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Dopo gli scontri in piazza Navona tra studenti di destra e di sinistra è arrivato il momento dell’unità (su tutti i piani: da quella dell’opposizione, a quella dei sindacati; da quella di professori e studenti, a quella di studenti universitari, di scuola media, di opposte fazioni) Un milione in piazza a Roma, secondo gli organizzatori, anche se il ministro dell’Interno Roberto Maroni minimizza parlando di sole 100mila presenze, che però hanno intasato la capitale e riempito ben tre cortei lungo le vie del centro. E gli studenti sono rimasti uniti anche di fronte alla minaccia di venire denunciati.
Non si placano, però, le polemiche relative agli scontri (qui il VIDEO e le FOTO) di Piazza Navona: il sottosegretario all’Interno, Francesco Nitto Palma, in un’informativa urgente del Governo alla Camera, ha infatti sostenuto che gli scontri più duri di Piazza Navona dell’altro ieri sono stati avviati da un gruppo di circa 400-500 giovani dei collettivi universitari e della sinistra antagonista che è venuto a contatto con gli esponenti di Blocco Studentesco. Nitto Palma ha spiegato che in piazza quel giorno c’erano un centinaio di persone del Blocco Studentesco, con un camioncino. “È usuale - ha sottolineato - che durante le manifestazioni i mezzi con altoparlanti raggiungano piazza Navona”.
Prima dell’arrivo del gruppo dei 400-500, ha ricostruito il sottosegretario, c’erano stati momenti di tensione e contatti tra i manifestanti del Blocco Studentesco e quelli di sinistra, ma “l’interposizione del personale di polizia in abiti civili ha evitato possibili tafferugli. In questo frangente” ha sottolineato “il personale di polizia non ha udito cori apologetici del fascismo, ma slogan contrapposti”. In seguito, molti studenti hanno cominciato ad abbandonare la piazza. “Quelli del Blocco Studentesco, raggruppati intorno al camioncino ed invitati più volte ad allontanarsi dalla piazza dalle forze di polizia” ha proseguito Nitto Palma “avevano iniziato a spostarsi portandosi verso piazza delle Cinque Lune con l’intenzione di andare verso il ministero della Pubblica istruzione. Ma arrivati nella piazza il gruppo ha deciso di fermarsi”.
Nel frattempo, ha riferito, “da Corso Vittorio sono giunti circa 400-500 persone appartenenti a collettivi universitari ed alla sinistra antagonista che si sono uniti agli altri studenti. Alcuni indossavano caschi di motociclista e, invece di attestarsi nella piazza a manifestare, si sono fatti largo tra i ragazzi e, arrivati all’altezza di piazza delle Cinque Lune si sono dapprima schierati urlando slogan contro i fascisti e poi hanno iniziato un fitto lancio di oggetti, sedie e tavolini prelevati dai bar della piazza”. Alcuni esponenti del Blocco, ha continuato il sottosegretario, “ma in numero molto minore, si sono schierati ed hanno preso bastoni dal camioncino, mentre i ragazzi dei Collettivi sono avanzati venendo a contatto. Le forze dell’ordine hanno quindi separato i contendenti”.
Intanto il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, a margine della cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico all’università Bocconi di Milano, ha annunciato di voler avere un incontro diretto con gli studenti che protestano contro la riforma Gelmini: “Riceverò una delegazione di studenti” ha detto Napolitano “che mi esporrà più ampiamente le loro posizioni”.
Guarda le FOTO e il VIDEO degli scontri da YouTube:
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Studenti, e dal pomeriggio anche rappresentanze degli universitari, hanno cinto d’assedio, nonostante il maltempo, il Senato dove domani si voterà il Dl Gelmini. Già a fine mattinata erano, la stima viene dall’Unione degli studenti, circa 10.000; dopo aver dato vita a diversi cortei nel centro di Roma, si sono diretti a Palazzo Madama. Ci sono stati anche momenti di tensione e uno studente è stato prima fermato e poi rilasciato dalle forze dell’ordine.
A Palazzo Madama la seduta di martedì pomeriggio, chiamata a discutere il provvedimento sulla istruzione e università, si è aperta con la verifica del numero legale chiesta dal senatore del Pd, Costantino Garraffa. Mancando il numero legale il presidente del Senato, Renato Schifani, ha sospeso i lavori per 20 minuti.
I ragazzi hanno chiesto e ottenuto di poter incontrare i senatori e di aprire un tavolo di trattative. L’incontro è durato poco più di un’ora: i manifestanti hanno illustrato ai parlamentari non solo le motivazioni della protesta, ma anche alcune proposte concrete, come la riduzione della quota alle chiese, dall’8 per mille al 5 per mille, con la destinazione del 3 per mille rimanente ad un fondo di sostegno ad infanzia ed educazione, così come la sospensione di fondi inutili o privilegiati, come ad enti desueti, fondi Nato, o l’immediata sospensione dei finanziamenti pubblici alle scuole private. “Qui” hanno sottolineato “è in gioco il nostro futuro. Non è una manifestazione partitica. La protesta non smetterà”.
Duro il commento del presidente del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri: “Al Senato voteremo, come previsto e senza alcuna esitazione, il decreto Gelmini. Non ci facciamo intimidire dalle minacce di nessuno, tanto meno da chi è sceso pretestuosamente in piazza diffondendo menzogne, manipolato e spalleggiato dai dirigenti della sinistra”. In merito poi all’Università ha detto: “Io lezioni da certi baroni non ne voglio più prendere”.
Dalla strada i ragazzi hanno ribaito la loro comunità di intenti al grido di “Né rossi né neri, solo liberi pensieri”, venendo faccia a faccia con le forze dell’ordine ed esponendo striscioni sui quali si legge “No alla riforma”, a grandi lettere nere su fondo bianco, e “Giù le mani dalla nostra scuola”. I giovani continuano a dire che la loro protesta è a-partitica. Di fatto, il gruppo parlamentare di Italia dei Valori è sceso in strada accanto agli studenti che manifestano davanti al Senato. Per il presidente del gruppo, Felice Belisario, “Il decreto Gelmini deve essere bloccato perché offende la scuola italiana ed è il frutto di un’operazione autoritaria che non ha coinvolto né i docenti, né gli studenti, né le famiglie, né il mondo della cultura”.
A Torino
Proseguono le proteste degli studenti e le lezioni all’aperto anche a Torino. Nelle piazze, stamattina, hanno sfilato i ragazzi di diverse scuole superiori, confluiti a Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche, occupato da alcuni giorni dagli aderenti alla protesta. Quasi una cinquantina le scuole che tra oggi e mercoledì saranno “mobilitate”. E anche qui la protesta è stata appoggiata politicamente. La presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso avverte: “Siamo
disponibili a discutere, non a farci imporre nulla. Secondo l’accordo sul federalismo, la competenza dell’istruzione passerà alle Regioni dal prossimo anno scolastico. Lo Stato deve, quindi, confrontarsi con noi, che saremo titolari della materia”.
A Bari
“Quando ci sono movimenti come questo, vuol dire che c’è futuro, che la partita tra l’ignoranza
organizzata, eterodiretta e la domanda di sapere, la domanda di cultura e la conoscenza critica è una partita aperta”, dice il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, commentando il corteo spontaneo di studenti che si è tenuto a Bari per protestare contro il decreto Gelmini e al quale il governatore ha partecipato. “Questa generazione” ha detto anche Vendola “dice che la propria libertà comincia dal diritto alla formazione, dal diritto a non essere prigionieri di una specie di analfabetismo programmatico, di una scuola dequalificata e residuale. Di un mondo” ha continuato “nel quale ci sono scuole e Università private per i figli degli establishment e invece per i figli del popolo c’è una scuola e una Università dequalificata che deve educare solo al precariato”.

A scendere in campo è stato anche il segretario del Pd, Walter Veltroni, durante la conferenza stampa del governo ombra che ha affrontato aveva per tema l futuro dell’università italiana: “Insisto con la richiesta al governo di ritirare il decreto Gelmini e avviare il confronto. Non dico all’infinito, ci si dia un tempo e dopo aver ascoltato tutti si chiude. Considero un atto di arroganza andare avanti con il Dl Gelmini”.
Il leader Pd ci tiene poi a ribadire che le proteste degli studenti e degli insegnati sono “un movimento che non ha nessuna matrice politica”. Finisce, intanto, al vaglio della procura di Roma l’occupazione degli studenti al liceo classico Giulio Cesare. Una denuncia presentata dal responsabile dell’istituto per invasione di edifici (articolo 633 del codice penale) ha determinato, come atto dovuto, l’apertura di un procedimento.
Ma quelle di oggi sono “solo” giornate di preparazione dello sciopero del 30 ottobre. Allora sarà la manifestazione organizzata dai sindacati della scuola di Cgil Cisl Uil, dallo Snals e dalla Gilda a riempire Roma, con nove treni speciali e quasi mille pullman.
A chiudere il comizio in piazza del popolo sarà il leader della Cgil Guglielmo Epifani “Quella del 30 ottobre” dice il segretario della Flc-Cgil Mimmo Pantaleo “si preannuncia la più grande manifestazione per la scuola che si ricordi. Ma sarà anche di più, centinaia di migliaia di persone sfileranno per salvare il futuro del Paese, il diritto al sapere, il valore della conoscenza, contro i tagli a scuola, università e ricerca”.

Lezione sotto il cielo grigio, seduti sul pavimento in pietra, con il blocco per gli appunti sulle ginocchia, tra i passanti incuriositi. E poi “meglio in piazza che nelle aule, dove siamo talmente stipati che la metà rimane in piedi”, fa notare Elisabetta, al primo anno di Scienze Politiche. La protesta “no Gelmini” persevera. Ma prende una piega nuova.
L’occupazione degli atenei non piace a tutte le correnti del movimento studentesco oppure non funziona come ci si aspetterebbe. I ragazzi decidono di puntare sulle lezioni in piazza Duomo. Le stesse che si dovrebbero tenere a Brera, a Giurisprudenza, a Mediazione linguistica e a Scienze politiche, ma trasferite all’aperto. I professori, 5-6, si prestano e gli studenti arrivano in 400 circa.
Ore 8.30 di venerdì 24 ottobre, via Conservatorio a Milano. Ritrovo e blocco simbolico, di circa mezz’ora, dell’entrata di Scienze Politiche per il sesto giorno consecutivo. Ci si sposta poi in piazza (guardati a distanza da agenti in borghese), dove altri ragazzi continueranno ad arrivare per tutto il giorno, e dove il programma va dalle 9 alle 15. Le materie: filologia slava, lingua araba, giapponese, diritto costituzionale, “paura e controllo sociale”, “storia di quarant’anni di fallimento dell’università pubblica”. Quest’ultima è la lezione più attesa. In cattedra, o meglio sul selciato, il prof. Aldo Giannuli, ricercatore in storia contemporanea a Scienze politiche. Che spiega le sue ragioni: “I docenti hanno il dovere di stare dalla parte degli studenti, anche se a volte compiono dei piccoli eccessi”, dice. “I ragazzi hanno dimostrato di avere coscienza politica nella difesa dell’università pubblica. Purtroppo non posso dire lo stesso di molti miei colleghi, che non hanno capito che questo sistema è al capolinea”.
Chi sono gli studenti in piazza? Ma soprattutto cosa vogliono? Alla prima domanda rispondono precisando che nomi e facce non hanno importanza: non ci sono leader riconosciuti. Sulle ragioni della protesta invece sono dettagliati e decisi. L’obiettivo è il ritiro del cosiddetto “decreto Gelmini”, il 137. “Che non ha nulla di buono”, spiega Luca, “ma è inaccettabile in particolare nei tagli previsti in Finanziaria a carico di un settore, quello della scuola, già con l’acqua alla gola. E nella possibilità di trasformare le università in fondazioni di diritto privato. Cioè, la fine dell’università pubblica”.
Ester descrive l’idea delle lezioni in piazza: “Il modo ottimale per mostrare alla città quello che facciamo e per mettere in condivisione il sapere”. Come si concilia questa voglia di interagire con i blocchi delle strade e delle stazioni? Risponde ancora Luca: “All’interno del movimento ci sono posizioni divergenti e diversi gradi di radicalità. Ma lezioni all’aperto e occupazioni sono due facce della stessa medaglia”. Emanuele vuole sfatare due luoghi comuni: “Non siamo il ‘partito del no’ a tutti i costi alle decisioni della Gelmini e tanto meno vogliamo difendere uno status quo. Anzi, incentiviamo il cambiamento. Ci sono molte cose in questa università che vanno migliorate, ma il modo di farlo non è certo tagliare i fondi”.
Il movimento ha avuto l’appoggio di molti docenti, ricercatori e spesso del personale amministrativo. La maggior parte degli studenti invece è rimasta fredda, alcuni si sono persino opposti alle manifestazioni, chiedendo di poter studiare in pace. A Scienze politiche è comparso un manifesto contrario allo striscione simbolo dei cortei di questi giorni. Recita “La vostra protesta non la pagheremo noi”, in risposta a “La vostra crisi non la pagheremo noi”. “Vogliono studiare?”, incalza Lucia, seduta in piazza col manuale di storia, “anche noi. Forse si sveglieranno quando il bilancio della Statale andrà in rosso, non più tardi del 2010.

Gli studenti sono decisi ad andare avanti, finché il decreto non verrà ritirato. “Il governo non può continuare a ignorare o a non capire una mobilitazione che, a Milano, non si vedeva da vent’anni”, spiegano. E annunciano i prossimi appuntamenti della protesta: ancora lezioni in Duomo da lunedì e a oltranza (”Abbiamo cominciato per non fermarci”, dice uno striscione), giovedì 30 ottobre partecipazione alla manifestazione degli studenti delle medie, il 3 novembre assedio al Politecnico dove sono attesi Gelmini e Tremonti, il 14 corteo studentesco nazionale a Roma.
Da dove, intanto, arrivano brutte notizie per i contestatori: “Il ministro Gelmini è intenzionata a proseguire e non ritirerà il decreto 137″, ha detto il coordinatore nazionale dell’Unione degli Studenti delle scuole superiori Roberto Iovino, subito dopo l’incontro con il ministro dell’Istruzione. “Abbiamo consegnato una lettera al ministro, ma non abbiamo discusso in merito al decreto” ha spiegato Iovino. “Non siamo disposti a fare in modo che vengano presi questi provvedimenti, se la 137 passerà continuerà la mobilitazione”.
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e guarda il VIDEO: La protesta degli studenti a Milano
Voci e interviste tra gli studenti a Milano, di Antonella Palmieri
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Gli studenti delle medie superiori e delle Università di nuovo in piazza, il ministro Mariastella Gelmini replica e da un lato accusa che è in atto “una campagna terroristica” e dall’altro annuncia che a partire da domani convocherà le associazioni degli studenti e dei genitori per aprire uno spazio di confronto “a una sola condizione: che si discuta sui fatti”. “Ragazzi” esorta il ministro dopo aver criticato Veltroni, reo, secondo lei, di cavalcare la protesta studentesca, “avanzate proposte ma non accontentatevi di restare fermi a un dibattito in difesa dello status quo perché questo Paese ha bisogno di riforme”.
Intanto il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, da Pechino torna sulle polemiche suscitate dalle sue parole di ieri: “Non ho mai detto né pensato che servisse mandare la polizia nelle scuole. I titoli dei giornali che ho potuto scorrere sono lontani dalla realtà”. Nel mirino del premier, che parla dalla Cina dove è arrivato per il settimo summit euro-asiatico, finiscono anche studenti e rettori delle Università italiane in rivolta. “Protestano? Ma se per l’Università addirittura ancora non È stato fatto niente…”, osserva incredulo. “Se qualcuno va in piazza è perché gli piace andare in piazza” aggiunge polemico. “A qualcuno piace la musica, a qualcuno piace manifestare…”. Berlusconi poi non dice più che le occupazioni non saranno tollerate. Afferma invece di avere in mente “spiritosi” metodi di “convincimento: convincimento, e ne ho in mente qualcuno molto spiritoso, bisognerà garantire agli altri che vogliono imparare la possibilità di non essere disturbati da costoro”.
Ecco la fotografia della nuova giornata di protesta che investe ormai tutte le università e le scuole medie superiori del Paese. Una giornata difficile, tesa. Sia nella piazze sia nei palazzi della politica.
Nell’aula del Senato l’atmosfera si è fatta subito incandescente. Sono passate da poco le 12:30 quando il ministro della Pubblica Istruzione Mariastella Gelmini prende la parola. E si capisce subito che non sarà una passeggiata. Per quello che Gelmini dice e lascia intendere che dirà. Per le reazioni che arrivano dai banchi di opposizione: sono subito interruzioni, non manca la senatrice che porta le mani sulla bocca per farne un megafono. La Gelmini non si scompone: al suo fianco, sui banchi del governo, siedono i ministri Elio Vito e Sandro Bondi. La guardano un po’ sorpresi e un po’ divertiti. L’Aula di palazzo Madama per lunghi tratti è un’arena. I richiami del presidente Renato Schifani si fanno sempre più frequenti col passare dei minuti. Gelmini rivendica il merito di aver tolto i dati sulla condizione della scuola dalle medie statistiche per farli diventare patrimonio dell’opinione pubblica. “C’è un Libro bianco sulla riforma della scuola”, urla il senatore del Pd Paolo Giarretta. Arriva il richiamo di Schifani al contestatore. Gelmini tira dritto. “Ben più delle proteste” spiega Gelmini, con voce monocorde e senza increspature “mi preoccupano le falsificazioni che sono state messe alla base di queste proteste”. Viene giù metà Aula.
Niente, in confronto a quanto avviene quando: “Al Libro bianco sulla scuola, scritto sotto l’egida dei ministri Fioroni e Padoa-Schioppa…”. Non arriva in fondo alla frase il ministro Gelmini perché qualche urlo e un’onda di ilarità attraversa i banchi dell’opposizione per quell’accento traditore. Alla Gelmini scappa una “egìda” invece di “égida”. Ma neanche questo inciampo riesce a frenare l’esposizione di Gelmini, con i fogli del discorso che scorrono da una mano all’altra. Riprende a leggere e alza gli occhi soltanto per indirizzare lo sguardo sui banchi delle opposizioni. “È stato detto, e non è vero, che diminuiremo gli insegnanti di sostegno. È stato detto, e non è vero, che licenzieremo 87.000 insegnanti. È stato detto, e non è vero, che diminuiranno le classi a tempo pieno. Un’opportunità che invece, da ministro, intendo incentivare”. Dai banchi del Pd scatta una protesta corale. Troppe le accuse di falsità in appena cinque righe di discorso. Dal centrodestra partono applausi più sopra dei “vivissimi” come annotano secondo la tradizione gli stenografi del Senato. E riprende: “È stato detto, e non è vero, che chiuderemo le scuole delle piccole isole e quelle di montagna, atto che il ministro non potrebbe mai sognarsi di compiere”.
Dai banchi dell’opposizione sale un’onda sonora, il brusio s’impenna e cede il passo alle urla. Scattano in piedi i senatori del centrodestra per applaudire. Ma è questione di pochi secondi. Sono quasi le 13. Gelmini riconosce che chi l’ha preceduta nel ruolo di ministro e ha cercato di cambiare la scuola “non ha avuto un percorso agevole, ma questa fatica merita di essere compiuta; la devo al Paese, ai ragazzi, alle famiglie, agli insegnanti, a coloro che si aspettano e meritano una scuola migliore, come recita la Costituzione, aperta a tutti, che distribuisca pari opportunità”. È finita. Dal centrodestra scatta un’ovazione e lunghi applausi. Il centrosinistra stavolta sceglie di restare sui banchi, in silenzio.
Il rumore è tutto fuori, nelle strade attraversate dagli studenti contestatori. Che, nonostante l’escalation di occupazioni, si dicono pronti a incontrare il ministro (seppure dopo una convocazione “tardiva” fanno notare). “Ma questo” avverte l’Unione degli studenti “non basterà a fermare le mobilitazioni. Il movimento si fermerà soltanto quando il Governo ritirerà il decreto 137″.
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Non li ha fermati nemmeno l’appello del presidente della Repubblica. Nemmeno i toni duri del presidente del Consiglio. Anzi, la protesta contro la riforma della scuola proposta dal ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini non si ferma solo all’universtità: adesso invade anche i licei: come annunciato nei giorni scorsi dalla Rete degli Studenti, sono iniziate questa mattina le occupazioni in scuole superiori di tutta Italia. In particolare a Roma, a quanto risulta, sono stati occupati alcuni Licei come lo storico classico Tasso o il periferico scientifico Malpighi.
Continuano quindi in tutto il Paese, nelle università come nei licei, le proteste. I cancelli della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Milano, ad esempio, sono stati bloccati dagli studenti per un’ora, impedendo così l’ingresso a chi voleva frequentare i corsi. In mattinata, la mobilitazione prosegue con gruppi di “libero sapere”, che prepareranno le lezioni da tenere domani all’aperto in piazza Duomo, e con il coinvolgimento di alcuni professori disponibili a modificare i loro corsi per trattare temi di attualità, come ad esempio, una lezione su “i 40 anni di fallimento dell’Università pubblica” e “la paura e il controllo”, oltre a uno “sciopero della firma” in mattinata per quei corsi che prevedono l’obbligo di frequenza. Nel pomeriggio, alle 14.30, gli studenti di Scienze Politiche presenteranno un loro documento all’assemblea di Facoltà. La mobilitazione continua anche in altre facoltà, atenei e scuole milanesi, ad esempio con lezioni aperte nel pomeriggio all’Accademia di Belle Arti di Brera e un’assemblea nella sede centrale della Statale in via Festa del Perdono.
La mobilitazione riguarda anche il sud: in tutta la provincia di Cosenza stanno per partire i cortei per manifestare contro il provvedimento del ministro dell’Istruzione e della Ricerca. Sono previste manifestazioni nel capoluogo ma anche in molti altri Comuni dove le scuole si sono organizzate per condividere la giornata di protesta. Anche a Palermo prosegue la rivolta : a Lettere il Consiglio di facoltà ha approvato la sospensione per dieci giorni della didattica ordinaria e la sostituzione con lezioni informative e attività culturali realizzate in collaborazione con i docenti e ricercatori. L’obiettivo è informare studenti e cittadinanza sui motivi della protesta. Oggi alle 16, presso l’Aula magna della Facoltà, il primo incontro di approfondimento sulla legge 133. Nelle altre facoltà, dopo la sospensione di martedì, la didattica è ripresa, anche se diversi studenti hanno disertato le lezioni. Intanto, Azione studentesca ha annunciato per oggi alle 10 un sit-in sotto la sede dell’Ufficio scolastico provinciale di Palermo, in via Praga.
Le parole di Berlusconi non fermano dunque le proteste degli universitari: “la mobilitazione continua, anzi aumenta”, dice l’Udu (Unione degli universitari). “Non ci sentiamo minimamente intimoriti dalle parole di Silvio Berlusconi di ieri” precisa “perchè non si tratta di una mobilitazione soltanto degli studenti. Questa contrarietà è ormai, oltre che dell’intero mondo accademico, anche propria della società civile che si sta rendendo conto che la L. 133 mina lo sviluppo del Paese oltre al diritto allo studio”.
Ecco alcune delle iniziative e delle proteste in programma per oggi.
A l’Aquila è previsto un sit-in, alle 18, sotto la Prefettura;
A Perugia è stata convocata un’Assemblea a Lettere dove si terrà un Consiglio di Facoltà aperto a tutti gli studenti.
Ad Urbino nell’Aula Magna di Economia i sindacati hanno indetto un’assemblea per le 11.00 che vedrà la partecipazione anche dell’associazione studentesca Agorà.
A Lecce ci sarà il blocco della didattica nella Facoltà di Scienze Politiche ottenuto dal Coordinamento per l’Università Pubblica.
Blocco della didattica anche a Cagliari, da domani, nella facoltà di lettere, con un’autogestione che durerà fino al 30 Ottobre.
A Bari sono previste Assemblee per gli studenti di Scienze Matematiche, Biotecnologia e Farmacia e per quelli della Facoltà di Lingue.
Una fiaccolata è in programma stasera a Siena mentre a Pisa nel pomeriggio si terrà una manifestazione.
A Imperia i circa 360 alunni dell’Istituto d’Arte hanno proclamato l’autogestione. Picchetti davanti alle Facoltà napoletane, distribuzione di volantini e tentativi di blocco delle lezioni: la protesta degli studenti universitari a Napoli continua così senza interruzioni. Corteo studentesco in centro a Torino e centinaia di studenti delle superiori in piazza a Matera.
Di tutto ciò, alle 17, si discuterà nella riunione in programma al Viminale, come ha reso noto il ministro dell’Interno Roberto Maroni.
Il VIDEO servizio:
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Non nella mia discarica. I rifiuti di Napoli prendono il largo verso la Sardegna e, puntuali, anche le proteste dei cittadini sbarcano sull’isola. Il primo carico di quasi 500 tonnellate di immondizia è arrivato nel porto di Cagliari. La Regione amministrata da Renato Soru ha infatti accettato di aiutare la Campania nell’emergenza. Ma un centinaio di militanti di Irs-Indipendentzia Repubrica de Sardigna è sceso in piazza con lo slogan “Siamo diventati la discarica del Mediterraneo”, insieme ad alcuni membri di Azione giovani contrari all’arrivo della nave.
Gli indipendentisti hanno bloccato lo scarico dei tir della nave Tirrenia “Via Adriatico” sostenendo, notizia non confermata però né dalla prefettura di Cagliari né dalla Capitaneria di Porto, che il carico fosse misto di merci e rifiuti. Una seconda nave, “Italroro Three” della compagnia Di Maio lines di Torre del Greco è arrivata a Cagliari verso le 16 con altre 600 tonnellate di immondizia da stoccare nel deposito del Casic, nella zona industriale della città.
Nella notte dovrebbero arrivare due nuovi traghetti che trasporteranno sull’isola gli autocompattatori coi rifiuti solidi urbani. Intanto per domani è fissata una riunione straordinaria del Consiglio comunale di Cagliari per esaminare le ripercussioni provocate dall’arrivo dell’immondizia campana. Il sindaco Emilio Floris (Forza Italia) ha contestato la decisione “unilaterale” della Regione di offrire la disponibilità della Sardegna. Il sindaco di Sassari, Gianfranco Ganau, ha precisato di “non aver mai dato la disponibilità all’arrivo dei rifiuti a Sassari, e quando ce l’hanno chiesto ci siamo fermamente opposti”. A Ozieri (Ss), nella cui discarica dovrebbero essere smaltiti parte dei rifiuti, si è svolta una manifestazione cui hanno partecipato un migliaio di persone.
Venerdì sei sindaci del sud della Sardegna si riuniranno sotto il palazzo del Consiglio regionale, a Cagliari, per un sit-in di protesta al grido: “La Sardegna non è una pattumiera”. I primi cittadini del capoluogo sardo e di Domusnovas, Siliqua, Teulada, Nuxis e Samassi sono contrari alla decisione presa dal presidente Soru, che, dicono, “si è inchinato agli ordini del premier Prodi, mettendo la Sardegna a disposizione dei rifiuti campani, come se la nostra regione fosse una discarica”.
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La morte di Gabriele Sandri, ma anche l’imprudenza di agenti di polizia (o carabinieri) che sparano e uccidono un fuggiasco al posto di blocco. L’8 settembre scorso è successo a Ivrea, vittima una donna romena che aveva compiuto un furto ed è morta in ospedale, qualche anno fa a Napoli fece scalpore la morte di un 17enne passato davanti a una pattuglia in motorino senza casco. Fatalità o errore, chi lavora con una pistola nella fondina dovrebbe essere addestrato per usarla.
Ma quanto si esercitano i poliziotti al tiro con le armi? Poco, molto meno di quanto preveda la legge, non abbastanza. I primi a sostenerlo sono proprio i sindacati di polizia. In parte è colpa della carenza di personale, che impedisce la turnazione necessaria a staccarsi dal servizio alcune ore per sparare. Ma il vero problema sono i poligoni a disposizione delle forze di commissariati e questure. Troppo costosi da mantenere, spesso inagibili, a volte ristrutturati di tutto punto e con grossa spesa. Ma mai utilizzati.
“Succede quindi che”, spiega Giorgio Innocenzi, segretario generale del Consap, “se le regole prevedono per ogni agente 96 colpi all’anno da sparare con arma corta (circolare del capo della polizia numero 500/A/NTB.6/5979, del 19 aprile 1999), il 50 per cento del personale della Polizia di Stato non si addestra da almeno un anno”. Oppure che, pur di far mettere qualche crocetta sul libretto di tiro dei propri uomini, alcuni dirigenti li mandano a fare pratica in strutture non adatte. Ex cave, greti di fiumi, centri per il tiro a segno come quelli del Coni. “Solo che le munizioni in dotazione agli agenti, che sono para bellum, rovinano sagome e percorsi di questi poligoni e i gestori si rifiutano spesso di metterli a disposizione. E poi la trasferta arriva a costare alla pubblica sicurezza anche 70 euro al giorno”, aggiunge Innocenzi.
Oggi i poligoni sono ufficialmente una cinquantina, secondo una relazione del sindacato ne funziona poco più della metà. “Agli inizi degli anni ‘80 ne sono stati realizzati circa cento, mal distribuiti sul territorio, che nel ‘94 sono stati dichiarati tutti inagibili per problemi tecnici dall’Ispettorato dell’arma del genio. Negli anni successivi ne sono stati ristrutturati e riaperti circa cinquanta, appunto”, conclude Innocenzi. Ma dal 2001, considerato che restare al passo con le normative e mantenere i poligoni in buono stato è molto costoso, si è deciso di ricorrere sempre più spesso a strutture esterne. Il Consap segnala infine il caso del poligono di tiro della questura di Como, ristrutturato e tirato a lucido ma poi trasformato in archivio, perché mancano i fondi per la manutenzione.
Per affrontare questi problemi l’amministrazione della pubblica sicurezza sta pensando a un escamotage virtuale. Far addestrare i poliziotti al computer, con un programma di simulazione di tiro già usato negli Stati Uniti. Potrebbe funzionare.
Ma i tagli alle forze dell’ordine hanno creato altri problemi, ormai cronici. Volanti a secco di benzina, poliziotti costretti a usare il proprio pc per il lavoro d’ufficio o la propria macchina per le operazioni perché, stimano i rappresentanti di categoria, il 50 per cento del parco auto è fermo in officina in attesa di essere riparato, la Stradale di Roma che ha lavorato tutta l’estate con le divise invernali che ora che arriva il freddo si sono usurate.
Per questo il 1 dicembre, per dire che la misura è colma e contro la Finanziaria 2008, “che penalizza le forze dell’ordine”, i poliziotti hanno deciso di scendere in piazza a Roma. A quella che definiscono “la nostra più grande manifestazione da oltre dieci anni, ci aspettiamo 20 mila presenze” partecipa il 90 per cento dei sindacati di categoria: Siulp, Siap-Anfp, Silp-Cgil, Consap, Fsp-Ugl, Coisp, Uilps. Manca solo il Sap, che organizza una protesta parallela a Milano. “Contro un governo che si riempie la bocca con la parola ’sicurezza’, ma poi toglie risorse alla polizia”, spiega il segretario generale, Filippo Saltamartini. Anche il Cocer dell’Esercito, pur non scendendo in piazza, condivide con una nota le motivazioni dell’iniziativa degli agenti, definiti “interpreti anche del nostro profondo disagio”. Mentre il Cocer dei carabinieri promette “forme democratiche di contestazione”, se il governo approverà la norma che esclude “dai lavori particolari-usuranti gli appartenenti ai comparti di Sicurezza e Difesa”.
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Per dieci giorni, è stata la capitale del Festival del cinema, per un anno intero è quella della contestazione (ultimo episodio: la fontana di Trevi colorata di rosso). Oltre ad essere stata meta di attori e starlette di celluloide (qui le foto), Roma può contare su un altro, poco lodevole, primato. È infatti la città dove quest’anno si sono svolte più manifestazioni di protesta. Con una cadenza inesorabile: negli ultimi dodici mesi, più di cinque cortei al giorno, quasi sempre nel centro storico.
Naturale che il bilancio, in buona parte a carico dell’amministrazione comunale, sia assai più gravoso di qualsiasi rassegna artistica: 60 milioni di euro l’anno, tra straordinari di vigili e pubblica sicurezza, trasporti e pulizie aggiuntive. “In particolare per i cortei” dice Carlo Buttarelli, comandante del I gruppo della polizia municipale, “utilizziamo almeno 150 uomini, che distacchiamo dalle mansioni ordinarie”.
Ma oltre alle manifestazioni autorizzate, ci sono anche quelle non previste, che provocano disagi a turisti e cittadini. “Non se ne può più”, sbotta esausto il presidente del I municipio, Giuseppe Lobefaro: “il disagio è divenuto permanente. È mai possibile che non si riesca a risolvere il problema rispettando il sacrosanto diritto di manifestare, ma anche quello di un´intera comunità a non subire continui disservizi?”.
![Monica Bellucci sul Red Carpet prima della proiezione del film [url=http://gallery.panorama.it/displayimage.php?pos=-13307][i]Le Deuxieme souffle[/i][/url], di Alain Corneau, in concorso nella 2° edizione della Festa Internazionale di Roma (18-27 ottobre).<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]<br /> [url=http://gallery.panorama.it/thumbnails.php?album=797]La gallery dei film in concorso[/url]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto-ottobre/festa-cinema-roma/normal_festaroma02.jpg)
E a ottobre il trend è stato in netto aumento, anche a causa del governo: tra sicurezza, legalità e riforma del welfare, negli ultimi tempi le manifestazioni si sono quasi triplicate. Con buona pace della libertà, ma anche delle tasche dei cittadini capitolini.