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Raisetgate

Raisetgate: uno scandalo o un polverone?

L'ingresso della sede Rai di Roma in un'immagine di archivio
In tutta sincerità nel cosiddetto Raisetgate (lo scambio di informazioni tra dirigenti e direttori di viale Mazzini e del Biscione) si riesce ad intravvedere un solo episodio di qualche rilievo: il tentativo (fallito) di ritardare la messa in onda della sconfitta del centrodestra alle regionali 2005 per dar modo ai capi della Cdl di inventarsi una spiegazione adeguata. Va aggiunto peraltro che mentre Tg1 e Tg5 studiavano la cosa, sia i dati del Viminale sia i talk show sulle reti pubbliche e private andavano tranquillamente, e giustamente, avanti.

Questa opinione sarebbe ovviamente la stessa se il sito sul quale scriviamo non facesse capo a un’azienda, la Mondadori, che ha come azionista di maggioranza la Fininvest, che controlla Mediaset. E sarebbe la stessa per tre motivi molto semplici.

Primo: è abitudine invalsa da anni tra i direttori dei maggiori quotidiani di consultarsi sulle prime pagine. Non è un buon costume, ma è così. Pare che negli ultimi tempi lo scambio di telefonate e fax si sia ridotto: sarebbe meglio se si interrompesse del tutto. Comunque serve a dare l’idea del terreno nel quale ci muoviamo, con o senza (o contro) lo zampino di Silvio Berlusconi.

Secondo motivo. Che dirigenti di canali televisivi anche concorrenti si scambino notizie su una faccenda quale i funerali del Papa che scandalo desta? Si tratta di eventi controllati non da loro: gli inviati e i direttori dei network stranieri fanno la stessa cosa quando agiscono da “embedded”, quando cioè coprono qualche guerra al seguito di qualche esercito. Sono gli altri a dettare le regole se si vuole andare al fronte con i soldati. Naturalmente questo non impedisce di svolgere indagini indipendenti, come ha fatto Panorama - scusate la citazione - sui comportamenti dei militari italiani in Somalia e sull’uso degli aiuti per il Kosovo.

Punto tre, che poi è il più importante. La Rai è controllata dalla politica, anzi dal governo. La riforma Gasparri che attribuisce al Parlamento il diritto di scelta dei consiglieri si è rivelata un colabrodo nel momento in cui il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, ha tentato di esautorare un consigliere in quota al Tesoro (dunque formalmente indipendente) per mettere al suo posto Fabiano Fabiani, manager di Stato gradito a Romano Prodi e Walter Veltroni. Perfino il Parlamento a maggioranza centrosinistra aveva censurato questo comportamento, non trovando però di meglio che imporre alla Rai di bloccare tutte le nomine. Con ciò confermando quel che voleva smentire: che l’indipendenza della Rai è una pura finzione. Finché il Tar ha bloccato tutto gettando l’azienda nell’ennesima paralisi decisionale.

Così, quando al governo c’è Romano Prodi e la sinistra, tutte le nomine sono prodiane o diessine (anzi, democratiche). Quando c’è stato Berlusconi le nomine sono state berlusconiane. Con la solita “riserva” di RaiTre e Tg3 garantita da sempre alla sinistra.

Per ovviare a questo problema, che esiste da quando esiste la Rai, si può agire in due modi. Con una legge seria sul conflitto d’interessi, che riguarderebbe principalmente Berlusconi, ma a questo punto non solo lui: che dire degli intrecci tra palazzo Chigi, partito democratico ed i maggiori banchieri italiani? Oppure dell’idea di mettere a capo di un nuovo partito alleato del Pd il presidente della Confindustria?
Il secondo modo di intervenire è sulla Rai: staccandola davvero dal padrinato dei partiti. Le proposte, in questi decenni, non sono mancate: privatizzazione, fondazione, eccetera. Peccato che siano rimaste tutte lettera morta.

Una riforma vera della Rai risolverebbe un problema generale e probabilmente farebbe risparmiare un bel po’ di soldi ai contribuenti. Una legge sul conflitto d’interessi risolverebbe un problema particolare, ma di non minore importanza. L’ideale, va da sé, è di agire su entrambi i fronti.

Ma naturalmente le forze politiche se ne guardano bene. Si discute invece, e torna di attualità proprio grazie al Raisetgate, di riforma del sistema radiotelevisivo. Riforma che a seconda delle legislature diventa un abito su misura o per il centrodestra o per il centrosinistra. Le cose serie (indipendenza della Rai, conflitto d’interessi) meglio tenerle nel cassetto come una pistola da tirar fuori quando si avvicina una campagna elettorale. E in questa situazione c’è chi descrive come una Spectre il fatto che due direttori si telefonassero e che qualche dirigente fosse preoccupato delle inquadrature dedicate al Cavaliere.

Ps. dal caso Unipol in poi, non era stato stabilito che le intercettazioni e le soffiate giudiziarie su fatti e personaggi collaterali a qualche inchiesta non andavano pubblicati? Che mai più si sarebbero avute lesioni della privacy? Beh, qui l’indagine riguarda il fallimento di una società di sondaggi, la Hdc di Luigi Crespi. Se c’è un reato a carico della Rai, o di Mediaset, il magistrato indaghi. Altrimenti il tutto sa di polverone.

Il VIDEO servizio:

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
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