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Il fronte della frana a Giampilieri tra le foto aeree scattate il 4 ottobre
Non si salva (quasi) nessuno. Tutta Italia è a rischio frane. Dopo il nubifragio della scorsa settimana che ha colpito il Messinese provocando numerose frane e crolli di abitazioni (qui le IMMAGINI)- per ora sono 24 i morti e 40 i dispersi - si torna a riflettere sul livello di sicurezza dei comuni italiani. E torna alla luce una recente indagine (del 2008) di Legambiente e Protezione civile su tutto il territorio nazionale. Continua

È grave lo stato di salute dell’ambiente in Italia. Nessuna regione si salva e non esistono neanche grandi differenze tra Nord e Sud, tanto è vero che la regione più “virtuosa” è la Basilicata, seguita da Friuli, Val d’Aosta e Trentino, mentre la maglia nera per la qualità ambientale va al Lazio
È questa la fotografia della situazione ambientale delle regioni italiane scattata dal rapporto Osservasalute Ambiente 2008, un’approfondita analisi dello stato di salute dell’ambiente e dei suoi riflessi sulla salute della popolazione italiana realizzata dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, che ha sede presso l’Università Cattolica di Roma.
Il rapporto (stilato da Antonio Azara, dell’istituto di igiene dell’università di Sassari, da Umberto Moscato, dell’istituto di igiene dell’università Cattolica di Roma e da
Walter Ricciardi, coordinatore dell’osservatorio nazionale sulla Salute) assegna un punteggio da 1 a 20 alle singole regioni per diversi indicatori di “salute ambientale”: dalla disponibilità di acqua potabile alla conncentrazione di radon nell’aria, dai rifiuti, dalla qualità dell’aria all’inquinamento acustico.
In questa speciale classifica, la Basilicata è quella che si comporta meglio: ha il dato migliore per l’inquinamento da benzene, e una bassa produzione di rifiuti solidi urbani. Bene anche il Friuli, la regione in cui è cresciuta meno la produzione di rifiuti mentre è aumentata la raccolta differenziata, e la Valle d’Aosta (la regione con la maggiore disponibilità d’acqua potabile: 369 litri/abitante al giorno, contro un valore medio italiano di 254 litri).
Maglia nera al Lazio, per colpa soprattutto di una preoccupante concentrazione di radon nelle abitazioni, pari a 119 Bq al metro cubo contro una media italiana di 70. Che a sua volta, spiega il ricercatore Antonio Azara, tra gli autori dello studio: “è superiore alla media europea e mondiale”.
In fondo alla classifica le regioni del sud: condizioni critiche soprattutto per la gestione e la disponibilità di acqua potabile (un cittadino su tre nel meridione non ha rapido accesso all’acqua). Infatti, se in ambito nazionale l’82,3% della popolazione dispone di acqua in quantità sufficiente, nell’Italia insulare tale percentuale viene quasi dimezzata (42,7%) e nell’Italia meridionale la percentuale di popolazione soddisfatta del fabbisogno idrico sale a un modesto 69,9%, rispetto all’87,6% dell’Italia centrale e al 97% circa dell’Italia Nord occidentale e Nord orientale.
Sul fronte rifiuti da segnalare un aumento della produzione. I rifiuti urbani sono cresciuti di oltre 4 milioni di tonnellate (+15%), passando da 28,3 milioni di tonnellate nel 1999, a 32,5 nel 2006. Si diffonde però l’abitudine alla raccolta differenziata. Dividendo per zone, il tasso di crescita dei rifiuti risulta più marcato nel Centro (+21%) e Nord (+13,6%) rispetto al Sud (+12%). In particolare, nel Settentrione risiede il 45% della popolazione italiana che risulta produrre (nel 2006) il 45% dei rifiuti urbani del territorio nazionale; al Centro, il 19,5% della popolazione produce il 22,6% di rifiuti urbani; al Sud, al 35% della popolazione corrisponde il 32,5% dei rifiuti.
Ecco la MAPPA con le luci e le ombre delle regioni d’Italia.
Visualizza Osservasalute 2008: l’Italia è malata in una mappa di dimensioni maggiori
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di Donatella Marino
Sono distanti 800 chilometri ma accomunate da record negativi. Se a Torino, con una delle reti urbane di trasporto pubblico meno estese, chi abita in periferia fatica a raggiungere il centro, con il risultato che la città ha il minor utilizzo del mezzo pubblico, a Campobasso, dove il parco autobus è antiquato, d’estate si suda nei molti veicoli senza aria condizionata.
Il punto sul sistema del trasporto pubblico locale e sulla gestione della viabilità l’ha fatto la Fondazione Civicum, in un dossier che Panorama ha potuto esaminare in anteprima. L’associazione, fondata senza scopo di lucro cinque anni fa, ha commissionato l’analisi al Politecnico di Milano. Ne è venuta fuori una fotografia variegata. Così è vero che il pensionato, sempre a Campobasso, viaggia praticamente gratis, con il costo del biglietto tra i più bassi, ma ne fa le spese il disabile che raramente trova le passerelle ribassate per salire a bordo. Idem a Cagliari, dove sono pochi i posti dedicati. Andrebbe meglio se vivesse a Trento, unico comune con tutti i veicoli dotati di pianali d’accesso.
L’obiettivo della ricerca era coinvolgere i 20 capoluoghi di regione, però solo la maggioranza ha risposto all’appello e inviato dati, tra cui Ancona, Bologna, Cagliari, Campobasso, Genova, Milano, Palermo, Roma, Torino, Trento e Venezia. “È una cartina di tornasole della difficoltà di far passare la cultura della trasparenza” afferma Federico Sassoli de Bianchi, presidente di Civicum. “Non è la sola: nei bilanci erano indicate le spese comunali, ma non quanto scopo è di fare da pungolo”.
Il secondo passo è stato allargare il tiro a città più piccole ma importanti per peso economico, come Brescia, Novara e Pescara. “Volevamo capire le differenze legate alla dimensione” chiarisce Giovanni Azzone, prorettore al Politecnico e coordinatore della ricerca. “Abbiamo visto che non è un fattore che incide molto. Pesa di più il divario Nord-Sud. In ogni caso il comune perfetto, con tutti i parametri a posto, non esiste”. E quanto a indicatori ne sono stati esaminati molti.
A partire dalle spese. È emerso che i 15 comuni, con 7,9 milioni di abitanti complessivi (13 per cento della popolazione), spendono in media 77 euro pro capite per la gestione del trasporto pubblico locale e 35 per la viabilità . A questi vanno aggiunti gli investimenti, dall’acquisto di nuovi mezzi alla costruzione di infrastrutture o, sull’altro versante, la manutenzione delle strade.
La ricerca li riporta: il record positivo è di Roma (oltre 350 euro a testa per la voce trasporti), la maglia nera di Cagliari. “Ma va sottolineato che queste cifre sugli investimenti consentono un confronto meno significativo” avverte Azzone. “Possono oscillare nel tempo e qui è considerato il solo 2007″. A Cagliari, per esempio, negli ultimi tre anni sono stati spesi 9,8 milioni di euro per informatizzare il parco mezzi e la rete con sistema satellitare di controllo e display, sono stati acquistati 55 nuovi autobus, con piattaforme per disabili, e si punta ad altri 170 entro il 2010. C’è pure uno stanziamento iniziale per costruire la prima metropolitana. “Siamo gli ultimi? ” commenta il sindaco Emilio Floris. “L’auspicio è che diventeremo i primi”. Anche a Torino sono state aggiunte quattro stazioni della metropolitana e si sta lavorando per altri 6 km di linea entro il 2011.

I passeggeri secondo i dati della Gtt (Gruppo Torinese Trasporti, una S.p.A. di proprietà della Città di Torino), l’azienda comunale, nel 2008 sono passati da 40 mila a 90 mila. Inoltre è stato avviato un servizio autobus notturno di 10 linee. Resta il fatto che Torino e Cagliari, in un ulteriore approfondimento svolto dal Politecnico per Panorama, sul totale delle spese comunali dedicano a trasporti e viabilità solo, rispettivamente, il 5 e il 2 per cento.
Mentre spicca il 16 di Genova, seguito da Roma (15) e Venezia (14), il cui sistema di trasporto pubblico è strutturalmente oneroso. Genova è fra le città che devolvono al settore più entrate tributarie (32 per cento), come Roma (31) e Brescia (25). Nel dossier Genova e Roma hanno valori doppi rispetto alla media nazionale anche sulla spesa pro capite (il minimo è di Palermo, con 8 euro).
Non stupisce quindi, considerato l’impegno finanziario del comune, che chi vive a Genova possa trovare fermate praticamente ovunque. Il rapporto tra chilometri di rete di trasporto pubblico e chilometri di strade urbane a Genova tocca il 95. Al Sud la cifra è 40 mentre al Nord è 60. Al crescere della qualità del servizio aumentano i passeggeri. L’assalto, in rapporto al totale degli abitanti, lo registrano Venezia, Roma e Milano, però non bisogna trascurare l’apporto di turisti e pendolari. Si usa invece più l’automobile a Novara e a Campobasso, città che non ha ancora definito livelli minimi essenziali del servizio.
Il confronto con l’Europa sfata il luogo comune di uno scarso utilizzo dei trasporti pubblici: la media italiana è inferiore solo a Londra, Manchester e Lione. E la produttività (rapporto tra numero di passeggeri e numero di dipendenti)?
In testa alla classifica c’è Roma, poi Milano e Brescia. Roma batte Milano anche sul numero di chilometri percorsi per veicolo. Quanto a comfort e servizi, bene va ai triestini, con il record di mezzi climatizzati, meglio ai bresciani, con i bus più veloci. Sul fronte dei prezzi (calcolati al minuto, per omogeneità ), il biglietto medio costa 1,34 centesimi. Le più care? Bologna, Trieste e Venezia (1,67 centesimi).
L’intero dossier sarà consultabile sul sito della fondazione.

Il mondo siede sopra una bomba a orologeria, la crisi dei diritti umani, che può esplodere in ogni momento.
Per evitare la deflagrazione e la conseguente catastrofe basta una nuova leadership internazionale che s’impegni a contrastare un cammino che sembra inarrestabile.
Questo l’avvertimento che Amnesty International ha lanciato alla presentazione del rapporto 2009 sulla situazione dei diritti umani nel mondo. Si tratta di un dossier che documenta il livello del rispetto dei diritti umani in 157 Paesi del mondo. Il quadro che ne emerge “ci preoccupa molto” ha detto Christine Weise, neopresidente della sezione italiana di Amnesty “perché i diritti umani sono passati in secondo piano se non addirittura traditi”. E questo è avvenuto proprio nell’anno in cui si è festeggiato il 60/mo anniversario della dichiarazione universale dei diritti umani (il dossier si riferisce al 2008), un anno che invece “si è aperto con la crisi in Kenya dove sono morte un migliaio di persone” ha sottolineato Weise “e si é concluso con un analogo tributo di sangue di civili palestinesi, uccisi a Gaza”.
Volgendo poi lo sgurado entro i confini italiani, è un bocciatura su tutti i fronti quella di Amnesty Italia del pacchetto sicurezza del governo “che” denuncia l’organizzazione nel Rapporto 2009 “non fa altro che aumentare l’insicurezza delle persone che già sono in grandissime difficoltà “. Nel mirino dell’associazione leader nella difesa dei diritti umani sono finite soprattutto le ultime misure in materia di immigrazione varate dal governo che, una volta applicate, hanno dato prova di un “disprezzo dei diritti umani” a danno di chi, “fuggendo da situazioni molto critiche cerca riparo nel nostro Paese”.
Ma Weise non si limita ad attaccare i respingimenti, ma parla più apertamente di “un clima di razzismo crescente” in Italia verso le minoranze, come “dimostrano gli sgomberi dei campi rom - ha detto - popolazioni in molte occasioni al centro del disprezzo e di una spirale di violazioni dei diritti umani”. In occasione della presentazione dell’ultimo rapporto sulla situazione dei diritti umani nel mondo, l’attacco di Amnesty al governo è frontale: “La politica dell’immigrazione italiana e i respingimenti dei rifugiati che arrivano con le barche in alto mare” ha detto Weise “è espressione di un disprezzo dei diritti umani e delle persone veramente disperate che qui cercano solo aiuto”. “L’Italia sarà inoltre ritenuta responsabile di quanto accadrà ai migranti e richiedenti asilo riportati in Libia”, si legge poi in una scheda allegata al dossier, dedicata al paese africano. Dove, ricorda Amnesty, non esiste “una procedura d’asilo” e non viene offerta “protezione a migranti e rifugiati”. Pertanto “considerato l’effettivo controllo che l’Italia ha potuto esercitare, seppur in zona extraterritoriale sulle persone soccorse l’Italia sarà ritenuta responsabile di quanto accadrà ai migranti e ai richiedenti asilo riportati in Libia”.
Paese in cui, secondo lo stesso rapporto, si praticano “tortura e altri maltrattamenti nei confronti di migranti, rifugiati e richiedenti asilo in stato di detenzione”, mentre “a questi ultimi non è stata data protezione, come richiesto dal diritto internazionale sui migranti”. Sempre nella sezione dedicata al Paese “amico” dell’Italia si legge che “il 15 gennaio le autorità hanno annunciato l’intenzione di espellere tutti i migranti illegali e hanno conseguentemente condotto espulsioni di massa di ghanesi, maliani, nigeriani e cittadini di altri Paesi”. Inoltre “700 eritrei, uomini, donne e bambini che sono stati detenuti, sono ora a rischio di rimpatrio forzato malgrado i timori che li avrebbero visti esposti a gravi violazioni dei diritti umani in Eritrea”. Netta infine la condanna di Weise anche della norma che “fa distinzione fra i reati commessi da italiani o da immigrati irregolari” e che s’inserisce in un trend di “criminalizzazione dei gruppi minoritari, elemento tipico di ogni campagna elettorale”. Weise non tralascia di contestare il governo per la vicenda della nave cargo Pinar dell’aprile scorso quando “sia le istituzioni italiane che maltesi hanno disatteso - ha denunciato - una delle regole nota a tutta la gente di mare: salvare vite umane è un imperativo assoluto e deve avere priorità su tutto”.
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Spiagge più pulite (con meno rifiuti) e più accoglienti: insomma, più belle. Nei lidi delle vacanze cresce l’impegno sulla raccolta differenziata e continua la scalata del made in Italy versione marinara.
Per la prossima estate sono 227 le spiagge “big” dove sventoleranno le Bandiere Blu 2009, 12 in più rispetto allo scorso anno e il 10% delle spiagge premiate a livello internazionale; 113 le località rivierasche coinvolte (9 in più) nella mappa del mare italiano doc. Bandiera blu anche a 60 approdi turistici (erano stati 56 lo scorso anno). Sul podio la Liguria raggiunge Marche e Toscana con 16 vessilli a testa.
Questi i risultati del riconoscimento di qualità ambientale assegnato questa mattina a Roma dalla Fee (la Fondazione per l’educazione ambientale) in collaborazione con il Consorzio nazionale batterie esauste (Cobat), giunto alla 23/a edizione.
Con 16 bandiere il primato 2009 spetta ancora a Toscana (che aggiunge una bandiera, Pietrasanta in provincia di Lucca) e Marche (+1, Mondolfo in provincia di Pesaro-Urbino) raggiunte però dalla Liguria (+2, Savona-Fornaci in provincia di Savona e Ameglia-Fiumaretta in provincia di La Spezia), mentre l’Abruzzo rimane stabile con 13. Una in più per la Campania, dove quasi tutte le località candidate sono riuscite a raggiungere l’ obiettivo, portando così la regione a quota 12. Stabile invece l’Emilia Romagna che rimane a 8.
Due bandiere in più per la Puglia con 7 vessilli ed 1 in più per il Veneto che sale a 6. Sicilia, Calabria e Lazio ne hanno acquistata una raggiungendo quota 4; il Friuli Venezia Giulia riconferma le 2 dell’anno scorso come la Sardegna. Il Molise ne perde una rimanendo con 1 sola Bandiera Blu, come la Basilicata.
I laghi sono presenti con 2 bandiere blu. Uno in particolare è di significato: il Lago di Scanno in provincia dell’Aquila.
L’altra bandiera per i laghi è stata confermata a Cannero Riviera in provincia di Verbania in Piemonte.
A livello di Mediterraneo, l’Italia si colloca al 5/o posto dopo Spagna, Grecia, Turchia e Francia.
La Bandiera Blu premia le località con acque di balneazione eccellenti e nelle quali le Amministrazioni si sono impegnate a migliorare lo stato dell’ambiente, promuovendo un turismo sostenibile. In pagella anche il grado di funzionalità degli impianti di depurazione; lo smaltimento dei rifiuti con particolare riguardo alla raccolta differenziata e alla gestione dei rifiuti pericolosi; le iniziative per una migliore vivibilità nel periodo estivo; la valorizzazione delle aree naturalistiche eventualmente presenti sul territorio; la cura dell’arredo urbano e delle spiagge; la possibilità di accesso al mare per tutti i fruitori senza limitazioni.
“Siamo certi che investire sulla qualità ambientale” ha detto Claudio Mazza, Segretario Generale della Fee Italia “sia il modo migliore per sviluppare un’economia locale sana e duratura incentrata sul turismo”. Analizzando i dati, la Fee sottolinea quindi il trend positivo appunto per Toscana, Marche, Liguria e Veneto con giudizio in miglioramento in alcune regioni meridionali, come Campania, Calabria e Puglia. “In linea generale però” afferma la Fee “i comuni, ad eccezione delle località vincitrici, dimostrano ancora troppo spesso una scarsa sensibilità ambientale”.
Anche se c’è stata una risposta all’obiettivo in più sulla differenziata. “Nonostante nel 2009 sia stato richiesto ai Comuni un incremento sulle percentuali di raccolta differenziata” ha detto Carla Creo dell’Enea, operatrice nazionale del Programma “l’aumento del numero di Bandiere Blu, dimostra l’attenzione di alcune Amministrazioni locali su tale problematica così attuale nel nostro Paese”.
Ecco la mappa delle spiagge per l’estate al sole e al caldo
PIEMONTE (1- lago) Cannero Riviera (Verbania)
FRIULI VENEZIA GIULIA (2) Grado (Gorizia), Lignano Sabbiadoro (Udine)
VENETO (6) Caorle, San Michele al Tagliamento-Bibione, Eraclea-Eraclea mare, Jesolo, Cavallino Treporti (Venezia), Venezia-Lido di Venezia
LIGURIA (16) Camporosso, Bordighera (Imperia), Finale Ligure, Noli, Spotorno, Bergeggi, Savona-Fornaci, Albisola Superiore, Albissola Marina, Celle Ligure, Varazze (Savona), Chiavari, Lavagna, Moneglia (Genova), Lerici, Ameglia-Fiumaretta (La Spezia)
EMILIA ROMAGNA (8) Comacchio-Lidi Comacchiesi (Ferrara), Lidi Ravennati, Cervia (Ravenna), Cesenatico, San Mauro Pascoli-San Mauro mare (Forlì-Cesena), Bellaria Igea Marina, Rimini, Cattolica (Rimini)
TOSCANA (16) Forte dei Marmi, Pietrasanta, Camaiore, Viareggio (Lucca), Pisa-Marina di Pisa-Tirrenia-Calambrone, Livorno-Antignano e Quercianella, Castiglioncello e Vada di Rosignano Marittimo, Cecina, marina di Bibbona, Castagneto Carducci, San Vincenzo, Riotorto-Piombino: parco naturale della Sterpaia (Livorno), Follonica, Castiglione della Pescaia, Marina e Principina di Grosseto, Monte Argentario (Grosseto)
MARCHE (16) Gabicce Mare, Pesaro, Fano, Mondolfo (Pesaro-Urbino), Senigallia, Sirolo, Numana (Ancona), Porto Recanati, Civitanova Marche, Potenza Picena-Porto Potenza Picena (Macerata), Porto S.Elpidio, Fermo, Porto San Giorgio, Grottammare, Cupra Marittima, San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno)
LAZIO (4) Sabaudia, San Felice Circeo, Sperlonga, Gaeta (Latina)
ABRUZZO (13) Martinsicuro, Alba Adriatica, Tortoreto Lido, Giulianova-lungomare Zara, Roseto degli Abruzzi, Pineto, Silvi Marina (Teramo), Francavilla al Mare, Rocca San Giovanni, Fossacesia, Vasto, San Salvo (Chieti). Per i laghi bandiera blu a Scanno (L’Aquila)
MOLISE (1) Termoli (Campobasso)
CAMPANIA (12) Massa Lubrense (Napoli), Positano, Agropoli, Castellabate, Montecorice-Agnone e Capitello, Acciaroli-Pioppi di Pollica, Casalvelino, Ascea, Pisciotta, Centola-Palinuro, Vibonati-Villammare, Sapri (Salerno)
BASILICATA (1) Maratea (Potenza)
PUGLIA (7) Rodi Garganico (Foggia); Polignano a Mare (Bari), Ostuni-Marina di Ostuni (Brindisi), Castellaneta, Ginosa-Marina di Ginova (Taranto); Castro, Salve (Lecce)
CALABRIA (4) Cariati-Marina di Cariati (Cosenza), Cirò Marina-Punta Alice (Crotone); Roccella Jonica, Marina di Gioiosa Jonica (Reggio Calabria)
SICILIA (4) Pozzallo, Ragusa-Marina di Ragusa (Ragusa), Menfi (Agrigento), Fiumefreddo di Sicilia-Marina di Cottone (Catania)
SARDEGNA (2) Santa Teresa di Gallura-Rena Bianca, La Maddalena-Spalmatore e Punta Tegge (Olbia-Tempio).
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Consumi giornalieri non moderati, “binge drinking” (più di sei bevande alcoliche in un’unica occasione), bevute fuori pasto. Sono quasi otto milioni e mezzo gli italiani a rischio alcol, che bevono più di tre unità alcoliche al giorno (per gli uomini) e più di due (per le donne), secondo il rapporto Istat 2008 su Uso e abuso di Alcol in Italia. Ed è allarme giovani: oltre il 17% degli under 15 ha consumato almeno una bevanda alcolica nel 2008, in particolare il 19,7% dei maschi e il 15,3 delle femmine, mentre già a partire dai 18-19enni i valori di consumo sono prossimi alla media della popolazione, cioè il 74,7% dei maschi e il 58% delle donne.
E proprio loro, i giovani, attraverso la presentazione dei risultati dell’indagine “Il Pilota”, saranno al centro di “Alcohol Prevention Day” in programma domani a Roma, nell’Aula Pocchiari dell’Istituto superiore di sanità (Iss). Una giornata dedicata alla prevenzione nella popolazione italiana dell’abuso di bevande alcoliche e dei danni legati all’alcol. Il rapporto, effettuato nel febbraio 2008 con interviste a 49.000 persone, riferisce che 36 milioni di italiani dagli 11 anni in su bevono bevande alcoliche, una quota che si è mantenuta stabile, intorno al 70%, dal 1998 al 2008.
Cambiano però le abitudini: diminuisce il consumo quotidiano, mentre aumentano le bevute fuori pasto e occasionali: “Non si può trascurare che si stiano consolidando, soprattutto nei giovani e nei giovani adulti, comportamenti più vicini ad un modello di consumo di tipo nord europeo, basato principalmente su occasioni di consumo al di fuori dei pasti”, scrive l’Istat.
E infatti i ragazzi bevono in media 4 bicchieri di alcol, 3 le ragazze. Gli under 18 fanno registrare addirittura un record in questa cattiva abitudine: 4 bicchieri e mezzo i maschi, inaspettatamente 6 le femmine. Aumentano di pari passo i “policonsumatori”, coloro cioè che in una sola serata bevono birra, whisky, gin e tequila, insomma bevande ad alta gradazione. Senza disdegnare il vino, che torna di moda nello sballo del sabato sera, scelto soprattutto dalle giovanissime. Colpa per l’Iss dell’accresciuta disponibilità e accessibilità delle bevande alcoliche da parte dei giovani, complici l’abbassamento dei prezzi nelle occasioni di happy hours, la pubblicità e le strategie di marketing.
Una percentuale che impressiona “Mai così tanti i giovani sedotti dall’alcol”, afferma Emanuele Scafato, direttore dell’Osservatorio Fumo, Alcol e Droga, del Centro Oms per la ricerca sull’alcol e presidente della Società italiana di alcologia: “L’86% dei ragazzi e delle ragazze che frequenta i luoghi di aggregazione giovanile come discoteche e pub consuma bevande alcoliche in maniera pressoché esclusiva il sabato sera alla ricerca di un senso di ebbrezza, di ubriachezza. E non lo fa certo per caso, ma dietro pressione della società e, soprattutto, davanti ad un’irresistibile seduzione pubblicitaria. Un mix strategico che contribuisce a creare un bisogno, a trasformarlo in un valore e - conclude Scafato - a rendere più accessibile e conveniente ai giovanissimi acquistare prodotti meno cari, facendoli apparire accattivanti e seducenti”.
Tra chi predilige i superalcolici, il 27% dei giovani, la media più elevata di bicchieri si registra tra i minorenni di entrambi i sessi: un bicchiere per i maschi, uno e mezzo per le ragazze. Al contrario di quanto osservato nel 2006 e nel 2007, anche il vino è entrato nella ritualità dello sballo del fine settimana, rappresentando la bevanda prescelta, a volte dominante, dalle giovanissime, le ragazze under 18, in costante abbinamento a tutte le altre bevande alcoliche. Per tutti una spiccata tendenza al “policonsumo” che attribuisce ai consumatori di superalcolici la quota massima di individui che, quando beve il sabato sera, cumula tutte le bevande alcoliche: il 64% circa di amanti dei whisky, gin, tequila e liquori ad alta gradazione dichiara di consumare tutte le bevande in una serata media confermando un profilo di risk taking individuale che aumenta gradualmente con il crescere del tenore alcolico della bevanda di riferimento. Al contrario, le prevalenze di “policonsumatori” sono minime (21%) per chi consuma bevande a bassa gradazione.
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Tornano piene le culle d’Italia. Sono più di 500 mila i bambini nati nel 2006 (il 10,3% stranieri), quasi 6.000 in più rispetto al 2005: è l’aumento maggiore degli ultimi 12 anni.
Il Bilancio demografico nazionale 2006 dell’Istat registra comunque una crescita zero. Anche con le nuove nascite e con la prolificità degli immigrati non si riesce a raggiungere un saldo positivo. Infatti, dalla differenza tra i bambini nati (560.010) e i morti (557.892), risultano esserci poco più di 2.000 italiani “nuovi”.
L’incremento delle nascite varia a seconda dell’area geografica. Se infatti nelle regioni del Centro si registra un +2,6%, nel Nord-Ovest del 2,5% e nel Nord-Est dell’1,8%, nelle regioni meridionali e nelle isole si conferma la tendenza al decremento, con un -0,9% al Sud e -1,3% sulle isole. Si è pertanto registrato un incremento della popolazione residente di 379576 unità ,dovuto quasi completamente alle migrazioni dall’estero e alle rettifiche post-censuarie.
In 12 anni, evidenzia il rapporto, la percentuale di bambini stranieri nati in Italia è passata dal 1,7% (poco più di 9 mila nel 1995) al 10,3% nel 2006 con quasi 58 mila nascite. Sono le aree del Nord del Paese a far registrare il maggior numero di bimbi stranieri. Sia nel Nord-Est che nel Nord-Ovest i figli di immigrati sono il 16%. Ma questa tendenza si attenua a mano a mano che si scende verso il Sud: nelle regioni centrali ci sono 12 stranieri ogni 100 nati, nel Mezzogiorno solo 2 ogni 100.
Complessivamente, infatti, la variazione di popolazione è stata determinata dalla somma delle seguenti voci di bilancio: il saldo del movimento naturale pari a +2.118 unità , il saldo del movimento migratorio con l’estero pari a +222.410, un incremento dovuto alle rettifiche post-censuarie e al saldo interno pari a +155.048 unità .
Come già da diversi anni, l’incremento demografico del nostro Paese - spiega l’Istat - è garantito da un saldo migratorio con l’estero positivo. Nel corso del 2006 sono state iscritte all’anagrafe come provenienti dall’estero 297.640 persone, mentre ammontano a 75.230 le cancellazioni di persone residenti in Italia trasferitesi all’estero. Tra gli iscritti, gli italiani che rientrano dopo un periodo di permanenza all’estero rappresentano poco più del 14 per cento. La larga maggioranza è costituita da cittadini stranieri, soprattutto nelle regioni del Nord e del Centro (oltre il 90 per cento), mentre la quota di stranieri è meno significativa nelle regioni del Mezzogiorno. Il saldo relativo ai cittadini stranieri, pur consistente, è tuttavia inferiore di circa 30 mila unità a quello dell’anno precedente.
Nel corso del 2006 i trasferimenti di residenza interni hanno coinvolto circa 1 milione e mezzo di persone e, secondo un modello migratorio ormai consolidato, sono caratterizzati da uno spostamento di popolazione dalle regioni del Mezzogiorno (eccettuato l’Abruzzo) a quelle del Nord e del Centro. Il tasso migratorio interno oscilla tra il -4,4 per mille della Campania e il 4,6 per mille dell’Emilia-Romagna.
La migratorietà interna è dovuta anche agli stranieri residenti nel nostro Paese, che seguono una direttrice simile a quella delle migrazioni degli italiani, ma presentano una maggior propensione alla mobilità . Infatti, i cittadini stranieri, pur rappresentando il 5,0 per cento della popolazione, contribuiscono al movimento interno per circa il 15 per cento.
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Destra e sinistra su una cosa vanno d’accordo. Se la prendono sempre più spesso con i giornali. L’ultimo polverone, il caso D’Alema-La Stampa che ruota intorno alla pubblicazione sul quotidiano torinese del dossier sul caso Telecom Brasil. Intervistato dal Tg1 in prima serata, a proposito di un ipotetico conto brasiliano di cui si parla nell’articolo, il vicepremier ha scandito: “Quello che colpisce è che un giornale serio come La Stampa, che ha quella proprietà , utilizzi questa spazzatura, la faccia diventare notizia e la getti nella vita politica italiana… Se il conto c’è io ne risponderò. Ma se non c’è dovrà risponderne fino in fondo chi ha strumentalizzato le dicerie. Questo accade in un Paese normale”.
“Quando un giornalista trova una notizia deve pubblicarla” ha rivendicato Anselmi nel suo odierno editoriale, senza rischiare “una fatwa antipolitica”.
“All news fit to print”, sta scritto nella testata del New York Times, senza domandarsi a chi giovino e a chi no.
Non più a Torino, ma a Roma e Napoli, giovedì 7 giugno, due giornalisti del Corriere della Sera, Giovanni Bianconi ed Enzo d’Errico, (qui, la nota del Cdr) hanno subito la perquisizione, nelle abitazioni e sui posti di lavoro per aver scritto dell’indagine giudiziaria aperta nei confronti del senatore Sergio De Gregorio; l’altro, ricostruendo la storia personale e le vicende politiche di questo personaggio.
Nella calda giornata di mercoledì 6 giugno, nella sua requisitoria contro il generale Roberto Speciale, il ministro dell’Economia Padoa-Schioppa accusò, tra le righe, i giornali e (leggi, in particolare, Il Giornale) di pubblicare atti, dossier e documenti contenenti indagini ancora in svolgimento. Quella sera, sempre da Vespa, commentando proprio questi fatti, Enrico Boselli disse: “Diciamoci fortunati di avere giornali così. Non sbagliano i direttori, sbaglia chi fornisce loro quel materiale”.
Forse per questo i presidenti delle Camere, Fausto Bertinotti e Franco Marini, sono sobbalzati quando il giudice milanese Clementina Forleo ha stabilito che devono essere trascritte e messe agli atti le telefonate (73 in tutto ) tra gli indagati e i parlamentari tratte dalle intercettazioni dell’inchiesta sulle scalate bancarie di due estati fa.
Ha scritto Anselmi: “Siamo francamente convinti che un’informazione che pubblica le notizie sia più utile, per la tutela della democrazia, di un sistema mediatico con il silenziatore”. E voi?