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Targa della nuova sede del Pd a Roma (ansa)
Il prossimo 28 e 29 marzo non si voterà solo per il rinnovo di tredici giunte regionali. La lotta tra centrodestra e centrosinistra, che nel locale è assai più complicata dall’accentuato trasformismo nelle alleanze e dal peso delle liste civiche, coinvolge anche 11 province e 1.026 comuni, tra cui 17 capoluoghi impegnati nelle elezioni amministrative. Continua

di Laura Maragnani
I numeri sono 15-15-20. Non sono quelli del lotto, ma Dario Franceschini su questa terna si gioca molto, forse tutto. Sono numeri da allarme rosso: quello lanciato da Paolo Fontanelli, responsabile democratico agli enti locali, alla festa nazionale del Pd a Firenze lo scorso agosto. Toscano verace, ex operaio, irreprensibile curriculum Pci-Pds-Ds alle spalle, il baffuto Fontanelli ha annunciato cifre da Caporetto per le amministrative: con il Pd al 33 per cento, su 50 province conquistate nel 2004 dal centrosinistra solo 15, “probabilmente”, il 6 e 7 giugno, resteranno al centrosinistra. “Altre 15 sono in bilico”. Le altre 20 saranno del Pdl.
A 40 giorni dal voto Fontanelli non cambia idea: “Il dato di riferimento obbligato è quello delle politiche 2008″ conferma a Panorama. “E su quella base 15 province sono sicure, 15 ce le giochiamo sul filo puntando sulla buona prova degli amministratori uscenti, nelle altre 20 c’è uno scarto così notevole con il centrodestra che recuperare è praticamente impossibile”. A meno di un miracolo. Sempre che il Pd riesca a rimontare da quel circa 26 per cento (fonte: Ipsos per Ballarò, 21 aprile) a cui è inchiodato dai sondaggi, ben al di sotto della soglia 33 per cui è valida la terna 15-15-20.
Sessantadue le province in palio (rinvio invece all’autunno, causa terremoto, per L’Aquila) e 4.296 i comuni, di cui 214 sopra i 15 mila abitanti (ci sono capoluoghi di regione come Bologna e Firenze, Ancona e Bari, Perugia, Potenza e Campobasso). L’80 per cento delle amministrazioni uscenti è di centrosinistra. E solo 10 province su 60 hanno, al momento, un presidente di centrodestra. Tutto a “Rischio ribaltone”, come titolava L’Unità il 18 aprile, giorno del lancio ufficiale, con Dario Franceschini e i vari candidati, della campagna Pd per le amministrative?
Il ribaltone è già scritto. “Nel 2004 il centrodestra si è presentato diviso all’appuntamento elettorale, contro un Ulivo compatto che ha fatto il pieno dappertutto” è l’analisi concorde del pd Fontanelli e del pdl Mario Valducci, suo omologo nel partito del Cavaliere. “Oggi la situazione è rovesciata” valuta Valducci. “E se contiamo l’effetto traino, anche a livello locale, di un gradimento di Silvio Berlusconi che viaggia oltre il 50 per cento, possiamo perdere solo se facciamo errori”.
Parlare con Valducci dà l’idea dell’aria che tira nel centrodestra. “Non vinceremo tutto, ma tutto è possibile. Tanto che al Nord, insieme alla Lega, potremmo fare persino uno strike”. Clima euforico. Il centrodestra si sente già in tasca le province di Bergamo e Brescia e “un pensierino” lo fa su Lodi; in Piemonte punta sulla conquista di Alessandria, Biella, Verbania e Novara, con la speranza di arrivare al ballottaggio a Torino; il Veneto “non darà sorprese” e persino le regioni rosse non sono più sfide impossibili: Rimini, Parma, Piacenza, Grosseto sono “in bilico”. Sull’Abruzzo intero è stata lanciata l’opa post terremoto (”Chieti, Pescara, Teramo, tutto è abbondantemente alla portata”) e sulla Campania c’è la scommessa di Napoli, dove il Pd rischia per la questione morale e la malgestita emergenza rifiuti.
Insomma, si fa prima a dire cosa rimarrebbe in mano al centrosinistra. Nella sede nazionale del Pd circola “un foglietto allarmante” di cui L‘Unità ha dato dolorosamente conto: al Nord “le uniche province certe sono quelle di Torino, Venezia e Cremona”; “nella tradizionale zona rossa, Emilia, Toscana, Umbria, rischiano Rimini, Piacenza, Parma e Grosseto”; Milano trema, Napoli pure; incerte “Frosinone, Avellino, Salerno, Bari, Brindisi, Lecce, Taranto, Chieti, Teramo”. E via: un bollettino di guerra.
La guerra in periferia, in realtà, è cominciata da mesi. La formazione delle liste e delle alleanze nel centrosinistra è stata tutt’altro che indolore, dentro e intorno al Pd. È vero che in almeno metà delle province il Pd è riuscito a trovare un accordo con Rifondazione e con il Pdci, che l’Ulivo è risorto quasi dappertutto, che Sinistra e libertà è un “alleato fedele” (Fontanelli dixit). Però tra i compagni di strada serpeggia un malcontento feroce: “Le liste sono state compilate con arroganza, imponendo a tutti i costi i candidati del Pd, anche se deboli. Si è scelto ovunque di compiere atti di forza ai danni degli alleati” sbotta Pier Paolo Cento a nome dei Verdi, cui brucia “il vulnus” della mancata ricandidatura di Dino Di Palma alla Provincia di Napoli.
Rifondazione si è invece legata al dito la liquidazione di Massimo Rossi ad Ascoli Piceno, unico presidente uscente in quota Prc, che dovrà adesso correre contro un avversario del Pd, col rischio che il centrodestra goda tra i due litiganti.
Ritorsione immediata: Prc e Pdci valuteranno “caso per caso” se e dove fare un accordo col Pd: sì a Bologna, per esempio, dove il candidato sindaco Flavio Delbono ha ricompattato il centrosinistra dell’Unione pre Cofferati; no a Milano, “dove non condividiamo le politiche su sicurezza e crisi di Filippo Penati” spiega il responsabile enti locali del Prc, Raffaele Tecce; sì a Bari, dove con Michele Emiliano c’è feeling; no a Napoli, dove i comunisti correranno in proprio “cercando di recuperare movimenti e realtà che nel sistema Bassolino-Iervolino non hanno spazio”.
Una giungla di alleanze variabili e avariabili. All’ombra del 15-15-20 si vedrà di tutto. A Brindisi il Pd corre con l’Udc, candidando il presidente degli industriali Massimo Ferrarese contro tutto il resto della sinistra. Nella nuova provincia di Fermo, invece, sono tutti d’accordo nel sostenere Fabrizio Cesetti, ex ds che con Sinistra e libertà ha sbaragliato il Pd alle primarie.
Ad Ancona Sinistra e libertà corre sola contro Pd, Prc, Pdci, Verdi e Idv.
A Reggio Emilia l’ex Pci-Pds-Ds Antonella Spaggiari, detta “la Zarina”, corre col sostegno dell’Udc contro il sindaco uscente Graziano Del Rio, pd.
E come se non bastasse, ecco l’Italia dei valori: reclamando “pari dignità” corre in proprio a Brescia e a Bergamo, vuole un suo candidato al Comune di Campobasso (”In Molise abbiamo il 33 per cento dei voti, il Pd non arriva al 20: di che stiamo a discutere?” così il deputato Ignazio Messina) e boccia il campione democratico al Comune di Potenza, minacciando in caso contrario di non appoggiare il Pd nelle due province lucane; “poi, se si perde, non vengano a piangere da noi”.
D’accordo, ma che colpa ha Franceschini? “Sono finiti i tempi in cui ogni trattativa si faceva a Roma” lo difende come un soldato Fontanelli. “Oggi è il partito a livello locale che decide tutto”. Ma a livello locale, scuote la testa l’ex ds Massimo Mezzetti, che per Sinistra democratica ha condotto le trattative in giro per l’Italia, “la sensazione è che il Pd sia esploso. Non si sa bene con chi trattare, non c’è più un referente unico e certo, o almeno in grado di garantirti qualcosa. Tra i cacicchi infuria la guerra, ognuno ha la propria lista e la propria alleanza, e più che la politica sembrano trionfare a volte le gelosie personali, gli odi interni, le rivalità”.
Un quadro che molti protagonisti delle trattative di questi giorni sono disposti a sottoscrivere. Spazzati via ieri dalla scelta veltroniana di correre in solitudine, costretti oggi a dar segni di vita dentro a liste che spesso non condividono del tutto, ora aspettano il 7 giugno con un dente spesso avvelenato. Altro che 15-15-20. Dice Cento: “Imponendo i suoi candidati, il Pd si è intestato ogni vittoria ma si intesterà anche ogni sconfitta”.
Franceschini è avvisato.

- Tags: abolizione, Casta, comuni, enti-locali, PA, piano, province, regioni, Renato-Brunetta, Roberto Maroni, sindaci, sprechi
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Ministro anti fannulloni, anti privilegi, anti sprechi.
Si sprecano gli aggettivi con il prefisso “anti” per Renato Brunetta. Ma da oggi, per l’attivissimo responsabile della Funzione Pubblica, l’elenco potrebbe allungarsi con “ministro anti province”. Un epiteto che Brunetta deve però condividere con il collega ministro e titolare del Viminale, Roberto Maroni.
I due si sono infatti inseriti nell’annoso dibattito sull’abolizione delle Province. Tema che si rincorre ormai da mesi, se non da anni. In questi ultimi, è diventata una battaglia politico-mediatica: argomento da prima pagina per il quotidiano Libero di Vittorio Feltri, da promessa elettorale per molti partiti dell’arco parlamentare.
E siccome - nonostante il Pdl sia d’accordo, il Pd pure - la Lega storce il naso, proprio per sciogliere i dubbi del Carroccio il Ministro Brunetta (come anticipato da un’intervista al Tgcom) ha preparato un piano a lungo termine in accordo col titolare leghista degli Interni.
Insomma, accadrà che gli enti intermedi che stanno a metà strada tra Comune e regione (leggi: le province, appunto) saranno “svuotati”. E siccome non si potrebbe (costituzionalmente parlando) “abolire” quegli enti, la formula usata dal ministro Brunetta, presentando un provvedimento che il governo discuterà “tra una settimana”, è proprio “svuotare”: di peso, importanza e (soprattutto) costi.
“Ci sono delle novità. Il ministro Maroni sta presentando una riforma”, ha spiegato Brunetta. È “il codice degli enti locali”, un piano che dovrebbe entrare a regime prima del voto immediatamente successivo, tra 4 o 5 anni. L’idea è che, alla scadenza della prossima tornata amministrativa, “le Province molto probabilmente non saranno più quelle che abbiamo conosciuto fino a oggi…”. Saranno cioè degli “enti di secondo livello”. Le elezioni amministrative di giugno potrebbero essere le ultime per alcune delle province dove il consiglio sarà rinnovato.
Ma la Provincia non sparirà dal punto di vista formale, solo non avrà più un peso (e quindi un costo) politico: “Rimarrà l’ente provincia ma non avrà più degli eletti”, ha chiarito Brunetta: “I consiglieri provinciali e presidente non saranno altro che i sindaci dei comuni nella provincia”. Il presidente sarà il sindaco del capoluogo di provincia, e il parlamentino sarà formata dagli altri primi cittadini del territorio. Si “elimineranno così un po’ di costi della politica - ha detto ancora il ministro nemico dei fannulloni - e quello che fa ora la provincia lo faranno i Comuni all’interno della provincia”. Tra cittadino e Stato rimarranno quindi solo due livelli: “Regione e comune”. Che possono bastare.
“Le province per essere abolite richiedono un cambio costituzionale” ha illustrato Brunetta, secondo quanto riportato dal Il Giornale “mentre questa formula di svuotarle di contenuto politico primario e di farle diventare sostanzialmente dei consorzi funzionali si può fare senza modificare la costituzione”. Questo consentirà di ridurre enormemente i costi, andando ad abbattere la spesa attualmente stimata in oltre sedici miliardi di euro ogni anno (fonte Unione delle province italiane -Upi, che specifica che attualmente le province italiane siano 104).
Ma che poi l’operazione, sulla via del risanamento dei costi del Palazzo, riesca è ancora tutto da verificare. Stando alle proteste del Presidente dell’Upi, Fabio Melilli (predidente Pd della provincia di Rieti), il piano Brunetta-Maroni non sarebbe di così facile realizzazione: “Dalle dichiarazioni rilasciate al TgCom dal ministro della Pubblica amministrazione sulle province sembrerebbe che per l’onorevole Brunetta la Costituzione non abbia alcun valore”. E ancora: “Il Ministro Brunetta” conclude Melilli “dimostra di non conoscere affatto la realtà italiana. Basterebbe che parlasse con qualche Sindaco per rendersi conto che la proposta di fare governare il territorio provinciale dal sindaco del comune capoluogo non è minimante praticabile e metterebbe in grandi difficoltà gli oltre 8000 Comuni italiani”.

L’Università di Siena, la provincia con la migliore qualità della vita secondo lo studio
Siena, Trento e Bolzano. Questo il podio delle province con la migliore qualità della vita, secondo il “Rapporto 2008″ che sarà pubblicato domani da ItaliaOggi. All’ultimo posto Agrigento. Il Sud in generale registra piazzamenti molto bassi, con la prima provincia, Bari, solo al 41esimo posto. Tra i parametri monitorati dall’indagine i servizi, il lavoro, la qualità dell’ ambiente, la sicurezza, la mancanza di disagio sociale, la popolazione, il tempo libero e il tenore di vita. In generale, il rapporto ha evidenziato un peggioramento complessivo, con un dato inquietante: in 55 province su 103, la qualità della vita è risultata scarsa o insufficiente.
Tra le grandi città quella messa peggio (e non sorprende, visto il suo “annus horribilis”) è Napoli, terzultima. Migliorata nettamente la posizione di Isernia, ultima nel 2007, in risalita di 24 posizioni. Sale anche Roma, al 29mo posto, dal 58mo dell’anno scorso, superando Milano (31) e Torino (50). Per quanto riguarda la criminalità, a sorpresa la provincia meno sicura è risultata quella di Bologna, mentre a Genova si verifica il maggior numero di borseggi. Napoli in testa nelle rapine, Crotone per gli omicidi. Il tasso di disoccupazione più alto è a Palermo, non così per il “disagio sociale”, caratteristica di Avellino, Caserta e Trapani.
Milano ha ancora il tenore di vita più alto, mentre il più basso è ad Agrigento. Per quanto riguarda il tempo libero, la maglia rosa va a Firenze, che è anche la provincia con più associazioni. Mentre Aosta è quella che offre i servizi migliori ai propri cittadini.
Le forbici di Tremonti si avvicinano alle Province delle grandi città e alle comunità montane. Un taglio netto per quest’ultime, una trasformazione in città metropolitane per le altre. Il ministro dell’Economia ha studiato una manovra 2009-2011 da quasi 35 miliardi, 13 dei quali da reperire il prossimo anno. Con tagli consistenti alla macchina burocratica, a partire da comunità montane, Province metropolitane, enti considerati inutili. Sono oltre 3 i miliardi di risparmi attesi sul fronte degli enti locali.
Quindi le province delle aree metropolitane, cioè quelle di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari e Napoli potrebbero scomparire. È questa - secondo quanto l’ANSA è in grado di anticipare - una delle misure allo studio per la messa a punto della prossima manovra. L’abolizione arriverebbe alla prima data di cessazione dei consigli dopo l’entrata in vigore della manovra, e lo Stato e le regioni provvederebbero poi a trasferire le competenze soppresse ai comuni. Stessa sorte toccherebbe a tutte le comunità montane. I presidenti di Provincia coinvolti non sono certo felici del metodo scelto da via XX settembre, anche se alcuni restano possibilisti.
”Apprendiamo dalla stampa dell’intenzione del Governo di abolire le Province metropolitane. Passare dalla costruzione delle aree metropolitane all’abolizione pura e semplice delle Province, mi sembra davvero un’ipotesi originale”. A sostenerlo è Fabio Melilli, presidente dell’Upi, l’Unione delle Province d’Italia e della provincia di Rieti. ”Sono certo che la riflessione del Governo sarà più approfondita e non improvvisata”.
Il “no” ad una abolizione per decreto è unanime: ”Solo una prova di forza del Governo” dice il presidente della Provincia di Torino, Antonio Saitta, “come può pensare di abolire il prossimo anno le Province di Torino e Milano, il cui mandato quinquennale scade nel 2009, senza aver prima costituito almeno le rispettive città metropolitane”. La reazione più sarcastica arriva da Milano: da Palazzo Isimbardi fanno notare che “le Province citate sono tutte governate dal centrosinistra”.
Ci sono però anche voci più aperte al confronto: il neoeletto alla provincia di Roma Nicola Zingaretti ritiene “giusto dotarci di nuovi enti che sostituiscano le Province”, da Genova Alessandro Repetto apre: “Le città metropolitane sono già previste dalla Costituzione” ma precisa “bisogna tutelare i piccoli comuni dell’entroterra che non c’entrano con le metropoli”. ”La semplificazione del quadro istituzionale, con l’abolizione di alcune Province, stava già nelle proposte di Walter Veltroni che ho convintamente appoggiato” ricorda il presidente della Provincia di Firenze Matteo Renzi “il problema è capire se questo Paese è nelle condizioni di aprire una pagina nuova, più semplice e più efficiente”. Il sindaco di Torino Chiamparino, ministro ombra per le riforme del Pd, preferisce non commentare “finché non ci sarà una proposta precisa non dirò niente, sono stufo di questa politica degli annunci”.
Sostegno a Tremonti invece dalla maggioranza, con il vice capogruppo del Pdl alla Camera e vice responsabile Enti locali di Forza Italia Osvaldo Napoli che parla di ”tappa decisiva” nella riforma dello stato.
Sul fronte delle comunità montane, invece, significativa la reazione di Gian Antonio Stella, uno degli autori de La Casta, libro che aveva denunciato proprio gli sprechi e gli abusi degli enti locali: “Messa in questi termini” scrive sul Corsera “la scelta di spazzare via tutte le comunità montane sembra un boccone di demagogia dato in pasto alla plebe affamata di atti simbolici. E invece Dio sa quanto ci fosse bisogno di abolire la montagna falsa, ridicola, clientelare, per salvare la montagna vera. Quella che giorno dopo giorno, se non è benedetta dal turismo, muore.”
Il VIDEO servizio:
Ineludibile. Ma che sia solidale e unitario. Tema: il federalismo fiscale. L’invito è del Capo dello Stato Giorgio Napolitano durante un incontro al Quirinale con l’Unione delle Province italiane che festeggia il centenario. Napolitano invita ad affrontare l’attuazione del federalismo, previsto dal Titolo V della Costituzione, con più speditezza e partendo dal lavoro di impostazione fatto nella scorsa legislatura “che portò alla presentazione di un disegno di legge”. Finora, ha aggiunto, c’è stata “un’estrema lentezza” nell’adeguamento delle regole in materia di entrate fiscali e di assetti istituzionali. “La riforma - ha ricordato - risale al 2001″.
Napolitano ha parlato della “necessità di collaborare attivamente a progetti di riforme e di riordino”. “Sarà un appuntamento molto delicato - ha sottolineato - a cui bisogna che ciascuno porti il suo contributo tenendo conto delle linee per un federalismo solidale, unitario ed efficace. Non sarà semplice”. Sul ruolo delle province e sul contenimento delle spese della pubblica amministrazione, Napolitano ha ricordato di essere stato contrario, già 10 anni fa, all’istituzione di nuove province (”Furono fatte quando io me ne andai”) e ha riletto un suo richiamo del settembre 2006 in cui invitava a rivisitare l’intera architettura istituzionale per eliminare sovrapposizioni, duplicazioni e ridurre i costi, in particolare nel Mezzogiorno.
In questo senso il Capo dello Stato ha detto che “le città metropolitane sono un ente inesistente”. “Se ne parla da molto tempo. Prima si chiamavano aree metropolitane. Il Titolo V della Costituzione le ha riproposte come città metropolitane ma sono rimaste sulla carta”. Napolitano ha invitato ad affrontare la definizione di questi enti intermedi in una visione comune con l’Unione province italiane, l’associazione dei Comuni italiani e la Conferenza delle Regioni poiché è necessario collaborare per affrontare gli aspetti che riguardano il loro assetto fiscale e istituzionale.
Il presidente ha parlato anche dell’emergenza rifiuti in Campania, parlando di un problema “che assilla tutti noi”. Napolitano ha invitato le forze politiche a “non cedere a pressioni localistiche”. “È indispensabile” spiega “una visione unitaria e solidale” e che “le Province facciano la loro parte senza cedere a logiche di arroccamento”.
In Quirinale erano presenti Fabio Melilli, a capo dell’Unione delle Province, con i componenti dell’Ufficio di presidenza e una delegazione di presidenti di Provincia.

L’effetto-Pdl si allunga anche sul Campidoglio: favorito o meno dall’election day, il partito di Berlusconi e Fini ha costretto al ballottaggio Francesco Rutelli contro Gianni Alemanno. Lo dicono i dati in arrivo (a rilento) dalle sezioni: Rutelli è poco sopra il 45% e Alemanno poco sopra il 40%. Nessun colpo di scena è possibile: sarà spareggio per la poltrona del sindaco più importante d’Italia (poltrona che vale quella di un ministero, dicono gli esperti).
Una notizia che profuma di svolta storica in una città amministrata dal centrosinistra da quindici anni e nella quale nel 2006 Veltroni, al suo secondo mandato, aveva fatto man bassa di voti arrivando a superare il 61%, stracciando lo stesso Alemanno al primo turno. Una percentuale che già si immaginava fuori dalla portata del ministro dei Beni culturali nonché ex sindaco. E però gli ultimi sondaggi di due settimane fa lasciavano ben aperta la porta di un’affermazione al primo colpo. E invece…
Invece, sarà ballottaggio. E non sarà facile per il candidato Pd, il 27-28 aprile: le condizioni sono assolutamente diverse rispetto a due anni fa. Conteranno i possibili apparentamenti o comunque i voti di candidati che finiscono fuori dal gioco al primo turno. Storace (al 3,4%) ha annunciato che giovedì, dopo aver convocato l’esecutivo nazionale de La Destra, scioglierà le riserve in merito a un possibile appoggio del suo partito ad Alemanno nel caso di un secondo turno di votazioni. Mentre l’Udc, secondo quanto detto da Casini, potrebbe decidere a chi dare il suo appoggio con “primarie aperte a tutti gli iscritti”. Un’idea che piace al candidato sindaco del Pd. “Penso che potranno venire sulla mia candidatura” sostuiene Rutelli “ho fiducia. È giusta l’idea di fare le primarie, ma lo vedremo con i risultati definitivi”.
Così il fortino della Capitale, dentro il quale i democratici e la Sinistra avrebbero potuto resistere allo tsunami delle politiche, non è più così sicuro. Stessa cosa dicasi per la privincia di Roma: anche qui Nicola Zingaretti, candidato del centrosinistra, ha mancato il primo turno, ma “solo per un soffio”, dato il suo 47% abbondante, secondo i risultati parziali, contro il 37% circa di Alfredo Antoniozzi. Ma le sorprese alle provinciali non finiscono qui: il centrodestra mantiene Varese e Udine - presidenti rispettivamente Dario Galli e Pietro Fontanini - mentre Benevento e Vibo Valentia restano al centrosinistra, con Aniello Cimitile e Francesco De Nisi. Al ballottaggio vanno Asti, Foggia, Catanzaro e Massa Carrara. Qui, tradizionale roccaforte della sinistra, il centrodestra ha schierato addirittura Sandro Bondi, che ha costretto al secondo turno il presidente uscente Osvaldo Angeli. Altro colpo per il centrosinistra a Brescia, città finora guidata da Paolo Corsini, che non si è ricandidato e al quale succederà Adriano Paroli, vincitore al primo turno su Emilio Delbono.
Per le comunali, conferma scontata per il leghista Paolo Gobbo a Treviso e vittoria del centrosinistra a Pescara, dove sarà sindaco Luciano D’Alfonso. Saranno invece decise al ballottaggio le amministrazioni di Sondrio, Udine, Massa Carrara, Pisa e Viterbo
Altra brutta sorpresa per il centrosinistra anche a Brescia, scossa in serata da tensioni e tafferugli tra leghisti e centri sociali: nella città finora guidata dal ds Paolo Corsini, che non si è ricandidato, il candidato Adriano Paroli (Pdl e Lega) il centrodestra ha ottenuto il 51,4% dei voti battendo al primo turno l’avversario del centrosinistra, Emilio Delbono. A Vicenza, citta della contestata base americana, commissariata dopo le dimissioni del sindaco forzista Renato Hullweck, candidato alla Camera, si va al ballottaggio tra l’esponente del Pd Achelle Variati e Amalia Sartori, sostenuta dal Pdl.
Il centrodestra si riconferma ampiamente vittorioso in Sicilia con l’alleanza Pdl-Mpa (Raffaele Lombardo ha ottenuto il 65,3% dei voti, contro il 30,3% della candidata di centrosinistra Anna Finocchiaro) e riesce a strappare la Regione Friuli-Venezia Giulia al centrosinistra: il candidato del Pdl, Renzo Tondo, ha raccolto il 53,8% dei voti, contro il 46,2% del rivale Riccardo Illy. E dato che l’industriale del caffè era uno dei maggiori (e inascoltati) esperti di questioni settentrionali all’interno del centrosinistra, la sua sconfitta dovrebbe davvero fare riflettere Veltroni &Co.
Il VIDEO servizio:

Un risparmio di spesa per lo Stato di 10,6 miliardi di euro l’anno. Le Province, la cui utilità effettiva è messa in dubbio ormai da anni, sono anche dispendiose. Secondo una ricerca dell’Eurispes, nel 2006 la Province italiane sono costate 13 miliardi, contro gli 11 e i 2 miliardi di euro, rispettivamente, di flussi finanziari in entrata e di indebitamento. Di questi 13 miliardi il 18,3% è rappresentato da spese per i redditi da lavoro dipendente, il 28,4% da consumi intermedi, il 22,3% da investimenti fissi lordi ed il 31% da tutte le altre voci di spesa. Nell’ipotesi in cui il personale delle Province (pari a 62.778 tra dirigenti e impiegati), venisse reimpiegato in altre amministrazioni o istituzioni locali, ci sarebbe un risparmio complessivo pari a 10,6 miliardi di euro, dal momento che verrebbero meno tutte le altre voci di spesa attuali.
Il crescente indebitamento della pubblica amministrazione negli ultimi anni deriva, in massima parte, dal peggioramento dei conti economici delle amministrazioni centrali. A partire dal 2001 le entrate e le spese sono aumentate, rispettivamente, da 315 a 367 miliardi di euro (+16,5%) e da 354 a 425 miliardi di euro (+20,6%), con effetti immediati sul livello di indebitamento.
Un peggioramento dei conti che ha interessato anche gli enti locali (dalle Regioni, alle Province, ai Comuni). In particolare, dal 1986 al 2006, le entrate delle Province sono aumentate a un tasso di crescita medio annuo del 13,9%, ovvero il 5,3% in più rispetto a quello di tutte le amministrazioni pubbliche e lo 0,6% in più rispetto a quello delle amministrazioni centrali. A causa del tasso di crescita così elevato, le entrate provinciali sono quasi quadruplicate nel corso di un ventennio, raggiungendo, nel corso del 2006, gli 11 miliardi di euro, contro i 2,9 del 1986. Nello stesso arco temporale, tuttavia, oltre alle entrate sono aumentate anche le spese, tanto che solo in alcuni anni le Province italiane sono state in grado di soddisfare pienamente il proprio fabbisogno finanziario. Con tasso di crescita medio annuo del 16,6% (+2,7% rispetto alle entrate), le spese delle Province hanno toccato, nel corso del 2006, i 13 miliardi di euro.
Negli ultimi anni l’indebitamento ha iniziato una preoccupante fase di crescita: dai 500 milioni di euro del 2001 ai 2 miliardi di euro del 2006. E per la prima volta dopo quasi un ventennio, una percentuale rilevante del debito delle amministrazioni pubbliche è legato al cattivo andamento dei conti delle Province: dei 15 miliardi di euro in più fatto registrare tra il 2001 ed il 2006 dalle amministrazioni pubbliche, il 5,5% è imputabile ai costi di gestione delle amministrazioni provinciali.
Ma le Province in realtà stanno già sopravvivendo a se stesse. La riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 infatti prevede l’istituzione della “Città Metropolitana“, che dovrebbe sostituire la Provincia. Almeno per quanto riguarda Bari, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Roma, Torino e Venezia. Il governo ha dato avvio al processo nel gennaio 2007, ma per ora nessuna città, o gruppo di città, ha preso l’iniziativa.

Caccia sport popolare? Non proprio. Almeno se si mettono insieme gli euro che servono per pagare una stagione di attività: a far la somma delle singole voci di spesa, infatti, si superano abbondantemente i tremila euro. Una somma che pochi, nel nostro Paese, possono oggi spendere per uno sport o per un passatempo.
Che richiede innanzitutto una buona attrezzatura. L’acquisto di un fucile è il primo passo per definirsi appassionati dell’attività venatoria, e per comprare una doppietta, un sovrapposto o un automatico, bisogna sborsare almeno 1500 euro. Ma non basta, perché servono anche le cartucce, che costano 0,50 centesimi l’una. La campagna, poi, in inverno è fredda e umida. Servono quindi buone scarpe, una giacca impermeabile e altri indumenti dedicati alla caccia. Secondo una ricerca effettuata lo scorso anno dall’Eurispes, per questi vestiti servono tra i 250 e i 400 euro. A cui bisogna aggiungere il costo per il cane (spesa minima 700 euro) e per il suo mantenimento, circa 300 euro all’anno. La lista della spesa, però, è ancora lunga, perché oltre all’attrezzatura, i cacciatori pagano ogni anno una buona dose di tasse e concessioni governative e regionali per poter sparare a pernici, quaglie, conigli e cinghiali. Sono 173 gli euro che passano direttamente dalle tasche dei cacciatori alle casse del ministero delle Finanze, mentre le Regioni impongono imposte che variano dai 60 ai 70 euro all’anno. In cambio, gli appassionati della caccia ottengono un libretto sul quale devono segnare le prede abbattute durante l’intera stagione.
Finito? Nemmeno per sogno: i cacciatori non possono andare a sparare dove vogliono. I territori delle cento Province italiane sono divisi numerosi Ambiti territoriali di caccia. Bene, per entrare in uno qualsiasi di questi (e solo in uno) si deve pagare una quota: nella Provincia di Milano, che è divisa in 50 Atc, l’ingresso in un ambito territoriale costa cento euro. “Arriviamo in questo modo a un assurdo – spiega Rodolfo Grassi, presidente provinciale di Federcaccia – Se un cacciatore vuol essere libero di andare dove gli pare, deve pagare la tessera per tutti gli ambiti, e sborsare così cinquemila euro all’anno”. Un paradosso, certo, ma che mette in evidenza gli alti costi che i cacciatori devono sostenere ogni anno. Costi che, a far di conto, arrivano a 3.350 euro.
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