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Beppe Grillo: tutto il giro d’affari dell’antipolitica

Beppe Grillo in piazza Maggiore a Bologna per il Vaffa-day

«Vaffa… a chi dice che l’onestà non paga». Sembra di sentirlo il ragionier Giuseppe Grillo, classe 1948, mentre gongola davanti al suo estratto conto e srotola la sua inconfondibile cantilena. Infatti, lui, l’instancabile fustigatore di furbetti e mariuoli, di privilegi e clientele, ha praticamente raddoppiato il suo reddito da quando indossa i panni scuri (rigorosamente oversize) del Savonarola «crossmediale» (la definizione è contenuta in un saggio recente), a cavallo tra la piazza virtuale di Internet e quelle reali dei «V-day» (venerdì 25 aprile l’appuntamento è a Torino per manifestare contro la «casta dei giornalisti» in nome di «una libera stampa in un libero Stato»). La svolta per le sue finanze arriva con l’apertura (il 26 gennaio 2005) del cliccatissimo blog internettiano e con il tour teatrale Beppegrillo.it (il primo caso di uno spettacolo che promuove l’indirizzo di un sito). Ma vediamo i dettagli. Panorama ha studiato le sue ultime dichiarazioni dei redditi e ha avuto conferma, innanzitutto, che Grillo paga le tasse. Molte. Visto che l’Istat non prevede l’attività di «predicatore online», il commercialista di Grillo, il genovese Stefano Cecchi, denuncia i guadagni del cliente alla voce «creazioni nel campo della recitazione». Come un comico o un attore qualsiasi. E anche gli introiti non sono quelli di un leader politico (più o meno virtuale): infatti Grillo ha dichiarato nel 2006 un reddito imponibile di 4.272.591 euro, venti volte superiore a quello dell’ex presidente del consiglio Romano Prodi (217 mila euro nel 2006). Gli anni precedenti per Grillo («Un ragioniere che sa fare bene i suoi conti» lo definisce scherzando l’ex compagno di scuola Roby Carletta), senza sito e spettacolo tematico, erano stati meno remunerativi. Nel 2004 e nel 2003 gira l’Italia con lo show «Black out, facciamo luce» e dichiara rispettivamente 2.633.720 euro e 2.133.694; nel 2002 batte i teatri con il tour «Va tutto bene» e le entrate sono più o meno le stesse: 2.214.286. Insomma, sebbene la moglie di Grillo, la signora Parvin, a un’amica ha confidato che non si vive di soli «V-day», certo aiutano.
Dal gennaio 2005 Grillo elettrizza l’etere con il suo blog: il settimanale statunitense Time nel 2005 dichiara lo showman genovese uno degli «eroi europei» dell’anno e nel 2008 promuove il suo diario Internet tra i 25 più influenti del globo. Un palco virtuale da cui il neo tribuno arringa in media, si dice, 200 mila persone al giorno. Da qui spedisce sfratti a parlamentari e ministri, liquida i partiti, «licenzia» manager e impartisce lezioni ecologiste. Ma se le prediche e la discesa in campo, per ora, non hanno dato i risultati sperati a livello elettorale (alle recenti amministrative le nove liste di «amici di Grillo» presenti in regioni e capoluoghi di provincia hanno racimolato in tutto un deputato siciliano e un paio di consiglieri comunali), dal punto di vista economico si sono rivelate un trionfo.
Come ammette Aldo Marangoni, il manager che lo segue da circa trent’anni: «Da quando è partito il blog è stato un successo crescente». Una media di 5 mila spettatori per 80-90 date a tournée, quasi mezzo milione di persone pronte a pagare dai 20 ai 30 euro per ascoltarlo nei palasport. «Le date registrano il tutto esaurito in tempi sempre più brevi» aggiunge Marangoni. Che nel 2005 ha versato a Grillo 3.942.038 euro (cifra cresciuta negli anni successivi). E il resto della torta? Nella dichiarazione 2006, 512.132 euro provengono dalla Società italiana degli autori ed editori (la Siae); 69.784 dalla Casaleggio associati, l’agenzia che gestisce il suo blog (quell’anno all’esordio); 45.000 da Feltrinelli (con cui ha pubblicato Tutto il Grillo che conta); 15.500 dal settimanale Internazionale, per cui scrive. Gli fruttano anche gli investimenti fatti presso la banca Antonveneta che nel 2005 subiva la scalata della Banca popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani, arrestato a dicembre di quell’anno per aggiotaggio, insider trading, truffa aggravata e associazione per delinquere. Questa volta Grillo, al contrario di altre occasioni (per esempio nella vicenda Parmalat) non era riuscito a preconizzare quello che sarebbe accaduto.
Certo le apparenti contraddizioni non spaventano l’uomo. Lo sanno bene gli amici dell’infanzia, quelli che si radunavano in piazza Martinez per sfidarsi con le grette o nelle gare di sputi, o magari per organizzare scherzi feroci (una volta rischiarono di ustionare un barbone che dormiva). «Giuse, come lo chiamavamo» dice Carletta, cabarettista pure lui, «nel ‘68 non si interessava di politica. Tra di noi chi metteva l’eschimo lo faceva per cuccare ai festival dell’Unità». Mentre a scuola venivano organizzate le prime assemblee studentesche, Grillo scarabocchiava alla lavagna i testi delle canzoni di Celentano. All’impegno preferiva le vasche con gli amici in via Venti Settembre, il repertorio di Pippo Franco e Duilio Del Prete e le feste con paste secche e vermuth («Quando ballava guancia a guancia nella penombra era l’unico momento in cui lo vedevamo serio» ricorda ancora Carletta). Un giorno «porcellino» (il suo soprannome, vista la silohuette tondeggiante) corteggiò la ragazza del giovane sbagliato che in cambio gli spazzò via i denti con una testata. Quasi una fortuna visto che gli incisivi sporgenti erano poco telegenici. E che la politica non lo interessasse proprio lo conferma l’ex amico Orlando Portento: «Ha fatto spettacoli per tutti i partiti, ma non certo per motivi ideologici». All’epoca alla politica preferiva le macchine sportive e le belle donne, sebbene sia sempre stato accompagnato dalla fama di genovese parsimonioso: «Ricordo che a Nervi girava con una tuta senza tasche e io gli dicevo che era meglio pagare un caffè che un cardiologo» conclude Portento.
Nel 1990 cambia tutto, Grillo, scovato da Pippo Baudo in un cabaret milanese, viene cacciato dalla tv per una battuta sui socialisti: scopre così l’impegno e i teatri. Nel 1991, secondo un sondaggio Abacus è il comico più popolare. Iniziano i discorsi all’Umanità e le sue performance televisive entrano nel circuito dei programmi di culto. Sino alla scoperta del blog e della sua capacità di rilanciare temi e polemiche che incrementano il fenomeno commerciale. Un meccanismo esaminato nel saggio «Chi ha paura di Beppe Grillo?» pubblicato in questi giorni da Selene edizioni. I tre autori hanno tenuto sotto osservazione il sito per quasi tre anni. «Chi spera di trovare un blog in realtà entra in uno splendido negozio con un sistema di vendita che funziona benissimo» spiega Edoardo Fleischner, saggista e docente di Nuovi media e società all’università Statale di Milano.
Su Internet Grillo vende ogni genere di gadget. Basta cliccare sul sito www.beppegrillo.it per rendersene conto. Di fianco ai vari «comunicati politici» e agli aggiornamenti sul V2day, c’è un suk dove manca solo la boccetta con il fiato di Grillo: nel «catalogo» il video del Vday 2007 (l’offerta è libera, ma Grillo precisa: «Chi vuole la mia rovina economica e non verserà neppure un centesimo dovrà almeno pagare le spese di spedizione»), il dvd dello spettacolo Reset (10,20 euro), il libro Tutte le battaglie di Grillo (9,40). E molto altro. Non manca un’area riservata ai negozi. I librai non possono acquistare meno di 25 pezzi e non è previsto il «reso». Questa è la legge di Grillo. Che trasforma in palanche tutto quello che tocca. Persino le sezioni virtuali del partito fruttano. Chi vuole aprire un fan club deve collegarsi alla piattaforma statunitense meetup.com e pagare una quota: 19 dollari per un mese, scontati a 72 per chi prenota un semestre. Visto che i meetup segnalati sul sito sono 508 (per 360 città e 72 mila iscritti) i conti sono presto fatti: garantiscono un introito di almeno 73 mila euro l’anno. Non è chiaro se quei denari vengano incassati interamente dagli americani. Di certo iscriversi è facile: anche Panorama, utilizzando un solo indirizzo email, ha fondato tre «Beppe Grillo meetup»: «Libera stampa», «Mondadori» e «Segrate». In pochi minuti erano già prenotabili online (sul sito meetup.com) magliette (16,95 dollari), cappellini (11,95), tutine per neonati (16,95) e tazze (12,95) con i loghi dei nuovi gruppi.
Il sito di partenza è gestito dalla Casaleggio associati di Milano, società nata nel 2004 e specializzata nel far fruttare al massimo la Rete. Nel 2005 ha dichiarato un volume di affari di 40.525 euro e perdite per 66.833 euro, l’anno successivo, dopo il necessario rodaggio e l’incontro con Grillo, il fatturato è schizzato a 1.187.724 con un reddito imponibile di 380.505 euro. Il guru dell’agenzia è il perito informatico Gianroberto Casaleggio, 53 anni e riccioli alla Angelo Branduardi. Tra i suoi best-seller «Il Web è morto, viva il Web» e «Web ergo sum». Il merito della conversione a Internet di Grillo è suo (nel 2000 l’ex comico genovese apriva gli spettacoli spaccando computer con una mazza da baseball).

Nell’introduzione di un libro di Casaleggio, Beppe racconta il loro incontro in un camerino di un teatro livornese: «Cominciò a parlarmi di Rete. Di come potesse cambiare il mondo. (…) Tutto fu chiaro, era un pazzo. Pazzo di una pazzia nuova, in cui ogni cosa cambia in meglio grazie a Internet». Le antenne di Grillo si alzarono subito, forse perché la vera specialità di Casaleggio e soci è trasformare l’etere in euro. Per esempio a marzo la sua società ha presentato un focus su «tendenze, strategie, numeri e opportunità dell’e-commerce in Italia». Così oltre a mettere in vendita i prodotti del V-ideologo, Casaleggio è diventato pure il suo editore.
Certo non tutte le idee rivoluzionarie di Casaleggio seducono Grillo. Per esempio non sembra averlo convinto la battaglia per l’abolizione del copyright, visto che nei mesi scorsi il predicatore di Sant’Ilario ha fatto un esposto contro la vendita su eBay dei dvd taroccati dei suoi spettacoli. Risultato: il vicentino Alessandro B., 19 anni, si è trovato la guardia di finanza in casa e il computer impacchettato.
Casaleggio non si è scoraggiato e ha trasformato il blog di Grillo in un laboratorio. Basta leggere sul sito della società: «L’obiettivo è sviluppare in Italia una cultura della Rete (…) con la creazione di gruppi di pensiero e di orientamento». E che cosa sono i grillini se non questo? Il marketing virale (il vecchio passaparola), uno dei cavalli di battaglia di Casaleggio, a settembre ha portato in piazza circa un milione di persone per il V-day. Secondo i ben informati Casaleggio direbbe la sua anche sui contenuti del sito oltre che sulle strategie. Fleischner è esplicito: «Grillo ha confessato che gli spunti sono suoi, ma che per la stesura dei suoi temutissimi articoli riceve degli aiutini».
Molte delle idee di Grillo, come la repentina (e ora un po’ sopita) passione per il mondo virtuale di Second life (trasmessa pure ad Antonio Di Pietro, altro cliente eccellente di Casaleggio) sono ispirate dal perito informatico milanese. Però la sua biografia non è quella del ribelle estraneo all’estabilishment. I biografi raccontano che alla fine degli anni 90 lavora all’Olivetti di Roberto Colanninno, poi diventa amministratore delegato di Webegg (società con 600 dipendenti), joint venture tra Olivetti e Telecom che si occupa di consulenza strategica per Internet. Nel 2000 siede con Michele Colaninno (il figlio minore di Roberto) nel consiglio di amministrazione di Netikos, un’altra agenzia internettiana. Nel 2004 Webegg viene ceduta aValue partners e Casaleggio insieme con altri fuoriusciti da Webegg si mette in proprio. Tutta gente che si muove bene ai piani alti del mondo finanziario, tanto che qualche maligno rilegge in filigrana alcune delle battaglie nell’agenda di Grillo.
Con la nascita del blog il reddito di Grillo improvvisamente raddoppia
Ma i cacciatori di pagliuzze rinfacciano al Beppe nazionale altre incoerenze: lo accusano di promuovere una legge per lasciare fuori dal parlamento i politici condannati in primo grado nonostante abbia una condanna definitiva per omicidio colposo in un incidente stradale. Gli appunti dei puristi non finiscono qui: nel 2003 la Gestimar, l’immobiliare di famiglia di cui Giuse è socio insieme con il fratello Andrea (nel 2006 hanno denunciato 12 appartamenti in provincia di Genova, per un reddito imponibile di 53.530 euro) ha usufruito del berlusconiano condono tombale, uno dei bersagli preferiti negli spettacoli di Grillo. Peccati veniali che non intaccano la fiducia dei fan. Anche perché le disavventure giudiziarie non risparmiano neppure loro. A Genova, la capitale del grillismo, uno degli organizzatori del V2-day, che ha presentato in questura il preavviso per la manifestazone del 25 aprile, nel 2007 è stato condannato (patteggiando) a 1 anno e 4 mesi per bancarotta fraudolenta. Ma questa è un’altra storia.

Pensioni, precari, casa. Si fa presto a far sparire il tesoretto

Tommaso Padoa-Schioppa in Aula con Romano Prodi
Inizia oggi quello che dovrebbe essere il rush finale tra governo e sindacati per decidere sulle principali partite economiche: dalle pensioni (primo punto all’ordine del giorno) alla destinazione del tesoretto, alle tasse, alla casa, al sostegno ai redditi bassi. L’obiettivo è di chiudere entro fine giugno, quando l’esecutivo dovrà presentare al Parlamento il Documento di programmazione economica, cioè gli impegni di spese, entrate e relative riforme per i prossimi tre anni. Ma al momento ci sono poche probabilità che si trovi un accordo su tutto.
Il ministro Tommaso Padoa-Schioppa ha messo sul tavolo 2,5 miliardi del totale di 10 del tesoretto, gli introiti extra che il governo si trova quest’anno in cassa. Ma secondo Romano Prodi, 1,3 miliardi dovranno servire per aumentare le pensioni al minimo e 600 milioni per non meglio precisati interventi a favore dei giovani e dei redditi bassi. Insomma, restano altri 600 milioni.
Abolire lo scalone Maroni sulle pensioni significa rimetterci da qui al 2016, ben 65,6 miliardi. Questo solo nel caso non si facesse nulla. Ma anche se lo scalone fosse sostituito con scalini, si tratterebbe di trovare da 9,3 a 2,5 miliardi nei prossimi otto anni. La prima cifra se dal 2008 l’età per la pensione di anzianità venisse innalzata di un anno, e di un altro ancora ogni 18 mesi. La seconda se, sempre dal 2008, si andasse in pensione di anzianità a 59 anni. Un limite, però, troppo simile ai 60 dello scalone.
Dunque? Dunque il governo deve come minimo reperire soldi per almeno 8 miliardi da qui al 2016. E non basteranno certamente i due miliardi ottenibili con la fusione dei maggiori enti previdenziali. Né si possono aumentare i già alti contributi per i dipendenti: ci sarà un altro ritocco sugli autonomi, e forse un altro ancora sui precari, cosa però che fa a botte contro le promesse di aiutare i giovani senza lavoro fisso. Del tutto risibile appare poi l’idea di coprire il buco con “tagli ai costi della politica”: un buon proposito sempre disatteso, che certamente non passerebbe il vaglio della commissione di Bruxelles e dei vari organismi internazionali.
Non solo. Si profila una nuova guerra tra governo e comuni: oggetto, 4,4 miliardi di avanzi comunali non spesi, e che il governo vorrebbe incamerare: I comuni dicono che si tratta di una beffa per le amministrazioni più virtuose, e probabilmente non hanno neppure torto. Ancora: per i costi aggiuntivi del recente contratto degli statali occorrono 3,5 miliardi, e altri 4-5 per i cantieri Anas che altrimenti rischiano di chiudere.
Poi c’è la lista delle richieste dei singoli ministri e partiti. Dagli sgravi Ici reclamati dalla Margherita al piano casa di Rifondazione. Fino all’allentamento della morsa sugli studi di settore, cosa che sta provocando una mezza rivolta fiscale al Nord. Insomma, improvvisamente la coperta si è fatta cortissima. Al punto che i buoni propositi di varare per il 2008 una Finanziaria “leggera”, dopo quella durissima sul piano fiscale del 2007, rischiano di restare nel casseto. Nella maggioranza c’è addirittura chi parla di una “patrimoniale” per mettere a posto le cose, una tassa che copirebbe ovviamente “i grandi patrimoni ed i grandi redditi”. Ma in Italia il concetto di grandi redditi e patrimoni è opinabile, ed il rischio di spremere ulteriormente chi dichiara tutto al fisco è in agguato.
Previsioni? Quasi impossibili. Molti vorrebbero rinviare tutto a settembre. Il che significa entrare già nel periodo della Finanziaria e, quanto alle pensioni, tenersi lo scalone Maroni.
In alternativa i sindacati potrebbero essere messi di fronte alla proposta di trasformare lo scalone in scalini, ma assieme ad una drastica revisione dei coefficienti che determinano le pensioni (quelli previsti dalla riforma Dini).
Una cosa che le confederazioni, finora, non hanno neppure voluto prendere in considerazione.

Redditi 2005: Berlusconi batte Prodi 313 a 1. E la Santanché…

Tra le donne della Camera più ricche c'è Daniela Garnero Santanchè (An) che nel 2005 dichiara al fisco circa 270.000 euro
Il Cavaliere resta il paperone del Palazzo. E Romano Prodi fa paperino.
Alle elezioni del 2006 ha vinto Romano, ma nella dichiarazione dei redditi del 2005 non c’è stata storia: Silvio Berlusconi ha presentato al fisco un imponibile di 28.033.122 euro (313 volte quello del leader dell’Unione, battuto anche dal proprio portavoce Silvio Sircana, con un imponibile di 254.575 euro).
È quanto si legge nelle dichiarazioni dei redditi dei deputati e dei senatori, depositati e resi pubblici alla Camera e a Palazzo Madama. Fra i big a Montecitorio, Berlusconi è seguito da Francesco Nucara (Pri, 289.255), dall’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini (Udc, 214.787), e da Gianfranco Fini (An, 200.677). In fondo alla classifica dei leader, Prodi è preceduto solo da Franco Giordano (Prc, penultimo con 129.569 euro) e Francesco Rutelli (Margherita, terzultimo con 132.500). Tra i politici che siedono a Montecitorio ci sono anche sette nullatenenti: due sono del Prc (il “disobbediente” Francesco Caruso e Ali Rashid), uno della Lega (Alberto Filippi), uno dei Verdi (Massimo Fundarò), uno di An (Maria Ida Germontani), uno dell’Ulivo (Francesco Laratta) e uno della Rosa nel Pugno (Donatella Poretti).
Sempre in casa Rifondazione, piccola sorpresa: il presidente della Camera Fausto Bertinotti (un reddito imponibile di 187.650) batte il suo omologo a Palazzo Madama, Franco Marini (171.235 euro), nei redditi del 2005 pubblicati.

Tornando a Caruso, nato a Napoli il 25 agosto 1974, in una nota si dice “orgoglioso di essere il più povero parlamentare” e promette “di rimanere tale”. “Nel 2005 ho percepito un reddito talmente basso da rientrare nella no-tax area e quindi esonerato dal compilare qualsivoglia dichiarazione di reddito: niente di eccezionale, semplicemente si tratta della condizione in cui versano milioni di giovani che vivono sulla loro pelle il dramma della precarietà”. Pacchia finita (si fa per dire), visto che dal 2006 percepisce il sostanzioso stipendio (13.679 euro netti al mese, dovuti allo stipendio di 5.486 euro da sommare alla “diaria” di 4.003 euro e i 4.190 euro a disposizione per il rapporto con gli elettori) da Parlamentare.

Nella squadra di Governo, lo scettro del più ricco va a Giuliano Amato, ministro dell’Interno: nel 2005 ha denunciato oltre 420 mila euro, per un pagamento di imposte pari a circa 172 mila euro. Paolo Ferrero ministro della Solidarietà Sociale è invece il più povero: ha dichiarato solo 20.245 euro, con un’imposta netta 2.755. Anche il responsabile del Lavoro Cesare Damiano (Ds) è tra coloro che registrano un reddito tra i più bassi: ha denunciato al fisco poco più di 64 mila euro, per un pagamento di 20.378 euro di imposta.

Tra le donne, l’inquilina più povera della Camera è la deputata di Forza Italia Paola Pelino, famosa per la fabbrica di confetti abruzzesi che porta il suo nome. Nella sua dichiarazione dei redditi del 2005, si legge: poco più di seimila euro. A fronte di un’imposta netta di 1.501 euro. Tra le più ricche risulta invece Daniela Garnero Santanchè (An) che dichiara al fisco circa 270.000 euro. Seguita a ruota da Gabriella Carlucci (FI) con 254 mila euro. Sempre di Forza Italia le altre due parlamentari più facoltose: l’ex ministro per le Pari Opportunità Stefania Prestigiacomo con quasi 200mila euro e l’ex sottosegretario alla Giustizia Jole Santelli che ne denuncia quasi 188mila. Decisamente più in basso nella classifica delle deputate più ricche ci sono la Verde Grazia Francescato, con 76.483 euro di reddito imponibile, e due deputate azzurre: Manuela Di Centa, con poco più di 48mila euro, ed Elisabetta Gardini (FI) con 68.336. Per non parlare dell’attuale vicepresidente della Camera Giorgia Meloni che nel 2005 ha denunciato all’erario 21.743 euro.

Questa la classifica dei redditi per il 2005 dei leader di partito eletti alla Camera dei deputati.
Berlusconi (Fi) 28.033.122

Mastella (Udeur) 304.402

Nucara (Pri) 289.255
Casini (Udc) 214.787
Fini (An) 200.677
Maroni (Lega) 195.701
Cesa (Udc) 192.453
Di Pietro (IdV) 187.716
Bertinotti (Prc) 187.650
D’Alema (Ds) 174.078
Pecoraro (Verdi) 168.780
Diliberto (Pdci) 138.437
Fassino (Ds) 135.104
Boselli (Sdi) 134.040
Rutelli (Dl) 132.500
Giordano (Prc) 129.569
Prodi 89.514

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