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Referendum elettorale e province: guerra fratricida nel Pd

Il segretario del Pd Pierluigi Bersani, il 20 Maggio 2011, a Bologna alla libreria Coop Ambasciatori per la presentazione del suo libro "Per una buona ragione"(ANSA / MICHELE NUCCI)

Il segretario del Pd Pierluigi Bersani, il 20 Maggio 2011, a Bologna alla libreria Coop Ambasciatori per la presentazione del suo libro "Per una buona ragione"(ANSA / MICHELE NUCCI)

Claudia Daconto Che succede dentro al Pd? Passata l’euforia per i risultati di amministrative e referendum, da due giorni i democratici non fanno altro che scannarsi sul referendum elettorale. Una guerra fratricida è in atto tra chi sostiene quello “proporzionale”, già depositato in Cassazione dall’ex senatore Stefano Passigli, e il cosiddetto “fronte dei big”, Veltroni, Bindi e Parisi in prima linea, a favore di un ritorno al Mattarelum che salvi il bipolarismo. Troppo per il segretario Pier Luigi Bersani che, in partenza per il Medioriente, si è visto costretto a fare la voce grossa per richiamare tutti all’ordine: “Le leggi elettorali si fanno in Parlamento”. Continua

Province: dovevano sparire, la Lega le rivuole sulle targhe


Foto di repertorio: vecchie targhe automobilistiche sequestrate dalla polizia (Ansa)

Foto di repertorio: vecchie targhe automobilistiche sequestrate dalla polizia (Ansa)

Forse le province sono tra gli enti locali le più bersagliate. O almeno lo sono state. Anni addietro, per dire, un quotidiano (Libero) organizzò una raccolta firme per eleminarle una volta per tutte. E ci andò avanti per parecchi mesi.  Continua

Dietrofront, spariscono i tagli alle province e ai superstipendi


Una veduta di Montecitorio (Brambatti/Ansa)

Una veduta di Montecitorio (Brambatti/Ansa)

Spariti dal testo della manovra. Eliminati con un colpo di penna. O, se preferite, rinviati sine dia: gli auspicati tagli alle mini-province non ci saranno. Ha vinto la linea di Umberto Bossi. Niente di male, per carità, se non fosse che per settimane ce l’hanno cantata coi tagli, coi sacrifici che devono fare tutti (ma proprio tutti) e con gli sprechi che non ci saranno più, salvo poi in silenzio, quatti quatti, rimangiarsi tutto in nome della governabilità. Anche un taglio che, appariva, rispetto alle promesse iniziali, ben poca cosa. Continua

Torna il mini-taglio delle province: era ora


Il presidente del Consiglio, Sivio Berlsuconi | AP Photo/Gregorio Borgia

Il presidente del Consiglio, Sivio Berlsuconi | AP Photo/Gregorio Borgia

E dunque, a sorpresa, ricompare la norma che cancella le Province. Certo, soltanto quelle sotto i duecentomila residenti, o centocinquantamila per le province il cui territorio sia per oltre il 50 per cento in montagna. Ma almeno è un inizio, anche se dovvesse riguardare - come dicono alcuni organi di stampa -  solo Vercelli, Vibo Valentia, Fermo e Isernia. Se l’emendamento approvato in commissione Affari costituzionali della Camera verrà confermato, si potrà finalmente testare la reazione sul territorio. Continua

Cari politici, non dite più che abolirete le province


Il leader della Lega Nord Umberto Bossi durante il comizio di chiusura della campagna elettorale del Carroccio, il 25 marzo 2010 a Milano. ANSA/MATTEO BAZZI/DRN

Il leader della Lega Nord Umberto Bossi durante il comizio di chiusura della campagna elettorale del Carroccio, il 25 marzo 2010 a Milano. ANSA/MATTEO BAZZI/DRN

Solo le province sono sopravvissute ai tagli di Tremonti. L’hanno scampata di nuovo. Si vede che sono intoccabili. Eppure quando si parla di ridurre la spesa pubblica l’indice viene puntato sempre contro questi enti locali. Continua

Amministrative 2010: il Pd riprova la scalata alla Sardegna (dalle province)

Targa della nuova sede del Pd a Roma (ansa)

Targa della nuova sede del Pd a Roma (ansa)

Il prossimo 28 e 29 marzo non si voterà solo per il rinnovo di tredici giunte regionali. La lotta tra centrodestra e centrosinistra, che nel locale è assai più complicata dall’accentuato trasformismo nelle alleanze e dal peso delle liste civiche, coinvolge anche 11 province e 1.026 comuni, tra cui 17 capoluoghi impegnati nelle elezioni amministrative. Continua

Sfratto al Pd. Franceschini rischia di perdere due province su tre

bandierePd

di Laura Maragnani
I numeri sono 15-15-20. Non sono quelli del lotto, ma Dario Franceschini su questa terna si gioca molto, forse tutto. Sono numeri da allarme rosso: quello lanciato da Paolo Fontanelli, responsabile democratico agli enti locali, alla festa nazionale del Pd a Firenze lo scorso agosto. Toscano verace, ex operaio, irreprensibile curriculum Pci-Pds-Ds alle spalle, il baffuto Fontanelli ha annunciato cifre da Caporetto per le amministrative: con il Pd al 33 per cento, su 50 province conquistate nel 2004 dal centrosinistra solo 15, “probabilmente”, il 6 e 7 giugno, resteranno al centrosinistra. “Altre 15 sono in bilico”. Le altre 20 saranno del Pdl.
A 40 giorni dal voto Fontanelli non cambia idea: “Il dato di riferimento obbligato è quello delle politiche 2008″ conferma a Panorama. “E su quella base 15 province sono sicure, 15 ce le giochiamo sul filo puntando sulla buona prova degli amministratori uscenti, nelle altre 20 c’è uno scarto così notevole con il centrodestra che recuperare è praticamente impossibile”. A meno di un miracolo. Sempre che il Pd riesca a rimontare da quel circa 26 per cento (fonte: Ipsos per Ballarò, 21 aprile) a cui è inchiodato dai sondaggi, ben al di sotto della soglia 33 per cui è valida la terna 15-15-20.
Sessantadue le province in palio (rinvio invece all’autunno, causa terremoto, per L’Aquila) e 4.296 i comuni, di cui 214 sopra i 15 mila abitanti (ci sono capoluoghi di regione come Bologna e Firenze, Ancona e Bari, Perugia, Potenza e Campobasso). L’80 per cento delle amministrazioni uscenti è di centrosinistra. E solo 10 province su 60 hanno, al momento, un presidente di centrodestra. Tutto a “Rischio ribaltone”, come titolava L’Unità il 18 aprile, giorno del lancio ufficiale, con Dario Franceschini e i vari candidati, della campagna Pd per le amministrative?
Il ribaltone è già scritto. “Nel 2004 il centrodestra si è presentato diviso all’appuntamento elettorale, contro un Ulivo compatto che ha fatto il pieno dappertutto” è l’analisi concorde del pd Fontanelli e del pdl Mario Valducci, suo omologo nel partito del Cavaliere. “Oggi la situazione è rovesciata” valuta Valducci. “E se contiamo l’effetto traino, anche a livello locale, di un gradimento di Silvio Berlusconi che viaggia oltre il 50 per cento, possiamo perdere solo se facciamo errori”.
Parlare con Valducci dà l’idea dell’aria che tira nel centrodestra. “Non vinceremo tutto, ma tutto è possibile. Tanto che al Nord, insieme alla Lega, potremmo fare persino uno strike”. Clima euforico. Il centrodestra si sente già in tasca le province di Bergamo e Brescia e “un pensierino” lo fa su Lodi; in Piemonte punta sulla conquista di Alessandria, Biella, Verbania e Novara, con la speranza di arrivare al ballottaggio a Torino; il Veneto “non darà sorprese” e persino le regioni rosse non sono più sfide impossibili: Rimini, Parma, Piacenza, Grosseto sono “in bilico”. Sull’Abruzzo intero è stata lanciata l’opa post terremoto (”Chieti, Pescara, Teramo, tutto è abbondantemente alla portata”) e sulla Campania c’è la scommessa di Napoli, dove il Pd rischia per la questione morale e la malgestita emergenza rifiuti.
Insomma, si fa prima a dire cosa rimarrebbe in mano al centrosinistra. Nella sede nazionale del Pd circola “un foglietto allarmante” di cui L‘Unità ha dato dolorosamente conto: al Nord “le uniche province certe sono quelle di Torino, Venezia e Cremona”; “nella tradizionale zona rossa, Emilia, Toscana, Umbria, rischiano Rimini, Piacenza, Parma e Grosseto”; Milano trema, Napoli pure; incerte “Frosinone, Avellino, Salerno, Bari, Brindisi, Lecce, Taranto, Chieti, Teramo”. E via: un bollettino di guerra.
La guerra in periferia, in realtà, è cominciata da mesi. La formazione delle liste e delle alleanze nel centrosinistra è stata tutt’altro che indolore, dentro e intorno al Pd. È vero che in almeno metà delle province il Pd è riuscito a trovare un accordo con Rifondazione e con il Pdci, che l’Ulivo è risorto quasi dappertutto, che Sinistra e libertà è un “alleato fedele” (Fontanelli dixit). Però tra i compagni di strada serpeggia un malcontento feroce: “Le liste sono state compilate con arroganza, imponendo a tutti i costi i candidati del Pd, anche se deboli. Si è scelto ovunque di compiere atti di forza ai danni degli alleati” sbotta Pier Paolo Cento a nome dei Verdi, cui brucia “il vulnus” della mancata ricandidatura di Dino Di Palma alla Provincia di Napoli.
Rifondazione si è invece legata al dito la liquidazione di Massimo Rossi ad Ascoli Piceno, unico presidente uscente in quota Prc, che dovrà adesso correre contro un avversario del Pd, col rischio che il centrodestra goda tra i due litiganti.
Ritorsione immediata: Prc e Pdci valuteranno “caso per caso” se e dove fare un accordo col Pd: sì a Bologna, per esempio, dove il candidato sindaco Flavio Delbono ha ricompattato il centrosinistra dell’Unione pre Cofferati; no a Milano, “dove non condividiamo le politiche su sicurezza e crisi di Filippo Penati” spiega il responsabile enti locali del Prc, Raffaele Tecce; sì a Bari, dove con Michele Emiliano c’è feeling; no a Napoli, dove i comunisti correranno in proprio “cercando di recuperare movimenti e realtà che nel sistema Bassolino-Iervolino non hanno spazio”.
Una giungla di alleanze variabili e avariabili. All’ombra del 15-15-20 si vedrà di tutto. A Brindisi il Pd corre con l’Udc, candidando il presidente degli industriali Massimo Ferrarese contro tutto il resto della sinistra. Nella nuova provincia di Fermo, invece, sono tutti d’accordo nel sostenere Fabrizio Cesetti, ex ds che con Sinistra e libertà ha sbaragliato il Pd alle primarie.
Ad Ancona Sinistra e libertà corre sola contro Pd, Prc, Pdci, Verdi e Idv.
A Reggio Emilia l’ex Pci-Pds-Ds Antonella Spaggiari, detta “la Zarina”, corre col sostegno dell’Udc contro il sindaco uscente Graziano Del Rio, pd.
E come se non bastasse, ecco l’Italia dei valori: reclamando “pari dignità” corre in proprio a Brescia e a Bergamo, vuole un suo candidato al Comune di Campobasso (”In Molise abbiamo il 33 per cento dei voti, il Pd non arriva al 20: di che stiamo a discutere?” così il deputato Ignazio Messina) e boccia il campione democratico al Comune di Potenza, minacciando in caso contrario di non appoggiare il Pd nelle due province lucane; “poi, se si perde, non vengano a piangere da noi”.
D’accordo, ma che colpa ha Franceschini? “Sono finiti i tempi in cui ogni trattativa si faceva a Roma” lo difende come un soldato Fontanelli. “Oggi è il partito a livello locale che decide tutto”. Ma a livello locale, scuote la testa l’ex ds Massimo Mezzetti, che per Sinistra democratica ha condotto le trattative in giro per l’Italia, “la sensazione è che il Pd sia esploso. Non si sa bene con chi trattare, non c’è più un referente unico e certo, o almeno in grado di garantirti qualcosa. Tra i cacicchi infuria la guerra, ognuno ha la propria lista e la propria alleanza, e più che la politica sembrano trionfare a volte le gelosie personali, gli odi interni, le rivalità”.
Un quadro che molti protagonisti delle trattative di questi giorni sono disposti a sottoscrivere. Spazzati via ieri dalla scelta veltroniana di correre in solitudine, costretti oggi a dar segni di vita dentro a liste che spesso non condividono del tutto, ora aspettano il 7 giugno con un dente spesso avvelenato. Altro che 15-15-20. Dice Cento: “Imponendo i suoi candidati, il Pd si è intestato ogni vittoria ma si intesterà anche ogni sconfitta”.
Franceschini è avvisato.

pd_amministrative

Brunetta e Maroni svuotano le province: “Riforma in sette giorni, via tra 5 anni”

 Renato Brunetta

Ministro anti fannulloni, anti privilegi, anti sprechi.
Si sprecano gli aggettivi con il prefisso “anti” per Renato Brunetta. Ma da oggi, per l’attivissimo responsabile della Funzione Pubblica, l’elenco potrebbe allungarsi con “ministro anti province”. Un epiteto che Brunetta deve però condividere con il collega ministro e titolare del Viminale, Roberto Maroni.
I due si sono infatti inseriti nell’annoso dibattito sull’abolizione delle Province. Tema che si rincorre ormai da mesi, se non da anni. In questi ultimi, è diventata una battaglia politico-mediatica: argomento da prima pagina per il quotidiano Libero di Vittorio Feltri, da promessa elettorale per molti partiti dell’arco parlamentare.
E siccome - nonostante il Pdl sia d’accordo, il Pd pure - la Lega storce il naso, proprio per sciogliere i dubbi del Carroccio il Ministro Brunetta (come anticipato da un’intervista al Tgcom) ha preparato un piano a lungo termine in accordo col titolare leghista degli Interni.

Insomma, accadrà che gli enti intermedi che stanno a metà strada tra Comune e regione (leggi: le province, appunto) saranno “svuotati”. E siccome non si potrebbe (costituzionalmente parlando) “abolire” quegli enti, la formula usata dal ministro Brunetta, presentando un provvedimento che il governo discuterà “tra una settimana”, è proprio “svuotare”: di peso, importanza e (soprattutto) costi.
“Ci sono delle novità. Il ministro Maroni sta presentando una riforma”, ha spiegato Brunetta. È “il codice degli enti locali”, un piano che dovrebbe entrare a regime prima del voto immediatamente successivo, tra 4 o 5 anni. L’idea è che, alla scadenza della prossima tornata amministrativa, “le Province molto probabilmente non saranno più quelle che abbiamo conosciuto fino a oggi…”. Saranno cioè degli “enti di secondo livello”. Le elezioni amministrative di giugno potrebbero essere le ultime per alcune delle province dove il consiglio sarà rinnovato.

Ma la Provincia non sparirà dal punto di vista formale, solo non avrà più un peso (e quindi un costo) politico: “Rimarrà l’ente provincia ma non avrà più degli eletti”, ha chiarito Brunetta: “I consiglieri provinciali e presidente non saranno altro che i sindaci dei comuni nella provincia”. Il presidente sarà il sindaco del capoluogo di provincia, e il parlamentino sarà formata dagli altri primi cittadini del territorio. Si “elimineranno così un po’ di costi della politica - ha detto ancora il ministro nemico dei fannulloni - e quello che fa ora la provincia lo faranno i Comuni all’interno della provincia”. Tra cittadino e Stato rimarranno quindi solo due livelli: “Regione e comune”. Che possono bastare.
“Le province per essere abolite richiedono un cambio costituzionale” ha illustrato Brunetta, secondo quanto riportato dal Il Giornale “mentre questa formula di svuotarle di contenuto politico primario e di farle diventare sostanzialmente dei consorzi funzionali si può fare senza modificare la costituzione”. Questo consentirà di ridurre enormemente i costi, andando ad abbattere la spesa attualmente stimata in oltre sedici miliardi di euro ogni anno (fonte Unione delle province italiane -Upi, che specifica che attualmente le province italiane siano 104).

Ma che poi l’operazione, sulla via del risanamento dei costi del Palazzo, riesca è ancora tutto da verificare. Stando alle proteste del Presidente dell’Upi, Fabio Melilli (predidente Pd della provincia di Rieti), il piano Brunetta-Maroni non sarebbe di così facile realizzazione: “Dalle dichiarazioni rilasciate al TgCom dal ministro della Pubblica amministrazione sulle province sembrerebbe che per l’onorevole Brunetta la Costituzione non abbia alcun valore”. E ancora: “Il Ministro Brunetta” conclude Melilli “dimostra di non conoscere affatto la realtà italiana. Basterebbe che parlasse con qualche Sindaco per rendersi conto che la proposta di fare governare il territorio provinciale dal sindaco del comune capoluogo non è minimante praticabile e metterebbe in grandi difficoltà gli oltre 8000 Comuni italiani”.

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