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Loro sono piccoli ma… non si vergognano.
“Vergognarsi? E di che? Per aver mostrato come stanno le cose nella scuola italiana?”
Reagisce tra il divertito e il piccato, Federico Bolondi, trentaquatrenne milanese (già fondatore di Gsmbox), a capo di Metello.com (”nome derivato dalla crasi di due termini inglesi Meet e Hello” dice Bolondi), la prima video community italiana, nata nel dicembre 2006, con l’obiettivo di diventare lo YouTube de noantri, cioè uno spazio di video sharing dove ognuno può (gratuitamente) inserire, guardare, commentare e scambiare clip d’ogni genere. Anche quelli provenienti dalla scuola, da qualche tempo nell’occhio del ciclone delle polemiche e per i contenuti (sempre più spinti) e per il contesto.
“Sono polemiche pretestuose e superficiali. Uno perché noi siamo una piccola società (Metello è un prodotto di Nexdea Srl, ndr) che non alcuna responsabilità (giuridica e morale) rispetto ai contenuti che vengono immessi in rete, tramite il nostro spazio web; due perché il nostro obiettivo non è quello di denunciare in che condizioni versa la scuola italiana, ma offrire una cassa di risonanza a chi voglia fare questa denuncia. Più o meno lo stesso principio di YouTube, ma in piccolo, circoscritto all’Italia: viviamo solo di pubblicità”.
Sono in molti a sostenere che la colpa del proliferare del cyberbullismo è da attribuire a siti come questi. Non ultimo il ministro dell’Istruzione inglese Alan Johnson. Motivo: con Internet a immortalare le proprie gesta, il bullo si sente più forte anche fuori dalle aule scolastiche…
Io direi che se vanno attribuite delle colpe, queste sono della tv. Che prende un video e lo spara a milioni di utenti passivi. Magari nei Tg dell’ora di cena come è successo proprio con un video postato su Metello, (ripreso da Scuolazoo.com e rivenduto da Studio Aperto come esclusivo, ndr) in cui una studentessa, presumibilmente minorenne, mostra il seno e invita i compagni a palpeggiarla. Su Metello invece i video sono nascosti: bisogna andarseli a cercare. E poi sono soggetti al parere e al giudizio di chi guarda. E quando sono “offensivi”, non esitiamo a toglierli.
È successo?
Sì: un professore (che veniva ripreso mentre maltrattava un alunno) ci ha scritto chiedendo di togliere il clip per rispetto alla sua privacy. E noi l’abbiamo fatto. Certo, sul nostro sito continuano a rimanere video dai contenuti forti, ma questo immettono i ragazzi: se non si vergognano loro, perché dovremmo farlo noi.
I ragazzi, dunque: con un videofonino in mano sono più audaci e disinibiti: quanti utenti vengono su Metello? E non rischiate di aumentarne l’eccitabilità e la voglia di protagonismo?
No: siamo appena nati: abbiamo toccato i 50mila utenti da poco. E poi il desiderio degli adolescenti di oggi è di finire in tv, magari protagonisti di un video “spinto” girato in classe, ripreso da noi e rilanciato dai tg. È lì che si creano miti e mostri. Non è stoppando Metello che si arginano certi atteggiamenti (per la precisione, va detto che certe scene riprese e pubblicate ritraggono ragazzi che “giocano” durante il cambio dell’ora o nei corridoi). E sono, più o meno, gli stessi atteggiamenti di qualche anno fa: la scuola e la società non sono cambiate, né in bene né in male negli ultimi 20 anni. Chi non ha mai fatto goliardate e scherzi a compagni e professori?! Ricordo amici dell’Università di Pavia che scaricarono un carro di letame davanti al rettorato… Se qualcuno li avesse ripresi e poi messi in rete, sarebbero diventati degli eroi.
La differenza la fa la tecnologia?
Esatto. E meno male che c’è: merito ai videofonini che mostrano come gira il mondo dei ragazzi. Altrimenti quando mai avremmo scoperto cosa succede nelle scuole d’Italia. In tv arrivano solo le polemiche, si fanno parlare gli esperti, si dà voce ai vari politici: non c’è un programma che abbia come protagonisti gli studenti.
Ma in molti (compreso il ministro dell’Istruzione Fioroni) dicono che la scuola vista dai videofonini non è quella vera. Che bullismo e immagini hard sono una parte marginale dell’istituzione…
Può essere, ma da quello che vediamo da qui, dal nostro spazio di osservazione, una cosa va detta: che non c’è più autorità da parte dei professori e non c’è mai stata autorevolezza dei parte dei genitori.
Un buon punto d’osservazione il vostro…
Già e spero che cresca. Il sogno è di creare presto una tv line con contenuti diversi, più audaci rispetto alla produzione tradizionale. Vogliamo diventare il palcoscenico di tutti i produttori indipendenti e nuovi.
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Mario ha 17 anni e i compagni di classe non vogliono parlare con lui perché è “frocio”. Lucia, 14 anni, è tormentata in classe perché lesbica. Massimiliano, 16 anni, picchiato dai compagni, al pronto soccorso, “per vergogna”, ha detto di essere stato aggredito “da ignoti”.
Quanti adolescenti gay e lesbiche, in Italia, fanno la vita di M.P., lo studente di Torino tormentato in classe fino al suicidio? La persecuzione scolastica degli omosessuali, secondo le associazioni glbt, è ormai “un’emergenza”. Bulli in ballo, ricerca a cura dell’associazione Caleido di Ancona, indica che il 41 per cento dei 2.600 intervistati aveva assistito a “offese verbali, aggressione e discriminazione di persone omosessuali”.
Autori: i compagni di classe nel 97 per cento dei casi. Conferma Fabrizio Marrazzo, coordinatore di Gay help line: “Un terzo delle chiamate al nostro numero verde, 800713713, arriva da studenti al di sotto dei 18 anni”, spesso sull’orlo del suicidio. Il 32 per cento degli adolescenti glbt, secondo la ricerca Modi Di (Arcigay e Istituto superiore di sanità), negli ultimi 12 mesi ha pensato di ammazzarsi.
“Praticamente il doppio degli adolescenti etero” calcola Fabio Saccà, presidente di Arcigay giovani. Un’emergenza che ha provocato interrogazioni parlamentari, una mobilitazione studentesca per il 17 maggio e la richiesta al ministro dell’Istruzione, Giuseppe Fioroni, di non partecipare al Family day per “non alimentare il clima di caccia al diverso”.
Per gli adolescenti in difficoltà un aiuto prezioso arriva dal web:
www.gay.it - www.gaynews.it - www.agedo.org.
Per i giovani:
www.omofobia.it -
www.unionedeglistudenti.it - www.smontailbullo.it - www.arcigay.it - www.arcilesbica.it - www.tralaltro.it
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“Crudele e implacabile”. Oggetto: il cyberbullismo, cioè la diffusione via Internet di clip girati a scuola che hanno per tema la violenza (per una definizione di bullismo, leggi qui) di uno o più studenti nei confronti del più debole della classe. A sostenerlo il segretario inglese all’Educazione Alan Johnson (il ministro dell’istruzione del governo Blair). Motivazione? Con Internet a immortalare le proprie gesta, il bullo si sente più forte anche fuori dalle aule scolastiche. Senza contare che, continua il ministro inglese: “l’esposizione pubblica che si fa delle umiliazioni che anche gli insegnanti sono costretti a subire ha già indotto alcuni a pensare di abbandonare l’insegnamento” (secondo una rilevazione diffusa nei mesi scorsi, circa il 17% degli insegnanti britannici ha subito episodi di bullismo via email, testi o usi malevoli del web o su chatroom di Internet).
Così, dopo aver dato più poteri agli insegnanti (tra i quali: l’uso moderato della forza o la possibilità di sequestrare i cellulari usati indebitamente), il ministro Johnson si è deciso a chiedere agli operatori dei siti di fare di più per rimuovere video creati dagli alunni, che umiliano o sbeffeggiano personale degli istituti: “Stiamo parlando di grosse aziende. Hanno una responsabilità sociale e l’obbligo morale di agire”. D’altronde “senza la prospettiva della diffusione online” osserva il ministro “simili sinistre iniziative diventano automaticamente molto meno attraenti”.
Un fenomeno in ascesa, quello della diffusione di video scioccanti girati tra i banchi delle aule. E non solo in Italia, quindi. E le vittime possono essere indifferentemente di qua o di là della cattedra. Nessuna citazione precisa, ma è abbastanza chiaro che il riferimento di Alan Johnson va a YouTube, il sito di video su cui, tanti (troppi) filmati di “ordinaria” violenza scolastica sono stati registrati e diffusi, diventando di pubblico dominio e rischiando ogni giorno l’effetto emulazione. O ancora, il sito ratemyteachers.com, che pur non mostrando immagini di violenza, invita i ragazzi a ribaltare completamente i ruoli, giudicando - con tanto di voti - tutti i professori delle scuole del mondo anglosassone (Usa, GB, Eire, Australia…).
Certo, dice il ministro britannico, la Rete non può diventare il capro espiatorio di una realtà dalla complesse ragioni sociologiche: “Internet è comunque uno strumento positivo per l’educazione”. Ma è anche vero che esiste una sorta di rovescio, amaro, della medaglia. La stessa opinione che, in Italia, hanno in molti. A partire dagli psicopedagosisti, fino ad arrivare al ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni, che di fronte proliferare del bullismo e della sua resa per immagine ha, nei giorni scorsi, inviato un “decalogo” con il tentativo di arginare il fenomeno dell’uso improprio dei telefonini a scuola.
Regole che per ora non sembrano aver sortito un grande effetto. Forse perché calate (imposte) dall’alto e quindi considerate dai ragazzi lontane dal proprio mondo? E allora potrebbe far proseliti l’idea dei ragazzi della I° E del Liceo Classico Statale “Pinio Seniore” (di Castellammare di Stabia - NA): postare su YouTube un video diverso, dal titolo significativo e pieno di speranza: “Sconfiggere il bullismo non è un sogno”. Eccolo:
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Per arginare la diffusione del cyberbullismo, è giusto - come dice il ministro dell’Istruzione inglese - censurare i siti dove i video sulle violenze di classe vengono pubblicati, diffusi e scambiati?
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“La scuola italiana non è come la raccontano i media” esordisce il professor Daniele Novara, psicopedagogista e direttore Centro Psicopedagogico per la Pace e la gestione dei conflitti, di Piacenza.
Cosa vuol dire, professore?
Che spesso voi giornalisti dipingete una realtà deformata.
Sempre colpa dei giornalisti…
Secondo me c’è un enorme cortocircuito tra mondo scolastico e mondo dell’informazione. Faccio formazione a dirigenti e docenti delle scuole di tutta Italia. La prima domanda che gli pongo è: “Avete casi di bullismo?”. E la risposta è sempre no. Iperprotettivi come sono gli insegnanti oggi, non credo che mentano o che non se ne accorgano. Poi uno apre il giornale e legge dati dopati: che alle elementari si sono registrati il 40 per cento dei casi di bullismo; alle medie il 28 e il 15 alle superiori. E spesso la croce cade addosso proprio ai professori, ai quali si imputa di non fare niente di fronte ai tanti delinquenti (perché i bulli sono delinquenti, intendiamoci) che frequentano la scuola.
Però internet è piena di video, girati con i telefonini all’interno degli istituti che mostrano atteggiamenti, dicamo così, non proprio edificanti…
Sì, però dobbiamo restringere il campo delle definizioni. Una cosa è parlare di prepotenza, un’altra di bullismo. Che, e non credo che nessuno l’abbia ancora scritto sui giornali, come parola viene dall’inglese bull (persecuzione) e come atteggiamento, così come l’ha codificato 30 anni fa Dan Olweus, psicologo norvegese, si manifesta secondo queste tre categorie: prepotenza reiterata nel tempo; la vittima è l’anello debole della rete dei rapporti; l’azione è mirata a far del male. Detto questo, i casi che si verificano a scuola (amplificati prima dagli stessi studenti tramite i videofonini, poi da chi si diverte a raccoglierli in Internet, infine dai media tradizionali) non sono sempre e solo bullismo. Sono atteggiamenti di prepotenza (nei confronti dei professori e delle cose): e questi, sì, sono in aumento. Ma non solo in Italia: penso alla Francia e al nord Europa dove il disagio giovanile è più acuito che da noi.
Sbaglieremmo a distribuire colpe, ma forse parlare di responsabilità si può…
Esatto: alla carambola della colpa non gioco. Diciamo piuttosto che siamo di fronte a un’emergenza educativa. Dovuta essenzialmente all’incapacità dei quarentenni di oggi di gestire i propri ragazzi (figli o studenti che siano). Gli adulti non hanno più autorità, perché l’hanno combattuta quand’erano giovani.
Professore, sta dicendo che è tutta colpa del ‘68?
Da psicopedagogista dico che la figura genitoriale si è appiattita, anzi maternalizzata, ammorbidita. Incapace di dare orientamento e, soprattutto, regole condivise da rispettare. Oggi si deroga su ogni cosa.
Come nei giorni di stop al traffico quando per strada le auto girano comunque?
Già, meno regole, più eccezioni: e il rischio è che i ragazzi cadano in una sorta di “orfanità”: crescono soli, senza bussola, con l’idea di poter fare tutto. Perché saranno comunque difesi, in ogni occasione, da mamma e papà. Difesi nei confronti appunto dei professori. Invece scuola e famiglia dovrebbero parlare, dialogare. È un dato che gli adolescenti siano coalizzati contro gli adulti, ma se gli adulti si fanno la guerra tra loro, ovvio che vincano i ragazzi. La scuola poi dovrebbe smetterla di essere una baby sitter part time. L’educazione è un percorso progettuale a lungo termine, e a tempo pieno, che non si risolve in qualche ora di lezione frontale.
Cosa vuol dire che i ragazzi vogliono tutto?
Basta questo esempio: secondo i dati del mio istituto almeno il 40/50 per cento dei bambini di sei anni “frequenta” il lettone dei genitori. E a sette non sono ancora capaci di vestirsi da soli. E poi ci stupiamo se a 13, 14 anni girano scene hard col telefonino… Se nessuno gli proibirà di avere promiscuità, anche sessuale, con i genitori; se nessuno dirà loro che certe cose non si possono fare o avere, poi sarà impossibile che in loro la coscienza si levi a impedire che cerchino di ottenere ciò che vogliono: diventeranno onnipotenti e narcisi. Il desiderio e la libido saranno l’unica loro guida: che sia la mamma o la compagna di classe, non fa differenza, purché siano soddisfatti.
Perché I bulli non sanno litigare (è il titolo del suo ultimo libro, edito da Carocci)?
Perché non sono stati educati al conflitto. E anche qui, quanta disinformazione: la parola, oggigiorno, è un calderone che contiene di tutto: dagli screzi, alle arrabbiature, ai litigi, alla violenza. Invece, violenza e conflitto differiscono. Nella violenza si tenta di eliminare il problema eliminando la persona che lo porta e lo rappresenta. E il danno è irreversibile. Nel conflitto, al contrario, si discute, ci si disturba - anche in maniera forte - ma in maniera reciproca e senza eliminare la persona, con la quale di fondo resta una sorta di relazione. Educare al conflitto significa far capire che il danno non sta nella persona che mi ha insultato ma nell’insulto stesso e, andando a fondo a quello, cercare di uscirne, rafforzando la relazione. Il conflitto, tra l’altro, fa parte della nostra quotidianità, non è deleterio. Cosa diceva la vicina di Erba, una volta compiuta la strage: “Che calma c’è adesso, senza di loro”. Ecco il suo atto ha eliminato le persone che la disturbavano, non il motivo del disturbo…
Litigare fa bene?
Fa crescere. Come dire certi no
Leggi anche: I VIDEO che fanno discutere. Il NUMERO VERDE di Fioroni. I COMMENTI dei ragazzi. Il nostro FORUM
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- “Basta: fuori i bulli dalle scuole unitamente ai rispettivi genitori. Uniamoci e scendiamo a Roma, dal ministro, a fare sentire le nostre voci. Proviamoci”.
- “Spendiamo tanto tempo a parlare parlare parlare senza mai arrivare a una conclusione”.
- “Se questa è la scuola allora è meglio rimanersene a casa”
- “Volete uscire da sto schifo? Fate un po di sacrifici e frequentate scuole private, serie naturalmente…”
Sono indignati, scioccati ed esasperati. Sono i ragazzi che si sfogano su uno dei più frequentati siti per studenti. La loro voce non si alza direttamente per l’ultimo e tragico di un’infinita serie di casi di bullismo (termine quanto mai generico e vago): il suicidio del sedicenne di Torino a cui i compagni “imputavano” di essere gay.
Di fatto, nonostante il minsitro dell’istruzione Fioroni dica che “davanti a otto milioni di studenti e un milione di docenti che ogni giorno frequentano le lezioni con successo, gli episodi di violenza e intolleranza (contro i quali è stato istituito un numero verde, attivissimo, ndr) sono isolati”, l’impressione è che questi casi isolati siano sempre più numerosi. Mantenendo fede alla loro dichiarazione d’intenti, i curatori di Scuolazoo, postano a getto continuo sul loro blog video provenienti da tutta Italia e che vedono protagonisti studenti e insegnanti. E spesso il copione “recitato” nei clip non è dei più edificanti.
C’è la “povera” insegnante a cui uno “studente-presentatore”, in un crescendo di stupidità e volgarità, chiede se ha un fidanzato, se ha già fatto sesso con lui, se è parente di Cicciolina, se le piacciono certe pratiche sessuali, quanto guadagna e se non guadagnerebbe di più facendo la puttana. C’è il professore che alza le mani, si arrende e abbandona: a lui una studentessa blocca persino la maniglia per uscire dalla classe. “Non avete più limiti, allora io me ne vado” risponde sconsolato il docente “io domani non vengo!”. E ancora, ecco un altro video in cui si vede un ragazzo entrare in classe con lo scooter e sgommare tra i banchi; un altro in cui “in un liceo di Milano già alla seconda ora… si beve per dimenticare!”.
Di fronte a situazioni di questo tipo, a così tante testimonianze e prove di violenza idiota, i ragazzi si chiedono da che parte stare, e “se non abbia fatto bene l’Inghilterra a dare ai professori dei poteri speciali che consentono di far fronte a bullismo e cyber-bullismo dando loro la facoltà, ad esempio, di usare la forza, sequestrare cellulari ed I-pod”.
Perché loro, i protagonisti di questa scuola allo sbando, un’idea per tornare alla normalità ce l’hanno: chiedere più controllo da parte dei genitori. Lo dichiano chiaramente (si fa per dire) alla loro maniera: “qst fenomeno del bullismo e del cyber-bullismo è dettato dal fatto che i genitori (ke tralaltro molti genitori di tnt studenti sn dei T.D.C. cm i loro “angeli”) se ne fregano d qll ke fanno i figli e ke li lasciano fare tt qll ke ne han voglia….e poi qnd fa qlcs, subito a dfenderlo. Inoltre tt accusano la scuola e il suo sistema utilizzandolo cm capro espiatorio del disagio che s’è creato… ma se i genitori nn iniziano a dialogare e a “PUNIRE” i loro “pargoli” qnd serve….. beh, stiamo sicuri che la situazione nn migliorerà d tnt…anzi…peggiorerà ancora d +”
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Si comincia con le vicende personali dei familiari delle vittime e si continua con il difficile iter giudiziario.
Per la realizzazione del film I ragazzi del Salvemini sono state raccolte molte testimonianze. Significative quelle del senatore Walter Vitali, dell’avvocato dell’aeronautica militare Mario Zito e dell’avvocato di parte civile Andrea Fornasari, dell’assessore provinciale alla cultura Simona Lembi (a quel tempo studentessa proprio del Salvemini), ma soprattutto quelle di un vigile del fuoco arrivato subito dopo il momento del disastro. Emozionante lo spezzone in cui si sovrappongono le immagini degli studenti di oggi che escono da scuola tranquilli e il volo impazzito dell’aereo che si schianta sulla Salvemini.
Particolare che impressiona visto che quelle immagini sono vere e furono girate quel giorno da un operatore di Rete7.
Libro e dvd sono acquistabili a 12 euro. I proventi andranno all’Associazione Vittime del Salvemini. Qui sotto il trailer:
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Deborah, Laura, Sara, Laura, Tiziana, Antonella, Alessandra, Dario, Elisabetta, Elena, Carmen e Alessandra erano, come sempre, a scuola quella mattina del 6 dicembre 1990. All’Istituto tecnico Salvemini di Casalecchio di Reno era una giornata come le altre, normale. All’improvviso un rumore fortissimo e subito dopo un tonfo sordo. Un aereo, un Aermacchi MB 326 dell’Aeronautica Militare italiana, si schianta proprio su quella scuola spezzando, con la sua velocità, vite e sogni.
Dodici ragazzi di 15 anni, tutti della II A, persero la vita, mentre 88 persone vennero ricoverate e ad altre 72 fu, ma solo in seguito, riconosciuta l’invalidità permanente. Il velivolo stava effettuando delle esercitazioni militari proprio sopra il centro abitato.
L’iter giudiziario che seguì quei terribili momenti, ha portato all’assoluzione degli imputati perché “il fatto non sussiste”. Sentenza confermata anche dalla Corte di Cassazione il 26 gennaio del 1998. Tanti ancora i dubbi da sciogliere. Come, per esempio, il perché non si decise di far atterrare l’aereo, in realtà troppo vecchio e risalente agli anni ‘50, in mare. Una storia lunga e complicata che, però, ha lasciato un’eredità il dolore. Dolore che si rinnova sempre in occasione dell’anniversario.
Nella cittadina del bolognese si ricorda la morte dei quindici ragazzi con concerti, manifestazioni, ma soprattutto con una sorta di giornata del silenzio. Ma per esorcizzare quello che è quasi un male collettivo è stato realizzato un film. Si chiama I ragazzi del Salvemini. Titolo breve, efficace e diretto che fa correre veloce la memoria di tutti a quel giorno. Non è un caso, poi, che a dirigere questa pellicola sia stato Emilio Guizzetti, un coetaneo delle vittime. Che ha voluto raccontare, con l’esiguità dei mezzi a disposizione, e attraverso l’obiettivo, questa storia che in tanti, troppi, hanno messo nel cassetto della memoria. La realizzazione del film è stata possibile grazie alla collaborazione di Rossella Caterina Lippi, del giornalista Giuliano Bugani e anche grazie al supporto dell’Associazione Culturale Ondanomala. La casa editrice Bacchilega ha in seguito deciso di pubblicare insieme a un libro questo dvd che contiene anche il backstage fotografico curato da Massimiliano. Le musiche, infine, sono state realizzate dal Gruppo Altera (Gianfranco Degli Esposti, Federico Bologna Valentini).
Libro e dvd sono acquistabili a 12 euro. I proventi andranno all’Associazione Vittime del Salvemini. Qui sotto il trailer: