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Una montagna di rifiuti speciali alta come l’Etna (3.100 metri, pari a 31 milioni di tonnellate) inghiottita dalla terra. 28mila edifici abusivi, interi quartieri, costruiti in un anno. E 25.776 reati accertati contro l’ambiente, per un giro d’affari complessivo sopra i 20 miliardi di euro, un quinto circa del fatturato globale delle mafie.
Cifre e immagini evocative date dall’ultimo rapporto sulle Ecomafie in Italia stilato da Legambiente e presentato martedì 5 a Roma.
“Un business che non conosce crisi” dicono i responsabili dell’associazione ecologista, “anzi, l’anno nero dell’economia mondiale rischia di favorire i trafficanti: il fatturato delle Ecomafie” spiega il respondabile dell’Osservatorio Ambiente e Legalità Sebastiano Venneri, “non è mai stato così alto”. Crescono le agromafie, il racket degli animali, il traffico di rifiuti pericolosi. Ma non sono tutte negative le notizie nel rapporto, curato in collaborazione con tutte le forze dell’ordine, delle Capitanerie di Porto, dell’Agenzia delle Dogane, della Direzione investigativa antimafia, dell’istituto di ricerche Cresme (per quanto riguarda il capitolo relativo all’abusivismo edilizio), dei magistrati impegnati nella lotta alla criminalità ambientale, degli avvocati dei Ceag (Centri di Azione Giuridica) e di tutti i circoli di Legambiente. Rispetto all’anno scorso è diminuito il numero di reati accertati ed è aumentata l’azione di controllo, anche sull’onda dell’attenzione mediatica all’emergenza rifiuti in Campania. E se da un lato aumentano le rotte dei traffici internazionali dei rifiuti, dall’altro cresce la capacità di contrasto delle Forze dell’ordine: salgono gli arresti (+13,3%) e i sequestri (+6,6%).
Proprio in Campania si rileva la maggioranza degli ecoreati: 3.907 (15,2% sul totale) seguita da Calabria (3.336) e Sicilia (2.788). Negli ultimi tre anni si ipotizza che siano stati smaltiti illegalmente in tutta la regione campana circa 13 milioni di tonnellate di rifiuti di ogni specie. In particolare, riferisce il rapporto, tradotti in camion, questi 13 mln di tonnellate significano ”520 mila tir che hanno attraversato mezza Italia per concludere i rispettivi tragitti nelle campagne napoletane, nell’entroterra salernitano, nelle discariche abusive del casertano o ancora, più recentemente, nei terreni scavati nel beneventano e nell’avellinese”. E citando i dati dell’Agenzia regionale per l’ambiente (Arpa), Legambiente sottolinea che sono 2.551 i siti da bonificare tra discariche, zone di abbandono incontrollato di rifiuti o sversamenti di residui industriali.
Altro grande business delle ecomafie è poi l’abusivismo eilizio e i reati contro il patrimonio naturale: anche qui la Campania resta stabile al primo posto nel ciclo del cemento illegale, con, secondo il rapporto “interi quartieri abusivi costruiti con i proventi di attività illecite: basti pensare che il 67% dei comuni campani sciolti per infiltrazione mafiosa dal ‘91 ad oggi lo sono stati proprio per abusivismo edilizio”. Nella poco onorevole classifica segue la Calabria e poi il Lazio, dove sono raddoppiate in un anno le persone denunciate e i sequestri. Dati che sono stati commentati da Francesco Rutelli, presidente del Copasir: ”Ci sono alcune parti del Lazio meridionale dove questa presenza è invasiva e dove vengono sciolti alcuni consigli comunali. Qui, come altrove, la presenza dello Stato deve essere molto ferma”. A tale proposito l’esponente del Pd si augura che venga reintrodotto nel ddl sicurezza ” il dovere di segnalare e denunciare il pizzo e l’estorsione come reato previsto in origine nel disegno di legge”.
Secondo Legambiente, poi, l’Ecomafia si sta infiltrando (ed è un vero paradosso) anche nei settori delle energie rinnovabili e dell’edilizia “verde”: la criminalità fiuta il business (e tutti questi settori sono in crescita a dispetto della crisi) come un segugio. “Dobbiamo fare sì che le rinnovabili, l’edilizia sostenibile e gli impianti anti inquinamento restino lontani dalla criminalità organizzata: i grandi temi dell’ambiente devono restare puliti” ha commentato Rutelli.
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di Gianluca Amadori
Finti parcheggiatori e personale di accoglienza abusivo, i cosiddetti intromettitori, appostati tutto il giorno per catturare i turisti, dirottandoli con l’inganno su costosi motoscafi privati per arrivare a San Marco. Minacce e violenze per imporre il controllo del territorio e tenere lontani i tassisti regolari. Danneggiamenti per poter utilizzare pontili e approdi in concessione ad altre società .
Benvenuti al Tronchetto, una delle principali porte d’accesso a Venezia, da anni considerato una specie di Far West dove i vigili urbani si vedono di rado e ogni tentativo di aprire una postazione fissa delle forze dell’ordine si è sempre rivelato vano.
A delineare l’esistenza di un racket per la gestione dei flussi turistici in arrivo nella Serenissima è stata un’inchiesta del Ros dei carabinieri: mesi di appostamenti, intercettazioni telefoniche e ambientali, pedinamenti, controlli fotografici e videoriprese, tra il 2005 e il 2006. Alla fine 20 imbarcazioni sono finite sotto sequestro e ad altrettanti motoscafisti e intromettitori è stato imposto il divieto di dimora nelle aree in cui operavano per accaparrarsi la clientela. Il sostituto procuratore Stefano Ancilotto li accusa di concorrenza illecita con metodi mafiosi, il processo si è aperto da poco di fronte al tribunale presieduto da Barbara Lancieri.
La difesa è agguerrita e respinge ogni addebito, negando che gli imputati abbiano mai commesso illeciti o utilizzato metodi violenti. Anzi, sostiene che l’amministrazione comunale ha sempre saputo, chiudendo un occhio per motivi di quieto vivere e di consensi elettorali.
Nel corso delle prime udienze pubbliche, ospitate nell’aula bunker di Mestre, è uscito un quadro che ha dell’incredibile per una delle città considerate tra le più tranquille al mondo. Alcuni turisti hanno denunciato la presenza di energumeni all’interno dei garage e riferito di offese e ingiurie per essersi rifiutati di salire sui motoscafi degli abusivi. Un autista di pullman di linea ha raccontato in aula delle minacce ricevute solo per aver consigliato ai viaggiatori in arrivo di utilizzare i vaporetti dell’Actv, il servizio pubblico. Tassisti regolari, che nel corso delle indagini avevano riferito ai carabinieri episodi di intimidazioni e violenze (negli anni vi sono stati anche motoscafi bruciati nella notte), davanti ai giudici hanno ritrattato, sostenendo che al Tronchetto non si spingevano perché c’era poca clientela e dunque non era conveniente. Alcuni di loro sono stati denunciati per reticenza. Ma non basta: durante il processo due imputati si sono spinti fino al punto di minacciare un maresciallo del Ros che stava deponendo in merito ai risultati delle indagini e sono stati allontanati a forza. Dalle intercettazioni telefoniche emergono anche contatti continui fra gli abusivi ed esponenti politici locali, tra richieste e promesse di regolarizzazione della loro posizione.
Il Comune di Venezia si è costituito parte civile contro i 20 imputati per chiedere il risarcimento dei danni all’immagine patiti dalla città , assieme alla Interparking, la società di gestione del garage assediato dai finti parcheggiatori, e all’Actv, il cui ex presidente, Valter Vanni, fu il primo a denunciare l’anomala situazione. In aula ha raccontato ai giudici che dei 4 milioni di turisti che ogni anno entrano in città dal Tronchetto soltanto il 6 per cento si serve dei mezzi pubblici, benché i motoscafi dei privati siano più costosi.
Dopo l’inchiesta la situazione al Tronchetto sembra essersi fatta più tranquilla, ma alcuni testimoni hanno riferito che pian piano il racket sta tentando di riprendere il controllo dell’isola.

Reclutavano i giovani transessuali direttamente a San Paolo, in Brasile. Li convincevano a venire in Italia, a volte anche con la promessa di un brillante futuro nel mondo dello spettacolo. Ma una volta a Milano, i nuovi arrivati erano costretti a pagare fino a 15 mila euro per potersi prostituire sulla “piazza” del cimitero Monumentale e a cedere a “Luana” e ai suoi complici almeno il 50 per cento del guadagno sulle prestazioni (da circa 100 euro). La pena per chi si ribellava erano il furto del passaporto, minacce di morte e di ritorsioni contro i familiari in Brasile e pestaggi violenti, anche con un bastone.
Sono stati i molti giovani viado arrivati in pronto soccorso, alcuni dei quali hanno accettato di raccontare i loro problemi, a far insospettire i carabinieri della compagnia Milano Duomo. Da maggio i militari hanno cominciato le indagini sui transessuali che si prostituiscono al Monumentale e hanno scoperto i retroscena. A capo dell’organizzazione di viado più “anziani” che sfruttava e maltrattava i nuovi arrivi c’era Luana, brasiliano di 36 anni. Con cinque complici aveva guadagnato, sfruttando gli altri viado, almeno 150 mila euro in pochi mesi.
I clienti venivano contattati anche attraverso alcuni siti Internet specializzati e le vittime delle violenze sono almeno una decina. Ai carabinieri hanno tra l’altro detto che alcuni transessuali del giro del Monumentale sono sieropositivi e nonostante questo accettano di avere rapporti non protetti coi clienti. Alla fine delle indagini i militari hanno arrestato, oltre a Luana, quattro suoi complici, tutti viado brasiliani irregolari in Italia. Malu, Pamela, Fernanda, Beyoncé (come la nota cantante) i loro soprannomi. Luana, chiamata dagli altri “mamma”, è stata fermata in un noto locale romano, le sue “figlie” invece sui marciapiedi milanesi. Una sesta persona è ricercata. Le accuse sono di associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento e al favoreggiamento della prostituzione e di estorsione.
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Chiuse le case, 50 anni fa dalla Legge Merlin, ora per le squillo potrebbero essere chiuse anche le strade e i vialoni delle città . Con sanzioni e possibile arresto anche per i clienti. A questo punta infatti la bozza del disegno di legge dei ministri dell’Interno (Roberto Maron) e delle Pari opprtunità (Mara Carfagna) che verrà esaminata venerdì dal Consiglio dei ministri: punta all’”eliminazione della prostituzione di strada”.
Non praticabile, per le critiche del mondo cattolico ma anche dei sindaci, la strada del ministro Maroni di realizzare i quartieri a luci rosse, tramontata l’idea di presentare il foglio di via alle squillo di strada a suo tempo presentato come emendamento al decreto sulla sicurezza da Filippo Berselli e Carlo Vizzini, per la prostituzione resteranno solo le case. Ma anche tra le mura domestiche saranno molte le limitazioni.
Il testo, che in pratica riprende la proposta Prestigiacomo-Fini–Bossi del 2002, si compone di quattro articoli: il primo introduce nel codice penale un nuovo reato (prostituzione di strada e in luoghi aperti al pubblico: bar, club, etc): la prima volta, la lucciola e il cliente pagheranno sanzioni amministrative che oscillano tra i 200 e i 3.000 euro; in caso di reiterazione del reato, oltre alla sanzione tra i 200 e i 1.000 euro, scatta l’arresto da cinque a 15 giorni. Non verrà considerata punibile la prostituta costretta a vendersi con la violenza o le minacce.
Molto pesanti le pene (da sedici a 18 anni) se la prostituta è una minorenne (o un minorenne) che verrà rimpatriata con la procedura utilizzata per i minori in stato di abbandono.
Nel mirino del Ddl anche chi affitta una casa dove ci si prostituisce, ma solo se il canone è superiore a quello di mercato. È previsto l’arresto da due a sei anni e la multa da 250 a 10mila euro. Chi presta assistenza a una squillo senza fini di lucro o profitto, inoltre, non è imputabile di favoreggiamento alla prostituzione (oggi la Merlin prevede il favoreggiamento). Infine, l’articolo 4 inasprisce le pene per l’associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione: le sanzioni vengono aumentate fino a due terzi per promotori e organizzatori e da un terzo a metà per gli altri partecipanti.
È la terza volta in cinque anni che il Governo tenta di intervenire in questo ambito (che “fattura” 90 milioni di euro mensilmente in Italia). Nel dicembre 2002 venne approvato dal Governo Berlusconi un disegno di legge che, proprio come questo, vietava la prostituzione nei luoghi pubblici e aperti al pubblico. Il provvedimento non è stato approvato dal Parlamento. Così come è rimasto sulla carta il disegno di legge Amato-Lucidi della fine dell’anno scorso, che, tra l’altro, prevedeva maxi sanzioni per la prostituzione minorile. Ora il nuovo piano che si presenta come una rivoluzione per un mercato che conta milioni di clienti e 70mila professioniste.
Nella tabella sopra, identikit a confronto dei clienti internet e di chi cerca compagnia femminile sul marciapiede. Molte le differenze

Nel pieno dell’estate scorsa, il suo nome divenne noto in tutta Italia per aver emesso - lui politico di sinistra che da anni decide con la propria testa senza guardare in faccia ai partiti - un’ordinanza contro i lavavetri che fece parecchio discutere (anche sul FORUM di Panorama.it). Graziano Cioni, assessore (polivalente: si occupa di sicurezza sociale, sanità pubblica, sicurezza e vivibilità urbana e Polizia Municipale) al Comune di Firenze, ora torna alla ribalta.
Questa volta non c’è l’ha con i lavavetri l’assessore: quelli sono spariti dalle strade del capoluogo toscano, per trasferirsi qualche chilometro più in là . Nel suo mirino adesso ci sono i mendicanti. Che hanno scatenato le ire di Cioni è soprattutto la necessità di difendere il traffico pedonale della città che amministra.
Tutto nasce da un episodio: una fiorentina non vedente, camminando su un marciapiede all’angolo tra piazza Duomo e via Cavour, inciampando proprio in una mendicante riversa a terra, è caduta e si è ferita. Un tombino rotto, una buca, un motorino in divieto di sosta avrebbe potuto fare anche di peggio, ma per Cioni l’accaduto è la scintilla che fa scattare il pugno duro: “L’accattonaggio non è un reato” ha spiegato l’assessore comunale alla sicurezza Graziano Cioni “ma i mendicanti distesi per terra sono un grave ostacolo. Non stiamo pensando a un’ordinanza, come quella che ha bloccato i lavavetri, ma a un nuovo regolamento della polizia municipale che preveda anche nuove norme sul fenomeno e che dovrà poi essere approvata dal Consiglio”. Cioni non parla apertamente di racket dell’elemosina, ma fa intuire che dietro al fenomeno qualcosa ci sia. “Quando vediamo questi mendicanti stesi tutto il giorno nelle strade principali del centro storico” dice l’assessore “pensiamo quantomeno a uno sfruttamento ignobile: l’accattonaggio individuale è una cosa, ma le sue forme organizzate sono una storia diversa”.
Il nuovo regolamento – così come anticipato dal giornale free press Il Firenze - quindi “dovrà prevedere delle modalità per contrastare chi chiede l’elemosina intralciando i pedoni”. Nel nuovo regolamento ci saranno anche altre misure, come quella di “proibire ai turisti” ha spiegato Cioni “di toccare la porta del Battistero. Sono norme di convivenza civile in una città che vuole essere civile”. Quanto alla signora cieca inciampata, dice lo stesso Cioni, “mi ha molto colpito il fatto che nessuno l’abbia aiutata subito per strada. Nella nostra città , oltre al rispetto delle regole, servirebbe soprattutto più civiltà ”.
Già , la civiltà : ma per questo non c’è ordinanza che tenga…
- Tags: carabinieri, commercianti, Confindustria, criminalità , estorsioni, imprenditori, Milano, pizzo, Prefettura, racket, Vigili-del-Fuoco
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È l’ora dell’aperitivo. Lo struscio dei ragazzini alla moda è appena cominciato. Seduti al tavolino di un bar all’aperto ci sono un uomo sui quarant’anni, grande e grosso, e il proprietario di un paio di locali della strada più fashion della città , che ha partecipazioni in una trentina di altre ben avviate attività commerciali. Non vuole problemi. E paga. Mette sul tavolo una busta bianca, dentro ci sono 10 mila euro in banconote da 500. Non siamo a Catania, ma in corso Como a Milano, il cuore della movida meneghina. Non è la mafia a riscuotere il racket. Il taglieggiatore stavolta è tunisino.
I 10 mila euro sono la prima tranche di un pagamento più consistente. Jalel Titouhi ne pretende 90 mila. Ha preso di mira il commerciante, vuole che gli ceda gratuitamente uno dei suoi locali. Poi decide di accontentarsi del denaro e cominciano le telefonate minatorie al titolare, ai suoi soci e ai suoi familiari. Inizialmente la vittima cerca di uscirne pagando, ma quando capisce di essere finito nelle mani di un criminale davvero pericoloso ha paura e chiede aiuto ai carabinieri. Questa storia dello scorso novembre è a lieto fine: dopo pedinamenti e intercettazioni gli investigatori del nucleo operativo di Milano arrestano il tunisino con ancora la busta bianca nella tasca della giacca. Ma non va sempre così bene.
Confindustria minaccia di espellere gli imprenditori che cedono al racket in Sicilia e sembra quasi che il pizzo sia una questione soltanto meridionale. Invece anche a Milano sono moltissimi i commercianti e i titolari di aziende vittime di estorsione. Secondo una ricerca di Confcommercio ed Eurisko, nel Nord-est il 15,6 per cento dei titolari di pubblici esercizi ritiene che le estorsioni siano aumentate negli ultimi tre anni, l’11,1 per cento la pensa così nel Nord-ovest. Le percentuali dei commercianti che conoscono un collega che ha ricevuto minacce o intimidazioni è superiore all’8 per cento, mentre quella degli esercenti che ammettono di averle ricevute personalmente è del 5 per cento.
Alcuni denunciano, la maggior parte paga e tace. Al Nord gli aguzzini raramente fanno parte di organizzazioni che controllano il territorio e le richieste di pizzo sono meno capillari che al Sud. Ma spesso i metodi sono altrettanto violenti.
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Il settore più colpito, in città e nell’hinterland, è quello dell’edilizia. I taglieggiatori usano una strategia ormai collaudata: collaborano con un piccolo imprenditore, da cui prendono in subappalto alcuni lavori. Lavori che non hanno nessuna intenzione di portare a termine, ma per cui pretendono di essere pagati ugualmente e con cifre altissime. La prima ritorsione è l’occupazione del cantiere e il blocco delle attività . La ditta di costruzioni si trova così con l’acqua alla gola. Ma il peggio deve ancora arrivare.
Lo sa bene il titolare di un’impresa di viale Certosa, periferia est del capoluogo, con cantieri sparsi in Brianza. L’incubo comincia con una gru che gli aguzzini si rifiutano di smontare e che blocca i lavori per un anno e mezzo. La richiesta è di 150 mila euro “e ogni giorno che passa, sono 1.000 in più”, incalzano. L’imprenditore arriva a pagarne 46 mila, ma le minacce, al telefono e via sms, non cessano. E dalle intimidazioni presto si passa ai fatti. Gli estorsori di origine calabrese si presentano sempre più spesso al cantiere, uno di loro grida: “Qui è tutto nostro, lo facciamo saltare in aria”, e ancora “ti sparo”. Il cantiere viene incendiato due volte in due giorni.
L’imprenditore edile subisce aggressioni, pestaggi, minacce con un martello e con un coltello puntato alla gola. Una mattina due dei suoi taglieggiatori tentano di caricarlo in macchina e di sequestrarlo. Lui si barrica dentro un bar e questa volta, ormai in preda del terrore, chiama i carabinieri. Alla fine delle indagini vengono arrestate cinque persone di origine calabrese ma residenti a Milano e dintorni, tutti con diversi precedenti penali.
E se il business al Nord scopre nuove frontiere, il racket delle estorsioni si adegua: tra le vittime è finito anche un imprenditore che commerciava integratori alimentari online. A pretendere il pizzo proprio l’uomo cui aveva affidato la gestione del sito di e-commerce. Che però, per minacciarlo, aveva a disposizione sicari tutt’altro che virtuali. Risultato: una jeep incendiata e un pizzo di 10 mila euro consegnato in una stazione di servizio sull’autostrada.
Per inquadrare il fenomeno basterebbero i dati dei vigili del fuoco del Comando provinciale di Milano. Nel 2006 gli incendi dolosi sono stati 254. Di questi, 128 appiccati ad auto, camion, moto o mezzi da cantiere, 67 ad attività commerciali e 37 ad abitazioni (il resto riguarda attività agricole e rifiuti accatastati). Al Comando spiegano che non tutti gli episodi sono ritorsioni o avvertimenti degli estorsori, ma di certo una buona parte. La Prefettura infine nel 2006 ha registrato 300 casi denunciati di estorsione.
LEGGI ANCHE: Confcommercio: aumentano le estorsioni ma denunciano solo 5 su cento
Il primo dato rilevante è la non-risposta. Lo scorso aprile Confcommercio, in collaborazione con Eurisko, ha chiesto a 60 mila titolari di impresa (venditori ambulanti, benzinai, tabaccai, baristi e ristoratori, orafi, proprietari di negozi di abbigliamento e alimentari) la loro percezione sull’andamento dei crimini negli ultimi tre anni. La percentuale di quelli che hanno preferito non esprimersi oscilla, a seconda del reato (estorsioni, usura, furti, rapine) tra il 15 e il 40 per cento.
Per quanto riguarda le estorsioni, gli esercenti che non hanno risposto sono il 38 per cento e il silenzio è stato più frequente nel Nord-Est e al Centro. Tra quelli che hanno risposto il 15 per cento ritiene che il fenomeno sia aumentato, il 42 per cento che sia rimasto stabile. L’11 per cento ha dichiarato di conoscere un collega che ha ricevuto minacce da taglieggiatori e l’8 per cento ha ammesso di averle ricevute direttamente.
Nella maggior parte dei casi (il 73%) le pressioni sono state psicologiche, ma spesso gli estorsori sono passati a danni alle cose (nel 35% dei casi) e alla violenza personale (14%). I commercianti hanno per lo più dichiarato di aver respinto le richieste, c’è però un 19 per cento che confessa di aver ceduto. E a questo dato va probabilmente aggiunto l’8 per cento che non ha voluto rispondere a questa domanda.
Le denunce sono ancora poche: solo il 5 per cento degli imprenditori taglieggiati reagisce al racket in questo modo (sono più numerosi al Sud). In tutti gli altri casi si preferisce fare da sé. Il 40 per cento degli intervistati ha preso qualche provvedimento per cautelarsi. Il metodo più diffuso è l’assicurazione, seguita dalla vigilanza privata e da telecamere e vetrine blindate.
Ma chi ha pagato, come lo ha fatto? E quali sono le tariffe del pizzo? Le vittime pagano o in merce (il 55%) o in denaro (il 52%). Tra le imprese che hanno ammesso di aver ceduto alle minacce, il 60 per cento lo ha fatto nel 2006, il 22 per cento in particolare ha consegnato più di 10 mila euro.

La legge Merlin del ‘58, a detta di molti, a così lunga distanza dalla sua approvazione, non è idonea a gestire il fenomeno della prostituzione in Italia che, di fatto, rimane una realtà presente e costante di fronte alla quale è difficile chiudere gli occhi.
Prima dell’entrata in vigore della legge del ‘58 la prostituzione all’aperto era molto poco diffusa, mentre come ha riferito Pia Covre, esponente di punta del Movimento per i diritti delle prostitute, oggi in Italia si calcola che le lucciole in strada siano circa 50.000, aumentate in maniera esponenziale negli ultimi decenni complice l’aumento dell’immigrazione clandestina.
Secondo invece le stime del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, vi sono tra le 15.000 e le 18.000 donne coinvolte nella prostituzione. Il 65% lavora in strada, il 35% in albergo o in appartamento. Il 20% è minorenne. Tra le 15.000 e le 25.000 sono le prostitute straniere. Soprattutto nigeriane, ma anche albanesi, polacche e bielorusse.
Il 10% del totale è vittima del racket e costretto al mestiere sulla strada a seguito di minacce dirette, anche, a parenti o figli rimasti in patria.
Da 5.000 a 7.000 euro: tanto rende al mese una prostituta al suo sfruttatore.
Diciassette: le prostitute uccise in strada nel 2000. Un dato drammaticamente stabile negli anni. Tra il 10 e il 30% del totale i transessuali che si prostituiscono.
Sette le regioni con la maggiore presenza di prostitute di strada: Lazio, Lombardia, Campania, Emilia Romagna, Piemonte, Veneto e Abruzzo.
Nove milioni: il numero dei clienti che si rivolgono al sesso a pagamento.
Circa 90 milioni di euro, il giro d’affari mensile della prostituzione in Italia. L’80% dei clienti chiede alle prostitute di non usare il preservativo.