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E la Provincia “morente” assume ancora

Marino Fiasella, Presidente della Provincia della Spezia

Marino Fiasella, Presidente della Provincia della Spezia

C’è chi taglia o almeno tenta di farlo. C’è chi vorrebbe che fossero ridotti i costi della politica e degli Enti pubblici - ameno tre quarti degli italiani! - e chi invece aumenta il numero di dipendenti della pubblica Amministrazione. Persino in quelle istituzioni, come le Province, destinate a scomparire, per effetto della manovra del governo Monti dello scorso dicembre. Succede alla Spezia, nell’estremo levante ligure, dove il Presidente della Provincia, Marino Fiasella, ha appena deciso nuove assunzioni.

Continua

A Vicenza: “Niente scuole ai meridionali”. Intesa bipartisan contro i presidi del Sud

Ombra sulla scuola
Un tempo era così con gli appartamenti: la casa in affitto, sì, ma non alla gente del Sud.
Ora, invece, è toccato alle scuole. Quelle di Vicenza, che da ora in poi potranno avere solo dirigenti scolastici (in palio ce ne sono 647 autorizzati dal ministero dell’Economia per l’anno scolastico 2009-2010) veneti D.O.C.G, per contrastare la strapresenza di presidi provenienti da altre regioni d’Italia (soprattutto da Calabria, Campania, Marche, Puglia, Sardegna, Sicilia).

Razzismo o autotutela?

A dire sì all’ordine del giorno proposto dall’Assessore all’Istruzione Morena Martini, relativo alla copertura dei posti disponibili di dirigente scolastico in provincia di Vicenza, un “plebiscito” trasversale: 26 consiglieri provinciali su 27 presenti, maggioranza e opposizione insieme.
Potrebbe sembrare una mozione razzista, quella votata quasi all’unanimità dal consiglio provinciale di Vicenza.  Ma i consiglieri tengono a sottolineare il contrario: “Non si vuole puntare il dito contro le professionalità provenienti da altre regioni, ma ripristinare una situazione di diritto che alcune regioni, diciamo non virtuose, hanno disatteso”.
E poi: “Nel Veneto”, spiega l’assessore Martini, “ci sono circa 70 posti liberi da ricoprire, ma nessuna graduatoria regionale da cui attingere. Ci sono invece tanti dirigenti in lista di altre regioni d’Italia, non perché altrove siano più disponibili e bravi che da noi, ma perché noi siamo stati ligi alla normativa, che prescriveva, all’ultimo concorso, di occupare i posti liberi e prevedere una lista di riserva che non superasse il 10% dei posti disponibili. Noi l’abbiamo fatto, come al solito rispettosi della legge, mentre altri hanno creato liste di disponibilità pari, talvolta, anche al doppio dei posti da occupare. Così oggi ci troviamo a vivere il paradosso che non solo altre regioni d’Italia sono in grado di coprire i posti liberi, ma ‘avanzano’ dirigenti anche per il Veneto”.

Alla base della mozione vicentina ci sono cioè i soliti concorsi all’italiana. In questo caso, appunto, quello del 2004, dedicato proprio all’abilitazione al ruolo di dirigente scolastico: un numero massimo di posti a disposizione stabilito regione per regione, “superabile” al massimo del 10%, che in molte regioni del centro-sud diventarono molti, molti di più rispetto al previsto.
Secondo i consiglieri provinciali vicentini, la mozione è una provocazione ideata per sollevare la questione degli squilibri regionali nelle nomine dei dirigenti scolastici. Le regioni del sud (Lazio, Campania, Puglia, Calabria, Basilicata, Sicilia e Sardegna) a partire dal 2004 (anno del concorso per presidi) hanno raccolto un numero di domande per i posti di dirigenti superiori a quelli da ricoprire. Un fatto non previsto e sulla carta vietato, che ha mandato in tilt il sistema, con una serie di ricorsi e di guerre per carte bollate. Di qui la creazione di interminabili liste d’attesa, che difficilmente saranno mai esaurite. Al punto che, a cinque anni di distanza, le liste di candidati idonei al ruolo di dirigente si sono esaurite in quasi tutte le regioni del Centro-Nord. Mentre in Lazio, Marche, Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna restano ancora circa 660 candidati.

Come la pensa il web

Dove sta la verità, dunque? Sono da bocciare i politici vicentini per la decisione di escludere tutti i candidati non veneti (e quindi anche quelli delle altre regioni del Centro-Nord), o i responsabili dei concorsi delle 6 regioni di cui sopra, incidentalmente tutte del Centro-Sud, colpevoli di aver creato una condizione di svantaggio?
Loro dicono di avere la legge dalla loro parte: la scelta di aprire alla mobilità regionale dei presidi senza cattedra è stata fatta a livello nazionale attraverso le leggi 296/2006 e 31/2008. Così le regioni del nord, che hanno adempiuto alle regole dei concorsi, nominando dirigenti numericamente corrispondenti ai posti da coprire, si sono viste “invadere” da richieste di presidi in cerca di incarico.

La risposta sta ai lettori. Noi, per ora, ci limitiamo a riportare alcune opinioni presenti nella Rete:

Dove andremo a finire?

“E allora, quali altri proposte dobbiamo aspettarci? Ah, ecco: niente giornalisti del Sud nelle redazioni dei media del Nord. Questa forse mancava. Aspettiamo di capire chi proporrà questa bella idea. Epperò, vi prego, non parlate di razzismo.”

Paolo Chiariello » A Vicenza solo presidi DOC, niente napoletani e meridionali. Non perché puzzano o hanno il colera, ma...

Salvini docet

“La Provincia di Vicenza, quasi all’unanimità, vota una delibera per dire no ai dirigenti scolastici provenienti dalle regioni del sud.

Quando a puzzare non sono solo gli alunni meridionali.”

giamo » Puzza

La ragione del più furbo

Indubbiamente queste regioni avevano alcune ragioni, visto che – persone di mondo – sapevano benissimo che concorsi non ce ne sarebbero più stati per molto tempo ancora, ma d’altra parte anche l’assessore di Vicenza ha ragione nel dire che non è giusto che oggi venga favorito chi ha fatto il concorso in una regione che non ha rispettato le regole.

Champ’s Version » Respingimenti di presidi a Vicenza?

Quoque tu, PD, fili mi?

“La cosa insopportabile è che una tale porcheria sia stata votata anche dai rappresentanti del PD.

La deriva oramai intrapresa da questo partito, sempre all’inseguimento delle peggiori pulsioni delle destre, non conosce più fine.”

Comitato Scuola Siracusa » No ai Presidi Meridionali: a Vicenza il Razzismo è Bipartisan

E la Lega disse: il Nord è mio e lo gestisco io

Matteo Salvini e Guido Podestà

di Paola Sacchi

“La Lega diventerà anche un partito nazionale? Solo se è forte al Nord”. Giancarlo Giorgetti, segretario della Lega lombarda, potente colonnello bossiano, dà a Panorama il fixing delle quotazioni nel dibattito in corso tra “nordisti” e “sudisti” del Carroccio, che ha superato la linea del Po.

La missione? “Liberazione della Padania”
L’opzione è chiaramente il Nord, anzi la missione è “la liberazione della Padania”, come ha ribadito Umberto Bossi a Pontida (qui il VIDEO del discorso del Senatur). Ma le prove tecniche di Csu (il partito che comanda in Baviera, alleato stabile della Cdu in Germania) in salsa leghista al Nord sono già in corso.
Rappresentazione plastica della possibile alleanza fra la Csu leghista e il Cdu-Pdl è stato quel fazzoletto verde al collo del candidato vincente Pdl alla Provincia di Milano, Guido Podestà. L’unico non leghista ad aver parlato finora dal sacro prato della Lega (foto sopra).

Il giuramento di Pontida: niente federazione con il Pdl
L’ipotesi ha due ferrei paletti: la Lega non si annulla nel Pdl e il Nord deve essere la sua vera Baviera con presidenti di regione almeno in Lombardia e Veneto. Ecco perché, mentre i cantieri della politica sono aperti (bipolarismo o bipartitismo?), nell’attesa Giorgetti non esclude l’opzione partito nazionale, ma solo a patto che la Lega governi il Nord.
Un uomo chiave del Carroccio come il segretario piemontese Roberto Cota (qui l’intervista di Panorama.it contro il referendum), presidente dei deputati, conferma: “In questo momento siamo al Nord. Premesso che noi siamo e resteremo un partito autonomo ma di parola, il rapporto fra noi e il Pdl risulta sempre più quello tra un partito territoriale come il nostro e un partito non territoriale come l’altro”. Riassume Giorgetti: “La Lega non è scomponibile, la Lega resta Lega, nessun annullamento in altri contenitori ha detto Bossi, dopo aver ribadito l’alleanza con Silvio Berlusconi”. Quindi niente federazione.

Il Carroccio chiede Lombardia e Veneto
Parola che fa venire l’orticaria alla lady di ferro vicentina, Manuela Dal Lago, vicecapogruppo alla Camera: “Mai!”. Come un mantra, il no all’annullamento nel Pdl lo ribadisce l’altro vice di Cota e anche di Giorgetti alla Lega lombarda, Marco Reguzzoni (pupillo del Senatur), che è ancora più esplicito: “La Csu io non la escludo, è chiaro che nel momento in cui dovessimo avere i presidenti di Lombardia e Veneto se ne potrebbe parlare”. Spiega Reguzzoni: “Con due presidenti così e con un peso determinante nel parlamento romano è chiaro che noi saremmo gia la Csu bavarese”.
Ma per il ministro dell’Agricoltura, Luca Zaia: “La Padania è diventata un master anche per i giovani al Sud. Il tavolo che però deciderà sarà quello di Bossi e Berlusconi sulle regionali: Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria”. Avverte già il deputato trevigiano Giampaolo Dozzo: “Se non ci daranno regioni importanti, forse occorrerà valutare soluzioni alternative”.
Minaccia di correre da soli in Veneto? Giacomo Chiappori, segretario di Alleanza federalista, Lega lato Sud, una soluzione l’avrebbe: “Lega nord e Italia federale”. Sarà solo Lega-Csu o di piu?

Il voto secondo il Censis: “Le elezioni decise dalla tv”

 Dario Franceschini ospite di Matrix

E voi dove vi siete fatti un’idea in relazione al voto europeo?
Guardando i “soliti” talk show, le “vecchie” tribune politiche”, i “più o meno identici” programmi di approfondimento in televisione, dove si è parlato tanto (troppo?) di veline e poco (o nulla) di Europa?
Oppure leggendo i giornali (organi di partito compresi, ovviamente). O, ancora, sbirciando il materiale di propaganda dei partiti (santini, brochure, volantini e manifesti)? O, infine, navigando nel mare magnum della Rete, alla ricerca di news, programmi, liste, proposte?

Come si sono informati gli italiani
Quale che sia la vostra risposta, la “verità” sta nei numeri di un’indagine del Censis. Che ha certificato come la tv resti il principale medium utilizzato dagli italiani per formarsi un’opinione sull’offerta politica, mentre solo un quarto degli elettori si è affidato ai giornali, uno su dieci per informarsi ha letto il materiale dei partiti, mentre Internet rappresenta la fonte di informazione per una fetta ancora minoritaria del corpo elettorale, eccetto che tra i giovani.
Nella campagna elettorale per le elezioni europee il 69,3% degli elettori si è informato attraverso le notizie e i commenti trasmessi dal piccolo schermo, per scegliere chi votare. Nello specifico, in base ai dati del Censis, i Tg restano il principale mezzo per orientare il voto, soprattutto tra i meno istruiti (il dato è del 76 per cento), i pensionati (78,7) e le casalinghe (74,1).

Dall’approfondimento tv dipendono le scelte del 30% degli elettori
Al secondo posto ancora la tv, con i programmi di approfondimento come Porta a porta, Matrix e gli altri, dai quali dipendono le scelte del 30 per cento degli elettori.
L’identikit di questi ultimi? Soprattutto persone con un grado maggiore di istruzione e residenti nelle città con più di 100mila abitanti, mentre i giovani risultano meno coinvolti da questi format televisivi. I canali satellitari o digitali specializzati in informazione, invece, sono stati seguiti dal 6,6 per cento degli italiani, soprattutto maschi e più istruiti.

La carta stampata meglio della radio
Quindi, i giornali? Per la carta stampata, una poco onorevole terza piazza: i giornali sono stati determinanti per il 25,4% degli elettori (il 34% tra i più istruiti, e il dato sale a oltre un terzo degli elettori al Nordest e nelle grandi città, e raggiunge il 35% tra i lavoratori autonomi e i liberi professionisti). Comunque più di quanti si sono informati attraverso la radio: il 5,5%. Più o meno la stessa quantità di italiani che lavora (in casa o fuori) e viaggia (cioè artigiani e commercianti, liberi professionisti e lavoratori autonomi), stando sempre sintonizzata con i canali radiofonici.
Non fanno molto, ai fini della scelta su chi (e se) votare, i rapporti non mediati, cioè il confronto con familiari e amici: è importante per il 19% degli elettori, in particolare per i più giovani (18-29 anni: 26%), residenti nel Mezzogiorno (22,2%) e nei centri urbani minori (città con 10.000-30.000 abitanti: 22,5%). Il materiale di propaganda dei partiti (volantini, manifesti, ecc.) è stato utilizzato dal 10,9% degli elettori, con una punta di attenzione al Nordest (17,4%).

Internet? Al palo. Ma non tra i giovani
Sempre secono il Censis, sono del tutto inutili le manifestazioni dei partiti, le riunioni, i comizi, i meeting, che toccano solo il 2,2 per cento degli elettori più grandi e lo 0,7 dei giovani dai 18 ai 29 anni.
Assemblee di piazza ininfluenti anche nel mondo “virtuale” del web.
Su Internet, il giudizio del Centro Studi Investimenti Sociali, è categorico: durante la campagna elettorale, per formarsi un’opinione solo il 2,3 per cento degli italiani maggiorenni si è collegato ai siti web delle forzze politiche e solo il 2,1 per cento ha visitato blog, forum, community, gruppi di condivisione, ecc. Il dato aumenta solo tra gli studenti, dove raggiunge il 7,5 per cento nei contatti coi siti dei partiti ed il 5,9 er quanto riguarda il web dalla forte connotazione politica.

E allora, alla luce di questi dati, due domande.
Come si spiega (ammesso che ci sia) la relazione tra l’alta quota di astensione in Italia e l’influenza della tv sul voto, radiografata dal Censis?
Come si spiega il boom della novità targata Pd Debora Serracchiani che, proprio grazie all’innovazione (nel linguaggio e nell’uso dei mezzi di comunicazione: El Paìs l’aveva ribattezzata la Obama italiana, all’indomani del suo intervento critico, scaricato migliaia di volte da YouTube, contro i leader del Pd durante un’assemblea dei circoli friulani del partito), in Friuli ha vinto la sfida delle preferenze contro il premier Silvio Berlusconi?

Secondo il Censis, la tv ha condizionato il voto degli italiani. Voi dove e come vi siete fatti un’idea su chi votare?

Partecipa al Forum: Cosa pensi del risultato di questa tornata elettorale?

Il Pdl strappa 15 province al Pd. Sindaci: ballottaggi a Firenze e Bologna

elezioni

E adesso sarà difficile dire che il centrodestra non abbia vinto il voto per le amministrative.
C’erano in ballo 62 province, di cui tre (Monza, Fermo, Barletta) di nuova formazione. 50 erano amministrate dal centrosinistra e solo 9 dal centrodestra.
Dopo il voto del week end, ben 15 passano al primo turno al centrodestra, che così sale a quota 26. Al centrosinistra ne restano solo quattordici. Per altre ventidue serve il ballottaggio, tra due settimane.

A Napoli Luigi Cesaro del Pdl batte col 59% il professore del Pd Luigi Nicolais (ex ministro dell’era Prodi alla Funzione Pubblica, già segretario provinciale del Pd a Napoli e dimessosi da questa carica il 5 gennaio del 2009 perché non soddisfatto del rimpasto della giunta comunale operato dal sindaco Rosa Russo Iervolino); a Milano Guido Podestà del Pdl ipoteca il ballottaggio con un 48,8 contro il 38,8 di Filippo Penati del Pd. Ballottaggio anche a Torino e Venezia.
Al comune Firenze, il golden boy Matteo Renzi (giovane e antistema del centrosinistra) al 47,57% va al ballottaggio contro il portiere del Milan e della nazionale Giovanni Galli (centrodestra) fermo al 32%.
A Bologna Flavio Delbono (margheritino e candidato, tra mille polemiche, nel centrosinistra in stile prodiano) non supera per un soffio la soglia del 50% (49,40%) ed è costretto ad andare al secondo turno contro il candidato del centrodestra Alfredo Cazzola, ex mister Motorshow e patron dei rossoblu (29,10%).
Ballottaggi anche per le comunali a Bari (con 307 seggi scrutinati su 345 Michele Emiliano, sindaco uscente di centrosinistra sta al 49,1% dei voti e il deputato della PdL Siemone Di Cagno Abbrescia al 45,8%.) e Padova, dove il sindaco-sceriffo Zanonato non molla la presa, l’ex campione di scherma Marco Marin risponde colpo su colpo: 45,6 contro il 44,9. Come da pronostico la sfida per la poltrona di sindaco si deciderà all’ultima stoccata, tra 15 giorni.
Sfide rimandate anche per le province di Venezia e Torino per le provinciali. Nel capoluogo piemontese Antonino Saitta (centrosinistra) raggiunge il 44,33% contro il 41,5% della candidata del centrodestra Claudia Porchietto.
Al secondo turno la provincia di Venezia vedrà invece il presidente uscente del centrosinistra Davide Zoggia (41,88%) contro la leghista Francesca Zaccariotto (48,37%).
Mentre il centrodestra si aggiudica Pescara con Guerino Testa eletto presidente della Provincia con il 53,24% contro il 41,52% del candidato del centrosinistra Antonella Allegrino.

Al comune di Bergamo vince il sindaco del centrodestra Franco Tentorio con 51,41%, l’uscente primo cittadino Roberto Bruni del centrosinistra ottiene il 42,31%.
A Cremona si deciderà al ballottaggio l’elezione del sindaco ed è la seconda volta che succede. Oreste Perri, candidato sindaco del centrodestra, ex olimpionico di canoa e commissario tecnico, ha ottenuto il 45,01% per cento dei voti. Gian Carlo Corada, sindaco uscente e candidato del centrosinistra, ha ottenuto il 41,68%.
A Pavia vince il candidato del centrodestra Alessandro Cattaneo con 54,37% mentre il candidato del centrosinistra Andrea Albergati raggiunge il 35,21%. Cambio della guardia alla Provincia di Lecco, a Lodi, a Sondrio e a Monza e Brianza. L’en plein del centrodestra in Lombardia lo completa la provincia di Brescia, dove il leghista Daniele Molgora (Sottosegretario al Ministero dell’Economia e Finanze )strappa un 55,5% a Diego Peli del centrosinistra.

Corsa alla Provincia di Milano. Per Penati propaganda pagata a piè di lista

Filippo Penati

Sul tavolo del Corecom aspettano solo che da Roma arrivi l’atto ufficiale. Questione di giorni, forse di ore. Ma nella sede milanese dell’Agenzia regionale delle comunicazioni non hanno dubbi sull’esito dell’istruttoria. Il presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati, avrebbe violato la legge sulla par condicio. Centinaia di migliaia di euro spesi fuori tempo massimo, quando la legge imponeva agli enti pubblici il silenzio: spot e trasmissioni televisive, periodici patinati distribuiti in ogni angolo della regione, pubblicità su quotidiani nazionali e locali. Tutto a ridosso di una difficile campagna elettorale che vede Penati contrapposto a Guido Podestà, europarlamentare del Popolo della libertà.
La storia comincia da un esposto. Lo ha presentato al Corecom il 16 aprile il capogruppo del Pdl alla provincia, Bruno Dapei. Il consigliere cita la legge del 2000: vieta alle pubbliche amministrazioni ogni “attività di comunicazione” in prossimità del voto, a eccezione di quella “impersonale e indispensabile per l’efficace assolvimento delle proprie funzioni”. “Regola scattata il 3 aprile 2009, giorno della convocazione dei comizi elettorali per le europee” spiega Dapei. “Mentre Penati ha continuato a fare propaganda per sé, mascherandola da necessità istituzionale. Tutto con i soldi della Provincia di Milano. E non con i suoi, come era doveroso”.
Qualche giorno dopo l’esposto il Corecom invia il risultato dell’istruttoria all’Agcom, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, che dovrà dire l’ultima parola. “Ma la violazione è già stata accertata” sostiene Maria Luisa Sangiorgio, presidente del Corecom in Lombardia. “Aspettiamo solo che ci arrivi il dispositivo per comunicarlo”.
Le infrazioni riguarderebbero tre iniziative: un periodico, alcuni spot e una campagna pubblicitaria. La prima è La provincia in casa, trimestrale patinato che, storicamente, esalta le gesta della giunta di turno. Il numero di aprile strilla in copertina: “Le cose fatte dal 2004 al 2009″. Apre una lunga intervista a Penati, si prosegue con la posta del presidente, a seguire dettagliati resoconti degli assessori sugli obiettivi raggiunti. Per questo giornale l’amministrazione non ha lesinato: 23.880 euro per la grafica, 95.940 euro per stampare 250 mila copie in più dell’usuale, 59.362 euro per allegarlo ai settimanali, 75.730 per le varie ed eventuali. Totale: 254.912 euro. Tutte le delibere di spesa sono state approvate il 30 marzo. Il trimestrale è uscito il 15 aprile, “cioè 12 giorni dopo il silenzio elettorale. In palese contrasto con la legge sulla par condicio” accusa Dapei.
Il garante si è occupato anche dell’acquisto di pubblicità e trasmissioni andate in onda nelle tv locali tra fine gennaio e aprile inoltrato, per cui sono stati usati 121.968 euro. Tutto lecito per la Provincia di Milano: si tratta solo di diversa interpretazione della legge. Secondo gli uffici della presidenza, la data entro cui si poteva fare attività istituzionale non era il 3 aprile, bensì il 23 dello stesso mese, giorno in cui è stata comunicata la data delle elezioni amministrative. È quella che fa fede. Comunque ogni comparsata televisiva sarebbe stata cautelativamente sospesa il 17 aprile, quando il garante ha comunicato di avere aperto l’istruttoria.
Eppure, solo due giorni dopo, vengono stanziati 49.024 euro per la campagna “Ne abbiamo fatta di strada”: raffiche di spot e inserzioni su diversi quotidiani. Soldi che si aggiungono ai 284.088 euro sborsati a partire dal 30 marzo per lo stesso progetto. E comunque si tratta solo di comunicazione istituzionale, ha chiarito Penati. Compreso lo spot in cui il presidente snocciola le mirabili cose fatte durante la legislatura.
Riassumendo: negli ultimi tempi la Provincia di Milano, per propagandare il bene profuso durante il mandato, ha speso circa 608 mila euro. Un calcolo probabilmente per difetto. Gran parte di questi soldi ha dato frutti in prossimità del giorno in cui la par condicio vietava ogni attività. Che per gli uffici di Penati era il 23 aprile. “La norma invece è chiara” sostiene Sangiorgio. “La data è il 3 aprile”.
Cosa rischiano ora Penati e i suoi? Il garante probabilmente imporrà loro di avvisare gli elettori, con visibilità, dell’inosservanza. Potrebbe essere il preludio a un accertamento della Corte dei conti.
Il presidente però è sicuro di aver rispettato la legge. Anche se conviene che “quella delle date è un’interpretazione controversa. Noi abbiamo seguito le indicazioni che ci hanno dato i nostri uffici” chiarisce. “Non l’avremmo fatto se non fossimo stati convinti che tutto era più che lecito. In ogni caso non stiamo parlando di propaganda politica, come ci accusano i nostri avversari. Ho la coscienza a posto. Faremo valere le nostre ragioni”.
Penati riattacca a parlare dopo qualche secondo di silenzio: “Si sa, è più rumoroso un albero che cade che una foresta che cresce. Comunque mi rendo conto che durante ogni elezione ci si spinge a polemiche del genere. Io la feci a suo tempo. Adesso la fanno i miei avversari”.
Uomo di mondo e di garbo, Penati. E soprattutto di buona memoria. In effetti il 13 marzo del 2004 sul Corriere della sera si scagliava contro l’allora contendente Ombretta Colli, che guidava la Provincia di Milano: “Sono stati finanziati abbondantemente prodotti di comunicazione come spot, affissioni e periodici di informazione fintoistituzionale. Tutti giocati sull’immagine della presidente, com’è tipico della propaganda elettorale”. La nemesi è arrivata cinque anni dopo.

antonio.rossitto at mondadori.it)

Impiegati della provincia di Trento in missione per una gara di sci

Non si sono fatti mancare nulla i 21 impiegati della provincia di Trento per la loro “missione” in Abruzzo: stipendio per la trasferta, rimborso spese per il viaggio, vitto, alloggio e straordinari, visto che di solito il sabato gli impiegati provinciali non lavorano. Ma dal Trentino in Abruzzo a fare che? A sciare coi soldi della Provincia, 13 mila euro in tutto. Una cifra non ingente, ma comunque un bel mucchietto di soldi che ci ricorda come l’Italia “sprecona” stenti ancora a non cambiare, nonostante le sforbiciate e i continui appelli nei mesi scorsi del ministro Brunetta. E questa volta i furbi non vengono dal Sud, ma da un’efficiente e ricca provincia di una regione a statuto speciale del Nord, il Trentino appunto. La notizia è apparsa stamane su l’Adige, quotidiano locale delle Dolomiti. Sulle piste di Roccaraso - nota località montana sull’Appennino abruzzese e frequentata soprattutto dagli sciatori di Roma e Napoli - i 21 dipendenti trentini avrebbero partecipato al Settimo Campionato italiano di sci della Protezione civile, assieme ai dipendenti della croce rossa, del soccorso alpino e dei vigili del fuoco. In tutto, 94 persone. E per chi faceva parte della squadra speciale, la Provincia ha riconosciuto il trattamento di “missione” fuori sede, ossia rimborso spesa, stipendio e pure lo straordinario. “Il programma prevedeva l’arrivo dei concorrenti a Roccaraso nella giornata di giovedì 29 gennaio con sfilata, cerimonia di apertura e rinfresco con prodotti regionali. Venerdì 30 al mattino si è tenuta la gara di slalom gigante, mentre il pomeriggio era libero e la sera era in programma uno spettacolo di pattinaggio su ghiaccio. Sabato 31, al mattino, la prova di sci da fondo, nel pomeriggio un convegno e la serata finale al palazzetto dello sport con cena, spettacolo e premiazioni”, scrive il cronista dell’Adige. Unico onore, per gli impiegati provinciali pagati per andare in vacanza dalle Alpi sugli Appennini, è se non altro quello di aver sbaragliato tutti durante le gare sulla neve.

Aosta: la città dove si vive meglio. Caltanissetta all’ultimo posto

il palzzo del comune

Per il 2008, vince Aosta: è la città dove si vive meglio in Italia.
Almeno stando alla classifica annuale sulla Qualità della vita realizzata dal Sole 24 Ore, che premia le piccole realtà cittadine come Trento, Belluno, Bolzano, declassa le metropoli (sia Roma sia Milano perdono quota) e boccia molte località del Meridione. Fanalino di coda risulta quest’anno Caltanissetta.
Ma a vincere in questa classifica sono soprattutto Nord e Centro Italia, che battono alla grande le città del Sud. Soltanto Oristano compare nella parte alta, al 19esimo posto. Per il resto a prevalere sono le località del Nord che occupano i primi posti in graduatoria. Dopo le tre “medaglie” Aosta, Belluno, Bolzano, tutte quante località montane, al quarto posto compare Trento, seguita da Sondrio, Trieste, Siena, Gorizia, Piacenza e Parma, che chiude la top ten.
L’indagine del Sole sulle province italiane prende in considerazione sei macro-aree (tenore di vita; affari e lavoro; servizi, ambiente e salute; ordine pubblico; popolazione; tempo libero). Per ogni macro-area sono individuati sei indicatori specifici (per un totale, quindi, di 36 indicatori), quali, ad esempio, il Pil pro capite, la disoccupazione; le infrastrutture; i reati denunciati; gli acquisti di libri; il numero di associazioni di volontariato rispetto alla popolazione.

Un paese spaccato in due
La prima città del Sud è intorno a metà classifica, dove troviamo, alla posizione numero 55, L’Aquila, a pari merito con Isernia e Como. Mentre la città “nordica” peggio piazzata è Alessandria, che si classifica 69esima.
Se passiamo invece alle gare “di settore”, il Sud ottiene solo due vittorie: Oristano è la provincia meno colpita dai reati, L’Aquila è la migliore sul fronte demografico. Milano è prima per tenore di vita, Cuneo per affari e lavoro, Trieste per servizi-ambiente-salute, Aosta per il tempo libero.
Quanto all’ultima classificata, Caltanissetta, perde sette posizioni rispetto a un anno fa. Aosta vince la sfida grazie agli ottimi risultati nel tempo libero, nel tenore di vita e nella popolazione. Mentre Caltanissetta è alle ultime posizioni soprattutto nel tempo libero, nella popolazione, negli affari e lavoro. Per non parlare dell’abisso che separa prima e ultima classificata per il Pil medio pro capite: 34mila euro ad Aosta, 16mila nella provincia siciliana. La disoccupazione è al 3,2% nella città del Nord e del 16% in quella meridionale, le rapine meno di 17 ogni 100mila abitanti nella provincia di montagna, oltre 48 nell’altra, le organizzazione di volontariato 1,24 ogni mille abitanti contro 0,34.

Le città che hanno più delle altre migliorato la loro qualità della vita risultano Oristano (+53 posizioni), Asti (+38), mentre le flessioni più marcate sono di Prato (50) e di Bergamo (40).
Milano scivola dal sesto al ventesimo posto, Roma dall’ottavo al 28esimo, mentre Napoli perde undici posizioni scivolando a quota 79, Torino 13 piazzandosi quest’anno al 66esimo posto della classifica.
Lo scorso anno, nella top ten figuravano Trento, Bolzano, Aosta, Belluno e Sondrio. Ad occupare le ultime dieci posizioni, tutte le città del sud: in ordine Bari (ex aequo con Caserta e Palermo), Vibo Valentia, Caltanissetta, Reggio Calabria, Taranto, Catanzaro, Catania, Foggia, Benevento ed, ultima, Agrigento.

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