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Referendum, la GALLERY: chi piange e chi esulta
I dati del Viminale non lasciano dubbi: si tratta di un minimo storico nell’affluenza a un referendum abrogativo in Italia. Nel 1974 l’87% degli aventi diritto votò sul divorzio. Adesso alle urne è andato solo un italiano su cinque. Il perché lo abbiamo chiesto all’ambasciatore Sergio Romano, storico ed editorialista di Panorama e del Corriere della Sera.
Visti i risultati, si può parlare di fine del referendum?
Sì, credo si possa dire che è un’istituzione malata. Le cause sono molte: se ne è fatto un uso troppo esteso in passato, i temi sono complicati e si fatica a capire quale sarà l’effetto del voto. Si tratta di una sorta di microchirurgia applicata alle leggi che sconcerta gli elettori che non si trovano davanti a una scelta ben definita. Finché si trattava di scegliere sul divorzio o sull’aborto era più semplice decidere e mobilitare. Poi ci sono delle cause che rientrano nella natura stessa del referendum abrogativo.
Il quorum, ad esempio. Perché non è più stato raggiunto dal 1995?
Il quorum al 50% è motivato da una considerazione dei costituenti: per abrogare una legge approvata dal Parlamento ci vuole una chiara manifestazione di volontà degli elettori. Però la Costituzione è del 1948 e si riferisce a un contesto in cui alle urne andava il 90% degli italiani, adesso la situazione è cambiata. C’è una crescita dell’area degli “agnostici” o semplicemente dei disinteressati che si avvicina ad altri paesi come gli Stati Uniti o la Gran Bretagna.
Secondo lei è corretto fare campagna per l’astensione?
No, non è giusto: chi fa campagna per l’astensione somma il numero dei disinteressati a quello di chi riesce a convincere, con il deliberato scopo di fare fallire la consultazione.
Può essere una soluzione la proposta di abbassare il quorum e aumentare il numero di firme necessario?
Bisognerebbe abbassare il quorum perché aumenta l’area di chi non va a votare. Ma dall’altro lato è giusto aumentare il numero di firme da raccogliere perché la popolazione dell’Italia è aumentata dal 1948. Un’altra ipotesi è quella del referendum abrogativo il cui risultato è condizionato dal raggiungimento di una maggioranza ponderata di favorevoli, maggiore del 50%, ma senza un quorum di votanti.

Perché nel ‘93 si registrò ancora un’affluenza molto alta (il 77%) pur su temi abbastanza complicati e poi è andata calando in modo così netto?
Nel ‘93 così come nel ‘95 c’era ancora una forte partecipazione alla politica. Dalla seconda metà dei ‘90 è aumentato lo scetticismo, non escludo che tra le cause ci sia anche il bipolarismo, perché riduce le opzioni. Ma io non escludo che se si votasse domani su un tema molto sentito non tornerebbe ad avere successo. Certo, 15 anni di fila senza ottenere risultati sono un problema, rischiamo di giocarci uno strumento importante di democrazia diretta.
Tra le cause dello scetticismo c’è anche il fatto che in alcuni casi le indicazioni date dagli elettori sono state disattese…
Sì, ma questo è dovuto anche alla natura del referendum, che non può proporre una legge ma solo abrogarla. Spesso i quesiti sono scritti per passare il vaglio della Corte Costituzionale, che non approverebbe un referendum che bloccasse il funzionamento di un’istituzione. Per questo si agisce con una sorta di “microchirurgia”: ad esempio i quesiti del 1987 sul nucleare non erano così netti: non si chiedeva ai cittadini “volete abolire il nucleare?” Ma si agiva su delle disposizioni normative che facilitavano l’energia atomica. E se adesso, come accade, il governo vuole tornare al nucleare non ci si può opporre ricordando quel voto.
Nel caso di oggi del referendum sulla legge elettorale secondo lei cosa non ha funzionato?
La formulazione era poco chiara e non si poteva formulare un’alternativa al sistema attuale. C’era molta insoddisfazione per il “porcellum”, ma ad esempio molti lettori che scrivono alla mia rubrica sul “Corriere” erano interessati a reintrodurre le preferenze e una volta che hanno capito che non era questo lo scopo della consultazione hanno detto “non è ciò che mi interessa”.
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Un colpo al quorum. Questo ci vorrebbe, forse, per tornare a vedere un referendum abrogativo avere successo. Pur avendo l’appoggio (poco convinto) dei due principali partiti italiani, anche i tre quesiti sulla legge elettorale, stando ai dati diffusi sul sito del Viminale, non sono stati votati dalla maggioranza degli elettori.
I dati definitivi relativi all’affluenza alle urne non lasciano dubbi: quelli relativi agli 8.100 interessati al voto indicano una partecipazione del 23 per cento circa per tutti e tre i quesiti. Per la precisione, per il Quesito 1 (scheda viola), l’affluenza è stata del 23,31% (Favorevoli 77,64% - Contrari 22,36%); per il Quesito 2 (scheda gialla), l’affluenza ha toccato la stessa cifra 23,31% (Favorevoli 77,69% - Contrari 22,31%) per il Quesito 3 (scheda verde) l’affluenza è stata pari al 23,84% (Favorevoli 87% - Contrari 13%).
Insomma, una percentuale ancora inferiore al misero 25,5% che andò a votare nel 2005 sulla procreazione assistita.
Il grafico della partecipazione popolare ai referendum è in discesa costante dal 1995. Negli ultimi 14 anni solo in un caso più della metà dei votanti si è espressa, nel 2006, sbarrando la strada alla riforma costituzionale del centrodestra. Ma in quel caso il quorum non era neanche necessario trattandosi di referendum costituzionale.
Sempre meno votanti
In generale, la curva dell’affluenza ai referendum è in discesa dal 1974, con il No degli italiani a chi voleva abolire il divorzio. In quel caso votò l’87,7% degli aventi diritto. Percentuali simili tra fine anni ‘70 e primi anni ‘80, quella che si potrebbe definire come “l’età d’oro” dei referendum. Nel 1978, con un 81% di votanti, vinse il No all’abrogazione della legge sull’ordine pubblico e al finanziamento pubblico per i partiti. Nell’81 il 79% degli italiani votò su aborto, ergastolo, legge Cossiga sull’ordine pubblico e porto d’armi. Nell’85 il 77,9% si espresse sulla scala mobile. E nel 1987, ormai in pieno riflusso, si ha la prima importante flessione di partecipazione: due votanti su tre vanno alle urne per dire No al nucleare e per la responsabilità civile ai giudici e i reati ministeriali.
Gli anni ‘90
Nel 1990, per la prima volta, un referendum abrogativo fallisce: si tratta dei quesiti promossi dai verdi su caccia e uso dei pesticidi. L’astensione supera il 56% e la consultazione non è valida. Ma non è ancora la fine dell’amore tra gli italiani e il referendum: nel ‘91 e nel ‘93 invece che andare al mare, dove li aveva invitati Craxi, i cittadini votarono per la preferenza unica alla Camera (62,5% l’affluenza) e di nuovo in massa (77%) per la vittoria di Mario Segni e dei referendari: passano tutti i quesiti, dal sistema elettorale (per introdurre il maggioritario), alla detenzione per uso personale di stupefacenti, all’abrogazione dei ministeri di Turismo, Agricoltura e Partecipazioni statali.
La crisi del dopo Tangentopoli
L’ultima serie di quesiti a raggiungere il quorum è quella del 1995: ben 12 i temi su cui sono chiamati a esprimersi gli elettori, dall’elezione diretta del sindaco alla concentrazioni di reti televisive alle rappresentanze sindacali. Da allora in poi, nessun comitato è riuscito a mobilitare abbastanza italiani: nel ‘97 solo il 30% andò a votare su caccia, ordine dei giornalisti e carriere dei magistrati. Nel ‘99 per un soffio (votò il 49,6%) non ebbe successo l’abolizione della quota proporzionale alla Camera e nel 2000 un’altra dura sconfitta per i referendari, soprattutto i radicali, promotori della maggioranza dei 7 quesiti (ancora rimborsi per i partiti, quota propozionale, separazione delle carriere, articolo 18…) che riescono a mobilitare solo il 32% degli elettori. Così come non riuscirà Rifondazione a superare il 25% dei votanti al referendum sull’estensione dell’articolo 18 nel 2003. Ormai i contrari preferiscono invitare all’astensione piuttosto che a votare No. Una strategia che diventa palese nel 2005 quando la Chiesa si mobilita per fare fallire il referendum per l’abrogazione della legge 40: solo il 25% andrà a votare.
E ora che l’appello all’astensione ha sostituito con successo la battaglia politica, cosa succederà ai referendum?
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Domenica e lunedì si vota (oltre per i ballottaggi per il sindaco e/o la provincia) per il referendum sul sistema elettorale per le politiche. Tre i quesiti sui quali i cittadini sono chiamati a rispondere con un sì o con un no e che sono abrogativi di alcune parti della legge.
Gli elettori (47,5 milioni a cui si aggiungono 3 milioni all’estero) possono scegliere anche per l’astensione visto che per il referendum abrogativo la Costituzione prevede la necessità che partecipi al voto il 50% più uno degli elettori. Se dovesse passare il sì, la legge sarà immediatamente applicabile.
Perché il referendum sia considerato valido, dovrà aver votato almeno il 50% più uno dei cittadini, cioé più di 25 milioni di italiani. In caso di vittoria del no o non raggiungimento del quorum lo stesso referendum non può essere ripresentato per 5 anni.
Oltre a una guida su quesiti, date e schieramenti dei partiti Panorama.it ha raccolto l’opinione del professor Mario Segni, del gruppo promotore del referendum che chiede di esprimersi con un sì per istituzionalizzare il sistema “maggioritario” e quelle di Roberto Cota, capogruppo della Lega Nord alla Camera, che invece invita gli italiani ad astenersi.
Qui: la guida sugli schieramenti in campo
Qui: l’intervista a Mario Segni
Qui: l’intervista a Roberto Cota

“Il referendum non raggiungerà il quorum”. Per l’onorevole Roberto Cota, capogruppo della Lega Nord alla Camera, non ci sono dubbi. Lo ripete a tamburo battente: il referendum abrogatorio, che vuole introdurre il sistema maggioritario alla Camera e al Senato, non passerà. Le ultime vicende sembrano giocare a favore del Carroccioi: prima hanno ottenuto lo spostamento del voto dalla data delle europee al ballottaggio delle amministrative e ora godono dell’appoggio di Berlusconi che pur andandoa votare (sì) non si è impegnato nella campagna elettorale. Ma, forti delle loro ultime battaglie vinte, i leghisti sperano che la maggior parte degli italiani segua il loro consiglio: preferire alle urne una scampagnata fuori porta. O, nel caso in cui ci si vada per i ballottaggi, non ritirare le schede del referendum.
Onorevole Cota, la Lega punta sull’astensionismo in difesa del “Porcellum”, la legge elettorale scritta dal senatore Calderoli. Perché gli italiani dovrebbero andare al mare anziché votare?
L’astensione è una modalità dell’espressione dei cittadini sul referendum, prevista e garantita dalla costituzione: l’obiettivo è non far raggiungere il quorum (del 50% + 1, ndr). Noi invitiamo gli italiani a non andare a votare, perché se vincerà il sì, avremo una legge truffa: una lista con un solo voto in più delle altre guadagnerà il 55% dei seggi. È antidemocratico e sbagliato, anche se è stato presentato come qualcosa di democratico, come una conquista da parte del cittadino.
Che cosa rischia la Lega, se vince il sì?
Non rischia alcunché, perché sono convinto che il referendum non passerà.
Calderoli definì la legge da lui scritta “una porcata”. In molti la criticarono. Eppure, alle ultime elezioni questa legge elettorale ha garantito al Paese una maggioranza solida. Un “Porcellum” fortunato o efficace per davvero?
La casualità non centra: in realtà la legge Calderoli, al di là delle critiche spesso mosse da più parti, si è dimostrato il sistema più stabile e ha avuto, tra gli altri, il merito di semplificare il quadro politico italiano.
Ma se rimane il “Porcellum” non ci sarà il rischio di governi deboli in futuro, quando per esempio non ci sarà più un politico come Berlusconi in grado di compattare una coalizione?
Non credo. Ciò non toglie che in futuro non si possa mettere in discussione la legge elettorale attualmente in vigore, ma non certo in questo momento. Oggi non è una priorità per il paese: abbiamo un Governo forte e una maggioranza in grado di fare le riforme. Quando sarà il momento opportuno ne discuteremo e non mi stanco a ripeterlo: solo quando sarà approvata la riforma costituzionale. Prima viene il Senato federale e poi una nuova legge elettorale. Farlo ora è sbagliato e sarebbe soltanto una riforma a pezzi e bocconi.
La Germania è uno stato federale e il suo sistema piace anche all’Udc e a D’Alema. Dopo il “Mattarellum”, il “Vassallum” e il “Porcellum”, anche voi siete a favore di un “Tedescum”?
Tutti usano i modelli elettorali come formule chimiche, come se dovessero risolvere i problemi di un paese. Invece prima si farà la riforma costituzionale e poi, in base ad essa, si ritoccherà la legge elettorale. Oggi la legge elettorale non è tra le priorità del paese, che ha una maggioranza in grado di governare.
E allora parliamo della maggioranza: Fini ha detto che andrà a votare e voterà “sì”. Gli ex di An vi vogliono fare fuori?
Fini andrà a votare, perché ha firmato la presentazione di questo Referendum, ma ormai sono in pochi a sostenerlo. Confondere la stabilità con la mancanza di pluralismo è un ragionamento che non tiene. Il Pdl, con la presa di posizione di Berlusconi, è ormai per la non partecipazione e anche Cicchitto di recente si è espresso per il non voto. Di Pietro prima aveva detto di sì, ora è per il no, e anche all’interno del Pd c’è una fronda anti-consultazione.
Avete conquistato l’appoggio del Cavaliere. Si riformerà un asse del Nord contro un asse del Sud appoggiato dagli ex di An?
Inutile dare spiegazioni di cose che non esistono e, sinceramente, queste dietrologie non mi convincono. L’unica certezza è che questo referendum non passerà e che il Governo porterà avanti le riforme. Fini, d’altro canto, anche se a noi non compete dirlo, troverà sicuramente il suo spazio all’interno del Pdl.
E se invece passerà il “sì”?
Siccome non si raggiungerà il quorum, andremo avanti con le riforme e con l’attuazione del federalismo fiscale.

“Tutti a votare per picconare il porcellum, la peggior legge elettorale della storia repubblicana”, si sgola il promotore Giovanni Guzzetta, sotto la sede Rai di Milano.
Per picconare il “porcellum”
L’appuntamento con il “suo” referendum sulla legge elettorale si avvicina e il presidente del comitato promotore è impegnato a evitarne fallimento. Per questo quarantareenne professore di istituzioni di Diritto pubblico all’Università di Tor Vergata sarebbe la conclusione peggiore di un progetto che porta avanti da tre anni, precisamente dal giorno dopo quello in cui divenne legge la riforma elettorale (la legge 21 dicembre 2005, n. 270 dal titolo “Modifiche al sistema di elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica”) di Roberto Calderoli, poi ribattezzata (dallo stesso ministro, in una ormai famosa puntata di Matrix: qui il VIDEO), una “porcata”.
Si sgola Guzetta perché a pochi giorni dal voto, a cui in teoria sono chiamati 47,5 milioni di elettori, nei fatti un italiano su due ignora che 21 e 22 giugno si vada ai seggi per un referendum e un numero altissimo non ne conosce i contenuti.
Eppure in 30 città ci sono i ballottaggi (per il sindaco e/o la provincia). Ma il meteo darà una mano ai promotori? Sole, caldo: cosa mai di meglio per andare al mare e disertare le urne?
Battaglia tra micro-partiti trasversali
E comunque, la battaglia politica è apertissima e, come sempre ad ogni appuntamento referendario, è fatta di micro-partiti trasversali che si affrontano spesso dimenticando la loro appartenenza. Così può capitare che Antonio Di Pietro inviti a votare no, dopo aver raccolto le firme per il referendum (come questa GALLERY testimonia); che Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi siano per il sì, ma con accenti diversi; mentre parte del Pdl e Lega hanno già la macchina pronta per una bella scampagnata domenicale.
I quesiti delle tre schede
I quesiti del referendum sono sostanzialmente due anche se l’elettore riceverà tre schede: due quesiti sono infatti la stessa cosa e la duplicità si spiega perché uno riguarda la Camera e l’altra il Senato. Scheda viola e scheda beige, rispettivamente, ma identica materia: premio di maggioranza alla lista (e non alla coalizione) più votata. Insomma, si chiede all’elettore se abolire la possibilità per i partiti di aggregarsi tra loro e guadagnare il premio di maggioranza per il polo vincente. Ne consegue che verrebbero penalizzati i gruppi più piccoli (la percentuale di sbarramento diventerà del 4% alla Camera e dell’8% a Palazzo Madama) e soprattutto cambierebbe radicalmente l’attuale geografia politica fatta di coalizioni di partiti.
Scheda verde invece per decidere se togliere ai politici la possibilità di presentare la propria candidatura in più di un collegio. Il quesito si rivolge ai leader che si presentano in varie zone d’Italia pur sapendo di doverne poi scegliere una sola.
Cosa cambia
Se vinceranno i sì ogni candidato potrà essere in lista in una sola circoscrizione elettorale e il premio di maggioranza andrà soltanto al partito più votato; in caso di successo dei no, oppure di mancato raggiungimento del quorum, resta in piedi il “porcellum” e tutto rimane come è attualmente. Si voterà per due giorni: domenica 21/06 dalle 8 alle 22, lunedì22/06 dalle 7 alle 15. Sarà necessario avere con sé la tessera elettorale (eventualmente da richiedere all’ufficio elettorale del proprio Comune di residenza) e un documento di identità valido. Per esprimere il proprio voto occorre tracciare una croce sul sì oppure sul no nel caso si voglia abrogare (cioè abolire) l’attuale normativa oppure lasciarla invariata.
Le posizioni in campo
Il PDL ha praticamente lasciato libertà di coscienza sul voto. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che pure andrà a votare (e voterà sì), ha detto che non avrebbe fatto campagna elettorale in favore del referendum. Anche il presidente della Camera Gianfranco Fini andrà, più convinto, a votare sì.
Diversi esponenti del Pdl, tra l’altro, fanno parte del comitato promotore del referendum. Tra gli altri i ministri Renato Brunetta e Stefania Prestigiacomo e Gianni Alemanno Martino e Gaetano Quagliariello. Anche il coordinatore del partito e ministro della Difesa Ignazio La Russa andrà a votare sì. Il presidente dei deputati del Pdl Fabrizio Cicchitto invece non andrà votare. I Popolari Liberali di Carlo Giovanardi si asterranno.
PD
Nell’estate 2007, quando il referendum venne presentato, il primo obiettivo era abolire la frammentazione dei partiti, favorendo il bipolarismo. Era molto prima del discorso del Lingotto di Veltroni. Il neosegretario Pd però non firmò perché gli allora “cespugli” di sinistra dell’Unione prodiana minacciarono rappresaglie contro il governo Prodi.
Che cadde comunque, a gennaio del 2008. E a dare una bella sforbiciata ai partiti ci pensarono gli elettori, nel voto di aprile 2008, lasciandone in Parlamento solo cinque: Pdl, Pd, Lega, Udc e Idv.
Oggi che il Pd non è più ricattabile dai piccoli, la scelta dei Democrats è stata fatta: lasciando isolato Francesco Rutelli, tutti gli altri sono rientrati nei ranghi e hanno detto Tre volte sì” ai quesiti di Guzzetta e Segni. Ma un nuovo timore serpeggia infatti nell’opposizione. Lo sintetizza per tutti Antonio Di Pietro: “Con la norma che esce dal referendum, un partito del 30% può occupare il 55% e farsi maggioranza da solo”. Ergo, l’Idv voterà no, dopo aver battuto le città d’Italia per giorni, due anni fa, a raccogliere le firme.
LEGA
Contrarissima a un referendum dall’esito fortemente bipartitico, la Lega ha dato ai propri elettori, in particolare quelli che andranno a votare ai ballottaggi, indicazione di non ritirare le tre schede relative ai referendum. Il partito ha chiesto che nei seggi vengano messi dei cartelli per indicare l’opzione dell’astensione, mentre il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha sottolineato la necessità che i presidenti di seggio spieghino che c’é anche questa possibilità di scelta.
MPA
Stessa linea anche per il Movimento per le Autonomie di Raffaele Lombardo che ha dato indicazione ai propri elettori di astenersi o, nel caso di concomitanza con i ballottaggi, di non ritirare le schede dei referendum.
UDC
Il partito di Pier Ferdinando Casini si è da subito schierato per l’astensione con l’obiettivo di far mancare il quorum. La sua tesi è che l’attuale legge uscirebbe di fatto rafforzata da una vittoria del sì.
RADICALI
Forza referendaria per eccellenza, i Radicali, contrari alla legge che emergerebbe se vincesse il sì, hanno formato un comitato per il “no”: andranno dunque a votare ma metteranno la crocetta sul ‘no’.
SINISTRA
Dal Prc al Pdci a Sinistra e Libertà sono tutti schierati per l’astensione. Già con questa legge non sono riusciti a entrare in Parlamento. Con la nuova legge, la soglia di sbarramento sarebbe quasi certamente inaccessibile ai singoli partitini della galassia della sinistra
DESTRA
Anche la Destra di Storace e Buontempo è per l’astensione: “Solo battendo i quesiti referendari si potrà sperare che il Parlamento approvi una nuova legge elettorale, possibilmente dopo la agognata riforma costituzionale di cui l’Italia ha estremo bisogno”. Modello alternativo a quello dell’attuale legge elettorale? Quello del “sindaco d’Italia”.
I tre quesiti referendari sul sito de Il Giornale
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La Lega, forte del buon risultato ottenuto alle europee, incassa il disimpegno di Silvio Berlusconi sul referendum elettorale (qui l’abc dei quesiti referendari) che Bossi avversa da sempre, perché prefigura un bipartitismo spinto che emarginerebbe le formazioni più piccole - oltre alla Lega, l’Udc e l’Idv e la sinistra extraparlamentare (tutti contrari, infatti). Dopo una cena ad Arcore con Umberto Bossi, il presidente del Consiglio, in una nota di martedì 9 giugno afferma: “Non appare oggi più opportuno un sostegno diretto al referendum”.
Queste le parole del premier. Già, le parole.
Nessun ricatto della Lega
A chi dice, e crede (il comitato referendario e le opposizioni, Pd in primis), che il premier sia sottostato al ricatto leghista, che il leader del Pdl sia ostaggio di quello del Carroccio, che quello intercorso con il Carroccio (più vincente del Pdl alle elzioni dello scorso week end) sia un “do ut des” bello e buono (cioè, un baratto: Berlusconi si sfila dall’appoggiare la campagna del referendum del 21 giugno e in cambio Bossi garantisce il sostegno del proprio elettorato, fondamentale ai fini dell’esito finale, ai ballottaggi delle amministrative che si terranno in concomitanza con la consultazione popolare sul sistema di voto per le politiche), basti ricordare il percorso fin qui fatto dal Cavaliere sul tema.
Era il 29 aprile (qui il VIDEO di Sky Tg24), quando da Varsavia, a conclusione del vertice italo-polacco disse: “Dà il premio di maggioranza al partito più forte, qualcuno può immaginare che io voti no?”, al referendum. E poi aggiunse: “Va bene tutto, ma non si può pensare di essere masochisti”.
Concetto ribadito e ancor più chiarito il 3 giugno scorso, durante Porta a Porta: il referendum “va nella direzione e nell’interesse del Popolo della Libertà e se io dicessi non voto questo referendum gli elettori del Pdl potrebbero farmi un’azione di responsabilità, però non faremo campagna elettorale perché noi siamo contenti di governare con la Lega e abbiamo con la Lega un’alleanza di ferro”.
I mal di pancia di Fini
Non c’è nulla, da queste dichiarazioni, di dverso da quanto sostenuto martedì 9 dal premier. E però, la scelta tattica del premier ha provocato la reazione di Gianfranco Fini e dell’ala “finiana” del Pdl: “Io andrò a votare, lo farò convintamente e spero lo facciano anche gli italiani”, risponde ai cronisti alla Camera Fini, che è tra i promotori dei quesiti e voterà sì.
Nessun sostegno, nessun divieto
E allora ecco l’ultima parola di Berlusconi, costretto ancora una volta a intervenire e precisare: il no al sostegno diretto al referendum elettorale? “Ne rimango convinto, ma comunque voterò sì”: svela Berlusconi, in un colloquio con Il Giornale.
Insomma, nessun sostegno dal Pdl e nessuna indicazioni (leggi: non si farà campagna elettorale) ma nessun rifiuto al voto: “nessun divieto”, puntualizza il ministro della Difesa, Ignazio La Russa e uno dei tre coordinatori del Pdl: “Non capisco perché ci sia questa mania a vedere Fini alternativo al Pdl. Anch’io”, prosegue “a tutte le persone che me lo chiederanno dirò di andare a votare”. E poi: “Nel Pdl ci sono sempre state posizioni diverse, ad esempio, Cicchitto è sempre stato contrario. Parlando di An, i favorevoli al referendum sono il 90%”.
Eppure il dibattito, soprattutto in rete, è molto acceso. Nei temi e nei toni.
Un referendum che mette alla prova i nuovi equilibri nel PdL…
“Berlusconi ha dichiarato che “non sosterrà” il referendum sulla legge elettorale che si celebrerà il 21 giugno prossimo, in concomitanza con i ballottaggi delle Amministrative, inviso alla Lega. [...] La dichiarazione odierna è servita a sugellare l’accordo tra PdL e Lega in vista dei ballottaggi, ma chissà che le immediate reazioni di Fini e degli altri sostenitori della consultazione, unite all’alto numero di ballottaggi, non portino comunque al superamento del quorum, con conseguente scontata vittoria del “SI”. Sarebbe un colpaccio.”
Polìscor » Sembrava una carretta ma era un Carroccio
Una scelta controproducente per il PDL
Il sistema elettorale preferito dal Bossi allora anti-berlusconiano era il
modello tedesco. Proporzionale, sbarramento e mani libere. La stessa a cui il Bossi ora “berlusconiano” presto o tardi [...] intende ricondurre la politica italiana. [...] Di una cosa va dato atto al Senatur: è uno dei pochi che, nell’ultimo decennio, può dire di non avere cambiato idea sulla legge (e sui referendum) elettorali. Rimane da capire la ragione per cui un partito come il Pdl debba invece cambiarla, non a proprio vantaggio, ma contro i propri interessi.”
Libertiamo » Il Senatur sulla legge elettorale detta la linea dal 1999
Appoggiare il referendum aumenterebbe gli elettoria
“Non c’è stato un boom leghista. E provare a inseguire la Lega per recuperare quel 2% di voti che si presume si sia spostato dal Pdl alla Lega sarebbe a mio avviso un errore politico. [...] Occorre guardare ai 6 milioni di astenuti se si vuole recuperare il terreno perso, non ai 100mila elettori in più della Lega. E questo si può ottenere solo differenziandosi dal Carroccio, anziché inseguendolo. Differenziarsi significa innanzitutto dettare la linea politica e non essere
eterodiretti dal proprio partner minoritario di coalizione. [...] Significa soprattutto individuare un progetto politico nazionale (e non settentrionale) di ampio respiro che delinei una mission di lungo periodo per il paese, a cominciare dalle riforme istituzionali e dalle riforme strutturali (e non solo congiunturali) per reagire alla crisi economica.”
FareFuturo Webmagazine » La folle inutilità di inseguire la Lega
Ma forse anche gli italiani temono il bipolarismo…
“Pare che gli italiani, premiando Lega, IdV e UDC, abbiano fatto capire di volere un bipolarismo snello e semplificato che però non si tramuti almeno in tempi brevi in un bipartitismo secco. [...] L’UDC che resiste e bene, approfitta dello scetticismo non verso una
prospettiva bipartitica in sé, ma nei confronti di una contrapposizione urlata fra due partitoni contraddittori ed incapaci di modernizzare il Paese. Non è un caso che oggi Berlusconi abbia fatto un bel passo indietro circa il referendum promosso da Segni e Guzzetta.”
Conservatori-Liberali » Un campanellino d’allarme
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di Stefano Brusadelli
Il comitato referendario lancia l’allarme scrutatori. In base all’articolo 9 della stessa legge elettorale che in alcuni punti si intende abrogare (il cosiddetto Porcellum del 2005, qui la SCHEDA su come funziona), gli scrutatori non vengono più estratti a sorte fra gli iscritti a un albo, bensì designati da commissioni comunali composte dai rappresentanti dei partiti. La nuova procedura vale per tutti i tipi di consultazione, referendum compresi. “Si tratta” dice a Panorama il presidente del comitato promotore Giovanni Guzzetta “di una scelta assai grave. Oltre a nominare i parlamentari attraverso le liste bloccate, adesso i partiti si attribuiscono anche il potere di nominare coloro che debbono controllare la correttezza del voto. E se è un problema in linea generale, lo è tanto più per i referendum, visto che il comitato promotore non sarà rappresentato”.
Il timore di Guzzetta è quello di ritrovarsi una maggioranza di scrutatori espressione di partiti o aree di partito avversi al referendum, con il conseguente rischio di vedere annullate schede dubbie, o addirittura valide. “Nel Nord, per esempio” aggiunge Guzzetta “è facile immaginare che ci sarà un’alta percentuale di scrutatori leghisti, che non saranno certamente indifferenti”. Per questo i referendari si apprestano a lanciare una “campagna di attenzione” diretta al governo e ai presidenti di seggio.
LEGGI ANCHE: Quesiti, costi, favorevoli e contrari: l’abc del referendum elettorale - Elezioni: la dura vita dello scrutatore
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Ma Berlusconi paga dazio, in termini di consenso politico, per l’affaire Veronica?
La realtà è che tra palazzo Chigi e palazzo Grazioli, le due sedi romane del premier, quella istituzionale e quella privata, per ora domina un’incertezza che ha come conseguenza una sorta di impasse decisionale. Nello staff, il partito della prudenza e del profilo basso è capeggiato da Gianni Letta e Paolo Bonaiuti: entrambi consigliano al capo del governo di trattare la vicenda come “una dolorosa questione di avvocati”.
Insomma, volare basso in attesa che la fase acuta della tempesta passi.
Lui, Berlusconi, vorrebbe invece passare al contrattacco: si dice ferito soprattutto da quell’allusione alle minorenni, e convinto che la consorte sia davvero incappata in una montatura-complotto di “ambienti di sinistra”. Dove per “ambienti di sinistra” non intende certo il Pd, ma piuttosto alcuni giornali. Due in particolare: la Repubblica e L’Unità.
Fedeli alla massima che ogni smentita è una notizia data due volte, Letta e Bonaiuti hanno per esempio scongiurato il premier a rinunciare al Porta a Porta: fatica sprecata, la puntata si registra oggi, andrà in onda stasera. E tutti incrociano le dita.
I due sottosegretari stanno ora cercando di stringere intorno al capo del governo una sorta di cordone sanitario. Il primo è impegnato in un tentativo di compromesso con l’opposizione, all’insegna del “niente colpi bassi in campagna elettorale”. Ma soprattutto Letta si sta spendendo con il Vaticano. Il risultato è per ora l’editoriale dell’Avvenire, quotidano dei vescovi, che esprime “tristezza” per la vicenda, striglia i politici ad una maggiore etica, ma in fondo ne ha un po’ anche per Veronica. Per Berlusconi, poteva andare peggio. Quanto a Bonaiuti, è frutto della sua diplomazia l’atteggiamento british tenuto dal Corriere della Sera e da La Stampa, per non parlare dei tg sotto l’influenza del governo. Ma chi può tenere sotto controllo AnnoZero, Ballarò, Rai Tre?
Berlusconi, invece, giura di sentirsi come un leone in gabbia. Vorrebbe essere giudicato sui fatti del governo - uno sterminato elenco di promesse mantenute e anche di più - e invece lo giudicano sulla vita privata. Potrebbe annunciare di aver quasi portato l’Italia fuori dalla crisi economica, stanno per arrivare i grandi del G8, ed i network si accampano fuori della villa di Arcore interessati a tutt’altro.
E poi, naturalmente, ci sono i sondaggi. Domenica 3 maggio il premier ha quasi brindato all’Indagine Ipsos sparata in prima pagina dal Sole 24Ore, che attribuisce al Pdl il doppio dei consensi del Pd tra gli operai. Ma naturalmente il brindisi gli è andato quasi di traverso.
Ecco perché Berlusconi, contro ogni logica apparente (anche di tipo legale) vuole a tutti i costi metterci di nuovo la faccia.
Tutto questo, però, vale per l’immediato. È invece da qui alle Europee di giugno, in pratica tra un mese, che si misureranno realmente le conseguenze politiche.
Nell’opposizione sta montando un nuovo antiberlusconismo un po’ vecchia maniera, quello del Dario Franceschini che paragona l’Italia al Turkmenistan per intenderci. È un mood che salda i massimalisti ai cattolici del Pd; e che forse è destinato a rivolgersi solo agli elettori di sinistra.
Diversa e potenzialmente più insidiosa la situazione nel centrodestra. La vicenda può indebolire Berlusconi rispetto a Gianfranco Fini - che pure vanta una recente separazione abbastanza chiacchierata - mentre si confezionano nomine, si polemizza su sicurezza e immigrati e si trascina l’annosa questione dei regolamenti parlamentari. Neppure Umberto Bossi, già indispettito per il sì al referendum, ha rinunciato alla stilettata tra amici: “Se andassi con una velina non potrei rientrare in casa”.
E figuriamoci Pier Ferdinando Casini, anche lui con divorzio alle spalle e fresco dall’aver candidato nell’Udc il principe Emanuele Filiberto di Savoia.
Ognuno, a suo modo, sta consumando la propria personale rivincita.
Ma naturalmente alla fine saranno gli elettori a giudicare. I primi sondaggi spot garantiscono che gli italiani, di fronte alle storie di donne, si confermano per quello che sono sempre stati: interessati al gossip, ma indifferenti nelle urne.
Berlusconi però non si fida, rimane inquieto. Teme che l’incantesimo con il Paese si interrompa bruscamente prima del fondamentale appuntamento di giugno. E quanto al G8 di luglio, beh, passi per Sarkozy, ma il fatto è che si troverà finalmente faccia a faccia con Barack Obama (previa visita a Washington): magari alla Casa Bianca comandasse ancora Bill Clinton…
Ma quanto paga Berlusconi, in termini elettorali, per l’affaire Veronica?