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Brunetta-Mao, Brunetta-Mosè e Brunetta fatto a pezzi. Così appare il ministro della PA nelle vignette inviate a Palazzo Vidoni, opera di cittadini che hanno risposto all’appello del ministro. Nonostante si siano levate voci contrarie e alcuni deputati Pd abbiano anche presentato un’interrogazione in materia perché il ministro ripensi al progetto (”Brunetta dovrebbe utilizzare il sito del ministero per rendere noti esempi del buon lavoro portato avanti silenziosamente da tanti dipendenti pubblici, competenti ed onesti”), in soli quattro giorni ne sono arrivate già più di 35 e dunque il concorso “Vignette contro Brunetta” sembra andare a gonfie vele.
Il ministro anti fannulloni, che senza colpo ferire è riuscito a ridurre del 30% l’assenteismo nel settore statale, ne ha pensata un’altra delle sue: ha lanciato un concorso nazionale di feroci vignette satiriche contro il ministro: “Mi raccomando, siate cattivi. Non ne possiamo più di raccogliere solo consensi”.
Lo aveva promesso lui stesso: metterò sul sito le vignette contro di me. E per arricchire l’archivio ha chiesto aiuto proprio ai cittadini, compresi i dipendenti pubblici (i suoi sottoposti presi di mira negli ultimi mesi): “Da diverse settimane consultiamo tutti i quotidiani e le riviste in edicola alla ricerca di una qualsiasi vignetta che metta alla berlina il ministro Renato Brunetta. Invano”, si legge sul sito del ministero. “Abbiamo così deciso di rivolgerci al Paese per superare questa anomalia senza precedenti”.
Il concorso è aperto, fino al 10 agosto, a tutti i cittadini. Il ministero non pone limiti: le vignette - massimo due per autore - posso essere feroci contro il ministro e le sue idee, “pur restando entro i limiti della buona educazione, siate cattivi e pungenti” precisa il sito. Alla gara possono prendere parte anche i dipendenti pubblici, beninteso a condizione che la vignetta sia stata da loro pensata e disegnata durante le ferie, la pausa pranzo o i permessi per malattia.
Le vignette devono essere inviate in formato immagine (.pdf o .jpg) all’indirizzo ufficiostampa at funzionepubblica.it, accompagnate da nome e cognome dell’autore nonché da un suo recapito telefonico e di posta elettronica personale.
Quelle già arrivate hanno disegni divertenti e piuttosto colorati, pochi quelli offensivi e molti di buon livello. E pare che anche il responsabile della PA si sia divertito molto a vedersi nelle vesti di Mao, con tanto di libro rosso in mano, mentre dice “Visitarne uno per licenziarne cento” o novello Mosè che cerca di eliminare “la solita scusa dei traghetti in ritardo”.
C’è poi un Brunetta che disegna se stesso perché, dice, “solo io so quanto sono cattivo”. Spazio anche al genere pulp con l’assassino che tiene in mano la testa del ministro, dopo averlo accuratamente fatto a pezzi, e la frase “Adesso i tagli li faccio io”. Ma come dimenticare i bambini? Ecco allora che un piccolo domanda a un altro cosa voglia fare da grande e alla risposta “Brunetta” ribatte piccato: “Ho detto da grande!”.
L’appuntamento è per l’11 agosto sul sito del ministero: i visitatori potranno esprimere solo una preferenza e i voti saranno aggiornati in tempo reale. Ci sarà tempo fino al 12 settembre, quando verrà pubblicata la classifica e si decideranno le prime cinque tra cui scegliere la vignetta vincitrice. Il suo autore verrà ricevuto e premiato a Palazzo Vidoni dallo stesso ministro Brunetta, con un Brunetta d’oro, scherza il ministro, “naturalmente piccolo, e non solo per risparmiare”.

All’inizio, ci aveva pensato il neoministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta: “bisogna colpirne uno per educarne cento”, aveva commentato quando gli era stata rivolta la solita domanda sugli impiegati fannulloni dell’amministrazione pubblica.
Altro che solita boutade post-elettorale: è tutto vero e concreto. La prima risposta pratica arriva infatti da una delle regioni che non t’aspetti, e per mano di un governatore da molti accusato, nei mesi della campagna elettorale, di pratiche clientelari. Il neopesidente isolano Raffaele Lombardo, dalle parole ha deciso di passare ai fatti. Dopo aver dichiarato che “licenziare i fannulloni è un sacrosanto principio di buona amministrazione”, la sua regione registra ora uno dei rarissimi casi di licenziamento per assenteismo, costato il lavoro ad un funzionario direttivo catanese, che (ferie escluse) nell’arco di un anno - il 2007- aveva pensato bene di assentarsi dal lavoro circa 300 volte.
Sgomento e incredulità tra i pubblici funzionari isolani (15mila in tutto, che hanno fatto schizzare la Sicilia verso uno dei suoi record meno positivi), ma Lombardo non si è fermato. Decidendo di passare ai giornalisti, ben ventitrè, assunti alle dipendenze della Presidenza della Regione. “Ho scoperto che nel mio ufficio stampa ci sono 23 giornalisti, mi dicono che George W. Bush ne abbia appena sei” ha commentato, minacciando una “ricollocazione produttiva” dell’intero apparato. E lasciando soprattutto intendere quale sarà il primo segnale di discontinuità con la precedente amministrazione, quella del “gemello (piuttosto) diverso” Salvatore Cuffaro.

Come risolvere il problema dei “fannulloni” nella Pubblica Amministrazione? “Semplicemente licenziandoli”. Ecco la proposta che il neo ministro dell’Innovazione e della Funzione pubblica, Renato Brunetta, ha fatto in occasione dell’inaugurazione del Forum Pa. Una ricetta che già qualche mese fa fece anche il giuslavorista Pietro Ichino, oggi deputato Pd, scatenando una selva di polemiche.
E allora, da ministro, Brunetta ribadisce: già ci sono le leggi che consentono di farlo. “C’è la cassa integrazione e c’è il licenziamento, solo che non sono mai stati utilizzati. Ma il clima del paese è cambiato” ha rilevato Brunetta. “È un miracolo che la Pubblica Amministrazione ancora stia in piedi non avendo strumenti come gli incentivi e disincentivi, premi e punizioni. In queste condizioni un’azienda privata avrebbe già chiuso”.
Dello stesso parere è anche il neoeletto sindaco di Roma Gianni Alemanno che afferma: “I fannulloni devono essere licenziati ma sono convinto che la gran parte di coloro che lavorano nella Pubblica amministrazione non siano fannulloni ma che si tratti solo di una piccola minoranza”. Sebbene si tratti di una minoranza, secondo Alemanno i fannulloni devono essere rimossi “a vantaggio dei lavoratori del pubblico impiego che in larga parte si impegnano e che spesso anche con carenza di mezzi e di incentivi reali fanno il massimo possibile. Ci deve essere - ha proseguito il sindaco - massima attenzione per i diritti sindacali ma io non credo che i sindacati vogliano difendere i fannulloni”.
Brunetta però si propone anche un’ulteriore obiettivo ambizioso. Eliminare entro 18 mesi la carta nella pubblica amministrazione e rendere anche le pagelle scolastiche consultabili solo in rete. Per il ministro della Funzione pubblica la banda larga e le tecnologie informatiche devono far superare “senza ritorno” ogni barriera fisica nel giro di un anno, un anno mezzo. Poi, prosegue, dovranno “tagliarsi i ponti: non ci dovrà più essere la documentazione cartacea”. A cominciare dalle valutazioni scolastiche: “le pagelle dovranno essere lette su internet, basta pagelle cartacee”. Brunetta non esita, quindi, a parlare di una “rivoluzione con la quale la carta dovrà progressivamente sparire”.
Alleati, in questo tempo, gli uffici postali, le farmacie, le tabaccherie, perchè “chi ha una rete possiede un tesoro. Se sapremo cambiare” è la sua convinzione “potremo spendere meglio e liberare importanti risorse da impieghi poco produttivi”.
Per Brunetta, quindi, le parole d’ordine dovranno essere trasparenza, valutazione e benchmarking, mentre gli strumenti per il cambiamento sono il federalismo (con i governi locali che dovranno rispondere delle risorse e che potranno disporne di nuove se sapranno venire incontro alle esigenze dei cittadini), la banda larga e l’Ict. “Le pubbliche amministrazioni - ha sottolineato - sono un miracolo, è una organizzazione che manca di strumenti di governance eppure funziona. Non falliscono, ma forniscono prodotti ’subottimali’, devono invece comportarsi come un girasole: orientarsi ai bisogni di cittadini e imprese. Occorre introdurre la soddisfazione del cliente finale che paga e deve essere soddisfatto”. Quanto al reclutamento del personale, Brunetta non ha dubbi: “dovrà prevalere” ha detto “la selezione dei migliori, ridando alla dirigenza pubblica il potere disciplinare. Ma saranno i dirigenti i primi ad essere valutati”. Brunetta ha sottolineato anche la necessità di mettere in concorrenza il settore pubblico con quello privato. Bisogna, ha aggiunto, “pagare una volta sola, non si può pagare con le tasse e poi ripagare perché i servizi non funzionano”.
Su ciò il ministro ha chiesto una riflessione al sindacato perché “se ci sarà la sanzione del mercato rischiano anche i beni e i servizi pubblici”.
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Statali, i fannulloni nel mirino del ministro Brunetta: “Colpirne uno per educarne cento”. Siete d’accordo?

Un risparmio di spesa per lo Stato di 10,6 miliardi di euro l’anno. Le Province, la cui utilità effettiva è messa in dubbio ormai da anni, sono anche dispendiose. Secondo una ricerca dell’Eurispes, nel 2006 la Province italiane sono costate 13 miliardi, contro gli 11 e i 2 miliardi di euro, rispettivamente, di flussi finanziari in entrata e di indebitamento. Di questi 13 miliardi il 18,3% è rappresentato da spese per i redditi da lavoro dipendente, il 28,4% da consumi intermedi, il 22,3% da investimenti fissi lordi ed il 31% da tutte le altre voci di spesa. Nell’ipotesi in cui il personale delle Province (pari a 62.778 tra dirigenti e impiegati), venisse reimpiegato in altre amministrazioni o istituzioni locali, ci sarebbe un risparmio complessivo pari a 10,6 miliardi di euro, dal momento che verrebbero meno tutte le altre voci di spesa attuali.
Il crescente indebitamento della pubblica amministrazione negli ultimi anni deriva, in massima parte, dal peggioramento dei conti economici delle amministrazioni centrali. A partire dal 2001 le entrate e le spese sono aumentate, rispettivamente, da 315 a 367 miliardi di euro (+16,5%) e da 354 a 425 miliardi di euro (+20,6%), con effetti immediati sul livello di indebitamento.
Un peggioramento dei conti che ha interessato anche gli enti locali (dalle Regioni, alle Province, ai Comuni). In particolare, dal 1986 al 2006, le entrate delle Province sono aumentate a un tasso di crescita medio annuo del 13,9%, ovvero il 5,3% in più rispetto a quello di tutte le amministrazioni pubbliche e lo 0,6% in più rispetto a quello delle amministrazioni centrali. A causa del tasso di crescita così elevato, le entrate provinciali sono quasi quadruplicate nel corso di un ventennio, raggiungendo, nel corso del 2006, gli 11 miliardi di euro, contro i 2,9 del 1986. Nello stesso arco temporale, tuttavia, oltre alle entrate sono aumentate anche le spese, tanto che solo in alcuni anni le Province italiane sono state in grado di soddisfare pienamente il proprio fabbisogno finanziario. Con tasso di crescita medio annuo del 16,6% (+2,7% rispetto alle entrate), le spese delle Province hanno toccato, nel corso del 2006, i 13 miliardi di euro.
Negli ultimi anni l’indebitamento ha iniziato una preoccupante fase di crescita: dai 500 milioni di euro del 2001 ai 2 miliardi di euro del 2006. E per la prima volta dopo quasi un ventennio, una percentuale rilevante del debito delle amministrazioni pubbliche è legato al cattivo andamento dei conti delle Province: dei 15 miliardi di euro in più fatto registrare tra il 2001 ed il 2006 dalle amministrazioni pubbliche, il 5,5% è imputabile ai costi di gestione delle amministrazioni provinciali.
Ma le Province in realtà stanno già sopravvivendo a se stesse. La riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 infatti prevede l’istituzione della “Città Metropolitana“, che dovrebbe sostituire la Provincia. Almeno per quanto riguarda Bari, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Roma, Torino e Venezia. Il governo ha dato avvio al processo nel gennaio 2007, ma per ora nessuna città, o gruppo di città, ha preso l’iniziativa.
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Alla fine Romano Prodi è stato costretto a lanciare un ultimatum, in diretta al Tg3, alla sua riottosa maggioranza: “Non pongo il voto di fiducia, ma esigo che le forze politiche della maggioranza rispettino gli impegni che esse hanno assunto di fronte ai cittadini. È giunto il momento che le forze della maggioranza facciano chiarezza”.
Dopo il martedì difficile del Consiglio dei ministri, per il centrosinistra è un giovedì nero al Senato. Qui la maggioranza è andata sotto ben 4 volte sul collegato alla Finanziaria, con l’Italia dei Valori che ha vota con la Cdl. Tanto che nel pomeriggio si è scelto di non ricorrere alla fiducia e di andare avanti ad oltranza. Una decisione che potrebbe sembrare di forza e invece è esattamente il segno della debolezza.
In mattinata il governo è andato sotto su argomenti considerati minori come la soppressione della società Stretto di Messina e delle scuole della Pubblica Amministrazione. Cosa che, a parte il clamore mediatico, non ha molta ripercussione. Se viceversa fosse stata posta la fiducia, anche su un argomento minore, il rischio sarebbe stato la caduta del governo. Ecco perché andare avanti ad oltranza è un modo per certificare, qualora ce ne fosse bisogno, la debolezza del centrosinistra a Palazzo Madama.
La prima vittima nell’Aula del Senato è Franca Rame, che stamani ha votato con l’Unione e contro il suo gruppo, facendo balenare l’idea che lascerà il gruppo dell’Italia dei Valori. Difficile riuscire a parlarle proprio perché la maggioranza è blindata tra i banchi. Ma con un sms la Rame, che più volte ha avuto dei “mal di pancia” nei confronti delle votazioni che le erano state imposte dal centrosinistra, conferma a Panorama.it “lascerò il gruppo dipietrista”. La senatrice è nera: “Avrebbero dovuto informarmi e discuterne. Sono arrabbiatissima”.

E dunque per far portare a casa la pelle al governo Prodi i canuti del Senato si accamperanno in aula fino a che le centinaia di emendamenti non saranno stati discussi e votati. Probabilmente faranno notte. Ma per quanto potrà andare ancora avanti la situazione? Panorama.it ha provato a chiederlo a Piero Testoni, deputato di Forza Italia, responsabile editoria del partito, ma soprattutto uomo dello staff comunicazione di Silvio Berlusconi: “Ci vorrebbe la palla di vetro” esordisce Testoni “ma il vero problema non è la caduta di Prodi. Bensì il dopo Prodi…”. Testoni poi vara un paragone alla Ian Fleming: “È come se avessimo azionato un timer, di cui solo pochissimi sanno quando è l’esatta ora dell’esplosione. Quegli stessi pochissimi sono in grado, come nei film di James Bond, di bloccare il timer in qualsiasi momento”.
Nomi? “Certamente” aggiunge il deputato azzurro “Silvio Berlusconi è uno di quelli”. Ma è uno di quelli che non lo farà… Poi il ragionamento di Testoni entra nel campo avverso: “Nella sinistra manca una figura unica altrettanto forte politicamente e autorevole. E la recente creazione del Pd non risolve: lì ci sono più divisioni e più feriti che non vincitori”. Infine Testoni parla delle mosse del capo dello Stato, Giorgio Napolitano: “Per il dopo Prodi tutto vuole tranne che un automatico ricorso alle urne. Credo quindi” ha concluso Testoni “che si impegnerà, e probabilmente già lo sta facendo, allo spasimo per non portarci alle urne subito”.
D’altra parte lo stesso leader dell’opposizione, Silvio Berlusconi, nel pomeriggio aveva dichiarato: “Quello che è successo oggi non farà cadere il governo Prodi, che invece cadrà su un voto decisivo, su una legge importante e non per un incidente di percorso”.
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“Rimpasto sì o rimpasto no?”. Sempre che il Governo resti in piedi, da giorni è questo il refrain che suona nelle orecchie del presidente del Consiglio, Romano Prodi. E siccome suona male, a Palazzo Chigi circola un’altra versione: “riconsiderazione organizzativa”. Nelle intenzioni del premier non è che il taglio di dicasteri (attualmente sono 26), vicepremier (10) e sottosegretari (ben 66). Insomma, uno snellimento della squadra. Da imporre solo a Finanziaria approvata e sempre sotto la regia del Prof.
Quindi, ministro Lanzillotta, nessun cambio in corsa della squadra, nemmeno quando il partito democratico sarà una realtà e i partiti più piccoli della coalizione porranno la questione del ridimensionamento della compagine del Pd nell’esecutivo?
“Ma se lo stesso Prodi ha detto che non c’è rimpasto in vista, non vedo cosa ci sia da discutere”, taglia corto la titolare del dicastero per gli Affari regionali e le autonomie locali
Bene. Allora parliamo di tagli. Dopo la stretta sui voli di Stato, una anche sul numero di poltrone?
Dipenderà da Prodi. Anche se credo che non possa fare che bene asciugare la struttura dell’esecutivo. E renderlo così più efficiente. Avere tanti dicasteri non è solo un problema di costi ma anche di incisività dell’azione di governo. Ne va della capacità decisionale dell’esecutivo.
Già, come moglie del professor Bassanini che aveva partorito una riforma da 12 ministeri, ammetterà che 102 membri (tra ministri e sottosegretari) sono troppi.
L’ho sempre ammesso. Come ho sempre ammesso problemi di coesione in una squadra così numerosa.
Quanto pesa l’effetto Grillo sulla decisione del premier di sfoltire le poltrone? I sondaggi fanno pensare che pesi parecchio.
Non solo Grillo, direi. L’esigenza è doppia. Da un lato, dopo quasi un anno e mezzo è arrivato il momento di una verifica della squadra, delle cose buone che si sono fatte e delle criticità che pure non mancano. Dall’altro, non c’è dubbio, c’è anche la volontà di venire incontro alle richieste di chi chiede una riduzione dei costi della politica.
Oppure è la paura di cadere che muove Prodi a cambiare…
Ma il governo non cade. Anzi, ritoccare gli equilibri interni alla composizione del governo potrebbe ulteriormente destabilizzare l’esecutivo. A meno che non si trovi una formula nuova che rimetta in gioco nomi e poltrone, con una squadra ancor più aggrappata al premier.
“Se cado”, minaccia Prodi, “farò i nomi”. Lei ne conosce qualcuno?
Non ci sto al toto-killer. Ripeto, siamo più uniti di quanto si pensa e si scrive.
Circola voce che la sforbiciata si abbatterà soprattutto sui ministeri senza portafoglio, come il suo. Si sente in pericolo?
Siamo tutti precari, non solo io. Per quanto mi riguarda poi non sono una attaccata alla poltrona. Ci sono tante altre cose interessanti che potrei fare. Per quanto riguarda invece il ministero che reggo, non credo che nessun governo possa farne a meno. Con le modifiche introdotte al Titolo V della Costituzione (sull’autonomia regionale, ndr) questo dicastero ha un ruolo importante e non abrogabile.
Ovvio che tutti i ministri dicano così del proprio dicastero: importante e intoccabile. Mentre la gente la pensa diversamente. Qualcuno ha detto anche che per l’attuazione del programma di governo basterebbe una segretaria.
Sì, ma ridurre il numero dei ministri non significa per forza ridurre i dicasteri. Si possono sempre fare accorpamenti e assegnarli per delega. E poi è vera un’altra cosa..
Quale?
Che il 90% dei ministri senza portafoglio è retto da donne. Se davvero taglieranno lì, vorrà dire che alle donne toccheranno ruoli di maggior rilievo. Come nel Pd.
Ma il rosa nel futuro partito democratico è piuttosto sbiadito, pare.
Non è vero. Non parlo per la corsa alla leadership, dove c’è solo Rosy Bindi. Parlo delle liste regionali, dove per statuto devono esserci metà uomini e metà donne.
Non si è sentita esclusa, nella diatriba estiva sulla sicurezza, dal dialogo tra amministratori locali (sindaci, governatori, assessori) e il ministro dell’Interno Amato?
E perché avrei dovuto? Sono il titolare degli Affari regionali, non mi occupo di sicurezza. Poi in questo anno e mezzo abbiamo fatto un sacco di altre cose. Ci siamo occupati di federalismo fiscale, di decentramento delle competenze in materia di Catasto, di riordino dei Servizi Pubblici Locali, di montagna.
Quindi avanti così. Fino al panettone?
Avanti così fino alla fine. Varata la Finanziaria, ci occuperemo degli altri nodi: le tasse da abbassare, la crescita da far ripartire, le riforme da varare.
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In Francia lo conoscono e lo stimano, da tempo. Visto che dal 2001 al 2005 ha fatto parte del Consiglio d’amministrazione dell’Ecole Nationale d’Administration (E.N.A.). Nicolas Sarkozy, in particolare, lo tiene molto in considerazione: nel 2002, quando Sarko era ministro dell’Interno, lo ha chiamato per illustrare le sue riforme (datate 1997) ai prefetti francesi. E siccome Franco Bassanini, costituzionalista, ex ministro ds della Funzione pubblica nel primo governo di centrosinistra (’96-2001), fondatore di Astrid (Associazione per gli Studi e le ricerche sulla Riforma delle Istituzioni Democratiche) e, appunto, padre della prima corposa (anche se in gran parte “rimasta nei cassetti”) riforma della pubblica amministrazione, all’Uomo Forte francese è parecchio piaciuto, lo ha rivoluto nel 2004 come relatore alla conferenza programmatica dell’Ump, il partito di centrodestra al governo oggi in Francia.
“Ma quella volta Sarkozy volle sparigliare il campo e sorprendere i socialisti francesi, che lui reputa non proprio degli innovatori. E io stetti al gioco e andai a esporre i contenuti della mia riforma”.
Questa volta invece, professor Bassanini, l’incarico è istituzionale…
Sì. Il 30 agosto si insedia la Commissione per la liberazione della crescita francese, voluta dal governo di François Fillon, su mandato del presidente Nicolas Sarkozy. Ma la commissione, presieduta da un socialista del calibro di Jacques Attali (biografo e consulente di Mitterand, ndr), sarà del tutto indipendente e libera.
Al presidente francese piacciono i socialisti come lei, Lang, Attali. Ma nessuno grida all’inciucio
Da noi le divisioni politiche sono talmente forti e personalizzate che appena destra e sinistra si mettono a collaborare c’è chi pensa subito a qualcosa di losco. Ma le grandi riforme sono bipartisan. Germania e Francia insegnano.
Già, com’è che l’efficiente stato francese ha bisogno di essere riformato?
In Francia sono convinti che la nostra riforma sia buona e dunque sono molto interessati. La loro pubblica amministrazione funziona, ma per alcuni aspetti sono molto indietro. Per esempio, a parità di popolazione, la Francia conta due milioni in più di dipendenti pubblici rispetto ai 3,6 milioni dipendenti italiani. Da noi sono meno, ma non sono nelle condizioni di dare il meglio. Quelli francesi sono tanti, preparati, ma anche costosi: il loro stipendio incide per il 3,5% sul Pil nazionale. Anche di questo dovrà occuparsi la commissione, il cui mandato scade a dicembre. E dovremo anche indicare soluzioni per rilanciare la competitività e la crescita. Il livello della disoccupazione d’Oltralpe è per esempio superiore a quello italiano.
Che ruolo avrà?
Mi occuperò di ridefinire e semplificare il rapporto tra lo Stato e le piccole medie imprese.
Ovvero quello che in Italia non le è riuscito quand’era ministro della Funzione Pubblica…
Più o meno. In effetti la riforma del ‘97 (impropriamente detta Bassanini, visto che con me lavoravano fior di esperti) è in parte rimasta inattuata.
E del governo Prodi
Già. A essere sincero, il precedente governo Berlusconi l’ha rispettata all’80%. Questo esecutivo invece è andato nella direzione opposta. Spacchettando per esempio vari ministeri ha voluto dare un messaggio chiaro: la Bassanini non è più priorità. Ma è un altro l’aspetto che non mi convince.
Dica
Se Prodi avesse incaricato McKinsey o l’ingegner Ermolli di svolgere una ricerca seria e questo studio avesse dimostrato che l’Italia ha bisogno di 30 ministeri, a differenza della Francia, della Spagna e della Germania che non ne hanno più di 15, io avrei preso atto che la riforma Bassanini era sbagliata. Invece non bastavano le poltrone…
E l’hanno tagliata fuori.
Però con Astrid, e a titolo gratuito, continuo a collaborare con il ministero dell’Interno (Giuliano Amato del resto è tra i fondatori di Astrid); col ministero dei Rapporti con il parlamento di Vannino Chiti; con Paolo Gentiloni, ministro per le Telecomunicazioni.
Di tutto di più, insomma.
Non ho avuto incarichi dall’attuale ministero della Funzione Pubblica di Nicolais, se non quello, a titolo personale e gratuito, di presiedere una commissione di studio per la formazione dei dirigenti pubblici, sul modello dell’ENA francese.
E com’è andata?
Abbiamo consegnato i nostri lavori entro la data stabilita (il 31 marzo scorso) dal mandato parlamentare. Ma anche questi studi sono rimasti nei cassetti.
Proprio come è successo nel ‘97. Tutti contenti in teoria, poi all’atto pratico le sue proposte restano lettera morta. Si rimprovera qualcosa in proposito?
Le riforme che ho scritto in quegli anni (assieme a personaggi del calibro di Massimo D’Antona) sono state attuate solo in parte. È mancato un lavoro di manutenzione straordinaria.
Cioè?
Nel ‘97 l’Italia aveva bisogno di uno scossone, di uno choc. Le mie cinque leggi, scritte anche grazie agli apporti del forzista Franco Frattini, che poi mi è succeduto al ministero, e votate con spirito assolutamente bipartisan, abbisognavano, come tutte le riforme, di correzioni e messa a punto in fase di attuazione.
E così si sono bloccate
Le hanno bloccate.
Chi?
Un’ampia parte del ceto politico: interessato a mantenere lo status quo e a sistemare sulle poltrone pubbliche persone di fiducia o elettoralmente vicine. E un’ampia parte della burocrazia stessa, che non ama farsi mettere sotto esame ma preferisce andare avanti per scatti d’anzianità e automatismi interni. E anche un’ampia parte del sindacato, impaurito dall’impopolarità che avrebbe comportato seguire le mie norme.
Quale in particolare?
Quella che prevedeva premi ai dirigenti più efficienti e l’allontanamento dei fannulloni. La tesi del Professor Ichino, che ha scatenato polemiche nei mesi scorsi, io l’ho scritta dieci anni fa. Avevo previsto che ogni ufficio pubblico avesse degli obiettivi da raggiungere, una strategia per farlo e dei settori dove applicarsi. A chi fosse riuscito a ottenere buoni risultati avremmo dato un premio. Invece i sindacati preferiscono distribuire gli incentivi a pioggia…
E così lei è rimasto nell’immaginario degli italiani come il ministro dell’autocertificazione.
Sì, ma anche quella è una rivoluzione. Non dover più presentare carte e documenti per l’iscrizione dei propri figli all’anno scolastico successivo, come succedeva prima del ‘97, credo sia una buona semplificazione, no?
Ma molti la criticano per aver dato ufficialità allo spoyl sistem?
Il sistema è sempre esistito. E funziona anche in altre democrazie che noi italiani citiamo a modello. Deve essere limitato agli uffici di staff. Ed è deleterio quando nasconda interessi elettorali. Non c’è niente di male se il capo di gabinetto di un ministero è un uomo di fiducia del ministro. Purché quello sia stato scelto perché è il migliore sulla piazza e non perché appartiene alla famiglia politica del ministro.
A proposito di famiglia, nel governo non c’è più lei, ma sua moglie Linda Lanzillotta, agli Affari regionali. Una ricompensa per non averla fatta eleggere al Senato alle ultime elezioni?
No, che c’entra! Anche perché il ministro Lanzillotta non è dei Ds, ma della Margherita. A me è successo di essere troppo in basso nelle liste, nonostante il mio partito avesse promesso agli ex ministri un ruolo di primo piano.
Tornerà a far politica attiva nel Partito democratico?
Vedremo. Intanto io tifo Veltroni. Soprattutto dopo l’ampio e articolato discorso al Lingotto di Torino. E poi ha una certa somiglianza con Sarkozy.
Ah sì?
Certo: è un abile comunicatore (al pari del francese e di Silvio Berlusconi); è un riformista e gli piace innovare. E poi non è vero, come dice De Gregori, che vuol piacere a tutti. Ma l’avete letto bene il suo programma?
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Si chiama E-Democracy. Letteralmente democrazia elettronica. In concreto: partecipazione ai processi decisionali delle istituzioni nel territorio, ai tempi del web.
Protagonisti i ragazzi delle scuole di 29 Comunità montane italiane che hanno partecipato al progetto Pises Valdiano (dalla Comunità capofila Vallo di Diano), promosso dall’Uncem (Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani) e finanziato dal Cnipa.
L’obiettivo? Stimolare i giovani alla conoscenza della propria terra e coinvolgerli nelle scelte che ne riguardano lo sviluppo. Così, nel corso dell’anno scolastico, migliaia di ragazzi si sono impegnati in una miriade di attività e visite guidate, attrezzati di strumenti elettronici, elaborando idee per una città su misura per loro. Come i piccoli alunni della Comunità Argentea in Liguria, che hanno pensato un’aula all’aperto, la riqualificazione dei sentieri di bosco o ideato il “Floreal Park”, per rendere più godibile l’area esterna alla scuola. Quelli dell’Unione dei comuni Valle degli Iblei in Sicilia, hanno puntato soprattutto alla riscoperta delle tradizioni.
A Tv e Playstation hanno “contrapposto” l’opera dei pupi siciliani.

E mentre su YouTube va in onda ogni giorno la scuola delle bravate, sui telefonini di questi ragazzi sfilano le avventure dei paladini di Francia o le immagini del territorio (qui, il video).
C’è poi anche chi ha pensato all’elezione del presidente baby della comunità montana e chi ha fatto il “Sindaco per un giorno” con un programma elettorale rigorosamente under 13. Tutto il materiale verrà presto assemblato in un campus virtuale in forma di wikibook e poi inserito all’interno dell’enciclopedia Wikipedia. Se la scuola è finita, inizia l’ora della democrazia in un click!
Il VIDEO realizzato dai ragazzi della scuola elementare “Specchi” di Sortino: