia ne ha piene le tasche. Siamo quelli della class action”
Marco Ferrando: ex militante di Rifondazione Comunista. Se n’è andato dopo l’entrata di Bertinotti nel governo nel 2006 e ha fondato il Partito Comunista dei Lavoratori. Quanto lontano riuscirà ad andare lo diranno le urne. Delle sue origini Ferrando è però sicuro: “Negli anni Settanta i comunisti erano compromessi con il potere. Noi siamo quelli del partito di Livorno. Quelli di Gramsci”.
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Slogan: “La sinistra che non tradisce”
Giuliano Ferrara: giornalista, direttore de Il Foglio. Dalle cui colonne ha lanciato la campagna sulla moratoria degli aborti. E’ stato in lizza per essere candidato del Pdl come sindaco di Roma, ma ha rinunciato dopo che Berlusconi ha negato l’apparentamento con la sua lista: “Aborto? No Grazie”. Come succede quando scrive, anche in piazza Ferrara ha diviso gli animi e fatto discutere. Tanto, ma non dappertutto: a Bologna lo hanno preso a pomodori per non lasciarlo parlare. Ma lui si è difeso: “Erano così cattivi e violenti, mi è sembrato che per una volta dovessi dimenticarmi di porgere l’altra guancia alla fine del comizio e trattarli come meritavano”.
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Slogan: “Aborto? No, grazie”
Roberto Fiore: da tanti anni tra i leader dell’estrema destra. Fondatore di Forza Nuova, partito dichiaratamente di ispirazione fascista.
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Slogan: “Dalla parte del popolo per una rivoluzione italiana”

Sergio Riboldi: candidato premier del Movimento Europeo Diversamente Abili. Dicono di voler rappresentare gli oltre cinque milioni di cittadini italiani che vivono con una disabilità.
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Slogan: “Sapremo onorare la vostra croce, perché il nostro fare non è fatto di parole”

Renzo Rabellino: candidato premier della Lista dei Grilli Parlanti. Che è l’unione di sette liste (Pensionati e Invalidi; No privilegi politici; Lega Padana; Lista no Euro; Moderati; Automobilista; Forza Roma). Capolista alla Camera il signor Beppe Grillo: ovviamente un omonimo del comico genovese.
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Slogan: “Mandiamoli tutti a casa”
Stefano De Luca: segretario e candidato premier del Partito Liberale Italiano. Ex europarlamentare di Forza Italia. Nel 1997 ha ricostituito il Pli dopo lo scioglimento che era seguito a Tangentopoli.
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Slogan: “Difendi la tua libertà”
Stefano Montanari: professore universitario di nanotecnologie e candidato premier per il “Bene comune”. Lista nata grazie all’appoggio del senatore ex Pdci, Fernando Rossi.
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Slogan: “Trasparenti e imparziali”.

Fabiana Stefanoni: la giovane candidata premier è tra i leader di Alternativa Comunista. Ovvero una delle tre liste che stanno a sinistra di Bertinotti e che non sono riusciti a mettersi insieme per differenze insanabili. Alternativa Comunista che è trotkista ha raccoto le firme necessarie per portare le proprie liste.
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Slogan: “Tutti assunti a tempo indeterminato”

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
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Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
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Fuori Porta, di Bruno Vespa

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