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Emergenza rifiuti: le prossime Terzigno


Emergenza rifiuti: le prossime Terzigno

Le prossime Terzigno? In Puglia o in Sicilia. Sempre che gli amministratori, i quali negano emergenze paragonabili alla provincia di Napoli, non raddrizzino la situazione. È quanto emerge da un indicatore di rischio elaborato per Panorama sulla base del Rapporto 2009 dell’Ispra, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. Lo studio tiene conto di vari fattori: Continua

Legambiente: città verdi tutte (o quasi) al Centro Nord. Prima Verbania

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Bus, piste ciclabili, raccolta differenziata e Ztl fermi ai parametri dello scorso anno. L’Italia del rispetto dell’ambiente e della qualità della vita cittadina si è bloccata. E stenta a ripartire. Almeno secondo i dati della XVI edizione di Ecosistema Urbano, il rapporto annuale (qui i documenti) di Legambiente, Sole 24 Ore e Ambiente Italia, che denuncia nel 2009 una brusca battuta d’arresto nelle politiche per la sostenibilità urbana. Continua

Puglia: questo è un business che puzza

Nichi Vendola

La cosiddetta Sanitopoli pugliese potrebbe diventare anche Rifiutopoli. Quattro anni fa il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola aveva lanciato un grande piano che avrebbe dovuto risolvere l’emergenza rifiuti e portare al 55 per cento la raccolta differenziata nello spazio di un lustro. Quattro anni dopo l’obiettivo è un sogno infranto (attualmente viene separato poco più di un decimo della spazzatura), mentre la Direzione distrettuale antimafia di Bari e i carabinieri del nucleo investigativo e di quello ecologico (Noe) indagano sul ciclo di smaltimento.

Nell’inchiesta della procura sulla sanità regionale un filone importante è rappresentato dal presunto inquinamento ambientale e dal business dei rifiuti.
L’indagine della pm antimafia Désirée Digeronimo è partita da Altamura (Bari), ascoltando le telefonate di Carlo Dante Columella, 65 anni, sponsor elettorale dell’ex assessore regionale alla Sanità Alberto Tedesco e dello stesso Vendola, oltre che imprenditore specializzato nello smaltimento dei rifiuti. Per Columella gli investigatori ipotizzano i reati di associazione per delinquere e corruzione, presunta gestione non autorizzata dei rifiuti e un loro traffico illecito. Gli inquirenti hanno avviato controlli sulla sua discarica in contrada Le Lamie, che invece dei previsti 900 mila metri cubi di spazzatura è arrivata a contenerne il doppio e oggi è chiusa. Una montagna di rifiuti su cui indagano i carabinieri del Noe e un consulente della procura.

L’imprenditore nel 2006 era stato arrestato su richiesta del tribunale di Trani, insieme con altre 12 persone, accusato fra l’altro di avere inquinato una falda acquifera. Però due anni dopo è stato assolto (oggi è in attesa dell’appello). Le sue attività quindi procedono, grazie ad appalti per la gestione e il trattamento dei rifiuti urbani.
Di questa attività si occupa la sua Tradeco, che in alcune aree pugliesi agisce in associazione temporanea d’impresa (Ati) con il “consorzio stabile di gestioni ambientali” Cogeam.
Ne è presidente, e socio al 48 per cento, tramite la Cisa spa, Antonio Albanese, 46 anni. Un’altra quota del 51 per cento fa capo alla Marcegaglia spa. Va sottolineato che nessun dirigente di questo gruppo risulta coinvolto nell’inchiesta di Digeronimo.
L’azienda di proprietà della famiglia del presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, in Puglia ha un forte ruolo nel ciclo dei rifiuti. Per esempio gestisce tre dei quattro termovalorizzatori, realizzati sotto diverse insegne, sempre insieme con la Cisa. A Massafra (Taranto) brucia ecoballe (il cdr, combustibile derivato dai rifiuti) e produce energia, 12 megawatt l’ora, da quasi quattro anni l’impianto della Appia energy (presidente Albanese, amministratore delegato Roberto Garavaglia, 55 anni, manager del gruppo Marcegaglia). A Manfredonia (Foggia) è stato autorizzato lo stabilimento dell’Eta Energie tecnologie ambiente (presieduta da Garavaglia). A Modugno la Eco energia (sempre guidata dal tandem Albanese-Garavaglia, nel cda Antonio Marcegaglia, presente anche nell’Appia energy) ha costruito un termovalorizzatore che nell’ottobre 2008 è stato sequestrato dalla procura di Bari per la mancanza di alcune autorizzazioni; il pm ha iscritto sul registro degli indagati Albanese, i due progettisti, Carmine Carella e Nicola Trentadue, e l’ex dirigente regionale del settore ecologia (oggi trasferito alla programmazione e finanza) Luca Limongelli, quest’ultimo accusato di falso ideologico e abuso d’ufficio. Attualmente la struttura non è più sotto sequestro, per le accuse deciderà il gip.
Tutti questi impianti funzionano bruciando cdr e sono costruiti e consegnati chiavi in mano dall’Euroenergy group srl (presidente Garavaglia), anch’essa controllata dalla famiglia Marcegaglia.
L’unico “inceneritore” pubblico è quello di Taranto. “La precedente giunta ne aveva previsti tre” ricorda il consigliere regionale del Pdl Rocco Palese “ma il presidente Vendola, quando è arrivato, ha detto che erano troppi e che la Puglia rischiava di diventare la pattumiera d’Italia, così ne ha cancellati un paio. Successivamente ne ha autorizzati tre, tutti privati”.

Pierfelice Zazzera, medico e parlamentare dell’Idv, afferma: “Da un governo di centrosinistra ci saremmo aspettati un forte controllo pubblico nella gestione dei rifiuti, che è stata invece affidata a una sorta di monopolio privato”.
L’incarico non riguarda solo i termovalorizzatori ma anche la “gestione unitaria” dei rifiuti urbani, comprese la raccolta differenziata e la produzione di ecoballe (prevista entro questo novembre in quattro siti). Delle dieci gare del 2004 promosse dal commissario straordinario Raffaele Fitto con fondi europei, il successore Vendola ha confermato solo sei aggiudicazioni, in altrettanti bacini di utenza (tre in provincia di Lecce, due a Bari, uno a Foggia). Gli appalti sono stati tutti vinti dal consorzio specializzato Cogeam che ha superato 84 ricorsi davanti a tar e Consiglio di Stato. In tre zone al consorzio è associata la Tradeco della famiglia Columella. Oltre che nelle province di Lecce e Foggia, a Spinazzola, borgo della Murgia barese.
Qui la discarica è stata progettata nei pressi di un sito archeologico (in località Grottelline) dove sono stati scoperti resti neolitici e una chiesa rupestre. Di conseguenza il pm della procura di Trani Michele Ruggiero ha posto sotto sequestro l’area. La procura ha iscritto sul registro degli indagati, come a Modugno, Albanese, Carella e Limongelli, quest’ultimo con l’accusa di avere “falsamente” indicato come destinata a verde una parte di cava occupata dalla discarica.
Nel novembre 2008 dai computer della Regione Puglia sono spariti i dati necessari alla valutazione d’impatto ambientale di Spinazzola. Zazzera ha presentato un’interrogazione parlamentare. “Subito dopo un vicepresidente della Confindustria ha telefonato a un importante esponente del mio partito per chiedere chiarimenti sulla vicenda” sostiene il deputato.
Il gruppo Marcegaglia commenta con fermezza, attraverso l’ingegnere Garavaglia, le accuse di politici e comitati locali: “Siamo ovviamente attenti alle indagini che riguardano le nostre iniziative, ma non mi risultano coinvolgimenti nel caso dell’inchiesta di Bari”. E per quanto riguarda la discarica di Spinazzola e il termovalorizzatore di Modugno? “Si tratta di situazioni in via di chiarimento, tuttavia è preferibile non parlare di indagini in corso” risponde il manager.
Garavaglia, visti i comuni impegni di lavoro, è in compagnia di Albanese. E il socio annuncia di attendere serenamente le decisioni dei magistrati: “Il sito per la discarica di Spinazzola era stato individuato dal commissario straordinario per i rifiuti. La sovrintendenza archeologica ha dato parere favorevole alla discarica e noi non abbiamo certo fornito falsa documentazione”.
Albanese è coinvolto in un’indagine della Guardia di finanza su una presunta frode. La Aleco srl (secondo la camera di commercio l’impresa appartiene al gruppo Albanese, lui assicura di avere ceduto le quote, seppure in via preliminare, mentre Garavaglia ne è stato consigliere) avrebbe percepito finanziamenti pubblici non dovuti. “Si è parlato di molti milioni di euro, invece il contributo in questione è di 1,8 milioni, di cui solo 700 mila a fondo perduto, e non credo proprio ci siano state irregolarità” replica Albanese.
Di fronte a tutte queste vicende, Garavaglia, accento e stile laborioso lombardi, resta imperturbabile: “Queste società sono state scelte perché erano autorizzate a fare un certo tipo di lavoro. In ogni caso le vicende giudiziarie di cui si parla sono iniziate dopo che abbiamo partecipato alle gare, dove nessuno ha sollevato obiezioni sui nostri soci e alleati, anche se, immagino, ci sono stati controlli rigorosi”. Poi aggiunge: “Certo il mondo dei rifiuti è un po’ difficile e non solo al Sud: questo è un dato di fatto”.

Le dritte di Altroconsumo: sui rifiuti napoletani serve una svolta

Bruciano i rifiuti nelle strade di Napoli. È allarme diossina nell'aria

Gianni De Gennaro, dall’inizio dell’anno commissario straordinario per l’emergenza rifiuti, lo aveva promesso: entro maggio la grave situazione campana verrà risanata. In realtà, i roghi (e le polemiche) continuano, l’emergenza è sempre sullo zerbino e a volte sfocia in scene di guerriglia urbana. La crisi dei rifiuti, ormai cronica in alcune aree della Campania, ricade in tutta la sua drammaticità sulle spalle dei cittadini.
Al momento, infatti, a pagarne le maggiori conseguenze è proprio la popolazione del napoletano. Può sembrare assurdo, ma i cittadini partenopei per questo insopportabile disagio pagano anche un altro prezzo elevato. Una recente inchiesta di Altroconsumo evidenziava come la Tarsu, la tassa sui rifiuti solidi urbani, per i residenti a Napoli sia più cara rispetto alla media nazionale. Senza una buona giustificazione, visto lo stato delle cose.
Una buona gestione degli scarti della nostra quotidianità (materia organica, vetro, carta, plastica…), oltre a ridurre l’impatto ambientale negativo dei rifiuti, avvantaggia le casse comunali e, quindi, anche le tasche dei cittadini. In altre parole, una politica virtuosa della raccolta della spazzatura urbana si concretizza anche nella riduzione delle spese che le famiglie devono sostenere per lo smaltimento.
La gestione dei rifiuti, più di altri servizi di pubblica utilità, è strettamente legata alla struttura e alla natura del territorio: per questo le regioni hanno l’obbligo di essere autonome in questo campo. La Campania su questo è molto indietro. Sulla carta il piano di smaltimento rifiuti esiste e sembra essere adeguato, ma non viene applicato per una serie di problemi di ordine pubblico e politico.
L’emergenza rifiuti in Campania richiama responsabilità alle quali chi governa il territorio non si può sottrarre. Questo significa che oggi il problema va risolto in pratica, e domani chi ha avuto colpe e responsabilità deve rimediare all’offesa arrecata alla regione Campania e a tutto il Paese.
Per uscire dalla crisi servono provvedimenti immediati: pulire le strade dai rifiuti con l’esercito, aprire le discariche esistenti, mettere a disposizione quelle di altre regioni. Tutti si devono assumere una parte di responsabilità. Una volta passata l’emergenza, bisognerà ripensare in modo sostanziale alle politiche di gestione dei rifiuti. A parte i casi di particolare emergenza, secondo Altroconsumo la discarica deve essere sempre l’ultima delle scelte, è la prevenzione la strategia migliore contro l’invasione dei rifiuti. Ovvero fare delle politiche serie di gestione della spazzatura.


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Discariche e rifiuti: Italia condannata dalla Corte Ue

Precipita la situazione a Napoli e in Campania, mentre l'Ue richiama l'Italia |foto Ansa
Rifiuti, all’Italia la maglia nera. È la Corte europea di giustizia a condannare il nostro Paese per la tardiva e non corretta applicazione della direttiva volta a prevenire le ripercussioni negative sull’ambiente derivanti dalle discariche di rifiuti. La decisione della Corte di giustizia dell’Ue non riguarda direttamente il pasticcio campano che ha tenuto banco negli ultimi mesi. Indica, al più, uno stato di generale inadeguatezza del nostro sistema sullo smaltimento della spazzatura.

Secondo l’esecutivo europeo, il decreto legislativo di applicazione della norma comunitaria viola alcuni articoli. La direttiva, che definisce la nozione di rifiuti e discariche, prevede che gli Stati elaborino una strategia nazionale per la riduzione dei rifiuti, stabilisce regole sui costi dello smaltimento, prevede la procedura di autorizzazione di nuove discariche e sottopone quelle esistenti a misure particolari. La Commissione ha accusato l’Italia di aver applicato la direttiva tardi e così facendo di non averla applicata bene.
In sostanza, l’Italia applica alle discariche nuove il trattamento più favorevole, previsto per le discariche preesistenti, al contrario di quanto previsto dalla direttiva. Anche per i rifiuti pericolosi, le regole transitorie previste non sono state applicate alle discariche preesistenti mentre sono state applicate solo per quelle nuove, sempre in contrasto con la normativa comunitaria.

La direttiva europea definisce le nozioni di rifiuti e di discariche - che suddivide in tre categorie: le discariche per rifiuti pericolosi, per rifiuti non pericolosi nonchè per rifiuti inerti - e prevede che gli Stati membri elaborino una strategia nazionale per la riduzione dei rifiuti biodegradabili, stabilisce regole riguardanti i costi dello smaltimento dei rifiuti, prevede la procedura di autorizzazione di nuove discariche e sottopone quelle preesistenti a misure particolari. Oggi la Corte ha riconosciuto valide le obiezioni sollevate dall’esecutivo europeo ed ha condannato l’Italia alle spese.

La condanna della Corte di Giustizia dell’Ue è dunque dovuta al ritardo con cui fu recepita una direttiva del 1999 riguardante le discariche dei rifiuti: l’Europa, infatti, dava tempo ai paesi membri fino al 2001 per il recepimento delle norme. L’Italia invece la recepì solo nel 2003 con un decreto legislativo del governo Berlusconi. Di conseguenza, la Corte contesta anche gli effetti derivanti dal decreto di recepimento del 2003. Il ministero dell’ambiente precisa così la posizione del governo italiano riguardo alla posizione dell’Ue sui rifiuti italiani. Il governo - prosegue la nota - è però già intervenuto, adeguandosi a quanto l’Europa chiede grazie ad una norma approvata lo scorso 1 aprile.

Il VIDEO servizio:

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Anche oggi hai prodotto due chili di rifiuti. Hai fatto la raccolta differenziata?

L'azienda Erreplast, nella Zona Industriale di Aversa Nord, nel Comune di Gricignano di Aversa (Caserta).
Siamo sommersi di rifiuti. E non solo a Napoli e dintorni. Da Nord a Sud produciamo fino a due chili di spazzatura al giorno. In media 563 chili a testa ogni anno. Nel 2006, secondo il rapporto Apat, abbiamo toccato quota 32,5 milioni di tonnellate. Il record pro-capite va alla Toscana, con 700 chili di immondizia a testa, contro i 401 chili di un cittadino della Basilicata. Eppure, nonostante nelle nostre città, si producano montagne di immondizia, la raccolta differenziata è ancora una prerogativa di pochi, diligenti, comuni. C’è chi la fa bene, chi si la fa così così e chi invece, la maggioranza, ne fa proprio a meno.

A livello nazionale solo il 25,8% della spazzatura viene separato e smaltito in base alle sostanze. Si arriva al 40 per cento a Nord mentre il meridione resta ancora in coda. La regione più virtuosa è il Trentino Alto-Adige (49,1%), la peggiore è invece la Basilicata (7,8%). E il problema vero è che oltre il danno ambientale, una cattiva gestione dei rifiuti fa male soprattutto alle tasche dei cittadini. Secondo l’Apat nel 2005 il costo medio annuo pro capite è di 123,12 euro, dove il 48,8% va per i rifiuti indifferenziati, il 16,8% a raccolte differenziate, il 14,9% a spazzamento e lavaggio strade. Si va dagli 86,91 euro pro capite (comuni meno 50.000 abitanti) ai 144,22 euro (comuni più popolati).

In questo quadro la raccolta differenziata può ben poco. L’Italia, fanalino di coda europeo, cerca di adeguarsi agli standard comunitari ma lo fa a fatica. Il divario tra Nord e Sud, conferma l’analisi statistica dell’Apat, è sempre molto pesante. Senza togliere la notevole differenza che si può riscontrate tra le province di una stessa Regione. L’obiettivo del 40 per cento stabilito per legge è vicino solo in alcune regioni settentrionali. Per il resto lo Stivale si ferma ad una media del 25,8% sulla produzione totale dei rifiuti urbani, contro il 24,2% del 2005, con un incremento di 700mila tonnellate. La Campania, terra di ecoballe e infinite polemiche, si ferma appena all’11,3 per cento. Brilla, tra tutte, la provincia di Avellino che mette a segno un 19,3 per cento. L’unica eccezione è rappresentata dalla Sardegna, la prima ad accogliere l’immondizia campana, che balza dal 9,9% del 2005 al 19,8% nel 2006 grazie al successo della raccolta porta a porta. Un ottimo risultato che si unisce a quello della Lombardia, la regione che fa finire in discarica solo il 14 per cento di rifiuti. Un esempio, però, che stenta a fare scuola tanto che questa mattina il ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, ha detto che se andiamo avanti di questo passo la Campania non sarà la sola a dover affrontare l’emergenza. Ma a quel punto ci sarà già un altro governo.

Rifiuti: le soluzioni di Nola, San Severino e gli altri. Ma a Napoli è sempre dramma

Una signora consegna i rifiuti separati ad un addetto. La consegna dei rifiuti già separati serve ad avere uno sconto sul pagamento delle tasse sui rifiuti, dove piu' separi e meno paghi. Le strade sono pulite, la spazzatura viene prelevata ogni giorno dai netturbini e fin sotto casa dei 22 mila abitanti: l'emergenza rifiuti che attanaglia la Campania si ferma ai confini di Mercato San Severino, oasi felice nella valle dell'Irno, a dodici chilometri da Salerno, che nella regione vanta il record per il materiale riciclato | Ansa
Sono solo 30 Km di distanza, tra Napoli e Nola, centro della provincia partenopea (30mila abitanti a nord del Vesuvio). Detta così, sembra nulla. Invece, nei giorni del dramma dei rifiuti, può essere un abisso. Perché con una raccolta differenziata al 49%, e nessun sacchetto per strada, Nola può essere considerata la “mosca bianca” del napoletano, zona allo stremo, sepolta com’è dalla monnezza.
Orgoglioso di tanta pulizia, il sindaco nolano, Felice Napolitano, ora si dice anche disposto a far realizzare sul suo territorio un inceneritore o un altro impianto per la distruzione delle ecoballe, che accolga, però, i soli rifiuti dei comuni dell’area che effettuano la differenziata.
“Se il commissariato di Governo per l’emergenza ce ne desse la possibilità” afferma “saremmo disposti a realizzare le strutture adatte alla completa lavorazione dei rifiuti, utilizzando, però, tecnologie all’avanguardia che tutelino la salute dei cittadini. Il territorio nolano dovrebbe avere l’opportunità di autodeterminarsi e di gestire un ciclo dei rifiuti completo: sarebbero circa 17 i comuni che, in questo modo, avrebbero la possibilità di affrancarsi dall’emergenza”.
Il segreto di Nola per restare zona franca dell’emergenza, è la raccolta differenziata: “Grazie all’impegno dei cittadini che separano i rifiuti” spiega ancora il sindaco “ed all’allestimento di un sito di stoccaggio provvisorio per la frazione del secco indifferenziato, Nola non sta avendo nessuna ripercussione negativa dall’emergenza che ha investito il resto della provincia”. Nel solo mese di dicembre, secondo i calcolo del comune, si è raggiunto il 49 per cento nella raccolta differenziata, mentre su base annua ci si attesta al 37 per cento.
In realtà il buon esempio non viene solo da Nola. Stando ai dati di Legambiente Campania, esiste, oltre a quella sommersa dall’immondizia, anche una Campania senza emergenza spazzatura. Piccoli paesi (Athena Lucana, Rofrano e Mercato San Severino in provincia di Salerno) e grandi centri (come Cava dei Tirreni e Scafati): in tutto 145 comuni che nel 2006 hanno superato l’obiettivo minimo del 35% previsto dal Decreto Ronchi.
Numeri che fanno arrossire (di vergogna o di rabbia) i napoletani e i cittadini di quasi tutti gli altri centri campani, tuttora sommersi dai rifiuti. Anche dopo una settimana dalla nomina del supercommissario Gianni De Gennaro, supportato dagli uomini dell’esercito. Le strade napoletane abbondano ancora di migliaia di tonnellate di spazzatura, al contrario le scuole restano vuote. E nessuna delle discariche provinciali della Campania (Serre, Sant’Arcangelo Trimonte, Savignano Irpino e Terzigno) è stata riaperta.
Ma non doveva arrivare, come un incantesimo, una soluzione “radicale” del problema in “ventiquattro ore” come promesso dall’ottimistico comunicato di Palazzo Chigi del 7 gennaio? “Le discarica di Pianura e le altre discariche che dovranno essere aperte nella provincia di Napoli e nella regione saranno aperte a giorni”, aveva confermato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta, in collegamento con Porta a porta quella stessa sera. Siamo a metà mese e la situazione non è cambiata di molto.
Nemmeno l’appello accorato del Capo dello Stato, che ha ritenuto opportuno stigmatizzare l’attenzione dell’Europa sulla questione che va, a suo dire, oltre “ogni giusta misura” è riuscito a far sì che il dramma scomparisse.
I rifiuti che sommergono Napoli e la sua provincia | Ansa
Tanto più che l’ “ecosolidarietà” delle Regioni procede a singhiozzo. In Sardegna il presidente della Regione Renato Soru ha pubblicato a pagamento una intera pagina sul quotidiano L’Unione sarda per spiegare le ragioni che lo hanno portato a decidere di far smaltire in Sardegna una parte dei rifiuti campani e per chiedere ai sardi di archiviare gli episodi di intolleranza e violenza (con tanto di attentato alla sua villa) di questi ultimi giorni. Il governatore della Sicilia, Salvatore Cuffaro, ha detto “basta” all’invio dell’immondizia. A Torino il centrodestra protesta contro il governatore Mercedes Bresso. E al coro di no si sono aggiunte anche Basilicata e Molise.

Eppure una soluzione possibile in Campania ci sarebbe: basta uscire dalla cerchia napoletana e copiare il modello di Nola e degli altri comuni ricicloni.

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Rifiuti a Napoli, il richiamo dell’Ue affogherà tra l’immondizia?

Precipita la situazione a Napoli e in Campania, mentre l'Ue richiama l'Italia |foto Ansa

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Le proteste e le tensioni contro le discariche, il bilancio del disastro: 1.200 tonnellate di rifiuti per le strade di Napoli, e un richiamo dell’Ue. L’emergenza in Campania infatti ”preoccupa la Commissione europea che seguirà da vicino la situazione nelle prossime settimane”, come ha dichiarato Barbara Helfferich, portavoce del commissario Ue all’Ambiente Stavros Dimas. Le autorità di Bruxelles dovranno decidere se inviare a Roma un parere motivato, seconda fase della procedura d’infrazione, dopo aver mandato due lettere, una nel giugno scorso e l’altra il 23 ottobre alla quale l’Italia avrebbe dovuto rispondere entro il 23 dicembre.

La portavoce ha precisato che l’ipotesi di sanzioni è ”ancora molto lontana”. Dopo l’invio di un parere motivato, se non ci saranno cambiamenti, la Commissione potrà valutare un ricorso alla Corte e le sanzioni potrebbero essere prese in considerazione solo dopo un’eventuale condanna da parte dei giudici del Lussemburgo.

La situazione, intanto, precipita. I sei impianti di cdr (combustibile da rifiuti) della Campania stanno chiudendo uno alla volta per l’impossibilità di far uscire le balle di rifiuti lavorate. Dopo la chiusura del sito di Taverna del Re a Giugliano (Napoli, qui il blog dei comitati), infatti, non ci sono al momento alternative per lo stoccaggio. Immediate le ripercussioni sulla città di Napoli: la giacenza di rifiuti si era ridotta a 500 tonnellate prima di Capodanno, oggi ha superato di nuovo le mille. La Regione di Bassolino sta monitorando il rischio diossina nell’aria, per cercare di far fronte a una situazione che il Wwf definisce ”da guerra civile”.

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L’emergenza continua:

Il richiamo dell’Ue:

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