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Manifestazione contro il pacchetto sicurezza/ Roberto Montaldo Lapresse
Il 61,2% degli italiani (dati del centro studi interuniversitario Transcrime) crede che la presenza degli immigrati in Italia sia una minaccia alla sicurezza. Si sbagliano? Sì. Continua

Torna a parlare dal carcere di Papuda, in Brasile, Cesare Battisti. E lo fa con una lettera scritta a mano, di 8 pagine, (qui il TESTO originale e integrale), intitolata “Perché io” e consegnata ai senatori Eduardo Matarazzo Suplicy, del PT del presidente Lula e José Nery del Psol che l’ha letta ieri nel Senato verde-oro. Panorama.it l’ha tradotta integralmente e la propone in esclusiva per dare una più corretta idea del personaggio.
Brasilia: 18-02-2009
Perché io?
Anche se non ho mai creduto, come disse Voltaire, che noi stiamo in un mondo dove si vive o si muore “con le armi in mano”, l’ironia del destino ha fatto sì che oggi io mi trovi condannato per 4 omicidi. La mia situazione è terribile. Sono terrorizzato, disarmato di fronte all’ostilità e all’odio rancoroso che manifestano i miei avversari. So che dovrei lottare contro la valanga di menzogne, di falsificazioni storiche, ma ciò che mi manca per lanciarmi nella lotta è la voglia di vincere. Vincere che cosa? I miei avversari, contrariamente a me, sembra che abbiano qualcosa da difendere. Forse la loro miseria, o ricchezza, o, forse, come nel caso di alcuni attuali ministri del Governo italiano, continuare a nascondere il loro passato. Un passato di attivisti di estrema destra (fascista) responsabili direttamente o indirettamente di massacri con bombe. Non so esattamente ciò che motiva i miei avversari ad entrare in questa battaglia, ma di certo non è la sete di Giustizia. Da parte mia non pretendo di erigermi a difensore di tutto ciò che è accaduto nei sanguinosi anni Settanta. Siamo in pieno secolo XXI, non ho più verità assolute sulla società ideale, né sono importante al punto da difendere ciò che c’era di buono nei sogni di quegli anni. Non posso entrare in una guerra di questo tipo. Aggiungo che non sono neanche molto intelligente, se sono riuscito a farmi tanti nemici, se ho dato fastidio a tante persone importanti, questo è stato senza dubbio il risultato della mia incoscienza. La verità è che non ho fatto nulla per evitare tanti problemi, ma ancora devo capire come sono stato capace di raggiungere risultati così disastrosi. Rimane, comunque, la domanda: perché tanto odio? Non è per esimermi che mi dichiaro incompetente e lascio la risposta a questa domanda a persone più intelligenti, a coloro i quali non sono soliti assumere il ruolo di “angeli vendicatori”. Questa persecuzione interminabile e tutta la vicenda degli anni Settanta italiani è una lunga agonia, un grido di vergogna gettato sulla carta ingiallita dei giustizieri. Ecco cos’è, l’espressione di un volto corroso da una malattia nervosa, come un peccato originale che colpisce il corpo politico italiano. Povera l’Italia di Dante, di Beccaria, di Bobbio e di Umberto Eco. Povera la patria svuotata dal vento dell’orgoglio, del cinismo e della vanità che le impedisce di riconoscere i propri errori, i propri peccati, che non vuole abbassarsi al livello di questi paesi latinoamericani, ammettendo coraggiosamente che anche loro (gli italiani, ndr) nella stessa epoca sono passati attraverso una guerra civile a bassa intensità (leggere le dichiarazioni dell’ex Presidente della Repubblica il senatore Francesco Cossiga) e che per combatterla hanno fatto ricorso ad ogni tipo di illegalità. Oltre a decine di prigionieri politici sotterrati vivi nelle carceri italiane, ci sono centinaia di rifugiati italiani nel mondo intero. Qui in Brasile c’è il caso di un estraditando italiano appartenente ad un’organizzazione nazi-fascista (Pierluigi Bragaglia, esponente dei Nuclei Armati Rivoluzionari, ndr) e coinvolto nell’attentato di Bologna, 82 morti (questa è una novità assoluta. Bragaglia, in Italia condannato a 12 anni per sovversione e banda armata in Italia - lo scorso settembre il governo Berlusconi ha chiesto l’estradizione - non è stato condannato per la strage di Bologna, ndr). Stranamente l’Italia non fa cenno a questo caso, né protesta né ricatta il popolo brasiliano per lui. Perché? Perché l’Italia non ha agito allo stesso modo quando Sarkozi ha negato l’estradizione di Marina Petrella dalla Francia, la cui situazione penale supera di gran lunga la mia (al di là dei curriculum, alla Petrella, seriamente ammalata, la Francia ha concesso l’asilo per ragioni umanitarie e non il rifugio politico, ndr)? Perché questa ostinazione feroce contro di me mentre non si protesta per l’estradizione negata di altri quattro italiani condannati anche loro per omicidio (il riferimento è ad Achille Lollo, Pietro Mancini, Luciano Pessina e Pasquale Valitutti, i quattro ex terroristi di cui l’Italia aveva chiesto in passato l’estradizione al Brasile senza successo ma ai quali, a differenza di Battisti, non è stato concesso il rifugio politico da Brasilia, ndr)? Forse perché la mia attività di scrittore e giornalista può essere un pericolo per la manipolazione storica di quell’italia governata dalla mafia. Non so. Ciò che è certo è che, nonostante tutti gli sforzi, io non riesco ad agire di fronte a questi attacchi virulenti contro la mia persona. Non posso identificarmi nell’immagine di me che loro mi restituiscono ed associare questo riflesso censurabile alla mia identità sociale! Possono andare avanti a dire che io sono un “terrorista”, un “assassino”, ecc, in ogni caso io non riesco a pensare a me come qualcuno capace neanche della centesima parte di tutto ciò che mi attribuiscono. È curioso osservare la reazione delle persone che per qualche ragione sono arrivate ad avere un contatto con me: agenti penitenziari, altri detenuti, visite e persino i miei avvocati. Già nei primi minuti di dialogo leggo nelle loro espressioni un “non so che” di delusione ed è come se stessero pensando: “allora è questo qui il pericoloso terrorista?!”. È proprio questo che le persone dicono quando mi trovo in situazioni simili, di fronte a quelli che non sono riusciti ad evitare il bombardamento mediatico, soprattutto della “stampa spazzatura”, che fa di tutto per cercare di influire negativamente sulle decisioni giudiziarie. Rimango perplesso, sorpreso e a disagio per tutto ciò che sto causando e, senza dubbio, devo sembrare un po’ stupido, con l’aria distratta e persino incredulo nel vedere che il soggetto in questione di cui si scrive sono io. Questo perché io non ho mai voluto, quando si trattava di rispondere alle accuse, agire per la mia propria difesa. Resto ancora dell’idea che ristabilendo la verità storica, i fatti, non faccio altra cosa se non compiere un dovere civico. Mi piacerebbe gridare la verità al popolo italiano e Brasiliano ma come posso fare dal momento che la moltitudine manipolata è pronta a linciarmi ed è stata convinta del nostro (plurale maiestatis?, ndr) disonore? La fiera che si nasconde dietro la massa, dietro un sorriso di circostanza, dietro parole vuote e che aspetta solo la prima opportunità per rivelarsi io la conosco bene. Già prima che mi mettessero nel mirino, soprattutto, io sapevo che prima o poi sarebbe arrivata la mia ora. E io ho lasciato parlare. Ho permesso che mi trattassero da assassino, ladro, stupratore e molte altre cose. Ho permesso che si facesse tutto ciò ma non per negligenza o senso di superiorità, o perché mi credessi invulnerabile a tali insulti o perché mi piaceva che parlassero di me, bene o male che fosse. No, se io non ho protestato vigorosamente contro tali oscenità è solo perché, in qualche modo, io continuo ad essere un ottimista. Inutile avere la coscienza che quando la moltitudine si riunisce, lo fa sempre contro qualcuno, lo stesso che li ha messi d’accordo sin dall’inizio. Questo qualcuno è la repulsione di una molecola di questa moltitudine che, generalmente, un tempo lo aveva idolatrato. Anche se nei miei pensieri io mi ribello, a ragione, contro i bassi istinti della moltitudine manipolata, non ho ancora perso la speranza che una piccola luce possa accendersi all’improvviso nel mezzo di questa gente per riportarla indietro nel mondo degli esseri pensanti e degli spiriti liberi. Il mio atteggiamento può sembrare suicida o almeno contradditorio ma questa è una parte integrante dell’idea che ho dei motivi che mi hanno lanciato nell’avventura di scrivere. Perché è ben vero che prima di esser trasformato in mostro io ero uno scrittore. Comunque le autorità italiane di oggi mi perseguitano. Come spiegare ciò, come spiegare quest’Italia, la stessa che un tempo mi ha trasmesso l’amore delle parole scritte, questo sogno di libertà e di giustizia sociale, che ha fatto di me un uomo e adesso un appestato? Come spiegare quest’Italia che ha dimenticato la sua recente povertà, i suoi immigrati trattati come dei cani che morivano nelle miniere Belghe, Tedesche e Francesi. Che ha dimenticato i suoi fascismi, mai sotterrati, i suoi tentativi di colpi di Stato, la mafia al potere, la strategia della tensione, Gladio, le bombe dei servizi segreti nelle pubbliche piazze, le torture ai militanti comunisti, quegli stessi militanti che nonostante gli errori hanno sacrificato le loro vite per contribuire a fare dell’Italia un paese all’altezza dell’Europa e che oggi, 35 anni dopo, sono trattati come terroristi e alcuni di loro marciscono ancora nelle “prigioni speciali”. Sarebbe questa l’Italia, il cui capo del Governo è stato un importante membro della celebre LOGGIA P2, e che oggi decreta leggi razziste. È questa l’Italia che si rifiuta di lavare i suoi panni sporchi in pubblico? Ad ogni modo la storia non si giudica nei tribunali, i nostri giudici possono solo essere quelli che ancora verranno, lottando per una società giusta. Solo loro ci giudicheranno in modo imparziale. La verità fa male, ma illumina. La nostra storia recente ci ha mostrato l’errore e l’inganno dell’inquisizione facendo sì che cicatrici mai dimenticate fossero rimarginate e così riconoscessero gli eccessi commessi davanti alla verità imposta ai singoli. Non serve a nulla ramazzare la sporcizia sotto il tappeto perché prima o poi la sporcizia riapparirà. Riconosco di aver fatto parte di una pagina di storia scritta con sangue, sudore e lacrime, e spero che oggi i miei avversari riconoscano che mai i boia sono rimasti senza la loro paga, la storia si è sempre dimostrata implacabile con chi ha tentato nascondere i suoi errori. Viviamo in un’epoca democratica, barriere e muri sono stati abbattuti, concetti sono stati rivisti, non è forse arrivata l’ora che l’Italia mostri il suo lato cristiano? Perché il perdono è un atto di nobiltà e se sono considerato un nemico dell’Italia, persino i nemici sanciscono tregue e si perdonano. La storia ha fatto la sua parte e ha concesso all’Italia un’era di sviluppo e prosperità, si spera che a chi ha fatto dell’Italia l’Italia di tutti sia riconosciuta la sua importanza e il ruolo fondamentale che ha avuto nel ristabilimento dello Stato democratico di diritto. Anche se non compresi sono stati essenziali. Italia, Italia che uccidi il sogno dei tuoi figli e chiudi gli occhi di fronte a quelli che ti hanno difesa, non è mai tardi per un gesto di nobiltà sull’esempio del Vaticano che ha riconosciuto le sue attività durante l’inquisizione. La caccia alle streghe è finita, “si faccia giustizia non dopo la fine del mondo ma, con giustizia, proprio perché non finisca!” La società soffre molto di più con la prigione di un innocente che con l’assoluzione di un colpevole.
CESARE BATTISTI
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Guarda il TESTO originale e integrale. LEGGI ANCHE: Battisti: “Il Pm Spataro ha sconfitto il terrorismo con la tortura” - Il fratello di Battisti: “Chiedo a Napolitano la grazia per Cesare” - La vera storia di Cesare: perseguitato sì, ma dai reati

Primo via libera al ddl sulle intercettazioni. La commissione Giustizia della Camera ha completato l’esame di tutti gli articoli e gli emendamenti del provvedimento calendarizzato per l’Aula per la prossima settimana. Martedì ci sarà il parere delle altre commissioni competenti, tra l’altro la Cultura e la Bilancio, per poi passare al voto del mandato al relatore, l’azzurro Enrico Costa.
Tra le novità approvate oggi, l’introduzione del carcere da 1 a 3 anni per i giornalisti che pubblicano intercettazioni per le quali è stata ordinata la distruzione e quelle “espunte” perchè riguardanti persone estranee ai fatti.
Un giro di vite che ha l’obiettivo, si spiega dal centrodestra, anche di bloccare la pubblicazione di conversazioni ‘gossip’ che nulla hanno a che vedere con il processo. Vengono previste multe salate per gli editori, che rischiano di dover pagare fino a 370mila euro se i loro giornali pubblicano intercettazioni riguardanti la fase preliminare delle indagini e quindi secretate e un ‘tettò alle spese di ogni singola procura per le intercettazioni che verrà stabilito annualmente con un decreto del ministro della Giustizia.
Pd e Idv vanno all’attacco di un provvedimento che hanno più volte definito “ammazza-indagini”.
“Si va verso l’oscurantismo totale”, dice la capogruppo del partito di Veltroni in commissione Giustizia, Donatella Ferranti, che parla anche di “grave ingerenza della politica sul sistema giudiziario” commentando il ‘budget’ per le intercettazioni alle procure. Uno “strappo al diritto di cronaca oltre che allo strumento delle indagini”, attacca il ministro ombra del Pd Lanfranco Tenaglia.
Un provvedimento “criminale” e “voluto dall’imperatore Berlusconi” anche per il leader dell’Idv Antonio Di Pietro. Il centrodestra, dall’altro lato difende il provvedimento. Si tratta di un testo “equilibrato” per il relatore Costa, che non chiude all’ipotesi di limature in Aula. “Il Parlamento è sovrano”, sottolinea, per cui “non mi sento di escludere modifiche”.
Cambiementi che potrebbero arrivare anche su alcuni punti rinviati dalla commissione proprio al dibattito in Assemblea, come quello della decisione sulle proroghe alle intercettazioni che, secondo l’azzurro Giancarlo Pittelli, potrebbero andare in capo al Gip e non più a un organismo collegiale come previsto dal ddl.

Via Follette è una strada di campagna, a Sermoneta in provincia di Latina. Qui, in una casa di mattoni rossi con le tapparelle abbassate, vaga inquieto un fantasma. Nei fascicoli giudiziari resta la fotocopia della sua ultima carta d’identità: classe 1954, 168 centimetri, capelli e occhi castani, professione operaio. È lo spirito di Cesare Battisti che qui abitava prima di diventare un terrorista. La famiglia non ha cambiato indirizzo. Gli uomini sudano nell’officina dove preparano cartelli stradali. In questi campi sino agli anni 60 pascolavano le pecore di papà Antonio, originario del Frusinate. Poi il capofamiglia cedette il gregge e i figli cambiarono attività. Senza perdere la voglia di faticare dei Battisti, tutti orgogliosamente comunisti. Ma c’era una pecora nera in questa famiglia di pastori, il più bello e giovane di sei figli. “Cesare era intelligente e generoso, ma pure ribelle e manesco” ricorda il fratello Vincenzo, 68 anni, pensionato. Preferiva leggere piuttosto che sgobbare e, terminata la terza media, si iscrive a un istituto privato di Latina, senza successo.
Nel tempo libero corre con il go-kart dell’amico Pino, “sgasa” con il 48 della Benelli, pesca con la rete nei canali. Va a ballare al Pescheto o al ritrovo di Borgo Carso: liscio e shake. “Pensavamo solo a divertirci e lui non parlava mai di politica” ricorda oggi Pino, 56 anni. Il primo vero reato lo commettono insieme. È il 13 marzo 1972. I verbali di polizia raccontano che a Ciampino alle 7.20 del mattino quattro persone vengono fermate dai carabinieri mentre scaricano 31 macchine per scrivere e da calcolo Olivetti da una 1.500 e da una 500, entrambe Fiat. Le auto sono rubate, come la merce, che vale circa 6 milioni, una piccola fortuna per l’epoca. Cesare, 17 anni, Pino, 19, e Pier Carlo, 30, la stanno rivendendo per 600 mila lire a un meccanico ventisettenne, il ricettatore. “Battisti non aveva bisogno di quei soldi: i fratelli lo pagavano bene per dare una mano nell’azienda di famiglia” sostiene Pino, passato turbolento e presente senza lavoro. La vita di Battisti è sempre più adrenalinica, le ragazze non gli mancano. Scalda i muscoli nella palestra dell’estremismo politico e ogni tanto va a fare a pugni con i giovani neofascisti di Latina nei bar vicino allo stadio. Ama le auto e viene arrestato per guida senza patente. Acquista una Mini minor rossa K2 con cui sfreccia nelle strade dell’Agro pontino.
A Latina frequenta una prostituta di vent’anni, Clara. Il 1° maggio 1974, insieme con un amico, convince due ragazzine di origine calabrese (una di 16 e l’altra di 13 anni) a seguirli in treno. Arrivano sino in Sicilia. In albergo fanno l’amore. La “fuitina” dura quasi due settimane. Battisti viene denunciato per “sottrazione di minore a fini di libidine violenta su persona incapace”. Poche settimane dopo lui, invece di scusarsi, aggredisce lo zio della tredicenne. Sabato 3 agosto 1974, insieme con Claudio e Luciano, due coetanei, decide di esagerare. Viaggiano su una Giulia 1.600, “trombe potenti e carburatori rumorosissimi ” informa un giornale dell’epoca. Sgommano sul lungomare di Sabaudia, si fanno notare dai vigili. Poi si calano tre calzemaglie sul volto: con una pistola calibro 7,65 e una lupara entrano nella villa di Giuseppe Cerquetti, dentista romano. L’uomo ospita per le ferie un’amica e tre ragazzini. Due di loro sentono dei rumori ed escono in giardino impugnando una pietra e un bastone. Si trovano di fronte Battisti e compagni con le armi spianate. “Sebbene travisati erano facilmente riconoscibili ” ricorda 35 anni dopo Cerquetti. “A parlare era solo Battisti e, anche se ci hanno legati e imbavagliati, onestamente non sono stati violenti”. Alla fine il bottino è magro e dopo un paio d’ore i tre sono già in manette. Battisti finisce prima nel carcere di Spoleto, poi in quello romano di Rebibbia. Il 20 febbraio 1976 esce per decorrenza dei termini della custodia preventiva. A maggio parte militare, destinazione Casale Monferrato (Alessandria).
Fa di tutto per abbandonare la divisa: lamenta diversi malanni, dalle vertigini alle coliche. Un ufficiale medico lo riconosce “demente” e lo spedisce nell’ospedale pischiatrico di Torino. Alle visite successive risulta “abile e arruolato”. Viene mandato al gruppo artiglieri di Udine. All’inizio del 1977 finisce nella casa circondariale del capoluogo friulano per i suoi precedenti reati da borghese. Qui conosce Arrigo Cavallina, insegnante e aspirante rivoluzionario, futuro fondatore dei Pac, i sanguinari Proletari armati per il comunismo. Il 16 maggio per Battisti arriva la scarcerazione e viene trasferito al distretto militare di Latina. Qui si rifiuta con altri compagni di partecipare alle esercitazioni per l’ordine pubblico. Battisti invia una lettera al nuovo amico, il terrorista Cavallina: “L’associazione a delinquere cossighiana ha pensato bene di tenere pronto l’esercito (…) il colonnello ha tenuto il suo bravo discorsetto e da qui sono cominciati i casini” scrive. Il 1° giugno un caporalmaggiore viene picchiato da due giovani mascherati e inizialmente viene incolpato lui. È anche accusato di aver minacciato “di dare una scarpata in testa” allo stesso sottufficiale. Il 9 giugno viene arrestato e incarcerato a Forte Boccea. Alla fine viene condannato per insubordinazione.
Per alcuni mesi entra ed esce dal carcere. In quel periodo frequenta Lucia, una giovanissima studentessa di Latina, e Gianni, ventiduenne scapestrato: “Eravamo entrambi fuori di cervello” ammette oggi l’ex compagno, di professione bidello. Il 3 febbraio i due, insieme con Roberto, ventenne incensurato, prendono d’assalto l’ufficio postale di Montecchio, frazione di Sermoneta. “Entrarono armati e mi piantarono la pistola contro la nuca” ricorda l’allora direttore Guido Mancini. “Se non sono crollato a terra per la paura è solo perché avevo le ginocchia appoggiate al muro”. Il furgone portavalori non è ancora arrivato e l’assalto è un fallimento: nelle casse ci sono 297 mila lire e altre 300 mila di marche per patenti. Gianni e Roberto vengono arrestati poco dopo. Battisti riesce a fuggire. “È il più pericoloso, con sé ha la pistola e i soldi” scrive il Messaggero.
Il fuggitivo trova ospitalità a casa del compagno Cavallina, a Verona. “Se non fosse dovuto scappare, non avrebbe mai intrapreso la lotta armata” si rammarica il fratello, Vincenzo Battisti, con la sigaretta tra le dita. Così, quasi per caso, un piccolo malvivente si fece terrorista. E ora fa il perseguitato politico.

Si potranno intercettare tutti i reati con pene superiori ai cinque anni, come prevede la legge attuale, ma la durata dell”ascoltò non potrà superare i 45 giorni, prorogabili per altri 15. Per i magistrati responsabili di aver violato il segreto istruttorio, inoltre, scatterà la responsabilità disciplinare e potranno essere trasferiti.
La maggioranza, dopo giorni di confronti e riunioni fiume, trova la famosa “quadra” sulle intercettazioni, così come annunciato dal ministro della Giustizia Angelino Alfano la settimana scorsa. E si prepara a ritirare molti degli emendamenti presentati in commissione al disegno di legge del governo. Il vertice convocato a Palazzo Grazioli tra i “tecnici” della giustizia del centrodestra alla fine si dimostra risolutivo: non ci sarà nessuna “lista” per quanto riguarda i reati che si potranno intercettare, ma si introdurrà un principio che potrebbe cambiare volto all’intero sistema. I magistrati, per chiedere di poter fare delle intercettazioni, non dovranno più avere tra le mani solo “gravi indizi di reato”, come prevedeva il testo Alfano, ma dovranno basarsi su “gravi indizi di colpevolezza”.
Su questo punto, spiega il responsabile Giustizia della Lega Matteo Brigandì, uno dei protagonisti della trattativa, l’accordo “è stato praticamente unanime”. “Se la legge attuale sulle intercettazioni infatti fosse stata rispettata e applicata alla lettera” sottolinea il deputato leghista “non ci sarebbe stato alcun bisogno di modificare la normativa. E invece siccome non siamo in una situazione fisiologica, ma patologica, la riforma si è dovuta fare. Perché vogliamo fare del tutto per evitare che continuino gli abusi”. Nel corso della riunione alla quale hanno preso parte, tra gli altri, il deputato del Pdl e legale del premier Niccolò Ghedini, il presidente della commissione Giustizia della Camera Giulia Bongiorno, il ministro della Difesa Ignazio La Russa e il capogruppo del Pdl in commissione Enrico Costa, si è deciso anche di accogliere il principio contenuto nell’emendamento presentato da Francesco Paolo Sisto (Pdl) secondo il quale non si potrà in alcun modo pubblicare il nome del magistrato titolare dell’indagine.
Poi si è stabilito di fissare un tetto al budget di spesa visto che, anche oggi, il Guardasigilli, nella sua relazione sulla Giustizia alla Camera, ha ricordato che i costi delle intercettazioni sono ormai fuori controllo. E su questo fronte è stato accolto un emendamento dell’Udc che prevede la possibilità per ogni Procura di avere un suo budget: finito quello, finita ogni possibilità di “ascoltare” gli accusati. “Volevamo evitare in questo modo” commenta il deputato centrista Roberto Rao “la cosiddetta ‘pesca a strascico’ e cioè ho tutti i soldi che voglio intercetto tutto. In questo modo, invece, si sarà costretti a fare le cose in modo più razionale e mirato”. Se poi verrà aperto un procedimento a carico di ignoti per una fuga di notizie, questo, come competenza, passerà al distretto di Corte d’Appello più vicino. “Presenterò” ha annunciato Alfano “un emendamento per togliere dal ddl la previsione del carcere per i giornalisti”. Anche se, ha avvertito, “si affermerà comunque il principio di responsabilità del giornale, cioé dell’editore”.
Particolarmente soddisfatto il ministro La Russa, che ha parlato di “una decisione comune che va nella direzione che abbiamo sempre sostenuto e cioè di non impedire che le intercettazioni possano essere utilizzate come strumento di indagine, ma di evitare al tempo stesso abusi sia nella loro pubblicazione che nella loro durata”. Marina Sereni, vice capogruppo del Pd a Montecitorio, esprime interesse per la posizione della maggioranza sulle intercettazioni perché il suo partito non ècontrario a una loro regolamentazione. Negativo invece il giudizio di Antonio Di Pietro, leader dell’Idv, che annuncia una ferma opposizione.
Tre maestre, Patrizia Del Meglio, Silvana Magalotti e Marisa Pucci, e l’autore tv Gianfranco Scancarello, marito di Del Meglio, rischiano di finire sotto processo, a Tivoli, per i presunti abusi sessuali ai danni di 21 bambini della scuola materna Olga Rovere di Rignano Flaminio. È quanto emerge dall’avviso di chiusura delle indagini notificato oggi ai difensori degli indagati. Chiesta l’archiviazione per la maestra Assunta Pisani, la bidella Cristina Lunerti e il benzinaio cingalese Kelum Weramuni Da Silva.
Pesanti i reati contestati dal pm Marco Mansi ai quattro indagati: atti osceni, maltrattamenti verso minori, sottrazione di persona incapace, sequestro di persona, violenza sessuale aggravata dalla minore età delle vittime, corruzione di minori, atti contrari alla pubblica decenza. Gli indagati hanno sempre respinto le accuse. Alla luce della notifica dell’avviso di chiusura indagine, per gli indagati si prospetta la richiesta di rinvio a giudizio. I difensori dei quattro hanno ora 20 giorni di tempo per chiedere l’audizione dei loro assistiti o per depositare note e memorie. L’inchiesta giudiziaria, partita sulla base di alcune denunce dei genitori di bambini, prende in esame fatti cominciati nel 2001, per una bambina, e proseguiti per gli altri 20 alunni tra il 2005 ed il 2006.
Affidati alle maestre Silvana Magalotti, Patrizia Del Meglio e Marisa Pucci “per ragioni di istruzione”, gli indagati sottoponevano i bambini “ad atti di sevizie e crudelta”. È quanto scrive il pm Marco Mansi nel capo di imputazione nei confronti degli indagati dell’inchiesta. Secondo il magistrato i reati, oltre che dalle maestre e dell’autore televisivo Gianfranco Scancarello, sarebbero stati commessi in concorso con “soggetti non identificati in numero di cinque o più”.
Alle maestre, inoltre, viene contestata l’aggravante dell’abuso di autorità o relazione domestica o di ufficio “derivante dal fatto di essere in servizio appunto come maestre alla Rovere” e inoltre si contesta loro l’abuso del rapporto di custodia in relazione ai 21 bambini (di età all’epoca dei fatti dai tre ai cinque anni).
Nell’atto di chiusura indagine, firmato soltanto dal pm Marco Mansi e non dal procuratore di Tivoli Luigi De Ficchy, si parla bambini “maltrattati sottoposti a percosse, nonchè legati dopo essere stati spogliati”. Sugli stessi bambini, secondo il pm, venivano poi praticati “con l’uso di siringhe, prelievi di sangue o inoculazioni di sostanze varie quali narcotici, stupefacenti o altre lesive della salute delle persone alcune contenenti benzodiazepine e li terrorizzavano vestendosi da diavolo o coniglio nero o altro ancora, con l’uso di cappucci e mostrandosi con i medesimi completamente o parzialmente nudi”.
Inoltre per indurre i bambini “a praticare reciprocamente su loro stessi atti di esplicita natura sessuale anche con l’uso di strumenti, con l’inserimento di suddetti strumenti nei genitali femminili delle bambine e uso lesivo dei suddetti strumenti in danno dei minori di sesso maschile”, gli indagati li avrebbero minacciati di morte per i genitori o di danni fisici e uso della violenza. Secondo il pm i quattro indagati facevano assistere i bambini “o partecipare attivamente ad atti a sfondo sessuale in particolare toccamenti, percosse reciproche, sodomizzazioni, masturbazioni, penetrazioni, tra loro e altri soggetti non identificati”.
Sempre secondo la procura i bambini venivano sottoposti “a giochi a sfondo sessuale tra loro o con gli stessi indagati, denominati, secondo quanto riferito dalle giovani vittime, ‘il gioco della puntura’, ‘il gioco del pisello’, nel corso dei quali i bambini subivano penetrazioni o dovevano toccare i genitali degli adulti e altre zone erogene, commettendo (gli indagati) atti di violenza sessuale in gruppo e comunque i bambini riuniti nel medesimo posto”.
“Siamo sorpresi perché vengono riproposte contestazioni già smentite”. Così l’avvocato Roberto Borgogno, difensore di Patrizia Del Meglio e di Gianfranco Scancarello, insieme con l’avvocato Franco Coppi, commenta la chiusura indagini della procura di Tivoli sui presunti abusi sessuali a Rignano. “Si tratta di fatti”, ha aggiunto, “che sono stati già ritenuti infondati dal tribunale del riesame di Roma, dalla Cassazione e che non hanno trovato riscontro neanche nelle dichiarazioni fatte dai bambini in sede di incidente probatorio”.
“Ce lo aspettavamo”, ha dichiarato Ippolita Naso, legale di Silvana Magalotti, l’esito dell’indagine della procura di Tivoli “era scontato. Si tratta”, ha detto l’avvocato Giosuè Bruno Naso, legale anche lui della Magalotti, “di una ostinata difesa dell’errore iniziale fatto dalla procura. Non c’è stato un minimo di onestà intellettuale per cercare di riconoscere e correggere questo errore. Una inchiesta, inoltre, fatta con grande dispiego di mezzi e energie e nella quale non si è tenuto conto ad esempio dell’esito delle analisi del Ris che non hanno trovato nulla sia nelle macchine, sia nelle abitazioni. E nel capo di imputazione si parla ancora di macchine e abitazioni”.
“Dopo due anni di indagine la procura di Tivoli dimostra una determinazione che può essere solo frutto di una ipotesi accusatoria validamente supportata dalle indagini”. Sostengono invece gli avvocati Antonio Cardamone e Franco Merlino che difendono cinque famiglie di bimbi alunni della scuola materna, presunti vittime di abusi sessuali. “Adesso pensiamo a tutelare e proteggere i bambini”, aggiungono Cardamome e Merlino, “molti dei quali sono ancora sottoposti a cure psicologiche per i traumi evindentemente subiti”.
In Italia c’è una vera situazione di “indulto quotidiano”. Tutti la conoscono, tutti ne parlano, “ma negli ultimi anni non s’è fatto niente”. Amaro e duro lo sfogo pronunciato dal capo della Polizia, Antonio Manganelli, intervenuto in commissione Affari costituzionali al Senato.
La situazione è dovuta dal fatto che la pena: “oggi è quando di più incerto esiste in Italia”; un qualcosa che rende “assolutamente inutile” la risposta dello Stato e “vanifica” gli sforzi di polizia e magistratura. “Non gioco a fare il giurista” prosegue “nè voglio entrare nelle prerogative del Parlamento, ma quella che abbiamo oggi è una situazione vergognosa”.
E il paradosso, denuncia Manganelli è quotidiano: “noi operatori delle forze dell’ordine viviamo tutti i giorni, quando arrestiamo qualcuno per uno dei reati di cosiddetta criminalità diffusa e scopriamo che quel qualcuno nell’ultimo semestre era stato già arrestato altre tre o quattro volte per lo stesso tipo di reato”.
Manganelli è intervenuto anche sul tema dell’immigrazione clandestina, ammettendo che gli strumenti a disposizione non consentono una azione adeguata. “Noi forze di polizia che diciamo che l’immigrazione clandestina va contrastata con un certo rigore” afferma Manganelli “rinunciamo già in partenza a qualsiasi possibilità di contrastare l’immigrazione clandestina”. E per spiegare le difficoltà del contrasto all’immigrazione clandestina Manganelli cita alcuni dati “inquietanti”.
“Dal 1 gennaio ad oggi, le forze dell’ordine hanno fermato oltre 10.500 clandestini per i quali hanno ritenuto di avviare le procedure di espulsione. Solo 2.400 di costoro hanno trovato posto nei centri di permanenza; gli altri 8mila hanno di fatto ottenuto un ’perdono sul campò e gli è stato consegnato un foglio di via, che equivale a un niente”.
E nel 2007 non è andata diversamente: “Abbiamo fermati 33.897 immigrati clandestini che dovevano essere avviati ai cpt e per i quali dovevano essere avviate le procedure di espulsione” spiega Manganelli. “Abbiamo trovato posto solo per 6.366 persone. 27mila sono stati destinatari di un foglio di via, naturalmente non accolto nella stragrande maggioranza dei casi”. E dunque, conclude Manganelli, “qualsiasi norma che possa rendere certa la pena, rendere effettiva l’espulsione attraverso l’adeguatezza dei centri e dei tempi di permanenza e qualsiasi cosa che vada in contro alla rapidità delle procedure è ben accetta”. Manganelli denuncia anche che il 30% dei reati di criminalità diffusa sono commessi da immigrati clandestini e un terzo della popolazione carceraria è composta da stranieri irregolari.
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Sono pirati della strada, pali o spacciatori assoldati dalla mafia, bulli passati dalle marachelle a scuola allo stupro di gruppo. Hanno per lo più tra i 14 e i 16 anni, in nove casi su dieci sono maschi. E se è vero che a partire dagli anni Novanta c’è stata l’impennata del numero degli stranieri, negli ultimi tempi gli italiani hanno recuperato terreno: sono poco meno della metà dei minorenni in carcere, ma il 70 per cento di quelli denunciati alle procure. Chi sono, da che famiglie vengono, che delitti compiono, che fine fanno i baby criminali di casa nostra?
Per capirlo, partiamo dagli arresti, dai rapporti di polizia e carabinieri. A Roma e Milano non passa giornata in cui non ci sia tra i fermati un ragazzo con meno di 18 anni. “I minorenni stranieri”, spiega Chiara Giacomantonio, responsabile della sezione minori della Direzione centrale anticrimine della polizia, “sono responsabili nella maggior parte dei casi di furti, rapine e spaccio. Mentre gli italiani compiono quelli che prima si potevano chiamare fenomeni di bullismo, ma che ora sono degenerati in atti molto più gravi: violenza privata, lesioni, aggressioni, stupri di gruppo. Un’evoluzione in peggio” continua Giacomantonio “che ha origine nel fatto che i ragazzi sono spesso lasciati soli e trovano nella ‘banda’ la forza di affermarsi, proprio attraverso un atto criminoso. Parliamo infatti per lo più di adolescenti cosiddetti normali, che provengono da famiglie regolari e non necessariamente povere”. Ragazzini della porta accanto, insomma, che scelgono come vittime i loro coetanei più deboli, ragazze, compagni isolati, disabili. “Quello che più inquieta quando li ascoltiamo”, spiega ancora Chiara Giacomantonio, “è che non si rendono conto del valore negativo di quello che hanno fatto e non si sentono responsabili. Le frasi più ricorrenti sono: ‘Era solo uno scherzo’ oppure ‘mi servivano i soldi per le scarpe firmate’”.
I dati del Dipartimento giustizia minorile del Ministero della giustizia confermano le impressioni di chi lavora sul campo. Nel 2006 la presenza media negli Istituti penali per minorenni (Ipm) è stata di 417,6 persone (il 12% in meno rispetto al 2005 per effetto dell’indulto). Di questi, il 54 per cento erano stranieri (per lo più romeni, marocchini, serbi) e il 46 per cento italiani, l’89 per cento maschi e l’11 per cento femmine. Al Nord e al Centro gli stranieri sono più numerosi, al Sud lo sono gli italiani. Su un totale di 18 Ipm, in 11 i secondi superano i primi. L’età prevalente è 16-17 anni (nel 51% dei casi) e la maggioranza (il 63%) era in attesa del primo giudizio. Al 31 dicembre 2006 erano detenuti per reati legati alla droga 20 italiani e 38 stranieri, per furto 24 e 50, per rapina 63 e 53, per lesioni 19 e 19, per omicidio 17 e 6, per stupro 2 e 6. In generale, analizza il Dipartimento, i reati contro il patrimonio (furti e rapine) sono più frequenti tra gli stranieri, quelli contro la persona e quelli legati alla droga tra gli italiani. Un altro dato importante: molti minori che entrano in contatto con la giustizia minorile fanno uso di droghe, occasionalmente o abitualmente, per lo più di cannabinoidi e cocaina. Il 70 per cento di questi sono italiani.

L’Ipm di Milano “Cesare Beccaria”
L’aumento dei detenuti italiani va letto sotto una lente particolare. Rispetto ai coetanei stranieri infatti, gli italiani finiscono meno spesso in carcere, perché chi ha una famiglia alle spalle e nessun problema di clandestinità ha più possibilità di rocorrere a misure alternative. Di andare nei centri di prima accoglienza o in comunità, di essere affidato ai servizi sociali oppure di scontare la pena ai domiciliari. Il 56 per cento dei ragazzi in comunità è italiano e in queste strutture dal ‘98 al 2006 gli ingressi sono aumentati del 128 per cento. Nel 2004 (ultimo dato fornito dal Ministero) sono stati denunciati alle Procure presso il Tribunale dei minori 41.529 giovani con meno di 18 anni. Il numero comprende anche i minori di 14 anni, cioè non imputabili, che sono quasi il 30 per cento. Sul totale, gli italiani erano il 71 per cento.
“Fare il ragazzo oggi è un bel casino”, dice don Gino Rigoldi, al suo 36esimo anno da cappellano dell’Ipm “Beccaria” di Milano. Il parroco ne ha visti molti, molti ne ha ospitati in casa e nella sua Comunità Nuova e oggi sono proprio gli italiani a richiamare la sua attenzione. “Il loro aumento mi ha sorpreso. Mi sembra di essere tornato indietro di 35 anni”, spiega. “Vedo arrivare ragazzi dalle periferie difficili, con un’educazione povera e famiglie disattente. Ma oggi i giovani hanno qualcosa in meno di allora: gli manca una visione positiva del futuro. Hanno uno sguardo depresso, spento. Non vedono uno sbocco per la propria vita. Nel deserto dei quartieri quello che conta è ciò che devono assolutamente possedere e il furto o la rapina diventano il modo per diventare protagonisti di qualcosa”. Gli adolescenti sono lasciati soli, secondo don Gino, anche quando non entrano in contatto con la droga e col carcere: “Milano è una città piena di orfani”.
Adolescenti che proprio dietro la porta blindata di una cella o nel campetto da calcetto dell’istituto spesso cercano quello che “fuori” non hanno trovato. “Un adulto che li responsabilizzi, che sappia dire di no e che insegni loro a fare delle scelte”, dice Elvira Narducci, operatrice al “Beccaria” da 15 anni e da gennaio vicedirettore. “Parliamo di persone che stanno crescendo”, continua, “e che soprattutto trascorreranno ancora la maggior parte della loro vita fuori dalla prigione. Quello che riusciamo a trasmettergli qui è fondamentale”. Per questo tanta attenzione alle attività di orientamento, da quelle professionali, a quelle sportive e scolastiche a quelle creative di cui Paola Prandini è responsabile da otto anni. “Quando escono devono avere qualche strumento in più per affrontare la vita, una competenza lavorativa e una maggiore consapevolezza”, spiega. “Qui puntiamo soprattutto sull’integrazione tra le varie etnie, i gruppi di attività sono misti, anche tra maschi e femmine”.
“Il rischio di recidiva è alto con i minorenni”, avverte Elvira Narducci, “proprio perché si tratta di persone in evoluzione. Per questo il loro percorso non è lineare. Ma proprio per questo con loro una caduta non è mai definitiva e fino all’ultimo c’è una possibilità di recupero. Sempre che si voglia scommettere sulle loro incredibili risorse. Ultimamente le richieste che ci arrivano dall’esterno sono nella direzione del controllo, della sicurezza, della repressione. E i mezzi impiegati per il reinserimento costruttivo passano in secondo piano”. “Con evidente svantaggio per tutti”, conclude Prandini. “Questo vale sia in prigione sia fuori. Che fine fa un 14enne rom che ha rubato al supermercato e che non trova una rete sociale che lo sostenga?”. Per alcuni ragazzi il carcere è il male minore.