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Il divieto contro il burqa a Varallo Sesia | (ANSA/Tonino Di Marco)
Il leader di Forza nuova si guarda intorno, compiaciuto. Luca Castellini, 34 anni, è il responsabile per il Nord del movimento politico di ultradestra. Alle sue fiaccolate di solito partecipano gruppuscoli di simpatizzanti. Mercoledì 25 novembre, invece, nella piazza ovale di Rovato, ricco centro del Bresciano, i giovanotti vestiti di scuro erano baldanzosi e più di 300. “Stop immigrazione, fermiamo l’invasione” hanno scritto su un gigantesco striscione, issato come vessillo tra i fumogeni tricolori. Anche Forza nuova cavalca l’istante: il 20 novembre, sempre a Rovato, una ragazza di 28 anni era stata selvaggiamente stuprata da un marocchino. È stata quella la scintilla che ha acceso lo sdegno: nei giorni seguenti in migliaia hanno sfilato per le vie del centro storico del paese, esasperati dall’”invasione”. Continua

Un'operazione di sgombero di alcuni nordafricani | (ANSA/PASQUALE STANZIONE)
Vogliono tornare indietro, ma non possono. Perché sono irregolari. Devono restare in Italia e aspettare un processo per poi, forse, essere espulsi. Il tutto a spese dello Stato. Una situazione paradossale creata dall’entrata in vigore del reato di clandestinità (che prevede un’ammenda da 5.000 a 10.000 euro). Continua

È maschio, italiano, lontano dall’essere un criminale incallito o un malato mentale: l’identikit dello stalker somiglia molto a quello di una persona comune, senza problemi evidenti. “Sulla base delle denunce e degli arresti abbiamo notato che si tratta nella maggioranza dei casi di uomini di nazionalità italiana” spiega il vice questore aggiunto Chiara Giacomantonio, del Servizio centrale operativo della polizia. Continua

Il sito dell’Arma dei carabinieri parla chiaro. “La parola stalking deriva dal linguaggio tecnico-gergale della caccia e letteralmente significa ‘fare la posta’. In termini psicologici, lo stalking è un complesso fenomeno relazionale che viene indicato anche come sindrome del molestatore assillante”. E lo stalker, colui che molesta la vittima anche solo con sms per un periodo di tempo piuttosto lungo, dallo scorso 23 febbraio, data in cui il disegno legge del 18 giugno 2008 è stato convertito in decreto legge, rischia grosso davvero: dai sei ai quattro mesi di reclusione.
Eppure solo il 17 per cento dei giovani si affiderebbe a una denuncia, se riconoscesse di essere vittima di questo nuovo tipo di reato. I dati emergono da una nuova ricerca condotta dall’Osservatorio nazionale sullo stalking (Ons) su un campione di 800 studenti di 16 diverse facoltà dell’Università La Sapienza di Roma. Sono diverse le motivazioni fornite dai giovani intervistati: il 26 per cento preferirebbe aiutare lo stalker piuttosto che farlo arrestare, mentre il 13 per cento teme di aumentarne l’aggressività peggiorando la situazione.
Il 7 per cento, inoltre, ritiene di non essere creduto e un ulteriore percentuale crede si tratti di fatti non gravi. “Oltre alla poca fiducia dei giovani nella denuncia, è il gap fra la portata del fenomeno dello stalking e il suo grado di conoscenza, soprattutto fra le nuove generazioni”, spiega Massimo Lattanzi, fondatore dell’Ons. “Il 71 per cento degli intervistati ha dichiarato infatti di non conoscere il significato del termine ’stalking’, eppure il fenomeno coinvolge anche i giovanissimi”.
Lo conferma l’esperimento della Sapienza: dopo alcuni chiarimenti sulle forme dello stalking, infatti, il 12,7 per cento degli studenti intervistati si è riconosciuto come vittima, il 4 per cento addirittura come autore. Fra chi dichiara di essere vittima di violenze del genere, il 16 per cento ha subito un grave trauma non elaborato (il 33 per cento la perdita di un familiare e il 28 per cento la separazione dei genitori). “Il trauma da abbandono sembrerebbe inibire o ridurre la capacità, fra le vittime, di riconoscere l’atteggiamento dello stalker o di porre in essere comportamenti difensivi adeguati”, conclude Lattanzi

di Paola Ciccioli
“Non sono andato subito all’attacco del bambino. Ho costruito il rapporto di fiducia giorno per giorno. Il piccolo ha preso confidenza e dopo un po’ ha cominciato ad abbracciarmi. Così, quando ho abusato di lui, poteva sembrargli una cosa normale”. Un pedofilo descrive la subdola ragnatela psicologica nella quale ha intrappolato un bambino di 9 anni. Un caso drammatico, quanto emblematico, che può servire come chiave di lettura dei fatti di cronaca che si sono succeduti nelle ultime settimane.
L’uomo, che non ha ancora 40 anni, prima di finire in carcere per violenza sessuale aveva commesso quelli che in passato venivano definiti “atti di libidine” nei confronti di una minorenne che aveva seguito per la strada. Mesi dopo l’adolescente lo ha visto in piazza: è corsa in un negozio e ha telefonato alla polizia. Per questo episodio aveva ottenuto la sospensione condizionale della pena ed era stato affidato ai servizi sociali. E nel 2001 torna a violentare: la vittima è quel piccolo di 9 anni che, con la frequentazione assidua, aveva finito per considerarlo un amico, un compagno di giochi.
La condanna a 4 anni di reclusione, sommata ai due inizialmente sospesi, lo ha tenuto in carcere fino alla fine del 2006. Poi ha scontato 11 mesi in un ospedale psichiatrico giudiziario e ora, in libertà vigilata, segue a Milano un programma destinato ai sex offender presso il Servizio di mediazione penale finanziato dal comune e gestito dallo psicoanalista Luigi Colombo: qui sono in cura 95 responsabili di atti violenti, ma gli assistiti sono in totale 1.080. Ed è in questa sede che ha accettato di incontrare Panorama, chiedendo di rimanere anonimo.
“Il primo reato l’ho commesso nel 1998, ho molestato una ragazzina di 14 anni”: il racconto del pedofilo comincia con queste parole. “Per la verità a me aveva detto che ne aveva 10, la sua reale età è venuta fuori durante il procedimento penale e non mi so spiegare perché mi abbia detto una cosa diversa. Era pomeriggio, l’avevo vista passare e le sono andato dietro. È scattato qualcosa in me che mi ha spinto verso di lei. Ho attaccato discorso, le ho chiesto come si chiamava e abbiamo camminato insieme verso casa sua. Non ricordo se mi avesse colpito qualcosa in particolare, so che ho provato il bisogno di seguirla e di toccarla. Di avere un rapporto sessuale no, non pensavo di fare una violenza vera e propria. A un certo punto però le ho messo le mani addosso e le ho anche chiesto se potevo continuare. Mi ha detto di no e mi sono staccato. In passato avevo avuto altri impulsi di questo genere, non so con precisione quando sono iniziati. Posso soltanto dire che da bambino anch’io sono stato abusato. Ma non voglio parlarne. È una storia emersa durante un colloquio con una dottoressa, ero già grande e avevo fatto le prime sedute con gli psicologi. Ma non era andata bene, tanto è vero che nel 2001 ho commesso un altro reato”.
A questo punto emerge una diversa lettura di quanto accaduto. L’uomo ne dà una versione edulcorata, mentre negli atti processuali (lo sottolinea lui stesso) gli vengono addebitati comportamenti di estrema gravità, per di più commessi nell’arco di 6 mesi. Incredibile il momento in cui ha notato il bambino per la prima volta e ha deciso che sarebbe diventato la sua vittima.
“Avevo fatto amicizia con un collega della ditta in cui lavoravo e capitava che a volte andassi a trovarlo. È stato lì che ho conosciuto il bambino, era un vicino del mio amico. L’ho intravisto da una fessura della tapparella abbassata. Da questo spiraglio lo avevo osservato mentre apriva la finestra di casa sua. Mi è sembrato di ritrovare me stesso, i suoi occhi erano i miei di quando ero piccolo. Da quel giorno ho cominciato a pensare a lui e nei finesettimana tornavo sempre dal mio collega con la speranza di rivederlo. La madre era separata e viveva sola con questo e un altro figlio di 3 anni. Ho conosciuto anche lei e ne è nato un rapporto di fiducia. La prima volta che l’ho toccato stavamo giocando a pallone in cortile, noi due soli. A un certo punto ho tirato il pallone dentro l’androne del palazzo. L’ho fatto apposta, per poter andare a riprenderlo insieme a lui. Una volta dentro ho cominciato a fargli il solletico e, creato il contatto fisico, l’ho poi molestato.
“La seconda volta è stato circa 2 settimane prima che mi arrestassero. Ero andato a cercare il mio amico, che però non c’era. La madre della mia vittima mi ha visto e mi ha invitato a bere qualcosa. Era la prima volta che mettevo piede nel loro appartamento. Sono salito, ci siamo messi a chiacchierare, abbiamo preso un caffè e dopo un po’ lei è andata in bagno a lavarsi i capelli. Io sono rimasto solo con i bambini. Ci siamo messi sul divano a vedere la televisione, il più grandicello mi si è seduto sulle ginocchia e io non ho resistito. Lui non ha pianto, non ha urlato. Rimaneva lì, fermo”.
È il momento della violenza. Distaccato è il tono della voce, come fredda era la sua preoccupazione di quel pomeriggio: “Quando sono andato via, non l’ho minacciato, gli ho chiesto però, come avevo fatto la volta precedente, di non dire niente a nessuno. Nel frattempo era tornata la madre e io, salutando il bambino, gli ho detto: mi prometti di fare il bravo? Lui ha capito.
“Dentro di me era come se volessi farmi scoprire: volevo essere fermato ma la mia volontà non era sufficiente”. In una relazione scritta dagli operatori carcerari che si sono occupati del caso si legge che, in effetti, la sua capacità di intendere è integra, ma c’è “una grande diminuzione della capacità di volere che ne comporta un’incapacità di resistere, quando in lui insorgano, agli impulsi pedofiliaci”. Ecco per esempio perché, prima dell’arresto, si era scelto un lavoro che lo tenesse il più possibile lontano dalla vita di relazione. Mentre della reclusione dice che è stata un’esperienza scioccante, che lo ha spinto a chiedere di essere inserito in un progetto per la cura dei sex offender. “Ora la mia età corrisponde a quella anagrafica, ma prima del carcere era come se avessi 16 anni” dice. La sua tesi è questa: “I pedofili si mettono allo stesso livello delle loro vittime. Giocano, pensano e si comportano come bambini. Trasmettono ai piccoli emozioni che li rassicurano, che non li fanno apparire come nemici. E invece è esattamente e drammaticamente il contrario”.

di Bianca Stancanelli
Dall’11 settembre 2001 sono più di 100 gli estremisti islamici condannati in Italia per reati legati al terrorismo internazionale. Nomi, accuse e condanne sono raccolti in un dossier elaborato dal procuratore aggiunto Armando Spataro, coordinatore del dipartimento antiterrorismo della procura di Milano, e pubblicato dall’Anm, l’Associazione nazionale magistrati.
Il dossier elenca 104 condanne, emesse soprattutto fra Milano, Brescia, Bologna e Napoli. Solo una su tre, 36 in tutto, riguarda la violazione dell’articolo 270 bis, il reato di terrorismo internazionale entrato ufficialmente nella legislazione italiana dopo il crollo delle Torri gemelle, mentre la gran parte delle sentenze fa riferimento ad associazioni a delinquere semplici. “Ma nella motivazione” annota Spataro “si può spesso leggere che i giudici hanno descritto quelle associazioni come finalizzate al terrorismo internazionale e riconducibili, in gran parte, a sigle conosciute come Gspc e Gia”.
Il numero delle condanne è in continuo aggiornamento, anche perché la maggioranza di quelle citate nel dossier si riferisce a processi per inchieste avviate prima dell’attentato alle Torri. Un dato curioso è la provenienza degli estremisti condannati. Due soli paesi, Tunisia e Algeria, riuniscono quasi i due terzi delle sentenze: sui 104 casi citati, i tunisini sono 49 e gli algerini 24.
D’ora in avanti l’ingresso e il soggiorno illegale degli stranieri in Italia diventano un reato: il Senato ha approvato l’articolo 19 del disegno di legge sulla sicurezza.
Il trasgressore però non rischia il carcere, ma solo un’ammenda dai 5 ai 10 mila euro. La Lega esulta parlando di “rivoluzione culturale”. “Siamo davvero soddisfatti” afferma il capogruppo del Carroccio Federico Bricolo “questo servirà come deterrente a chi vorrà entrare illegalmente nel nostro Paese”. “Esprimo grande soddisfazione per l’approvazione da parte del Senato della norma che introduce il reato di immigrazione clandestina” dichiara il ministro della Difesa Ignazio La Russa.
Commento opposto quello del centrosinistra che, con Luigi Li Gotti (Idv), lancia l’allarme: “Grazie a questa norma-manifesto inutile, chi avrà in casa una badante clandestina rischia fino a cinque anni di carcere per favoreggiamento reale”. E in più per i processi ai clandestini si spenderanno “secondo i dati forniti dal governo oltre 400 milioni di euro”.
Gioisce con la Lega, invece, il capogruppo Pdl Maurizio Gasparri che definisce la norma “nuova e importante”. Oltre alla trasformazione dell’immigrazione clandestina in reato, l’articolo 19 stabilisce anche la pena accessoria dell’espulsione che dovrà essere decisa dal giudice di pace. Se il clandestino non pagherà l’ammenda dovrà essere espulso.

Il traffico illegale degli animali da compagnia diventa reato.
“Pensiamo, con i ministri Alfano e Sacconi” ha detto il ministro degli Esteri, Franco Frattini “di inserire un reato specifico contro il traffico di animali da compagnia. Un segnale forte contro queste mascalzonate”. L’Italia dice stop alla tratta dei cuccioli dai paesi dell’Est, un business da 300 milioni di euro l’anno, e questo è uno dei punti del piano d’azione. Frattini fa appello ai Paesi di origine per una collaborazione più stretta e ha scritto alla Commissaria Ue alla salute per standard e regole.
Azioni che fanno parte di una più larga alleanza con il ministero del Welfare, stretta oggi alla Farnesina alla presenza del sottosegretario alla Salute, Francesca Martini. Sul fronte salute Martini ha annunciato il via “a una task-force di esperti del ministero del Welfare che lavorerà intensamente in sinergia e in raccordo con la Farnesina”.
“Questo traffico” ha detto Martini “è divenuto una piaga che mette a repentaglio la salute pubblica esponendola ai rischi collegati sulla mancata profilassi degli animali e alle condizioni igienico sanitarie in cui sono mantenuti”. Ecco quindi che si pensa a un reato ad hoc che, secondo una bozza, prevede la confisca degli animali e reclusione fino a tre anni con l’aggravante se il traffico avviene senza vaccinazioni o da zone infette o con vincoli sanitari. Ma il lavoro è anche oltre frontiera.
“Chiedo una collaborazione più stretta con i Paesi di origine perché intensifichino i controlli da parte delle autorità veterinarie e doganali”, ha detto Frattini parlando del suo come di un “appello convinto” e sottolineando gli ottimi rapporto che l’Italia ha con questi Governi. “Assieme al sottosegretario alla Salute, Francesca Martini” ha detto Frattini “intendo sensibilizzare l’intervento delle Autorità dei Paesi più interessati: Ungheria (Paese già richiamato dalla Commissione Ue nell’ottobre 2007 su richieste del nostro Paese), Slovacchia, Polonia, Romania, Repubblica Ceca, Slovenia e Bulgaria, in ambito comunitario, così come di Estonia, Lettonia, Lituania, Russia, Bielorussia, Ucraina in ambito extracomunitario”.
Frattini ha inoltre annunciato di aver chiesto alla Commissaria europea alla Salute, Androulla Vassiliou “regole di controllo più strette” mentre in ambito nazionale ha “avviato le procedure per ratificare la Convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione degli animali da compagnia, firmata dal nostro Paese nel 1987, ma, dopo 21 anni, non ancora recepita”. E con il Natale alle porte, Farnesina e Welfare lanciano un messaggio agli italiani: “Solo cuccioli di sicura provenienza”.
Intanto i numeri dei traffici e delle illegalità mostrano la drammaticità del fenomeno:
Su 1.189 ispezioni fatte su esercizi di vendita, allevamenti, strutture di addestramento, attività di dog-sitter, servizi di toelettatura, ambulatori privati e canili sanitari, ha riferito Martini, sono state accertate 639 violazioni di cui 102 a carattere penale e 532 a carattere amministrativo;
Secondo la Lega Antivisezione (Lav), che ha avviato una campagna di adozione, i cuccioli dell’Est acquistati a circa 60 euro sono venduti a prezzi fino a venti volte superiori una volta trasformata la loro origine da Est Europa a italiana. I traffici di cani riguardano in particolare le razze Schitzu, West Highland, Carlini e Beagle. I cuccioli nascono nelle cosiddette “puppy mills”, strutture che ospitano decine o centinaia di fattrici per la riproduzione, stipate in box piccolissimi. I cuccioli vengono strappati alle cure materne verso i 30-40 giorni di vita, viaggiano soprattutto di notte sui mezzi di trasporto a volte locali e a volte italiani, spesso accompagnati da passaporti falsi o falsificati. Altri arrivano nascosti nei bagagliai delle auto e il viaggio può durare anche 10-11 ore. Vengono venduti anche su internet o ai caselli delle autostrade, ma il 50% muore e dopo l’arrivo in Italia. I cuccioli che sopravvivono si ammalano di endoparassitosi, micosi, parvovirosi e rogna. Nei gatti sono diagnosticate endoparassitosi, infezione delle vie respiratorie superiori, micosi e rogna.