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Pene più severe per i writers, secondo quanto previsto nel decreto sicurezza in via di approvazione. D’ora in poi chi “imbratta” palazzi, stazioni, treni e autobus, pubblici o privati, rischia il carcere da uno a sei mesi o una multa da 300 a 1000 euro. Sanzione che aumenta se il graffito compare sopra monumenti o in aree di interesse artistico: la reclusione arriva fino a un anno e le multe vanno da 1000 a 3000 euro.
Non solo. Le nuove norme per il decoro urbano vanno a colpire la “fonte” del fenomeno graffiti, ossia le bombolette spray: chi vende quelle contenenti vernici non biodegradabili ai minorenni avrà una sanzione fino a 1000 euro. Un’indagine pilota, condotta nella provincia di Milano dall’Associazione nazionale antigraffiti, ha stimato infatti che l’82% delle bombolette spray vendute è destinato all’opera dei writers, circa 18 mila bombolette al mese il cui contenuto spesso viene spruzzato sulla facciata di un edificio o sulla fiancata di un mezzo pubblico. E le cifre per ripulire i muri e i treni da Bolzano a Palermo sono enormi: circa 750 milioni di euro, secondo le stime dell’Associazione nazionale antigraffiti, mentre i danni provocati dai writers si aggirano attorno a 80 milioni di euro che gravano sul bilancio di municipalizzate e comuni. Muri a rischio soprattutto in occasione di manifestazioni di massa o in occasioni di partite di calcio, responsabili del 30% dei graffiti.
Eppure alcuni comuni italiani hanno già “legalizzato” dalla fine degli anni novanta i murales, attraverso un protocollo che permette di dare in gestione una porzione di muro pubblica a un graffitaro per un determinato periodo di tempo. Ha iniziato il Comune di Torino nel 1999 con il progetto Murarte, poi ripreso da Bolzano, Scandicci (Firenze) e Orbassano (Torino), che offre la possibilità ai graffitari di colorare alcuni spazi urbani in piena legalità. “Oltre al bastone ci vuole la carota, che poi esisteva già da parecchi anni”, spiega a Panorama.it Luca Cianfriglia, ideatore e primo gestore del progetto Murarte di Torino. “Il Comune individua una superficie muraria, pubblica o privata, e la mette a disposizione dei giovani che, grazie a un tesserino e una lettera d’autorizzazione rilasciati dall’Ente, saranno considerati per un tempo minimo di quattro mesi i realizzatori e i gestori della porzione muraria a loro assegnata. L’idea nacque dieci anni fa quando un gruppo di ragazzi scrisse una lettera all’assessore alle Politiche giovanili di allora, Eleonora Artesio: coi tanti muri che avete perché non ce ne regalate qualcuno, dicevano i ragazzi. Così l’assessore non si è tirato indietro ed è nato il progetto. Inoltre, il nostro protocollo di 50 pagine permette a qualsiasi amministrazione di attivare un progetto analogo in un mese, come è riuscita a fare Bolzano, e con una spesa pressoché minima”.
Accanto alle città che hanno legalizzato definitivamente i graffiti, ci sono anche quelle che, pur non adottando un protocollo, a volte concedono degli spazi urbani da imbrattare liberamente e senza finire in manette. Come il Comune di Rimini che nel 2006 ha autorizzato la realizzazione di graffiti sul muro di cinta sopra il porto canale o la Regione Campania che ha autorizzato i graffiti nelle stazioni della ferrovia Circumvesuviana.
Il governo contro i graffitari: “Reato penale per chi imbratta i muri”. Siete d’accordo?
LEGGI ANCHE: Nasce il primo museo dei graffiti. Discutine sul FORUM
- Tags: Bandiere-Blu, doc, Enea, Fee, località, made-in-Italy, mare, porto, pulizia, qualità, rapporto, spiagge
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Spiagge più pulite (con meno rifiuti) e più accoglienti: insomma, più belle. Nei lidi delle vacanze cresce l’impegno sulla raccolta differenziata e continua la scalata del made in Italy versione marinara.
Per la prossima estate sono 227 le spiagge “big” dove sventoleranno le Bandiere Blu 2009, 12 in più rispetto allo scorso anno e il 10% delle spiagge premiate a livello internazionale; 113 le località rivierasche coinvolte (9 in più) nella mappa del mare italiano doc. Bandiera blu anche a 60 approdi turistici (erano stati 56 lo scorso anno). Sul podio la Liguria raggiunge Marche e Toscana con 16 vessilli a testa.
Questi i risultati del riconoscimento di qualità ambientale assegnato questa mattina a Roma dalla Fee (la Fondazione per l’educazione ambientale) in collaborazione con il Consorzio nazionale batterie esauste (Cobat), giunto alla 23/a edizione.
Con 16 bandiere il primato 2009 spetta ancora a Toscana (che aggiunge una bandiera, Pietrasanta in provincia di Lucca) e Marche (+1, Mondolfo in provincia di Pesaro-Urbino) raggiunte però dalla Liguria (+2, Savona-Fornaci in provincia di Savona e Ameglia-Fiumaretta in provincia di La Spezia), mentre l’Abruzzo rimane stabile con 13. Una in più per la Campania, dove quasi tutte le località candidate sono riuscite a raggiungere l’ obiettivo, portando così la regione a quota 12. Stabile invece l’Emilia Romagna che rimane a 8.
Due bandiere in più per la Puglia con 7 vessilli ed 1 in più per il Veneto che sale a 6. Sicilia, Calabria e Lazio ne hanno acquistata una raggiungendo quota 4; il Friuli Venezia Giulia riconferma le 2 dell’anno scorso come la Sardegna. Il Molise ne perde una rimanendo con 1 sola Bandiera Blu, come la Basilicata.
I laghi sono presenti con 2 bandiere blu. Uno in particolare è di significato: il Lago di Scanno in provincia dell’Aquila.
L’altra bandiera per i laghi è stata confermata a Cannero Riviera in provincia di Verbania in Piemonte.
A livello di Mediterraneo, l’Italia si colloca al 5/o posto dopo Spagna, Grecia, Turchia e Francia.
La Bandiera Blu premia le località con acque di balneazione eccellenti e nelle quali le Amministrazioni si sono impegnate a migliorare lo stato dell’ambiente, promuovendo un turismo sostenibile. In pagella anche il grado di funzionalità degli impianti di depurazione; lo smaltimento dei rifiuti con particolare riguardo alla raccolta differenziata e alla gestione dei rifiuti pericolosi; le iniziative per una migliore vivibilità nel periodo estivo; la valorizzazione delle aree naturalistiche eventualmente presenti sul territorio; la cura dell’arredo urbano e delle spiagge; la possibilità di accesso al mare per tutti i fruitori senza limitazioni.
“Siamo certi che investire sulla qualità ambientale” ha detto Claudio Mazza, Segretario Generale della Fee Italia “sia il modo migliore per sviluppare un’economia locale sana e duratura incentrata sul turismo”. Analizzando i dati, la Fee sottolinea quindi il trend positivo appunto per Toscana, Marche, Liguria e Veneto con giudizio in miglioramento in alcune regioni meridionali, come Campania, Calabria e Puglia. “In linea generale però” afferma la Fee “i comuni, ad eccezione delle località vincitrici, dimostrano ancora troppo spesso una scarsa sensibilità ambientale”.
Anche se c’è stata una risposta all’obiettivo in più sulla differenziata. “Nonostante nel 2009 sia stato richiesto ai Comuni un incremento sulle percentuali di raccolta differenziata” ha detto Carla Creo dell’Enea, operatrice nazionale del Programma “l’aumento del numero di Bandiere Blu, dimostra l’attenzione di alcune Amministrazioni locali su tale problematica così attuale nel nostro Paese”.
Ecco la mappa delle spiagge per l’estate al sole e al caldo
PIEMONTE (1- lago) Cannero Riviera (Verbania)
FRIULI VENEZIA GIULIA (2) Grado (Gorizia), Lignano Sabbiadoro (Udine)
VENETO (6) Caorle, San Michele al Tagliamento-Bibione, Eraclea-Eraclea mare, Jesolo, Cavallino Treporti (Venezia), Venezia-Lido di Venezia
LIGURIA (16) Camporosso, Bordighera (Imperia), Finale Ligure, Noli, Spotorno, Bergeggi, Savona-Fornaci, Albisola Superiore, Albissola Marina, Celle Ligure, Varazze (Savona), Chiavari, Lavagna, Moneglia (Genova), Lerici, Ameglia-Fiumaretta (La Spezia)
EMILIA ROMAGNA (8) Comacchio-Lidi Comacchiesi (Ferrara), Lidi Ravennati, Cervia (Ravenna), Cesenatico, San Mauro Pascoli-San Mauro mare (Forlì-Cesena), Bellaria Igea Marina, Rimini, Cattolica (Rimini)
TOSCANA (16) Forte dei Marmi, Pietrasanta, Camaiore, Viareggio (Lucca), Pisa-Marina di Pisa-Tirrenia-Calambrone, Livorno-Antignano e Quercianella, Castiglioncello e Vada di Rosignano Marittimo, Cecina, marina di Bibbona, Castagneto Carducci, San Vincenzo, Riotorto-Piombino: parco naturale della Sterpaia (Livorno), Follonica, Castiglione della Pescaia, Marina e Principina di Grosseto, Monte Argentario (Grosseto)
MARCHE (16) Gabicce Mare, Pesaro, Fano, Mondolfo (Pesaro-Urbino), Senigallia, Sirolo, Numana (Ancona), Porto Recanati, Civitanova Marche, Potenza Picena-Porto Potenza Picena (Macerata), Porto S.Elpidio, Fermo, Porto San Giorgio, Grottammare, Cupra Marittima, San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno)
LAZIO (4) Sabaudia, San Felice Circeo, Sperlonga, Gaeta (Latina)
ABRUZZO (13) Martinsicuro, Alba Adriatica, Tortoreto Lido, Giulianova-lungomare Zara, Roseto degli Abruzzi, Pineto, Silvi Marina (Teramo), Francavilla al Mare, Rocca San Giovanni, Fossacesia, Vasto, San Salvo (Chieti). Per i laghi bandiera blu a Scanno (L’Aquila)
MOLISE (1) Termoli (Campobasso)
CAMPANIA (12) Massa Lubrense (Napoli), Positano, Agropoli, Castellabate, Montecorice-Agnone e Capitello, Acciaroli-Pioppi di Pollica, Casalvelino, Ascea, Pisciotta, Centola-Palinuro, Vibonati-Villammare, Sapri (Salerno)
BASILICATA (1) Maratea (Potenza)
PUGLIA (7) Rodi Garganico (Foggia); Polignano a Mare (Bari), Ostuni-Marina di Ostuni (Brindisi), Castellaneta, Ginosa-Marina di Ginova (Taranto); Castro, Salve (Lecce)
CALABRIA (4) Cariati-Marina di Cariati (Cosenza), Cirò Marina-Punta Alice (Crotone); Roccella Jonica, Marina di Gioiosa Jonica (Reggio Calabria)
SICILIA (4) Pozzallo, Ragusa-Marina di Ragusa (Ragusa), Menfi (Agrigento), Fiumefreddo di Sicilia-Marina di Cottone (Catania)
SARDEGNA (2) Santa Teresa di Gallura-Rena Bianca, La Maddalena-Spalmatore e Punta Tegge (Olbia-Tempio).
Il VIDEO servizio:

di Stefano Palladini
“Andreotti è uno dei miei migliori amici. Forse il migliore. Mi chiama e mi dice: ‘Luciano, dovresti comprarti la Lazio. Domani va’ da Geronzi e chiudiamo l’affare. Se non lo fai tu, quelli spariscono e a noi romanisti la Lazio ci serve’. Io gli dico: Giulio, mi puoi chiedere tutto ma non di fare il presidente della Lazio, io so’ giallorosso come te. E così non se ne fece niente, ma commisi un errore, l’avrei comprata con quattro soldi e ci avrei fatto un buon profitto, però c’è un limite a tutto”.
Il Mascalzone latino Luciano Gaucci è tornato da qualche giorno in Italia dopo un esilio (o una latitanza) durato 3 anni a Santo Domingo, durante i quali è successo di tutto. Hanno messo in galera suo fratello Antonio, cieco e cardiopatico (poi è morto), e i suoi figli Alessandro e Riccardo per la bancarotta del Perugia calcio e per associazione a delinquere. Dopo la prima difesa, che come sempre per lui corrisponde con l’attacco, ha patteggiato la pena: 3 anni e non ne parliamo più. L’indulto ha fatto il resto. Ora è a Roma.
Non ha casa (”Me la sto ristrutturando, all’Esquilino”) e vive in un albergo vicino a Ponte Milvio, il River chateau che lo ospita perché il direttore è amico di Alessandro. Occupa una suite al terzo piano che divide con l’ultima moglie, la dominicana Jaaira (28 anni contro i 70 suoi), e Christopher, un ragazzo di 8 anni figlio del primo matrimonio della donna.
Che mestiere fa ora?
L’occupazione principale è ricomporre i cocci. Ma presto ricomincerò a macinare affari.
Mentre lei scappava a Santo Domingo arrestavano i suoi figli e suo fratello. Che effetto le faceva?
Un grande dolore, ma ero impotente. Loro non c’entravano, dovevano colpire solo Luciano, però se fossi tornato avrebbero tritato anche me e non avrebbero lasciato liberi loro. Così almeno mi sono potuto preparare la difesa.
Ha sempre tanti nemici?
La notizia è che Luciano Gaucci non ha più nemici, mi sono calmato, ora voglio vivere felice e sereno.
Nemmeno Cesare Geronzi?
Con lui ci sono state forti incomprensioni ma ora è giusto andare avanti. Abbiamo fatto la pace. Non conviene a nessuno litigare per tutta la vita.
Nemmeno Franco Carraro?
Beh, non esageriamo con la bontà.
Figlio di Augusto ed Edvige, tre fratelli, Luciano volle subito far vedere quanto era produttivo: “A 18 anni chiesi a papà di gestire una trattoria a Cinecittà di nostra proprietà. Dopo il diploma sentivo che era arrivato il momento di lavorare. Poi sono partito militare”.
A Reggio Emilia in caserma con Adriano Celentano?
Era già famoso e ogni tanto cantava in camerata qualche rock’n’roll.
Poi autista dell’Atac, linea 8.
Sì, a differenza dei miei fratelli che vivevano sugli allori, io volevo fare di tutto. Era bello guidare il bus.
E l’inizio da imprenditore?
Mio suocero aveva una ditta di pulizie e dopo l’Atac andai lì. Lui a un certo punto si ritirò in campagna e presi la gestione dell’azienda, che si chiamava La Candida.
E poi?
Poi feci il salto e fondai La Milanese.
Perché La Milanese?
Ai romani dava un’idea di efficienza e a quelli del Nord sembrava una roba di lassù. E vinsi decine, centinaia di appalti. Dopo 7 anni avevo 3.500 dipendenti.
Cuore buono, dicono di lei, ma coi sindacati erano dolori.
Avevo 12 imprese di pulizie e assumevo tutti: le mogli, i figli, i fratelli, le amanti, i nipoti. Oltre al milione al mese gli facevo fare gli straordinari e potevano arrivare anche a 2 milioni. Ma se mi rompevano le scatole… Io rispettavo i patti, ho sempre pagato tutti ma il capo ero io, quindi i sindacati non mi dovevano creare problemi.
Il sindacato cosa è stato secondo lei?
La rovina dell’Italia sì, ma a Gaucci non sono riusciti a creare problemi.
Le tre C di Gaucci: ciclismo, calcio, cavalli.
Il ciclismo l’ho praticato ma si faticava troppo. Poi il calcio: ero un discreto attaccante, però sono stato meglio come dirigente. Per 10 anni vicepresidente della Roma e poi ho comprato Perugia, Viterbese, Sambenedettese, Catania. In seguito il grande amore: i cavalli. Quello che ho ottenuto con i cavalli non ha paragoni.
Con Tony Bin vinse nell’88 l’Arco di trionfo a Parigi.
Giorno indimenticabile. Lo montava John Reed. Arrivo a Parigi e vedo Franco Carraro con l’Aga Khan che aveva tre cavalli favoriti. Erano sicuri di stravincere e mi guardavano come un poveretto. Gli allibratori davano Tony Bin a 25 e io dico: non è possibile, l’anno scorso è arrivato secondo. Così tiro fuori dalla tasca 50 milioni in contanti e me li gioco su Tony Bin. Doveva vedere la faccia di Carraro quando il mio cavallo vinse.
Quanto le fruttò quella vittoria?
Ottocento milioni in contanti più 1 miliardo e 100 milioni per il premio. Mi danno un valigione pieno di banconote e alla dogana francese la guardia mi ferma e mi dice: ‘Che ha là dentro?’. Ah bello, gli faccio, ho vinto l’Arco di trionfo, famme passa’. E così fu. Tony Bin l’avevo pagato all’asta 10 milioni di lire e l’ho rivenduto ai giapponesi per 7 miliardi. Altri 10 miliardi li ha vinti in premi nelle corse. Un bel business, che ne dice?
Erano anni fortunati, vinse anche al Superenalotto.
Feci il 5+1: 2 miliardi 800 milioni.
Momenti difficili?
Quando ho cominciato a fare la guerra al potere del calcio. Ho combattuto ma ho perso. Ora il peggio è passato e si ricomincia.
Adesso si sente ricco?
No, ma non mi manca nulla.
La vittoria più bella?
Il mio lavoro: ho iniziato da niente e ho avuto l’azienda di pulizia prima in Italia, la scuderia prima in Italia, ho preso il Perugia in serie C e l’ho portato in coppa Uefa.
La sconfitta più bruciante?
Quando mi sono messo contro il potere.
Intende quello calcistico?
Quello assoluto.
I guai giudiziari a che punto stanno?
In estinzione e in soluzione.
I suoi amici chi sono?
Monsignor Fiorenzo Angelini e Giulio Andreotti su tutti. Poi Gianni Letta, che credo sia la mente più lucida d’Italia. Mi ha sempre aiutato ma giustamente dalla mia vicenda ha preso le distanze. Come poteva fare altrimenti? Io al suo posto avrei fatto lo stesso. Poi Franco Sensi. Con Dino Viola non avevo un gran rapporto, era geloso di me, lasciò detto ai figli che mai avrei potuto prendere la Roma e invece…
Invece cosa?
Ci arrivai a 1 metro.
Racconti…
Vado da Geronzi ed era tutto fatto. A un certo punto mi chiede: “E che ne vuoi fare di Giannini (Giuseppe Giannini era il capitano della Roma del 1991, ndr)?”. A me non piaceva, pensavo che era arrivato a fine carriera e poi non mi sono mai piaciuti i capi e i capetti. Se compro la Roma, il capo sono io, no? E allora dico a Geronzi che di Giannini posso fare a meno e quello mi guarda male e dice: “Allora, non se ne fa niente”.
Giannini era protetto da Geronzi?
Era amico delle figlie. Vabbe’, è andata così.
Nemici? Il primo è sempre Carraro?
Non ci siamo mai presi, conoscevo tutto l’andazzo malefico del calcio e lui… beh, c’era la mafietta, no? E più io mi ribellavo più mi affondavano.
E i vari Moggi, Bergamo, Pairetto, la Gea?
Quando ti metti contro il potere forte, ti stritolano. Sei come un cane che abbaia e nessuno ti sente.
Luciano Moggi?
Era un membro della cupola.
Ma lei gli ha regalato un De Chirico.
Veramente se lo prese. Lo pretese e io non potevo dire di no.
Però poi regalare un De Chirico non servì.
No, visto come sono finiti Gaucci e il Perugia. Dovrebbero risarcire le squadre che hanno fatto fallire e invece a me hanno sequestrato tutto e a loro niente. Non è giusto.
Però da Aldo Biscardi ci andava sempre.
Quella trasmissione era parte del circo, ma siccome era un appuntamento popolare, andavo a denunciare le schifezze del calcio e mi davano del matto. Eppure avevo ragione.
I migliori affari nel calcio?
Grosso, Materazzi e Gattuso: tutti e tre presi per meno di 50 milioni. E poi Nakata.
Lei tentò anche di far allenare la Viterbese da una donna, Carolina Morace.
Era una bella idea, ma Carolina portò come preparatore atletico uno che faceva il maestro di ginnastica. La chiamo e le dico: Caroli’, questo non può fare il preparatore, non è all’altezza. Però io lo tengo, gli do lo stesso lo stipendio e gli facciamo fare altro. Lei mi dice: “Ma il responsabile tecnico sono io e per me è bravo”. Comandi te? No bella, qui comando io, e così è finita con Carolina, anche se le voglio sempre molto bene.
Come le venne in mente di prendere al Perugia il figlio di Muammar Gheddafi?
Con Gheddafi ero amico personale. Per far togliere l’embargo alla Libia il colonnello voleva incontrare un membro della famiglia Bush. Attraverso Frank Stella riuscimmo a combinare un incontro col fratello di Bush padre e la cosa andò benissimo. Sono andato nella sua tenda varie volte e una di queste il figlio mi chiede di venire a giocare nel Perugia. Costava niente, era un bell’investimento di immagine e quindi, perché no? Era simpatico.
Come calciatore, però?
Un bravo ragazzo, ha anche giocato un quarto d’ora in serie A.
Dica la verità sulla famosa partita Perugia-Juventus del 2000 che consegnò lo scudetto alla Lazio.
La verità? L’anno prima il Milan vinse 2 a 1 all’ultima giornata contro di noi e tolse lo scudetto alla Lazio di Sergio Cragnotti che arrivò seconda. Ero in macchina con la mia fidanzata Elisabetta e un gruppo di tifosi laziali mi circondano e tentano di aggredirmi accusandomi di aver favorito il Milan. Non era vero nulla ma mi spaventai. Così l’anno dopo, di nuovo all’ultima giornata, c’era lo scontro decisivo: se avessimo battuto la Juve, la Lazio avrebbe vinto il titolo. Il giovedì andai negli spogliatoi, chiamai tutti i giocatori e dissi loro: ragazzi, io vivo e lavoro a Roma e non posso rischiare la pelle per colpa vostra. Quindi dovete battere la Juve. Se non ci riuscite, vi porto a tutti per due mesi in tournée in Cina durante l’estate. Avevo già fatto fare i biglietti per la Cina. I giocatori erano atterriti.
Poi si giocò sotto il temporale.
Sì, nell’intervallo arriva il finimondo, un metro d’acqua. Vado dal designatore degli arbitri e gli faccio: se vi azzardate a sospendere la partita, io non faccio giocare domani i miei giocatori e con l’ordine pubblico succede un casino. Collina era l’arbitro e andò a testare il campo: era un disastro ma trovò un pezzetto dove il pallone rimbalzò e si riprese a giocare.
Il Perugia vinse con un gol di Simone Calori, la Lazio vinse lo scudetto e Moggi non glie l’ha mai perdonata.
Sì, ma non ci fu nulla di irregolare. La prospettiva di due mesi in Cina fece diventare i miei giocatori 11 leoni contro la Juve di Zinédine Zidane.
Non ha una grande opinione dei calciatori, vero?
Non voglio generalizzare, ma sono spesso ragazzi viziati. Io sono uno dei pochi che li sa premiare quando meritano e bastonare quando fanno i furbi.
Per esempio?
Avevo scoperto che alcuni si facevano ammonire apposta per saltare la gara successiva. Aspettavano la domenica seguente per andare a letto con le mogli dei titolari in trasferta. Scoperto l’andazzo, tutti quelli della prima squadra che venivano squalificati li aggregavo alla primavera e così li fregavo. Dopo due settimane, l’impiccio delle finte squalifiche è finito.
Politica?
Democristiano da sempre. La politica per me è la Dc. Ora voto per il Popolo della libertà. Sempre con il centrodestra.
Il Vaticano?
Ottimi amici
Silvio Berlusconi?
Mi piace, è uno che ci sa fare sia come politico che come imprenditore, è un cavallo vincente. Ma lì l’amico mio è Letta.
Gianfranco Fini?
Un amico anche lui.
Ha mai sofferto per amore?
No, perché quando una cosa finisce non mi interessa più.
In generale è mai stato geloso?
Beh, a volte sì.
Rimane in buoni rapporti con le tante ex?
Sì, quasi con tutte.
Con la sinistra come va?
Sono in buoni rapporti con Massimo D’Alema e Nicola La Torre ma il mio cuore batte dall’altra parte.
Le cronache narrano di lei ricevuto a Buckingham Palace dalla regina Elisabetta II.
Dopo le corse si andava sempre a pranzo con Andreotti. Lui veniva invitato dappertutto e io con lui. Ho conosciuto la regina madre, Elisabetta II, lady Diana.
Com’era Lady D?
Simpatica e sorridente. Io le davo le dritte per scommettere sui cavalli buoni e lei vinse diversi soldini grazie a me.
Lei parla bene inglese?
Manco una parola, ma ci capivamo a gesti. Era molto divertente.
E George W. Bush?
Sotto elezioni ho fatto mettere nei miei stadi enormi striscioni, “Bush for president”. Poi mi ha ricevuto alla Casa Bianca.
Lo definirebbe un amico?
Le dico solo che, dopo le mie disavventure giudiziarie, sia lui che Gheddafi mi hanno offerto aiuto.
In che senso?
Si sono offerti di fare qualcosa per me. Io ho ringraziato ma ho detto di no.
Le piace il potere?
A chi non piace il potere? Mi piace frequentare persone importanti perché io non mi sento importante e così è tutta esperienza.
Veronica, Maira, Elisabetta, Francesca, Iris, Jaaira: cosa sono le donne per lei?
Una delle mie passioni. Mi piacciono giovani, mi fanno sentire vivo.
Quanti figli ha?
Sei: Alessandro e Riccardo da Veronica, Isabel da Maira, Rebecca da Iris, Leonardo da Francesca e Christopher che era del primo matrimonio di Jaaira ma che per me è come tutti gli altri tant’è che l’ho riconosciuto.
Suo nonno aveva 23 figli, lei arriverà alla doppia cifra?
No, dieci son troppi, però un altro potrei farlo.
Le piace mangiare?
Sono goloso e questo non va bene.
Alcol?
Vino rosso e un goccetto di whisky.
Droghe?
Mai, lo giuro su tutti e sei i ragazzi.
Cavalli?
Quelli sì, tanto.
Macchine?
Solo tedesche, robuste.
Gioielli?
Ne ho regalati tanti, tantissimi…
Arte?
Non resisto a Chagall e De Chirico, ne ho posseduti molti.
Sesso?
E a chi non piace? Sono regolare.
Aiutini farmacologici?
Mai, il mio Viagra sono le ragazze. Se ho 70 anni e lei ne ha 28, non mi serve niente. È più di una droga.
Qual è il confine tra un furbo e un delinquente?
Delinquente si nasce. Io mi ritengo metà furbo, metà intelligente.
Ha mai pagato una mazzetta?
Mazzette… si fanno regali. Se lei vuole chiamarle mazzette… A Natale mando regali a persone che mi possono essere vicine.
Ha mai fatto una cattiveria a qualcuno?
Sì, se me ne fanno le restituisco.
L’errore che non rifarebbe?
Non mi pento di niente, errori compresi.
Religioso?
Sì, certo.
Peccatore?
Sì, certo. Tutti pecchiamo.
Al saldo finale dove la mandano?
Non so. Credo in Dio, deciderà lui.
Ha paura della morte?
No, perché tanto tocca a tutti.
Cosa lascerebbe scritto nel testamento biologico?
Vorrei una morte naturale ma non farei mai staccare la spina, qualsiasi cosa succeda. A Ricca’ (il figlio Riccardo che assiste all’intervista, ndr), ricordatelo.
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“Non ho nulla di cui pentirmi, vado avanti anche a costo di esser bruciato vivo come Giordano Bruno. L’Italia dei valori in Campania non deve trasformarsi nell’Idv della camorra, le minacce dei miei compagni di partito non mi fermeranno”. Se non frantumasse la “diversità etica” ostentata dall’Idv, l’uscita di Francesco Barbato, fino a oggi proconsole di Antonio Di Pietro in Campania, assomiglierebbe a una sceneggiata, un altro colpo nella gara fratricida in corso a Napoli. Invece questo deputato, figlio delle liste civiche, muove nuove accuse contro l’intera gerarchia, i collaboratori più fidati del leader, in una guerriglia senza quartiere. La slavina delle raccomandazioni di Cristiano Di Pietro si trasforma in valanga. La questione morale sfianca il partito.
Barbato, la settimana scorsa aveva anticipato a Panorama l’autosospensione da tutte le cariche del partito in regione per protesta. Americo Porfidia, deputato dell’Idv indagato per camorra, e Cristiano Di Pietro hanno fatto un passo indietro. È soddisfatto?
Macché, premesso che Cristiano è stato fin troppo onesto e che Porfidia invece avrebbe dovuto lasciare la carica, come fece proprio Di Pietro da ministro, la situazione dell’Italia dei valori in Campania è sempre più insostenibile. Dopo le infiltrazioni della camorra arrivano le minacce. L’assistente del segretario regionale, Nello Formisano, quello delle telefonate con Mauro Mautone (qui l’intervista all’ex provveditore ai lavori pubblici delle regioni Campania e Molise) per intenderci, ha appena minacciato una nostra collega di partito di starsene zitta e di cambiare versione su fatti gravi.
Che cosa è accaduto?
Avevo ricevuto un’email da Emma Tedesco, consigliere di Giffoni Vallepiana, che segnalava all’Idv come non riuscisse a contattare più Porfidia dalle elezioni, in barba alla disponibilità che Di Pietro consiglia ai nostri parlamentari di assicurare ai cittadini 24 ore al giorno. Ebbene, la cosa si è venuta a sapere, adesso la segretaria di Formisano ha intimato chiaramente a questa amica di cambiare versione, di non far arrivare questi fatti alla direzione del partito. Sono questi i metodi dell’Italia dei valori, minacce e intimidazioni?
Assomigliano a beghe di cortile, magari è per la tensione…
Non credo, visto che le frasi sono state alquanto arroganti e intimidatorie. E non è la prima volta: la minaccia sembra ormai consuetudine. Nicola Giordano, il segretario dell’Idv di Crispano, un giovane ingegnere, ha informato via email Di Pietro che alle ultime politiche il nostro consigliere regionale Nicola Marrazzo aveva contattato lui e altri dirigenti invitandoli a non votare Idv perché non era stato candidato. Di Pietro ha chiesto ragione al partito in Campania sull’accaduto e subito dopo Marrazzo ha convocato questo ingegnere in regione per minacciarlo: “Non devi far arrivare al Nord, a Di Pietro, le cose che succedono giù da noi”. Queste minacce stroncano le aspirazioni politiche di giovani dirigenti e il profilo di trasparenza dell’Idv. Testimoniano pure che l’azione della magistratura e le mie denunce sulle collusioni tra affari, politica e camorra sono vere.
In realtà Formisano accusa lei di essere andato sottobraccio con Giuseppe Gambale, ex assessore finito in carcere nell’inchiesta Magnanapoli.
Vorrei ricordare che proprio Formisano, quando nel 2001 tradì Di Pietro candidandosi contro l’Idv, ebbe con Gambale lo stesso percorso politico nella Margherita. Oggi i nomi di Formisano e Gambale compaiono nelle intercettazioni di Magnanapoli con il segretario regionale che parla di amici e appalti. Non è vero che qui bisogna sporcarsi per forza le mani e fare “una certa politica”. Io ne sono l’esempio vivente come sindaco e come consigliere comunale dalle mani pulite. Ci sono tanti modi per sostenere la camorra.
A cosa si riferisce?
La Margherita presentò nella passata legislatura un’interrogazione parlamentare contro lo scioglimento del Comune di Pozzuoli per infiltrazioni camorristiche, sostenendo che la commissione d’indagine perseguitava quell’amministrazione. Ebbene, uno dei quattro motivi indicati nell’istruttoria per azzerarla era proprio la scarsa trasparenza nell’appalto alle aziende di Alfredo Romeo per gestire il patrimonio della città. Di Pietro queste cose dovrebbe valutarle. Anzi, proprio a lui mi appello come deputato antimafia affinché faccia pulizia, anche perché Formisano mica rappresenta la base dell’Idv.
Ma se è il vostro segretario regionale…
Offro solo due dati: in Campania abbiamo preso 160 mila voti, però al brindisi di fine anno organizzato proprio da Formisano all’hotel Terminus erano in 47, autisti e portaborse compresi. Formisano rappresenta un modo superato di far politica. Questo ex assessore regionale di Antonio Bassolino è una palla al piede per l’Idv. Rappresenta una classe politica che da 15 anni governa la Campania e che ha fallito. Ma anche nell’Idv abbiamo dei problemi.
A chi pensa?
Prenda Nicola Marrazzo: è immorale che vada a fare il nostro capogruppo in regione dopo aver remato contro l’Idv.
Perché il fratello Angelo è stato “coinvolto in procedimenti penali a carico del clan dei Casalesi”, come ha detto alla Camera l’ex prefetto Carlo Ferrigno?
Non faccio il carabiniere. Bastano le minacce, basta far parte dello stesso blocco di potere.
E chi altri ne fa parte?
Quando alla Camera attaccai Mario Landolfi di An per le inchieste che lo coinvolgono, Porfidia andò a esprimergli solidarietà contro la mia posizione. E già questo dovrebbe essere inconcepibile nell’Idv. Poi si è scoperto che anche Porfidia è indagato per camorra e questo significa solo una cosa: non può più essere mio collega di partito. Formisano afferma che Porfidia è uomo della nostra terra: certo non della mia. La mia è l’altra Campania: gente per bene, la maggioranza. Per questo su di me da giorni si è scatenato un fuoco concentrico con trasversalità tra Porfidia, Formisano e Landolfi. Forse do fastidio perché combatto il sistema affari-politica-camorra?
Infatti Landofi l’accusa di aver frequentazioni con Gaetano Manna, già segnalato dai carabinieri.
Manna è un testimone contro la camorra, per questo ho sollecitato per lui una scorta. In realtà Landolfi non attacca me, manda un messaggio a Manna, cerca di delegittimarlo, di impaurirlo.
E perché mai?
Il 9 gennaio Manna, che tra l’altro è stato scelto dai giudici per amministrare terreni confiscati ai Nuvoletta a Pignataro Maggiore, deve testimoniare proprio in un processo contro questo clan. L’ho sentito disorientato. Non comprende questo attacco. Ora non so se questo prezioso teste andrà in aula.
Barbato, si mette contro tutti?
Se l’Italia dei valori strappa la bandiera della legalità, io, costi quel che costi, rimarrò sempre a fianco dei cittadini per l’altra Campania.
A “ripulire” il settore degli appalti per i servizi di pulizia ci ha pensato la Guardia di Finanza di Roma. Con l’operazione “Cleaning” le fiamme gialle romane sono riuscite dopo due anni di indagini a sgominare un’associazione a delinquere con collegamenti e ramificazioni in Lussemburgo e Regno Unito che attraverso l’utilizzo di presta nomi come rappresentati di società riusciva illecitamente ad aggiudicarsi, con prezzi concorrenziali, gli appalti per le pulizie negli uffici dei ministeri, prefetture, istituti di previdenza e aziende ospedaliere e a truffare lo Stato per milioni di euro.
“La holding del malaffare” così è stata definita dagli stessi investigatori che faceva capo a Giovanni Di Pierro, noto affarista della Capitale, era costituita da trecento società, cooperative e consorzi. Proprio i consorzi, apparentemente in regola, si aggiudicavano gli appalti che a loro volta sub-appaltavano a società di servizi minori che ufficialmente non risultavano essere collegate tra di loro.
Ma queste società, tutte intestate a prestanomi ovvero extracomunitari con permesso di soggiorno, clochards ma anche persone in fin di vita, venivano indebitamente svuotate di tutti i guadagni e fatte fallire. Il personale alle dipendenze veniva pagato ma i contributi che venivano trattenuti, in realtà non venivano versati allo Stato ma trasferiti all’estero, in conti correnti di San Marino, Lussemburgo e Principato di Monaco. Dai complessi accertamenti bancari effettuati dai finanzieri del Gico e dal Nucleo speciale di Polizia Tributaria sono stati accertati transiti di denaro tra le società, che superavano i 500 milioni di euro.
Solo l’evasione fiscale e contributiva è stata quantificata dalla Finanza n oltre 100 milioni di euro. Ma, precisano gli investigatori, è solo un dato parziale perché le indagini sono ancora in corso. Oltre a Di Pierro, sono finiti in carcere anche due fratelli, suoi collaboratori, A. e E.G. originari di Udine ma residenti nella capitale. Mentre agli arresti domiciliari sono scattati per altre cinque persone tutte legate a Di Pierro e con un ruolo di rilievo nell’associazione.
Nel corso dell’operazione sono state effettuate anche 50 perquisizioni in tutta Italia e sequestrati quattordici immobili per un valore di 30 milioni di euro. L’associazione reinvestiva i proventi illeciti in quote immobiliari, ristoranti, autonoleggi e nella cantieristica da diporto; Rilevavano cantieri nautici in crisi, le rilanciavano e poi li rivendevano. Solo di poche settimane fa la cessione della Canados ad un gruppo inglese, cantiere nautico che la “holding del malaffare” avrebbe rilevato poco più quattro anni fa.
In Italia ci sono più bidelli che carabinieri, 2,2 per ogni classe, per un costo annuo che sfiora i 4 miliardi di euro. Eppure molti istituti sono costretti a funzionare in uno stato di sporcizia e degrado. La denuncia è di Tuttoscuola, che oggi ha pubblicato un dettagliato rapporto sugli alti costi dei collaboratori scolastici mettendo in dubbio la convenienza nel mantenerli in vita piuttosto che far operare nelle scuole ditte esterne o coinvolgere direttamente gli alunni nelle pulizie.
In media i collaboratori scolastici costano 367mila euro l’anno a istituto, scrive la rivista: “Quanto costerebbe esternalizzare questo servizio? Certamente molto meno”. Questi i numeri: nelle scuole statali i bidelli italiani sono complessivamente circa 167mila, di cui il 60% di ruolo. “In media” calcola Tuttoscuola “15,6 per ogni istituzione scolastica, distribuiti sulla sede principale e sulle sezioni o sedi distaccate (quando ci sono)”. Ma un altro dato colpisce di più: ce n’è uno ogni 2,2 classi. Per un costo complessivo per lo Stato che sfiora i 4 miliardi di euro all’anno: un bidello infatti costa, compresi gli oneri riflessi, circa 23.500 euro all’anno.
La rivista ricorda anche che molte scuole primarie non si avvalgono più da tempo dei collaboratori scolastici, se non in minima parte, poiché i servizi di pulizia sono stati appaltati a ditte esterne, con costi aggiuntivi. E questo suggerisce un’altra analisi: “Insomma” continua Tuttoscuola “non è che lo Stato (che si finanzia con il prelievo fiscale) non dedichi risorse rilevanti all’organizzazione di questo servizio. Eppure si raccolgono lamentele sullo stato di pulizia di molti istituti”.
La rivista fa anche un raffronto che le altre nazioni: in paesi come il Giappone, e in Europa la Finlandia, nei quali il compito di tenere puliti i banchi, le aule e i corridoi delle scuole fa parte dei normali doveri degli stessi allievi. Ed altri nei quali i danni causati dagli allievi, anche quelli lievi, sono sistematicamente (non episodicamente, come da noi) riparati a cura e a spese delle rispettive famiglie. Un’eventualità, quella di coinvolgere gli alunni nelle pulizie, che “diventerebbe tra l’altro per gli studenti un momento di educazione alla convivenza civile praticata, e non predicata”.