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Marco Pannella presidente dell'associazione Nessuno Tocchi Caino
Una delle sostanziali differenze tra i due sfidanti principali alla segreteria del Pd, Pier Luigi Bersani e Dario Franceschini, è quella sulle alleanze. Continua

Gli sfidanti: Dario Franceschini e Pierluigi Bersani
Punire i 22 franchi tiratori (o presunti tali) che avrebbero contribuito, con la loro assenza all’ultima votazione in aula, ad approvare il decreto con lo scudo fiscale voluto dal governo e dal ministro Giulio Tremonti. Continua
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Con oltre il 99% delle sezioni scrutinate in Italia (63.541 su 64.328) e il 68,75% di quelle estere (1.994 su 2.900) si delinea in maniera ormai definitiva il risultato delle elezioni europee del 6 e 7 giugno.
Il Pdl, con il 35,26 % (10.756.623 voti) si conferma il primo partito italiano.
Il Pd, con il 26,1% (7.975.716 voti) è la seconda forza politica del Paese, seguito dalla Lega Nord con il 10,2% (3.124.917 voti).
Le uniche altre due forze politiche che hanno superato lo sbarramento del 4% sono quindi l’Italia dei valori con il 7,99% (2.436.545 voti) e l’Udc con il 6,51% (1.985.528 voti).
In calo l’affluenza, al 65,04% rispetto al 72,88% delle precedenti consultazioni europee.
Ripartizioni in seggi
Stando a queste percentuali, quindi, il Pdl potrebbe contare su 29-30 eurodeputati, il Pd su 22. Ecco la ripartizione dei 72 seggi assegnati all’Italia nella nuova assemblea di Strasburgo, sulla base delle ultime proiezioni effettuate nella notte. Alla Lega Nord andrebbero 8 seggi. Sette quelli assegnati all’Italia dei valori e cinque all’Udc. Alle altre liste, sotto il 4%, nessun eurodeputato.
In Europa vince la diserzione al voto
Sull’Europa che conosce il suo record di diserzione del voto, con meno di un elettore su due alle urne, soffia vento da destra, ma si rivedono anche i Verdi. Nel complesso, guardando ai risultati nei singoli Paesi europei, il Ppe si conferma come gruppo più consistente, mentre segna un netto arretramento il partito socialista con risultati deludenti in Francia, Spagna e Gran Bretagna. Forte, invece, l’affermazione della destra estrema e, a sorpresa, decisa affermazione dei Verdi e delle liste ambientaliste.
Pdl è il primo partito italiano, il Pd perde 6 punti
Il Pdl, che sperava di raggiungere e superare la quota-simbolo del 40%, resta comunque il primo partito italiano. Il risultato non convince appieno il premier Silvio Berlusconi: “Ho dovuto fare tutto da me, come al solito ho tirato la carretta da solo”, si sfoga nel quartier generale del Pdl, come riporta il quotidiano Libero. E rivendica la scelta di candidarsi in prima persona al parlamento di Strasburgo: “Se non fossi sceso in campo io l’affluenza sarebbe stata ancora più bassa. È anche per mio merito che l’Italia si conferma il primo Paese per percentuale di votanti: con il record di elettori e di consensi il mio governo si conferma il più forte d’Europa”. Mentre è più semplice la ricostruzione del portavoce Paolo Bonaiuti: “Il Pdl non supera i livelli che erano stati pronosticati da tutti i sondaggisti, solo perché c’è un forte livello di astensione”.
Di fronte ai circa sei i punti persi dal Pd rispetto alle politiche, Piero Fassino commenta, ai microfoni del Tg5: “Non c’è stato lo ’sfondamento’ del Pdl, e anzi non c’è nemmeno la conferma del voto dell’anno scorso”. Pare che “i dati definiscano” ha poi continuato l’esponente del Pd “un giudizio severo degli elettori nei confronti del governo e di Berlusconi”.
E ora i democratici devono guardarsi dalla cerscita (quasi) raddoppiata (in un solo anno) dell’Idv di Antonio Di Pietro che sfiora l’8%, partendo dal 4,4% dell’aprile 2008. L’euforia è il sentimento che regna in casa dipietrista. Da dove parte anche il monito agli alleati Democrats: “Il Pd ha davanti a sé responsabilità importanti” sottolinea “scegliere con chi fare un’alleanza contro il modello di governo berlusconiano”. L’ex pm non rinuncia a togliersi qualche sassolino dalla scarpa: “Noi non siamo il brutto anatroccolo da usare per le elezioni e poi buttar via. Finora ci hanno mal sopportato ora si devono rendere conto che c’è un partito che punta alla alternativa”.
Fuori da Strasburgo: sinistra, Radicali, Mpa e Storace
La tagliola della quota di sbarramento del 4%, come da molti pronosticato, fa strage dei partiti più piccoli: dopo essere rimasti esclusi dal Parlamento italiano, bissano l’insuccesso a livello europeo sia la lista anticapitalista promossa da Prc e Pdci, sia Sinistra e Libertà, poichè entrambe si fermano a qualche decimale nei dintorni del 3%.
Supera appena il 2% l’Autonomia, ossia l’aleanza tra il Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo, La Destra di Francesco Storace, i Pensionati di Carlo Fatuzzo (europarlamentare uscente) e l’Alleanza di Centro di Francesco Pionati.
Alla Lista Bonino-Pannella non basta il 2,5%. “In condizioni di regime abbiamo raggiunto un risultato stra-or-di-na-rio, uni-co!”, dicono. Ma di fatto i radicali restano fuori dal Parlamento, per la prima volta dal 1979 a oggi.
Affluenza in picchiata, all’Aquila vota uno su 4
I dati europei fermano la percentuale dei votanti al 43,09: un record per l’astensionismo, fenomeno che in Italia inchioda al 66,5% l’affluenza alle urne (nel 2004 era del 72,9%). All’Aquila, dove ad urne aperte c’è stata una nuova scossa di terremoto, ha votato il 27,9%, contro il 73,1 del 2004. In Italia però la percentuale di votanti è stata più alta rispetto a tutti gli altri paesi europei, ha detto il ministro dell’Interno Roberto Maroni, aggiungendo che “le operazioni di voto si sono svolte regolarmente, senza incidenti rilevanti di nessun tipo”.

Al seggio anche Noemi, tra le polemiche
Tra gli episodi e le curiosità il voto a Portici di Noemi Letizia, la ragazza al centro del caso scoppiato per l’amicizia con il premier. È stata polemica sulle procedure: e per la scorta dei vigili e per le porte chiuse per il tempo del voto. Occhiali scuri, capelli sciolti, abito nero elegante, Noemi è arrivata al seggio 62 di Portici a bordo di una Mercedes. I flash sono stati tutti per lei. Che non ha rilasciato nessuna dichiarazione alla stampa.
In provincia di Latina, invece, un’elettrice ha sbagliato a votare, ha chiesto di poter ripetere il voto e di fronte al no del presidente lo ha aggredito. A Potenza e a Tarsia (Cosenza) due elettori sono stati sorpresi a fotografare la scheda col cellulare: il rumore del telefonino li ha traditi e sono stati denunciati.
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Per Silvio Berlusconi il voto del 6 e 7 giugno (sabato e domenica: qui quando, come e per cosa si vota) da una parte “non cambierà nulla perché noi governeremo altri 4 anni”, dall’altra bisogna “votare Pdl perché il nostro gruppo all’Europarlamento sarà l’unico in grado di difendere gli interessi italiani in Europa, visto che il Pd con meno di una ventina di deputati conterà zero”.
Invece per Dario Franceschini “il voto alle europee al Pd sarà fondamentale per avere un’opposizione forte e non consegnare il Paese ad un padrone assoluto” e determinante sarà “la distanza che gli italiani decideranno nelle urne tra Pd e Pdl”.
Campagna elettorale dura
Insomma, lo scontro tra le due formazioni maggiori e i due leader è duro. E d’altra parte è stata dura - come ha rilevato, definendola “incarognita”, anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano - e senza sconti la campagna elettorale. Che si è giocata più sulle vicende personali di Berlusconi e della ragazza di Casoria, che analizzando i programmi. Anzi, di programmi per il Parlamento di Strasburgo gli elettori italiani non ne hanno visti proprio.
Partiti in corsa
Ma ecco le formazioni maggiori che troveremo sulla scheda sabato dalle ore 15 alle 22 di sabato e dalle ore 7 alle 22 di domenica. Nel fine settimana su tutto il territorio italiano si voterà per le elezioni europee e per il primo turno di elezioni amministrative (per 62 province, per 4281 sindaci e consigli comunali, di cui 30 capoluoghi di provincia). Secondo i dati forniti dal Viminale le elezioni dei 72 membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia interesseranno un corpo elettorale al momento quantificabile in 50.664.596 unità, di cui 24.432.720 elettori e 26.231.876 elettrici. Le sezioni elettorali complessive saranno 61.225. Le elezioni in sessantadue province interesseranno 29.940.151 elettori, 14.442.636 maschi e 15.497.515 femmine; 36.451, le sezioni. Le elezioni in 4.281 comuni interesseranno 18.419.204 elettori, 8.918.298 maschi e 9.500.906 femmine; 22.965, le sezioni. Considerando una volta sola gli enti interessati contemporaneamente a più tipi di consultazioni, il numero complessivo di elettori sarà di 34.673.113, di cui 16.741.282 maschi e 17.931.831 femmine, e di sezioni sarà di 42.257.
Popolo della Libertà: la neonata (dalla fusione di Forza Italia e Alleanza Nazionale ) formazione politica è guidata indiscutibilmente da Silvio Berlusconi. Alle precedenti elezioni si è attestata al 37,4. Stando agli ultimi sondaggi – di prima che scattasse la violazione a diffonderli – il Cavaliere ha detto che potrebbe approdare sopra quota 40%. Sarebbe un successo netto per il partito e per il governo del Cavaliere.

Partito Democratico: dopo le dimissioni di Walter Veltroni nel febbraio scorso il nuovo segretario, Dario Franceschini, si propone di limitare i danni (rispetto al 33,2% del 2008) e provare a guidare l’opposizione, guardando soprattutto a non perdere voti sul versante sinistro. Il Pd rischia infatti di venire rosicchiato dall’Idv di Di Pietro e dalle due liste di sinistra.

Lega Nord: arriva al voto sulla scorta dei successi elettorali del 2008 e dell’approvazione del federalismo fiscale. Il Carroccio di Umberto Bossi sembra essere il partito con più vento in poppa. Nelle mire proveranno a superare il Pdl al Nord.

Italia dei Valori: se la Lega gongola anche Tonino se la ride. In questo anno ha vellicato gli elettori anti-berlusconiani e nelle varie consultazioni ha strappato molti voti agli ex alleati del Pd. Conscio che avrà un buon successo e una discreta messe di voti Di Pietro è pronto a mettere in discussione il nome sul suo simbolo e la sua leadership. Per vederla probabilmente confermata più forte di prima.
Udc: lo slogan di campagna elettorale che campeggia sui muri è fin troppo chiaro. “Tra sinistra e destra – dicono i 6×3 appesi per strada di Pier Ferdinando Casini – scegli l’Italia e vota Udc”. Il centrista che Dagospia chiama Pierfurby insiste ancora sulla terza via.

Lista Bonino-Pannella: il partito del “vecchio” Marco Pannella arriva affamato e assetato alle urne. Emma Bonino e lo storico leader radicale accusano il “regime partitocratico” di farli fuori e per questo nelle ultime settimane hanno inscenato numerose proteste (loro le chiamano lotte non violente) e scioperi della fame e della sete per avere maggiore visibilità sui media. Obiettivo 4%.

Lista Comunista: la lista in verità si chiama Lista comunista e anticapitalista. Che solo per scriverla uno rischia di non capire per chi vota. In realtà comprende il Pdci di Oliviero Diliberto, Rifondazione Comunista (manco tutta perché una parte si è scissa) di Paolo Ferrero, Socialismo 2000 di Cesare Salvi e i Consumatori Uniti di Bruno De Vita. Lottano per superare il 4%. E secondo le previsioni dovrebbero andare meglio dei ‘cugini’ di Sinistra e Libertà.

Sinistra e Libertà: nati dalla scissione con Rifondazione Comunista portata avanti da Nichi Vendola e appoggiata da Fausto Bertinotti. Hanno imbarcato anche i Verdi di Grazia Francescato, il Partito Socialista di Riccardo Nencini e Sinistra Democratica di Fabio Mussi e Claudio Fava.

L’Autonomia: è la lista più composita di questa tornata elettorale. Comprende il Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo, La Destra di Francesco Storace, i Pensionati di Carlo Fatuzzo (europarlamentare uscente) e l’Alleanza di Centro di Francesco Pionati. Tutti centristi meno Storace che guardano all’Europa delle regioni e delle autonomie. Sommando quanto preso da queste sigle nelle passate consultazioni politiche dovrebbero superare lo sbarramento del 4%, ma in politica 2 più 2 non fa sempre 4…
Queste dunque le formazioni “maggiori”. Ma i simboli che si contenderanno il voto europeo sono tantissimi: ben 79. Dalle liste Civiche di Beppe Grillo ai Liberaldemocratici dell’ex sottosegretario alla Giustizia del governo Prodi, Daniela Melchiorre, dall’Alleanza alpina del Galletto alla lista Recupero Maltolto, passando per il movimento delle Pari Opportunità Maschili e il Movimento Autonomo degli Autotrasportatori.
Quanto alle liste locali per le amministrative c’è solo da aprire la fantasia e andare a vedere.
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L’hanno fatta traslocare dal Senato alla Camera, per il timore (inconfessato) che a Palazzo Madama potesse (in caso di vittoria veltroniana) far “danni” al governo e alla maggioranza, come successe nel dicembre scorso sulle norme antiomofobia: un suo voto contrario e Prodi andò sotto.
Ma i guai al Pd di Walter Veltroni, Paola Binetti è riuscita a crearli. E prima ancora delle elezioni. Tema? Un classico. I Dico (o Pacs o Cus) e i gay: “Il mio punto di vista è semplice. Prima di tutto, a mio giudizio, esiste una dimensione che io considero più legata alla sviluppo ordinario di una persona, che è quella dell’amore e della sessualità che è più squisitamente eterosessuale. Perché la complementarità biologica, la complementarità con cui ognuno di noi raggiunge la pienezza della sua maturità ha questa come strada maestra. Questa è la naturalezza, se si vuole considerarla anche statisticamente parlando”. Così ha parlato la senatrice rutelliana, ai microfoni di Ecotv. Lei ha poi cercato di smorzare i toni delle sue dichiarazioni: “Difendo le mie idee”, precisa ma, “le mie parole sono state strumentalizzate. Ho immediatamente diffidato gli autori della trasmissione dal mandarla in onda. Vedo addirittura le anticipazioni di quell’intervista da me non autorizzata e faziosamente presentate senza rivelare né la data né il contesto in cui essa si è svolta”.
Tardi: le sue affermazioni anti coppie gay sono state per tutto il giorno al centro di un’accesa polemica. Nel Partito Democratico ci pensa Paola Concia, paladina dei diritti omosessuali in Parlamento ad invitare la collega ad attenersi al programma: “Chi si è candidato per il Partito Democratico” sottolinea “ha condiviso il programma che su questo punto è chiaro: ci dovrà essere una legge sulle unioni civili”. Stesso richiamo arriva da Barbara Pollastrini, ministro per le Pari Opportunità e promotrice, insieme con Rosy Bindi, di un disegno di legge sulle coppie di fatto mai arrivato in Aula e oggetto di divisioni all’interno dell’Unione.
Insomma, un coro di proteste. Ancor più forti rispetto alle dichiarazioni del Gen. Mauro Delvecchio sugli omosessuali inadatti alla divisa. Anche perché, Paola la pasionaria del cilicio, non è la prima volta che assume toni controcorrente sui gay. Come quella volta che disse, “da dottoressa”, che l’omosessualità “è una devianza”.
Esponente di punta dei teodem - corrente del Partito Democratico di stampo democristiano e cristiano-sociale (ne fanno parte Luigi Bobba, Emanuela Baio Dossi, Enzo Carra e Marco Calgaro) - inflessibile sulle posizioni dottrinali propugnate dalla Chiesa e molto vicina all’Opus Dei, Paola Binetti le idee chiare le ha sempre avute, sui temi etici. Anche sulla presenza dei radicali nelle liste del suo stesso partito: non pose l’aut aut (o io o loro) ma ammise di “pregare” perché l’accordo tra Veltroni e Bonino&Co non si facesse.
Una donna di ferro, ma dall’animo gentile e dotata di grande umanità, dice chi l’ha conosciuta da vicino. E capace di resistere alle bordate e di esprimere con convinzione le sue opinioni. Anche quando sa di toccare questioni che a sinsitra solleticano nervi scoperti. Perché infatti i colpi le sono spesso venuti più dagli (ex) alleati che dagli oppositori. Da Franco Grillini (candidato sindaco a Roma, per i socialisti), per esempio: “Nel Pd il re è nudo: mai leggi sulle unioni civili. La senatrice del cilicio Paola Binetti ha detto finalmente la verità sulle politiche del Pd sui diritti delle coppie di fatto e i diritti delle famiglie omosessuali”. Stessi toni da Titti de Simone e Vladimir Luxuria, esponenti di Rifondazione in prima linea per il riconoscimento dei diritti per gli omosessuali: “Le affermazioni della rappresentante nel Pd dell’Opus Dei gettano un’ombra inquietante sul futuro del Paese”.
Ma lei va avanti imperterrita, fino alla prossima esternazione, da candidata per un seggio alla Camera in Lombardia. Senza mai uscire (o farsi cacciare), come vorrebbero alcuni, dal Pd.
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Enrico Boselli, leader del Partito Socialista e candidato premier, non sembra mostrare paura rispetto alla gara in solitaria che sta correndo. Anche se si lamenta per il trattamento mediatico che ritiene non sia adeguato.
Boselli, la ascoltiamo. Però ammetterà che non si gioca proprio il primo posto.
I sondaggi li prendo con le pinze. Perché due anni fa sballarono completamente. Veltroni parla di rimonta travolgente, ma ha 8 punti di distacco. Se lui parla di vittoria, anche io posso parlare di travolgente risultato che ci aspetta.
Diciamo che in termini calcistici lei si gioca il posto Uefa con la Santanchè. Ha dati diversi?
Credo che ci sia un uso politico dei sondaggi. Quello che so per certo è che c’è una gran parte di elettori che ancora non ha scelto e che noi possiamo arrivare tranquillamente al 5-6%.
I sondaggi dicono che state intorno al 2%.
Non lo considero uno scenario realistico.
Suvvia Boselli, il 5-6% è tanto.
Allora mettiamola così: è più facile che io prenda il 5% piuttosto che Veltroni vada a palazzo Chigi.
In molti si aspettavano che sarebbe andato al loft per pregare Veltroni di avere 5-6 deputati. Sarebbe stato più comodo, no?
I retroscena che disegnavano questa mia salita in ginocchio erano tutti suggeriti da Goffredo Bettini. Io vado da solo perché, come ha detto Emma Bonino, non sono un accattone.
Veltroni le aveva fatto una proposta?
La stessa umiliante proposta che ha fatto ai Radicali. Ma noi abbiamo una storia e una forza politica che non vogliamo far scomparire.
Pensa che Veltroni pagherà un prezzo con il Partito Socialista Europeo per non aver fatto l’alleanza con voi?
Veltroni non fa parte del Pse.
Però Massimo D’Alema è vicepresidente dell’Internazionale Socialista.
E la sua unica attività di vicepresidente la svolge non facendo l’accordo con i socialisti italiani.
Ha proprio il dente avvelenato con Pd…
Se per questo ne ho ancora.
Dica.
Uno che preferisce l’Idv di Antonio Di Pietro ai socialisti vuol dire che ha scelto un suo marchio di denominazione controllata.
Alcuni sostengono che voi abbiate scelto di andare da soli perché è politicamente sconveniente, ma economicamente redditizio: stando sopra l’1% incasserete diversi milioni di euro di rimborso elettorale.
Questa campagna ci costerà circa 4-5 milioni di euro. 2,4 ci arrivano direttamente dai 74mila iscritti che hanno pagato 30 euro ciascuno. Se avessimo accettato lo scioglimento che ci proponeva Veltroni, avremmo evitato queste spese.
Tre punti del programma del Partito Socialista diversi dagli altri?
Scuola pubblica. Vogliamo realizzare l’agenda di Lisbona e arrivare al 3% del Pil nella scuola e nell’università. Non è un no alla scuola privata, ma che se la paghi chi la frequenta. Le tasse, invece, devono finanziare la scuola dello Stato.
Poi?
Laicità e diritti. Noi la pensiamo come Zapatero. Vogliamo introdurre il divorzio breve, difendere la 194, approvare la legge sulle unioni civili e, soprattutto, rendere chiara la distinzione tra chiesa e Stato.
Terzo?
Applicare il libro bianco di Marco Biagi sul lavoro flessibile. Noi pensiamo che si possa fare un lavoro flessibile senza dover essere precari. Vogliamo difendere i 3,5 milioni di giovani che oggi sono precari.
La laicità sembra uno dei temi su cui spingete di più.
E non da oggi. Vogliamo vivere in un Paese dove i diritti aumentano.
E Veltroni non li aumenterebbe?
Da sindaco di Roma ha impedito il registro delle unioni civili. I suoi colleghi di Berlino, Parigi e Londra si vergognerebbero di lui.
A proposito di Roma: Sinistra Arcobaleno e Pd sono divisi alle politiche, ma uniti alle amministrative, mentre voi a Roma in polemica con Rutelli avete candidato Franco Grillini.
Rutelli farà peggio di Veltroni. Sulla laicità Rutelli ha un curriculum che somiglia piuttosto ad un libro nero. Con Grillini candidato ci sarà una campagna elettorale vera.
Boselli, scommetto che ne ha pure per il Papa che non ha detto nulla sul Tibet…
Stavolta la deludo: anche perché non è mai troppo tardi.

“Oggi non parlo”, “Stasera me ne vado”. Oppure: “Sono pensionato e sono incazzato”. Una campagna pubblicitaria cruda, dai toni aspri, quasi sempre controcorrente. Proteste sul palco e proteste televisive, che lasciano spiazzati conduttori tv e giornalisti (l’ultimo, nell’ordine Bruno Vespa, dal quale il segretario socialista si è accomiatato in diretta giovedì 6 marzo).
E allora c’è chi si domanda: “Ma è questo il Psi di Enrico Boselli?” E poi: come mai l’uomo mite, dal tono sempre pacato ed educato, sta subendo una trasformazione simile a quella di Gianni Morandi, ridisegnato da Fiorello a VivaRadio2 come “cattivo”? Come è successo che Boselli sia diventato un politico dal linguaggio spregiudicato, simile più ad un agit-prop di lunga fede comunista che a un nipotino di Filippo Turati?
Ma no, nessun cambiamento di carattere. Nessuno strascico della (brevissima) esperienza insieme a Marco Pannella e alle battaglie radicali, durante la fondazione della Rosa nel pugno (2,6 alla Camera e 2,5 in Senato, alla scorse elezioni), ormai del resto del tutto appassita.
Semplicemente: il Psi ha fatto di necessità virtù. E dopo aver ricevuto la porta in faccia dal Partito democratico, si è visto costretto a cambiare strategia e, con lui, Boselli. Così del giovane e timidissimo bolognese, ritrovatosi a 33 anni a guidare la regione più rossa d’Italia (l’Emilia Romagna) non è rimasto così più nulla.
Anche perché il diktat di strateghi e guru della comunicazione è stato chiaro: profilo libertario e agguerrito contro i due maggiori candidati. Non è un caso che il debutto socialista del 2 marzo, avvenuto nella celeberrima Sala Sivori di Genova dove più di un secolo fa si fondò il partito dei lavoratori, ha segnato il punto di non ritorno. Boselli ha messo subito le mani avanti: “Oggi non parlo, non apro la campagna elettorale dei socialisti. Oggi è una giornata di lutto per Genova e per gli operai italiani. Per questo dedichiamo idealmente il nostro inizio a tutti gli operai morti nel porto e agli oltre cinquemila morti sul lavoro degli ultimi quattro anni”.
Da lì in avanti è stata tutta una strategia d’attacco. È partito con Veltroni: “Raccontare agli italiani che non è mai stata comunista è una bugia e anche un errore. Il nuovo non passa cancellando la storia di ciascuno di noi. Quella è la fiction televisiva, non il nuovo”. Ha continuato con Giuliano Ferrara e la sua lista “Pro life”: “Dobbiamo spiegare agli italiani che la legge 194 non ha introdotto l’ aborto in Italia ma ha combattuto e sconfitto l’ aborto clandestino”. Per concludere con gli ex-alleati radicali: “Anche io mi domando chi vincerà tra Binetti e Bonino. Per ora vince la prima e in tutta Europa ci sono diritti civili che in Italia non sono garantiti”.
Da ultimo, ha pensato anche di candidare Clemente Mastella tra le fila dei socialisti, dopo l’archiviazione della sua indagine nell’inchiesta Why Not : “gli offro di essere capolista completamente indipendente del Senato in Campania. Comprendo il suo stato d’animo, ma mi auguro che Clemente abbia la forza di combattere anche questa battaglia”.
Un crescendo degno del miglior Rossini, che ha comunque trovato il punto coreograficamente più alto nella puntata di giovedì sera di Porta a Porta.

Boselli ha lasciato di stucco tutti, Bruno Vespa compreso, abbandonando la trasmissione a telecamere accese. E, una volta detto che “questa è una campagna che si svolge con regole truccate”, ha espresso “ai telespettatori la mia protesta”, disertando quella che molti considerano “la terza Camera della politica”.
Quanto a varcare la soglia delle prime due (Montecitorio e Palazzo Madama), si vedrà. Certo è che, secondo i più autorevoli spin doctor, le uniche speranze per riuscirci, per Boselli e i socialisti, sono ormai affidate a questo tipo di intemerate.
Il VIDEO di YouTube con Boselli che lascia lo studio di Porta a Porta:

“Poche donne, troppi catapultati”. Ieri sera, il Pd di Veltroni ha chiuso le liste elettorali, rivendicando tempestività nelle scelte ad una settimana dal termine imposto per legge. Ma non fa in tempo, l’ex sindaco, a vantarsi di aver “presentato per primi le liste con una settimana di anticipo” ed ecco che salta su Emma Bonino che, dalle onde di Radio Radicale, si scaglia contro il candidato premier: “Ieri sera era stata data scritta a mano la lista dei candidati radicali ed emerge chiaramente che la proposta da loro fatta dei nove eletti non è mantenuta”. Quindi la minaccia: “Non intendo candidarmi capolista in Piemonte perché non sono un soprammobile, da loro sbrecciato, che si può prendere e spostare dove vogliono”.
Pur cercando di tranquillizzare la pattuglia Radicale (”I nove eletti ci sono” replica dagli studi di Porta a Porta), Walter sa che i problemi per le liste potrebbero iniziare proprio ora. Perché dalla Sicilia al Piemonte, è tutto un pianto greco di dirigenti ed esponenti della cosiddetta “società civile” che aspiravano ad uno scranno e che invece sono rimasti fuori, accusando il partito di scelte poco rappresentative. A cominciare dalla compagine femminile: la quota (35%) di donne elette prevista dallo statuto del Pd dovrebbe essere rispettata, ma in alcune regioni la pattuglia di candidate è parsa comunque troppo esigua. In Piemonte, ad esempio, la senatrice Magda Negri ha puntato l’indice sulla “penalizzazione delle militanti e delle dirigenti. Nella nostra regione” ha proseguito “alla fine sono solo quattro o cinque le donne in posizione di eleggibilità su circa venti possibili parlamentari”. A stretto giro di microfono, è arrivata la risposta del segretario regionale del Pd Gianfranco Morgando che ha ricordato a tutti che “abbiamo dovuto scontare l’inserimento in Piemonte di molte candidature nazionali, otto”.
Ed è proprio questa l’accusa che molti colonnelli del partito fanno: troppo spazio a scelte decise da Roma e non condivise dal territorio. In Emilia Romagna ci sarà spazio ad esempio per una dei sei “prodiani” doc, il capo ufficio stampa del premier uscente Sandra Zampa e per Anna Finocchiaro capolista al Senato (e candidata anche in Sicilia, sia per il Senato che per la Presidenza della Regione).
Nell’isola, si presenterà anche il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Ricky Levi, seguito - chissà perché - da Marco Causi che con i siciliani non ha molto a che fare: è stato infatti assessore al Bilancio al Comune di Roma nella giunta guidata da Veltroni. Capolista per il Senato qui sarà il chirurgo Ignazio Marino, seguito da Enzo Bianco, a cui il coordinamento del Pd ha concesso una deroga. Candidato nell’isola anche Nuccio Cusumano, il senatore dell’Udeur che si dissociò da Mastella e votò la fiducia a Prodi, subendo gli improperi e l’aggressione del compagno di partito Tommaso Barbato.
Confermati in lista poi tutti e cinque “teodem”, anche se con qualche modifica di non poco conto. Scorrendo le liste dei candidati lombardi al Senato si scopre infatti che Paola Binetti non c’è. I dirigenti nazionali hanno deciso di candidarla alla Camera, forse per depotenziare il suo ruolo in un’eventuale situazione di pareggio a Palazzo Madama, forse per evitare di inserirla fianco a fianco con l’oncologo Umberto Veronesi, capolista nella Regione.
Dopo l’accordo con il Pd, nelle liste trovano spazio anche i Radicali, che però hanno già annunciato di non essere affatto soddisfatti: “ieri sera - ha detto Emma Bonino, candidata in Piemonte al Senato - era stata data, scritta a mano, la lista dei candidati radicali ed emerge chiaramente che la proposta da loro fatta dei nove eletti non è mantenuta”. Il segretario nazionale Rita Bernardini dovrebbe comunque essere quarta (in posizione sicura) nel collegio della Sicilia orientale per la Camera dei deputati. Ha creato invece un mezzo terremoto la scelta di candidare in Puglia per il Senato la radicale Donatella Poretti e il leader storico di Gay left Paola Concia: il segretario regionale Michele Emiliano ha dichiarato di non aver firmato le liste anche per “la presenza di una candidata radicale “.
Stesso clima a Caserta, dove il coordinatore provinciale Sandro De Franciscis si è dimesso denunciando che “nelle liste campane sono presenti due rappresentanti della provincia di Benevento, un numeroso gruppo di Salerno e nessuno di Caserta. È una vergogna, evidentemente il Pd non ha bisogno dei voti casertani. Io voterò democratico, ma non posso garantire per i miei conterranei”.
Restano fuori poi diversi big. Tra questi, c’è il costituzionalista Stefano Ceccanti, uno degli studiosi più vicini a Veltroni, nonchè “ghost-writer” dei tentativi di riforma elettorale. Escluso anche l’ex presidente della Commisione nazionale Antimafia, Giuseppe Lumia: ha incassato la solidarietà del presidente di Confidustria Sicilia, Ivan Lo Bello (”se non è candidato, si indebolirà l’azione di contrasto a Cosa Nostra nel territorio”), ma non quella del Pd, che non gli ha concesso la deroga per continuare a restare in Parlamento.
Diversa la scelta dell’ex ministro delle Comunicazioni Salvatore Cardinale: piuttosto che invocare la richiesta, il coordinamento nazionale ha pensato bene di candidare la figlia ventiseienne Daniela, studentessa di Scienze della Comunicazione. Evidentemente, passa anche per queste decisioni il rinnovamento generazionale voluto da Veltroni.
Il VIDEO servizio: