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Berlusconi a chiare lettere: “Chi vota Pd non è un coglione”

Silvio Berlusconi candidato premier del Pdl | Ansa
Sta volta, per evitare strumentalizzazioni ed equivoci, il Cavaliere scandisce bene le parole: chi vota Partito democratico “non è un coglione” ma “è in buona fede”. Silvio Berlusconi, in un’intervista all’Agi, torna a parlare del famoso epiteto nei confronti degli elettori di sinistra di due anni fa. Il leader del Pdl spiega che “allora le mie parole furono travisate, e io fui costretto a correggerle”. E ricostruendo l’episodio, ricorda che “allora mi trovai all’interno della giunta dell’associazione dei commercianti e, dopo aver ricordato che la sinistra stava per portare in auge l’imposta sulle donazioni e quella sulle successioni, io dissi che non avrei creduto che tra noi ci fossero dei personaggi così coglioni da votare contro il proprio interesse. Questa cosa uscì fuori e la battuta venne attribuita nei confronti di tutti gli elettori della sinistra. Una cosa” sottolinea Berlusconi ” che io non mi sono mai permesso né di fare né di pensare. La gente che vota a sinistra lo fa in buona fede”. Il Cavaliere sostiene però che oggi “molti elettori di sinistra abbiano cambiato opinione. Possono infatti cambiare pagina dando il proprio voto a chi ha governato cinque anni e che anche sul piano internazionale è stato rispettato”. Berlusconi sottolinea che in cinque anni di governo la Cdl “ha dimostrato che i programmi vengono rispettati, mentre per la sinistra il programma non è altro che uno strumento per prendere il consenso durante la campagna elettorale, per poi metterlo nel cassetto” quando prende il potere.
Il Cavaliere si è poi soffermato sul tema delle pensioni. “Non prevediamo di intervenire sull’età lavorativa” ha spiegato Berlusconi. “Sull’età lavorativa” osserva il leader del Pdl “non si può continuare a cambiare perché chi sta per andare in pensione deve fissare degli orizzonti, dei traguardi che non possono essere cambianti ad ogni cambio del Governo”.
Il candidato premier del Pdl ha poi ribadito che il primo provvedimento che prenderà in Consiglio dei ministri sarà l’abolizione dell’Ici, spiegando che oltre ad abolire l’imposta sulla prima casa, “detasseremo tutti i premi e gli incentivi di produzione, compresi gli straordinari. In questo modo” spiega Berlusconi “i capifamiglia, lavorando di più, potranno avere al cento per cento ciò che l’impresa gli dà, in modo da avere più soldi da destinare ai consumi della famiglia”.
Il Cavaliere si è anche soffermato sulla difficoltà di realizzazione delle cosidette Grandi Opere. “In democrazia non è ammissibile che, con la sopraffazione, si impedisca a un avversario politico di parlare. Purtroppo è quanto hanno fatto ieri sera i No Tav in Val di Susa. Mentre esprimo la mia solidarietà a Bresso, Chiamparino e Saitta, vittime di una violenta minoranza No Tav che tiene in ostaggio la popolazione locale, rivolgo un appello caloroso agli abitanti della Val di Susa e della Val Sangone: l’Italia ha bisogno di voi, della vostra collaborazione, che sarà ampiamente ripagata con una fiscalità agevolata per i disagi che la realizzazione della Tav potrebbe comportare nei prossimi anni” ha poi spiegato Berlusconi.

Una soglia di sbarramento per Veltroni. Sul quale incombono le idi di aprile

Il leader del Partito Democratico, Walter Veltroni, durante un suo intervento elettorale | Ansa
di Stefano Brusadelli

“Il futuro” ragiona un importante dirigente del Pd con un passato di governo “per noi è legato a un numero. Tutti sappiamo che si tratta della soglia del 35 per cento. Se si va sopra, Walter diventa il padrone assoluto del partito e dovrà solo decidere come edificare la sua monarchia. Se si va sotto, il modo di fargliela pagare sarà il ritorno delle correnti. E lui dovrà rassegnarsi. Se no rischia la poltrona”.
A due settimane da un verdetto elettorale che i sondaggi continuano ad attribuire al centrodestra, il futuro di Walter Veltroni è a un bivio. Il 14 aprile, a scrutinio finito, potrebbe somigliare a un novello Napoleone III, che da presidente eletto si fece imperatore; oppure a un Luigi XVI, costretto a convocare gli Stati generali nella speranza di salvare il trono. “La balcanizzazione del Pd dopo il 14 aprile” osserva il costituzionalista Stefano Ceccanti, vicino a Veltroni, “non è un esito che può essere escluso a priori. Ma potrebbe essere solo il frutto di un rovescio elettorale che ora non è prevedibile”. Qualcosa, comunque, è già in movimento. E come sempre bisogna guardare dalle parti di Massimo D’Alema, eterno competitore di Veltroni. Oggi D’Alema ostenta fastidio per le beghe italiane, è assorbito dalle crisi mediorientale e balcanica, vede per sé un futuro istituzionale.
Ma i suoi lo dipingono come un tessitore silenzioso, per niente disinteressato alle prospettive del suo partito. Ammassa un esercito che domani potrebbe servire, o forse no; ma comunque c’è, si ingrossa, e tutti lo sanno. La sua candidatura in Campania, ufficialmente ingoiata come un boccone amaro somministrato da Veltroni, è in realtà il modo per rinsaldare i rapporti con una regione che alle europee del 2004 contribuì in modo determinante alla clamorosa raccolta di 832 mila preferenze nella circoscrizione Sud. Il governatore Antonio Bassolino, che solo lo scudo dalemiano ha salvato dalle ire di Veltroni per la disastrosa gestione dell’emergenza rifiuti, è ormai un alleato riconoscente. E resta uno dei primi portatori di voti del Pd. Persino il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca, da anni in guerra contro Bassolino, sta deponendo le armi in nome della comune fiducia nel ministro degli Esteri. In una immaginaria mappa del Pd, tutto il Mezzogiorno andrebbe dipinto con il colore dalemiano.
In Sicilia è al lavoro la fidata Anna Finocchiaro, spedita come candidato presidente della regione a rimettere insieme i cocci di un partito che negli ultimi tempi ha collezionato solo sconfitte. In Puglia un altro pretoriano, Nicola La Torre, tiene i fili di una rete che ha visto la recente ricucitura di qualche smagliatura. Il sindaco di Bari Michele Emiliano, eletto con la benedizione di D’Alema, aveva dato segni di veltronismo. Si racconta che il ritorno all’ovile sia frutto di un viaggio in auto compiuto a gennaio dal sindaco e dal vicepremier, partiti insieme da Bari per presenziare all’inaugurazione dell’anno accademico a Taranto. In Calabria il dominus e il viceministro all’Interno Marco Minniti, altro dalemiano doc. In Basilicata e l’ex presidente della regione Filippo Bubbico, stessa fede. E non e solo meridionale il dalemismo. Pure nel Centro-Nord la decisione di Veltroni di infarcire le liste di ásocieta civile â, umiliando i dirigenti locali, sta facendo smottare verso il titolare della Farnesina gran parte degli apparati ex ds. Non solo. Ugo Sposetti, che gestisce i consistenti beni dell’ex Quercia, e molto vicino a D’Alema. I governatori del Piemonte Mercedes Bresso, della Toscana Claudio Martini e dell’Umbria Rita Lorenzetti, il presidente della Provincia di Milano Filippo Penati, il ministro dello Sviluppo, Pierluigi Bersani sarebbero altri suoi potenziali alleati se dentro il Pd ricominciasse la conta. E proprio Bersani e il personaggio che dopo il 14 aprile potrebbe riaprire i giochi.
Il piu influente tra gli emiliani non ha ancora del tutto digerito il veto veltroniano contro la sua candidatura alle primarie. Avrebbe voluto lanciare una sua area gia all’inizio del 2008, ma poi ha preferito aspettare l’approvazione dello statuto (dove all’articolo 1 si stabilisce che il Pd “riconosce e rispetta il pluralismo delle opzioni culturali e delle posizioni politiche al suo interno”) e ha rinviato. Intanto, nei discorsi in giro per l’Italia ripete che il Pd deve restare un partito di sinistra, e che la teoria di Veltroni sulla fine del conflitto sociale in nome del nuovo patto tra produttori e destinata a essere presto smentita dalla realta. Del “riformismo di sinistra” bersaniano, D’Alema e i suoi saranno quantomeno forti supporter. Anche nell’area ex Margherita si vedono riposizionamenti, si costruiscono ridotte per resistere, magari per lanciare scorrerie. L’area democristiana che fa capo al presidente del Senato Franco Marini si sta riarticolando: Dario Franceschini sta con Veltroni, Giuseppe Fioroni resta piu sulle sue, pronto a riprendere le armi; Marini tace, defilato, pare per non compromettere una possibile riconferma alla guida di Palazzo Madama. Enrico Letta sembra in rotta d’avvicinamento a D’Alema. I rutelliani, ridimensionati dal ripiegamento del capo sul Campidoglio, si stringono sull’asse Linda Lanzillotta-Paolo Gentiloni. Hanno un centro studi, Glocus, e un grido di battaglia: “Liberalizzare!”. Stessa situazione dei prodiani, altri illustri decaduti: i loro campioni saranno Rosy Bindi e Arturo Parisi, gli slogan “Era meglio l’Ulivo del Pd”, oppure “Nessun accordo col Cavaliere!”. Come la geografia di un continente subacqueo che un terremoto potrebbe far venire alla luce, le correnti “democratiche” esistono; anche se per ora si intravedono soltanto e nessuno ha voglia di parlarne. La consistenza dell’emersione dipendera dal voto. Veltroni sara comunque un osso duro. I suoi ricordano che ai tempi delle primarie di ottobre il Pd languiva tra il 25 e il 26 per cento. Come dire che comunque vada si e fatto un miracolo, senza contare le novita politiche della rottura con sinistra radicale e “nanetti”. Il congresso, poi, e lontano: se ne parlera nel 2009, ancora non si sa se prima o dopo le europee.
Ma qualsiasi risultato compreso tra il 31,3 per cento andato nel 2006 alla lista ulivista per la Camera e il fatidico 35 per cento non restera senza conseguenze. In tal caso verrebbe posta dai dalemiani la questione della troppo sbrigativa liquidazione della prospettiva socialdemocratica e della eccessiva disinvoltura nella scelta delle candidature; mentre da parte degli ex dc l’accusa sarebbe di non aver saputo intercettare il voto cattolico e moderato.
D’Alema diverrebbe il contraltare del segretario, con maggiore virulenza se dovesse fallire l’obiettivo di arrivare alla presidenza della Camera. Bersani, in ogni caso, provera a gettare le basi di una sua leadership per il post Veltroni. C’e pero anche chi, come il politologo Gianfranco Pasquino, vede un partito ormai molto poco reattivo. “Finira come ai tempi del Pci: se il voto andava male, gran dibattito su Rinascita. Bellissime paginate. Senza che poi cambiasse nulla”.

Da destra a sinistra: che cosa c’è nei programmi dei partiti

Illustrazione con i principali protagonisti delle elezioni 2008
di Carlo Puca

È di moda la raccolta differenziata. Per tutti, proprio tutti, è la priorità del governo che verrà. Da Fausto Bertinotti a Daniela Santanchè, passando per Walter Veltroni e Silvio Berlusconi e gli altri candidati premier, non ce n’è uno che non indichi la strada maestra del riciclaggio per risolvere la questione dei rifiuti. Fa nulla che siano poche, anzi pochissime, le sezioni di partito che in Italia, a cominciare dalla Napoli disastrata, differenzino la spazzatura. Ma si sa: una cosa sono i programmi elettorali, un’altra la vita reale. Al tempo delle elezioni conta cavalcare l’onda. Ecco dunque assicurati gli asili nido, la certezza della pena, l’edilizia popolare, la morte della burocrazia, il made in Italy. E il mangiar sano e tipico, ci mancherebbe. Il problema è uno solo: sono davvero pochi gli argomenti che caratterizzano l’un programma o l’altro. A separare è più il come che il cosa, però uno schema minimo di diversità si può fissare. Bertinotti e Veltroni sono divisi dall’economia e dalle grandi opere. Veltroni e il socialista Enrico Boselli da un pizzico di laicità in più del secondo. Veltroni e Boselli si distinguono da Pier Ferdinando Casini sui temi eticamente delicati. Casini da Berlusconi soltanto sulla riduzione delle tasse (il Popolo della libertà generalizza, l’Udc la vuole prima per le famiglie). Ben più ampia è la divaricazione tra Berlusconi e Santanchè, liberista il primo, sociale la seconda. Al punto che la Destra incrocia più la Sinistra arcobaleno che il Pdl. Come Bertinotti, per esempio, Santanchè contesta la privatizzazione dell’acqua e ne chiede la “riconversione a bene pubblico “. Altissima, purissima, statalissima. Destra e sinistra radicali si diversificano soltanto su droghe leggere, energia nucleare e immigrati.
Un barcone con i clandestini verso le coste italiane
Nello specifico, Santanchè intende “prendere i clandestini a calci nel c…”. Bertinotti pretende invece la chiusura immediata dei centri di permanenza temporanea e chiede “l’abolizione della Bossi-Fini e una nuova normativa che introduca per i migranti l’ingresso per ricerca di lavoro”. Ma a guardare le proposte su mutui sociali, tassazione delle rendite finanziarie e salario minimo garantito sembra di rileggere, in politichese, il Fasciocomunista di Antonio Pennacchi. In politica gli estremi(sti) si toccano. In verità, il salario minimo lo garantiscono praticamente tutti. La base di partenza sono 1.000 euro netti al mese, “ma anche” 1.100 secondo Veltroni. Sinistra critica e la sua candidata Flavia D’Angeli arrivano a quantificare a 1.300 gli euro essenziali per sopravvivere. Bertinotti rilancia: propone il ritorno alla scala mobile e una nuova legge che fissi “la durata massima del lavoro giornaliero a otto ore e in due ore la durata massima degli straordinari”. E Marco Ferrando, leader del Partito comunista dei lavoratori, è categorico: “Bisogna partire dall’assunzione a tempo indeterminato di tutti i lavoratori oggi precari”. Manco fossero bruscolini. E i pezzi grossi, Partito democratico e Popolo della libertà? Si accusano reciprocamente di aver copiato e rivendicano la primogenitura del programma. In effetti, più di una convergenza c’è, sull’economia anzitutto. Berlusconi punta a ridurre la spesa statale di un punto all’anno, Veltroni lo stesso, ma dal secondo esercizio di governo. L’Iva sul turismo l’abbassano entrambi, la banda larga è un diritto “naturale”, un nuovo sistema di ammortizzatori sociali pure. I giovani e le donne meritano i prestiti d’onore, il Mezzogiorno la perequazione e la fiscalità di vantaggio. Il credito d’imposta alle imprese che assumono a tempo indeterminato? Già fatto, come l’alienazione di un parte del patrimonio pubblico. E se Berlusconi è contro l’evasione fiscale e dice no a nuovi condoni, Veltroni parla insistentemente di ridurre le tasse. È il mondo alla rovescia.

Ma somiglianze e (presunte) copiature riguardano l’intero scibile umano e programmatico. Per i non autosufficienti è pronto un piano straordinario, la castrazione chimica per i pedofili non è tabù, il numero di poliziotti (e il loro stipendio) verrà aumentato, sarà vietato pubblicare le intercettazioni, le liste d’attesa negli ospedali pubblici diverranno un brutto ricordo. E ancora: niente più manager raccomandati nelle asl, università in competizione, riqualificazione delle periferie, privatizzazione delle municipalizzate, liberalizzazione dell’energia, processi più rapidi, maggiore sicurezza sul lavoro, lotta senza quartiere alle mafie, via libera a rigassificatori e termovalorizzatori, fors’anche al nucleare. Programma vasto, forse troppo. Programma da Caw, Cavaliere più Walter. Programma da larghe intese. E c’è ancora il capitolo delle infrastrutture. Berlusconi cita la “legge obiettivo”, Veltroni no. Ma il risultato è lo stesso: via libera, e in maniera spedita, a tutte le grandi opere. Soltanto sul ponte di Messina il programma democratico, prudentemente, glissa. Glissano entrambi, invece, sulle banche: né il Cavaliere né Walterissimo affrontano il tema della riforma del sistema bancario e creditizio, un mutuo politico troppo alto da pagare. Cosa separa allora il Pdl dal Pd, e viceversa? Quali sono le differenze tra le sette missioni berlusconiane e i 12 punti veltroniani? Poche, ma decisive. Esempio: il Pd non prende posizioni sulle droghe, il Pdl è per la guerra totale anche a quelle leggere. Poi c’è l’immigrazione.

Il Popolo della libertà rilancia la Bossi-Fini, con la Lega si oppone nettamente “al diritto di voto alle amministrative per gli immigrati ” e nega “il welfare italiano agli immigrati “, l’esatto contrario del programma democratico, sul punto diverso persino da quello di Antonio Di Pietro, assai severo con i clandestini. Per inciso, l’ex pm chiede anche la reintroduzione del reato di falso in bilancio e l’abolizione delle comunità montane, temi assenti nel testo democratico. Così come è assente la parola Malpensa, e proprio mentre la Lega definisce “una tragedia” il ridimensionamento dello scalo aeroportuale milanese, “a vantaggio di Fiumicino, noto aeroporto veltroniano”.
Ma la grande divaricazione del Caw va in scena su un altro palcoscenico, ben più ideale, quello dei temi eticamente delicati: aborto, testamento biologico e coppie di fatto. Sulle interruzioni di gravidanza la posizione è più sfumata, il Pd sostiene “l’obiettivo di un’ulteriore riduzione del numero degli aborti”. Ma anche che “la legge 194 è una legge equilibrata, che ha conseguito buoni risultati”. Il Pdl invece rilancia “il ruolo dei consultori pubblici e privati per garantire alternative all’aborto”. Checché ne dicano i cattolici del Partito democratico, nel programma è chiaramente scritto che il Pd si impegna “a prevenire l’accanimento terapeutico anche attraverso il testamento biologico ” e promuove “il riconoscimento giuridico dei diritti, prerogative e facoltà delle persone stabilmente conviventi, indipendentemente dal loro orientamento sessuale”.
Una discarica abusiva nei pressi del Centro Direzionale a Napoli.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]
Viceversa, il Pdl esclude “ogni ipotesi di legge che permetta o comunque favorisca pratiche mediche assimilabili all’eutanasia” e rifiuta una legislazione per le coppie omosessuali. Sono differenze pesanti. Le ha colte la Cei, con monsignor Giuseppe Betori: “Cari cattolici, votate chi mantiene due punti fermi: tutela della vita e della famiglia tradizionale”. Veltroni, solitamente loquace, ha preso tempo. Meglio parlare di raccolta differenziata, va.

La ricetta di Tremonti: “Cambiare il titolo V della Costituzione”

Giulio Tremonti, Vicepresidente di Forza Italia | Ansa
“Walter Veltroni? Vota oggi e pagherai domani. È la stessa storia di Prodi che nel 2006 promette le riduzioni fiscali, presenta una formula di copertura, poi scopri che la copertura si chiama tasse”. Lo dice Giulio Tremonti, che affida le sue riflessioni su elezioni, imposte e riforme a Panorama in un’intervista pubblicata sul numero in edicola da venerdì 21 marzo.
“La differenza di fondo con il nostro programma” dice ancora Tremonti a Panorama “è che noi le tasse non le abbiamo mai aumentate e non lo faremo in futuro. Certamente non alzeremo al 20 per cento la tassa sui Bot e i Cct. La formula di Prodi del tassa e spendi non è stata solo un errore politico, ma anche un errore economico perché ha depresso la crescita”.
Eppure, sostiene Tremonti, ci sono anche riforme a costo zero che possono sbloccare il Paese fermato dai no alle infrastrutture e dai conflitti fra enti locali e Stato. “Bisogna cambiare il titolo V della Costituzione (la riforma che nel 2001 ha trasferito alle regioni alcune importanti competenze, mentre altre sono rimaste in ‘condominio’, ndr) che ha paralizzato l’Italia e ingolfato la Corte costituzionale. È una riforma a costo zero ma a rendimento altissimo”.
E sull’energia: “Non ci sono dubbi: serve la ripartenza del nuovo nucleare all’interno dei progetti europei”. Anche perché, come scrive nel suo ultimo libro La paura e la speranza, Tremonti sostiene che sia finita l’età dell’oro e che stia arrivando un tempo di ferro: “La crisi globale che sta arrivando non è solo economica, ma sociale e geopolitica. A differenza di Veltroni noi sappiamo che non viviamo a Disneyland ma in un mondo che sta diventando un campo di forze che devono essere controllate”.

Berlusconi presenta il programma: una road map per ridurre le tasse


Una conferma, l’abolizione totale dell’Ici sulla prima casa, con costo a carico dello Stato e non dei comuni. Misura, questa, da adottare subito; tutto il resto all’insegna della progressività “perché i tempi sono difficili e non promettiamo ciò che non siamo in grado di mantenere”. Parola di Silvio Berlusconi il quale ha presentato oggi il programma del centrodestra, che nel fine settimana sarà sottoposto - grazie agli ormai immancabili gazebo - al giudizio degli elettori.
Graduale sì, ma pieno di impegni. Casa, giovani, lavoro e riduzione delle tasse: sono i quattro cardini del piano, suddiviso in 7 “Missioni” (Rilanciare lo sviluppo, Sostenere la famiglia, Sicurezza e giustizia, Servizi ai cittadini, Sud, Federalismo, Piano straordinario di finanza pubblica) a loro volta ripartite in capitoli. Il tutto per 12 pagine, compreso, alla fine, un maxiprogetto di copertura delle spese.

Casa: l’obiettivo è di consentire alle famiglie che ancora non ce l’hanno e ai giovani a stipendi bassi e garantiti di comprarsene una. Come? Puntando sul meccanismo del riscatto, cioè degli affitti che nel corso degli anni agiscono come rate di un mutuo, a scalare sul prezzo; e sulla costruzione di nuovi alloggi a basso prezzo attraverso uno scambio tra terreni e concessioni da effettuare tra tra comuni e costruttori.

Ai giovani il Cavaliere offre la riduzione di altri due punti della disoccupazione, portandola al 4%, cioè alla virtuale piena occupazione, o quasi. Per arrivarci, incentivi alle imprese che assumono o trasformano i contratti precari in rapporti a tempo indeterminato. Ma anche l’attuazione della legge Biagi privilegiando giovani, donne, disabili e completando la riforma degli ammortizzatori sociali per dare un sussidio a chi resta temporaneamente disoccupato.

Le tasse sono ovviamente un capitolo denso. In generale Berlusconi si impegna a far scendere la pressione fiscale sotto il 40%, cioè di oltre quattro punti, nell’arco della prossima legislatura. Si agirà sull’Irpef ma anche su Iva e Irap. La prima imposta non dovrà essere versata prima dell’effettiva riscossione della fattura, per la quale si introdurranno “tempi commerciali” di 60-90 giorni. Riduzione dell’Iva sul turismo e “stabilizzazione” di quella sull’edilizia. L’Irap verrà progressivamente abolita. Viene confermata la detassazione, sempre progressiva, degli straordinari e delle mensilità aggiuntive.
Il centrodestra propone anche l’introduzione graduale del quoziente familiare, cioè la possibilità (praticata in molti paesi, tra cui la Francia) di suddividere il reddito complessivo in base al numero dei componenti del nucleo, con l’abbattimento delle aliquote.
I redditi da affitto verranno sottoposti a tassazione separata e non più sommati all’imponibile; mentre la riforma del catasto dovrà tenere conto delle “realtà territoriali” (in pratica delle zone di maggiore e minore pregio). Il Pdl propone anche la riduzione del costo dei mutui, così come la loro piena portabilità e di quella dei conti correnti.

Tornano le grandi opere: Pedemontana, Tav e Ponte sullo Stretto, su tutte, ma anche completamento della Variante di valico sull’A1 e Mose a Venezia. Il criterio usato per queste infrastrutture nei cinque anni di governo del centrodestra - la legge obiettivo che consente di velocizzare tempi e procedure - verrà esteso alla riqualificazione delle periferie. Inoltre Berlusconi lancia un piano nazionale dei termovalorizzatori per raggiungere l’autosufficienza in ogni parte d’Italia nello smaltimento dei rifiuti, con l’obiettivo di riutilizzarne almeno il 50%. Stavolta c’è una larga parte dedicata agli incentivi per l’energia verde ed il risparmio energetico: si spazia dalla partecipazione al nucleare europeo di ultima generazione agli sgravi per i lavori condominiali.

Sicurezza: mezzi e soldi alle forze dell’ordine, polizia di quartiere ma anche ripristino della legge Bossi-Fini sull’immigrazione. Potrà entrare chi ha un lavoro garantito e gli immigrati dovranno studiare l’italiano.

Ma come finanziare queste (e varie altre promesse)?
Il capitolo finale, opera di Giulio Tremonti, suggerisce la soluzione: l’Italia ha un debito pubblico di 1.600 miliardi di euro, ma un patrimonio anch’esso in mani pubbliche di 1.800 miliardi. Stato, regioni, comuni, enti di vario tipo dovranno quindi cedere o valorizzare il loro patrimonio fino ad abbattere almeno il 40% del debito; con relativa riduzione degli interessi. In questo modo - garantisce il piano - si potrà arrivare a risparmiare un punto di Pil di spese di mantenimento e garantire un altro punto di Pil di maggior crescita.

Promesse? “Di certo non metteremo le mani nelle tasche degli italiani, e restituiremo ciò che ha preso il governo Prodi”. Ma, appunto, niente miracoli e neppure tabelle di marcia minuziose tipo “Contratto con gli italiani”. Berlusconi non vuole impiccarcisi, e soprattutto di questi tempi non sarebbe creduto.

Il Subcomandante Bertinotti: Noi, gli Zapatero d’Italia

Il presidente della Camera, Fausto Bertinotti | Ansa
Tre domande che impongono una “scelta di parte”, un’alternativa secca, un “aut-aut”. Segnando la differenza, manco a dirlo, con gli “et-et” (il ma anche) di Veltroni.
Sono queste le parole d’ordine di Fausto Bertinotti, che compariranno sui manifesti elettorali della Sinistra l’Arcobaleno presentati alla Città del Gusto a Roma. Ambiente, salari e diritti sono i tre temi scelti. E sono proposti così: “Energia pulita o affari sporchi?”, “Aumentare i salari o aumentare i precari?”, “Libera scelta o diritti all’inferno?”, oltre all’ormai consolidato slogan “il 13 e il 14 aprile fai una scelta di parte”.

Illustrando la campagna elettorale, il candidato premier della Sinistra l’Arcobaleno sottolinea che si tratta di un’idea “alternativa alla destra e significativamente diversa da quella del Pd”. Sulla stessa linea, il segretario del Prc, Franco Giordano, avverte chiaramente che “la Sinistra Arcobaleno non farà accordi di desistenza al Senato. Quello che diciamo a parole noi lo traduciamo nei fatti. Noi, a sinistra. Quindi non faremo alcun accordo”. “Su diritti civili, stabilizzazione dei precari e ambiente il nostro programma è come quello di Zapatero, quindi forse è troppo di sinistra per il Pd”, ha spiegato il Verde Pecoraro Scanio, “in Italia l’unica sinistra moderna e innovatrice siamo noi”. Meno esterofila, ma ugualmente anti-Pd l’impostazione di Oliviero Diliberto: “Noi votiamo in Italia, e qui a destra c’è la Pdl e a sinistra noi. Il Pd è una bizzarra aggregazione che va da Binetti a Bonino e dall’operaio Thyssen a Colaninno, un partito che sui temi di crescita e competitività non ha una sola ricetta ma oscilla. Noi pensiamo che la competitività non passa sulla pelle dei lavoratori e non si misura solo con il Pil”.
Il programma (14 punti) rappresenta il ventaglio di tematiche, che da anni costituiscono i diversi cavalli di battaglia su cui le quattro forze politiche hanno concentrato i loro sforzi in questi anni: diritti civili, laicità, ambiente, istruzione e ricerca. Tradotto: salario sociale e casa per chi è iscritto alla lista di collocamento, insieme ad un assegno annuale di 2.500 euro per i servizi. Insomma, a dominare sono ovviamente i temi che si richiamano al lavoro. Ed è proprio partendo dalle proposte avanzate dalla sinistra in questo settore che Fausto Bertinotti elabora la “ricetta” per costruire una “nuova politica dei redditi”. Il presidente della Camera torna a ribadire l’esigenza dell’introduzione “nella prossima legislatura dell’indicizzazione dei salari anno per anno”, una specie di ’scala mobile’ con cui correggere “le dinamiche sociali”. La proposta non prevede alternative perchè è, nelle intenzioni del presidente della Camera “un’ ipotesi senza alternative. Il resto - dice tranchant - sono solo chiacchiere”.
Bertinotti però non si “accontenta” dei punti inseriti nel programma arcobaleno e prova ad alzare la posta: di fronte al Pdl che propone la detassazione degli straordinari, il candidato premier della ‘Cosa rossa’ risponde con l’ipotesi di “detassare tutta la retribuzione” dei lavoratori dipendenti in modo che “i salari recuperino potere d’acquisto”. Sabato e domenica infatti si terranno in tutta Italia una sorta di ‘primarie’ programmatiche in cui ad esprimersi sulle proposte sarà il popolo arcobaleno. Programma alla mano, il primo obiettivo è mettere in evidenza le differenze con il Pd.
Differenze che, tuttavia, non hanno impedito alla Cosa Rossa di tenere in vita tutte le alleanze con i veltroniani nelle amministrazioni locali, a partire dal Campidoglio.

Sussurri e grida dei cattolici fanno fischiare le orecchie a Veltroni


Tutto poteva immaginare Walter Veltroni, tranne trovarsi tra i piedi, nel bel mezzo della campagna elettorale, la questione cattolica. Eppure il titolo di Famiglia Cristiana (settimanale tornato sotto l’osservanza delle gerarchie ecclesiastiche dopo anni di occhieggiamenti a sinistra) non lascia dubbi: l’alleanza tra Pd e radicali è “Un pasticcio veltroniano in salsa pannelliana”. Un paradosso per il candidato premier, che nei sue due mandati di sindaco di Roma, pur guidando una coalizione con tutta la sinistra, è sempre stato attentissimo a non urtare il Vaticano al punto di far cadere nel dimenticatoio, tra gli ultimi atti romani, una sorta di registro amministrativo delle coppie di fatto. E che nel congegnare a tavolino la stessa architettura del Partito democratico aveva piazzato in posizioni strategiche esponenti ex Margherita del mondo cattolico, a cominciare dal suo numero due, Dario Franceschini. La stessa staffetta per il Campidoglio con Francesco Rutelli, che da anni si è spostato su posizioni filo-Chiesa, andava in questa direzione.

I ponti d’oro indubbiamente riservati a radicali hanno per ora compromesso questo feeling. È noto che chi si mette in casa i discepoli di Marco Pannella ne guadagna in principi ma anche in guai. D’altra parte i radicali sembravano indispensabili a Veltroni per guadagnare quei voti marginali che, specie nel Lazio e in Piemonte, possono illudere di un pareggio a Senato. L’arrivo della pattuglia radicale ha coinciso con un documento dell’Ordine dei medici in difesa della legge 194 sull’aborto, ma soprattutto con un’intervista decisamente hard di Silvio Viale, ginecologo radicale e ultra-abortista. Viale, tra le altre cose, ha proposto di legalizzare l’aborto anche oltre i termini di legge, fino al quinto o sesto mese, per tutelare le esigenze psichiche della donna.

Entrambi, Ordine dei medici e Viale, hanno poi chiesto l’introduzione per legge della pillola abortiva Ru486. Un po’ troppo per la Chiesa. Soprattutto per la Chiesa attuale, che dall’Italia alla Spagna ha deciso di difendere anche in politica le proprie trincee.
In particolare in Italia, sia la Cei sia il Vaticano hanno mal sopportato il ruolo minoritario cui si è condannato Pier Ferdinando Casini. Ed ora premono perché gli ex Dc diano vita almeno ad polo di centro con Rosa Bianca e Udeur. Tuttavia sanno benissimo che anche se questo conglomerato si organizzasse avrebbe poche chance di influire sui futuri equilibri parlamentari, e perfino di raggiungere il quorum per eleggere dei senatori. Un ruolo di pura testimonianza non basta alla Chiesa.

Dunque le attenzioni delle istituzioni cattoliche sono concentrate su Pdl e Pd. Dal primo non possono attendersi nessuna sorpresa negativa: Silvio Berlusconi ha detto che la 194 non sarà materia di campagna elettorale, il che coincide con la frontiera attuale della Chiesa. I timori vengono tutti dal Pd. Radicali, medici abortisti, perfino una candidatura di prestigio come quella di Umberto Veronesi, con le sue aperture alla fecondazione assistita e all’eugenetica, hanno fatto scattare l’allarme. La risposta veltroniana è per ora improntata al buon senso (”Le istituzioni sono laiche ma ognuno, anche i cattolici, ha diritto di far sentire la propria opinione”) ma nulla più: la Chiesa vuol sapere quanto il Pd è disposto a spingersi non tanto sui diritti civili ma, appunto, su terreni impervi come l’eugenetica e l’aborto. E questo il “programma snello” ma inevitabilmente vago di Veltroni non lo dice.

La pattuglia ultracattolica nel Pd, capitanata da Paola Binetti, Giorgio Tonini e Luigi Bobba, lancia l’allarme. Se vogliamo, un già visto con il governo Prodi, ai tempi della legge sui Dico. Ma ora ai teodem si uniscono ex Dc come Rosy Bindi, Pierluigi Castegnetti, Beppe Fioroni o Enzo Carra, cioè esponenti organici della sinistra antiberlusconiana. Pezzi da novanta con molti consensi sul territorio. I loro attacchi ai radicali suonano come critiche a Veltroni: e la gioiosa macchina da guerra di Walter rischia di incepparsi di fronte a questa inopinata riedizione della guerra tra guelfi e ghibellini. Qualcosa che Veltroni, che aveva organizzato tutto, non aveva previsto.

L’accelerazione di Veltroni: supera Prodi, prende una multa e presenta i 10 punti

Walter Veltroni scende dal bua elettorale con cui il leader democratico sta girando l'Italia | Ansa
“Un programma realistico e ambizioso perché non è fatto di annunci e promesse ma indica anche la copertura finanziaria”. Illustra così il programma del Pd Walter Veltroni: “il primo presentato” ai cittadini, “innovativo” e capace di “imprimere l’accelerazione riformista che serve al Paese”.
Dalla sicurezza allo sviluppo inclusivo, dalla concorrenza e merito al welfare universalistico, fino ad arrivare all’educazione come ascensore sociale, alla minor spesa, alla sostenibilità ambientale: sono questi i dieci pilastri sui quali, dice l’ex sindaco di Roma, si basa il programma del Pd, che l’obiettivo di “cambiare il Paese”.
Si tratta, sottolinea, di un programma “non fatto solo di annunci e promesse ma anche di coperture finanziarie e di speranze e innovazione”. Vero? Non proprio.

Tra i 15 miliardi circa, utili a “coprire” il programma fiscale di Veltroni e messi in conto da Enrico Morando - presidente della commissione Bilancio del Senato, che ha assistito il leader del Pd nell’estensione del programma - grazie alle entrate della lotta all’evasione e le stime che l’economista di sinistra Luca Ricolfi pubblica oggi su La Stampa c’è un netto scarto.
Lo stesso che il segretario democratico ha voluto mettere tra lui e il passato, a cominciare dal governo Prodi: come promesso dallo stesso leader Democratico, le pagine del programma sono 32. Non sono le trenta auspicate ma nemmeno le 281 del 2006. E comunque, dice il segretario, quello del Pd è “un programma di grande cambiamento del Paese che prima era impossibile perché c’erano alleanze eterogenee e istituzioni bloccate”.
Accelerazione anche per l’energia e le infrastrutture. Per Veltroni occorre “modernizzare l’Italia scegliendo come priorità le infrastrutture e la qualità ambientale”, dicendo basta alle proteste in stile ambientalista e sì al coinvolgimento e alla consultazione dei cittadini. “Sì agli impianti per produrre energia pulita, si ai rigassificatori, ai termovalorizzatori e al completamento della Tav”. Ne avrà da fare, il segretario, per convincere i vari comitati di Campania e Piemonte.

Nel testo presentato alla stampa sarebbe prevista una sola Camera legislativa con 470 deputati, eletti in collegi uninominali con il doppio turno, e cioè il cosiddetto modello francese. I candidati andranno “scelti con le primarie e col vincolo di genere”, vale a dire assicurando la parità fra uomini e donne. Il programma prevede poi “un Senato delle Autonomia con 100 membri”. Il Pd si propone poi “un governo con 12 ministeri e non più 60 membri”. La fiducia verrebbe data dall’unica Camera legislativa “al solo presidente del Consiglio che può chiedere al Capo dello Stato la revoca dei ministeri”. Per quanto riguarda i deputati verrà “introdotto il metodo di calcolo contributivo per i vitalizi dei parlamentari, come ogni lavoratore”, e sarà introdotta “l’ineleggibilità dei condannati per reati più gravi”. Un’altra novità importante è il diritto di voto ai sedicenni e agli immigrati regolari nelle elezioni amministrative.

Ma è il piano di rinascita economica del Pd, articolato in dodici “azioni di governo”, a lasciare un po’ perplessi. Il documento identifica quattro problemi dell’Italia: inefficienza economica, disuguaglianza, poca libertà di perseguire il proprio disegno di vita e scarsa qualità della democrazia. Viene quindi dato un metodo per affrontare e risolvere questi problemi, e cioè un “nuovo patto per la crescita della produttività totale dei fattori”, che riprende l’idea del patto sociale del 1993, che permise all’Italia di superare la crisi economica.
Il tema della spesa pubblica serve più che altro per una frecciata al centro-destra, e un contentino a Prodi con il suo “spendere meglio, spendere meno”. Non si dice con precisione dove taglierà. Così come l’annuncio relativo alle tasse, che capovolge il principio prodiano che voleva che prima pagassero tutti per far pagare meno imposte: “È quello che non è stato mai fatto”, annuncia l’ex sindaco capitolino, “ridurre le tasse ai contribuenti leali, ai lavoratori dipendenti e autonomi che oggi pagano troppo”. E qui lo slogan è d’obbligo: “Pagare meno, pagare tutti”. Peserà invece allo Stato l’aiuto alla maternità, perche Veltroni si propone di invertire il trend demografico mediante “l’istituzione di una dote fiscale di 2500 euro al primo figlio e aiuti per gli asili nido”.

Per quanto rigurada gli scottanti “temi etici”, non sono inseriti in un capitolo a sé stante. Nella parte riguardante “garanzie e diritti”, si afferma che “il Pd intende prevenire l’accanimento terapeutico anche attraverso il testamento biologico” e promuovere “il riconoscimento dei diritti delle persone stabilmente conviventi”. Nella parte riguardante lo stato sociale e la sanità si afferma che “la legge 194 è una legge equilibrata, che ha conseguito buoni risultati, e va attuata in tutte le sue parti”.
La lotta alla precarietà, è un’altra delle colonne del programma, assieme alla qualità del lavoro e alla sua sicurezza, “diritto fondamentakle della persona umana” mentre i precari dovranno reaggiungere il minimo mensile di 1000 euro. Non dice come, e chi dovrà sborsarli. Sicurezza e Giustizia, anche se due punti distinti, che prevedono da un lato il rafforzamento delle forze dell’ordine - per far sentire sicui i cittadini - e la certezza della pena; dall’altro la fine allo scontro fra magistratura e politica, con norme innovative per la trasparenza delle nomine di competenza della politica inserendo il principio della non candidabilità in parlamento dei cittadini condannati per reati gravissimi connessi alla mafia, camorra, criminalità organizzata o per corruzione o concussione.
Veltroni lancia infine un attacco all’idea di un paese diviso quale emerge dalla decisione del Pdl di stipulare alleanze al Nord, al Centro e al Sud da una parte con la Lega dall’altra con l’Mpa di Raffaele Lombardo. Veltroni non li cita esplicitamente ma afferma: “Noi presentiamo un programma per far ripartire il paese, senza più veti nè condizionamento, la nostra è l’idea di un paese unito. E da questo punto di vista mi lascia sorpreso di un’alleanza al Nord, con la Lega Nord, al Sud con la Lega Sud e al centro… con la Lega Centro”. Per Veltroni, tra l’altro, “non si capisce che cosa vogliano rappresentare” visto che le diverse realtà “nello stesso schieramento finirebbero per annullarsi a vicenda”.

Nota a margine: il cambio di marcia che il leader del Pd dice di voler imprimere al Paese è stato subito messo in pratica dal pullman verde con cui Veltroni si muove dal Circo Massimo diretto verso Ascoli Piceno, tappa odierna del tour elettorale. A bordo il leader del Pd non c’è, ma nemmeno 50 metri dalla partenza il torpedone viene affiancato da due vigili urbani in motocicletta che fanno cenno all’autista di accostare. I due vigili, molto scrupolosi e puntigliosi, cominciano un lungo esame dei vari documenti per la circolazione e alla fine stilano un verbale con 70 euro di multa per mancanza di cintura allacciata da parte dell’autista che invano ha cercato di spiegare che il pullman era appena partito e aveva fatto nemmeno 50 metri. Non c’è stato nulla da fare e la multa verrà girata alla sede del Pd.

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