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Semplificare l’assetto istituzionale e, tagliando enti e poltrone, risparmiare. Passato presoché sotto silenzio, il primo colpo di scure alla pubblica amministrazione in stile Bisanzio lo ha assestato il Consiglio dei ministri di giovedì 19. Con il via libera al codice delle Autonomie, preparato dal ministro per la Semplificazione (alias “Minsitro Taglialeggi”) Roberto Calderoli, si falciano 50mila poltrone e si risparmiano un bel po’ di quattrini: “diversi miliardi”, gongolava il ministro leghista. Il provvedimento taglia-burocrazia, che ora dovrà affrontare l’iter parlamentare, stabilisce chi fa cosa nei diversi livelli di governo ma soprattutto razionalizza le autonomie locali. Continua

È grave lo stato di salute dell’ambiente in Italia. Nessuna regione si salva e non esistono neanche grandi differenze tra Nord e Sud, tanto è vero che la regione più “virtuosa” è la Basilicata, seguita da Friuli, Val d’Aosta e Trentino, mentre la maglia nera per la qualità ambientale va al Lazio
È questa la fotografia della situazione ambientale delle regioni italiane scattata dal rapporto Osservasalute Ambiente 2008, un’approfondita analisi dello stato di salute dell’ambiente e dei suoi riflessi sulla salute della popolazione italiana realizzata dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, che ha sede presso l’Università Cattolica di Roma.
Il rapporto (stilato da Antonio Azara, dell’istituto di igiene dell’università di Sassari, da Umberto Moscato, dell’istituto di igiene dell’università Cattolica di Roma e da
Walter Ricciardi, coordinatore dell’osservatorio nazionale sulla Salute) assegna un punteggio da 1 a 20 alle singole regioni per diversi indicatori di “salute ambientale”: dalla disponibilità di acqua potabile alla conncentrazione di radon nell’aria, dai rifiuti, dalla qualità dell’aria all’inquinamento acustico.
In questa speciale classifica, la Basilicata è quella che si comporta meglio: ha il dato migliore per l’inquinamento da benzene, e una bassa produzione di rifiuti solidi urbani. Bene anche il Friuli, la regione in cui è cresciuta meno la produzione di rifiuti mentre è aumentata la raccolta differenziata, e la Valle d’Aosta (la regione con la maggiore disponibilità d’acqua potabile: 369 litri/abitante al giorno, contro un valore medio italiano di 254 litri).
Maglia nera al Lazio, per colpa soprattutto di una preoccupante concentrazione di radon nelle abitazioni, pari a 119 Bq al metro cubo contro una media italiana di 70. Che a sua volta, spiega il ricercatore Antonio Azara, tra gli autori dello studio: “è superiore alla media europea e mondiale”.
In fondo alla classifica le regioni del sud: condizioni critiche soprattutto per la gestione e la disponibilità di acqua potabile (un cittadino su tre nel meridione non ha rapido accesso all’acqua). Infatti, se in ambito nazionale l’82,3% della popolazione dispone di acqua in quantità sufficiente, nell’Italia insulare tale percentuale viene quasi dimezzata (42,7%) e nell’Italia meridionale la percentuale di popolazione soddisfatta del fabbisogno idrico sale a un modesto 69,9%, rispetto all’87,6% dell’Italia centrale e al 97% circa dell’Italia Nord occidentale e Nord orientale.
Sul fronte rifiuti da segnalare un aumento della produzione. I rifiuti urbani sono cresciuti di oltre 4 milioni di tonnellate (+15%), passando da 28,3 milioni di tonnellate nel 1999, a 32,5 nel 2006. Si diffonde però l’abitudine alla raccolta differenziata. Dividendo per zone, il tasso di crescita dei rifiuti risulta più marcato nel Centro (+21%) e Nord (+13,6%) rispetto al Sud (+12%). In particolare, nel Settentrione risiede il 45% della popolazione italiana che risulta produrre (nel 2006) il 45% dei rifiuti urbani del territorio nazionale; al Centro, il 19,5% della popolazione produce il 22,6% di rifiuti urbani; al Sud, al 35% della popolazione corrisponde il 32,5% dei rifiuti.
Ecco la MAPPA con le luci e le ombre delle regioni d’Italia.
Visualizza Osservasalute 2008: l’Italia è malata in una mappa di dimensioni maggiori

L’Italia perde letteralmente acqua da tutte le parti e i nostri portafogli si svuotano. Non è un modo di dire: i buchi negli acquedotti e le condotte fognarie che non funzionano ci costano circa 5 miliardi di euro l’anno. È quanto denuncia l’onorevole Catia Polidori (Pdl), membro della commissione Attività Produttive, Commercio e Turismo della Camera ed ex Presidente Giovani Imprenditori Confapi, in una risoluzione votata nei giorni scorsi all’unanimità alle commissioni Ambiente e Attività Produttive della Camera.
Le infrastrutture idriche italiane, insomma, sono in ginocchio, tanto che circa la metà delle tubature e un terzo delle attuali fognature presenti in Italia devono essere sostituite entro i prossimi dieci anni. “Le reti idriche e fognarie del nostro paese presentano le maggiori carenze infrastrutturali rispetto ai principali Paesi europei”, spiega l’onorevole Polidori. “Infatti, il tasso di perdita negli acquedotti italiani è di circa il 40% contro il 10% circa della Germania ed il 15% della Gran Bretagna, nonostante la densità per area geografica e pro-capite di quei paesi sia inferiore rispetto all’Italia”.
L’Italia che perde …acqua
In base alle stime di affidabilità di tenuta delle tubature, circa il 50 % degli attuali acquedotti, almeno 125.000 chilometri di rete idrica, e oltre il 30% delle attuali fognature, corrispondente a 46.000 chilometri di rete fognaria, devono essere sostituite entro il prossimo decennio, tanto più che sussiste una significativa presenza di reti contenenti amianto. E in base alla tariffa nazionale media per l’acqua potabile, il controvalore economico delle perdite annue della rete idrica italiana è di circa 5 miliardi di euro, senza contare i danni ambientali generati, in particolare, dalle perdite della rete fognaria. “I maggiori costi imputabili alle inefficiente della rete nazionale”, prosegue l’onorevole Polidori, “ vengono ad oggi sostenuti direttamente dai cittadini attraverso il pagamento dei costi di fruizione dei servizi idrici e fognari, con evidente sottrazione di risorse alla capacità di spesa delle famiglie. La ricerca e l’innovazione nelle infrastrutture idriche costituirebbe una modalità efficace per adeguare la rete nazionale agli standard europei, anche se il quadro normativo non agevola oggi gli operatori del settore”.

Le regioni e le città sprecone
In Italia la situazione degli acquedotti e delle fognature cambia da regione a regione: in generale il Nord, con 2,4 chilometri di reti idriche per chilometro quadrato e 1,4 chilometri di fognature per chilometro quadrato, risulta meglio equipaggiato rispetto al Centro e al Sud, entrambi sotto la media nazionale (1,8 chilometri per chilometro quadrato per gli acquedotti e 1 chilometro per chilometro quadrato per le fognature).
Ma oltre alla copertura del territorio, c’è anche il problema degli sprechi. Secondo le stime di Legambiente (dossier 2007) il 42% in media del volume d’acqua erogato in Italia viene disperso: si tratta di 10.550 metri cubi al chilometro, corrispondente a un valore medio di circa un terzo di litro al secondo per chilometro, con punte minime nel Torinese in Piemonte 22%, fino a un massimo del 73% nel Lazio Meridionale e in Abruzzo. Le regioni più virtuose, con perdite inferiori al 30%, sono il Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Marche e Basilicata.
Le perdite più elevate, superiori al 50%, invece, si riscontrano nelle reti di Abruzzo, Campania, Puglia e Calabria. Secondo i dati di Ecosistema urbano 2007 di Legambiente, a Cosenza va il primato dell’acqua persa con una percentuale del 70% rispetto a quella immessa in rete, seguita da Latina con il 66% e da Campobasso con il 65%.
Il 43% delle 88 città capoluogo in classifica perde più del 30% dell’acqua che immette in rete. Sono 13 le città che perdono più della metà dell’acqua immessa in rete (8 del sud, 3 del centro e 2 del nord): Cosenza, Latina, Campobasso, Pescara, Vibo Valentia, Rieti, Bari, Siracusa, Nuoro, Agrigento, Sassari, Belluno e Gorizia. Le più virtuose di questa classifica sono Viterbo (con perdite pari al 4%), Bergamo (5%) e Vercelli (6%).
La proposta: prendere a modello l’Europa
”Per le caratteristiche proprie della rete idrica, questo settore può essere considerato tra quelli potenzialmente più idonei a sostenere una ripresa economica di lungo periodo”, conclude l’onorevole Polidori. “Per questo ho chiesto al Governo di verificare tutti i possibili benefici derivanti da un programma di adeguamento e ammodernamento delle reti idrica e fognaria, di definire strumenti capaci di migliorare nel breve, nel medio e nel lungo periodo lo stato della rete idrica nazionale al fine di adeguarla agli standard europei con gli obiettivi del risparmio di risorse e della tutela dell’ambiente e della salute e di incentivare iniziative per elevare da subito il livello qualitativo dell’infrastruttura di rete idrica nazionale, anche attraverso l’individuazione di modelli locali efficienti già esistenti a cui ispirarsi per l’adeguamento dell’intera rete nazionale”.
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Ministro anti fannulloni, anti privilegi, anti sprechi.
Si sprecano gli aggettivi con il prefisso “anti” per Renato Brunetta. Ma da oggi, per l’attivissimo responsabile della Funzione Pubblica, l’elenco potrebbe allungarsi con “ministro anti province”. Un epiteto che Brunetta deve però condividere con il collega ministro e titolare del Viminale, Roberto Maroni.
I due si sono infatti inseriti nell’annoso dibattito sull’abolizione delle Province. Tema che si rincorre ormai da mesi, se non da anni. In questi ultimi, è diventata una battaglia politico-mediatica: argomento da prima pagina per il quotidiano Libero di Vittorio Feltri, da promessa elettorale per molti partiti dell’arco parlamentare.
E siccome - nonostante il Pdl sia d’accordo, il Pd pure - la Lega storce il naso, proprio per sciogliere i dubbi del Carroccio il Ministro Brunetta (come anticipato da un’intervista al Tgcom) ha preparato un piano a lungo termine in accordo col titolare leghista degli Interni.
Insomma, accadrà che gli enti intermedi che stanno a metà strada tra Comune e regione (leggi: le province, appunto) saranno “svuotati”. E siccome non si potrebbe (costituzionalmente parlando) “abolire” quegli enti, la formula usata dal ministro Brunetta, presentando un provvedimento che il governo discuterà “tra una settimana”, è proprio “svuotare”: di peso, importanza e (soprattutto) costi.
“Ci sono delle novità. Il ministro Maroni sta presentando una riforma”, ha spiegato Brunetta. È “il codice degli enti locali”, un piano che dovrebbe entrare a regime prima del voto immediatamente successivo, tra 4 o 5 anni. L’idea è che, alla scadenza della prossima tornata amministrativa, “le Province molto probabilmente non saranno più quelle che abbiamo conosciuto fino a oggi…”. Saranno cioè degli “enti di secondo livello”. Le elezioni amministrative di giugno potrebbero essere le ultime per alcune delle province dove il consiglio sarà rinnovato.
Ma la Provincia non sparirà dal punto di vista formale, solo non avrà più un peso (e quindi un costo) politico: “Rimarrà l’ente provincia ma non avrà più degli eletti”, ha chiarito Brunetta: “I consiglieri provinciali e presidente non saranno altro che i sindaci dei comuni nella provincia”. Il presidente sarà il sindaco del capoluogo di provincia, e il parlamentino sarà formata dagli altri primi cittadini del territorio. Si “elimineranno così un po’ di costi della politica - ha detto ancora il ministro nemico dei fannulloni - e quello che fa ora la provincia lo faranno i Comuni all’interno della provincia”. Tra cittadino e Stato rimarranno quindi solo due livelli: “Regione e comune”. Che possono bastare.
“Le province per essere abolite richiedono un cambio costituzionale” ha illustrato Brunetta, secondo quanto riportato dal Il Giornale “mentre questa formula di svuotarle di contenuto politico primario e di farle diventare sostanzialmente dei consorzi funzionali si può fare senza modificare la costituzione”. Questo consentirà di ridurre enormemente i costi, andando ad abbattere la spesa attualmente stimata in oltre sedici miliardi di euro ogni anno (fonte Unione delle province italiane -Upi, che specifica che attualmente le province italiane siano 104).
Ma che poi l’operazione, sulla via del risanamento dei costi del Palazzo, riesca è ancora tutto da verificare. Stando alle proteste del Presidente dell’Upi, Fabio Melilli (predidente Pd della provincia di Rieti), il piano Brunetta-Maroni non sarebbe di così facile realizzazione: “Dalle dichiarazioni rilasciate al TgCom dal ministro della Pubblica amministrazione sulle province sembrerebbe che per l’onorevole Brunetta la Costituzione non abbia alcun valore”. E ancora: “Il Ministro Brunetta” conclude Melilli “dimostra di non conoscere affatto la realtà italiana. Basterebbe che parlasse con qualche Sindaco per rendersi conto che la proposta di fare governare il territorio provinciale dal sindaco del comune capoluogo non è minimante praticabile e metterebbe in grandi difficoltà gli oltre 8000 Comuni italiani”.
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L’unica cosa certa è che il decreto sul piano casa non ci sarà. Almeno non nel consiglio dei ministri di venerdì. Il governo prende tempo e apre un tavolo tecnico-politico con le Regioni. Non si tratta però di un rinvio sine die: la scadenza per trovare un’intesa è stata fissata a martedì. E, a fine giornata, Silvio Berlusconi addirittura rilancia.
La ricerca del dialogo con le Regioni, dice, “non è una frenata”, ma una confronto sullo “strumento” da adottare”; e comunque venerdì in Cdm “qualcosa ci sarà”. Così come il premier punta a misure con “effetti immediati” e avverte: “Le Regioni non possono sottrarsi perché sul piano casa in giro c’é un’aspettativa fantastica”; il problema, aggiunge, è che sono “gelose delle proprie competenze”. La strada per un’intesa, insomma, è molto più in salita di quanto non apparisse in mattinata.
Merito e metodo, comunque, saranno entrambi al centro della discussione. Anche se, dopo l’incontro con le Regioni, era sembrata tornare alla ribalta l’ipotesi di procedere con un provvedimento “cornice” che salvaguardi l’autonomia del territorio. “Vogliamo lavorare” aveva ribadito infatti più volte Berlusconi “in sintonia e in accordo con le istituzioni locali”.
Che si erano dette soddisfatte per il passo indietro. “Ora siamo sul binario giusto”, aveva commentato il presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani, governatore emiliano. Disponibile al dialogo anche il Pd: “Hanno ritirato il decreto cementificazione” ha commentato nel pomeriggio il segretario Dario Franceschini “che avrebbe creato danni spaventosi. Ora si vuole dare un piano casa d’intesa con le Regioni e i Comuni per rilanciare l’edilizia? Noi siamo pronti a discutere, anche in Parlamento”. La mediazione era stata raggiunta nel corso di un confronto a Palazzo Chigi: un’ora e mezza di riunione, a metà della quale il presidente del Consiglio era sceso in sala stampa per parlare con i cronisti e spiegare la posizione del governo: “L’urgenza del piano c’é e resta - aveva detto - ma non è detto che il decreto sia lo strumento più opportuno”.
Messaggio distensivo e che segue anche la linea indicata dal Quirinale e quella auspicata dalla Lega, ma che ancora punta i fari sul Consiglio dei ministri di venerdì: “Ci sono 70 ore per trovare l’armonia con le Regioni”, aveva aggiunto infatti il Cavaliere. Tre quarti d’ora dopo, il ministro per gli Affari Regionali Raffaele Fitto, con a fianco Errani e il numero uno dell’Anci Leonardo Domenici, spiegano però che tutto è stato rinviato alla settimana successiva: “Due o tre giorni” rassicura il ministro “non sono determinanti. E’ molto più importante che si giunga ad una piattaforma comune”. Obiettivo che questa mattina era ancora lontano.
Regioni, province e comuni non hanno fatto mistero di aver ricevuto la bozza di decreto legge e di non apprezzarla: di fronte a un atteggiamento intransigente avrebbero manifestato altrettanta rigidità, fino a rischiare di creare il caos: “Stiamo cercando di lavorare per fare in modo che non ci possano essere contrasti o impugnazioni” aveva riconosciuto Berlusconi “alla Corte costituzionale”. Una eventualità che inoltre vanificherebbe completamente l’accelerazione impressa dal governo con il decreto legge.
Ostacolo al quale si somma l’altolà della Lega: “Ieri ho detto a Berlusconi” racconta il leader del Carroccio Umberto Bossi “che molte Regioni, come la Lombardia, hanno già un piano casa e quindi è meglio trovare un accordo con le Regioni per evitare scontri e Berlusconi ha aperto”. La discussione che si è aperta non fa però retrocedere il premier di un millimetro dalla convinzione che si tratti di un progetto giusto e urgente perché interessa gli italiani ed è in grado di aiutare l’economia del Paese: “Il provvedimento sulla casa” dice “riguarda quasi il 50% delle famiglie italiane”. E a sera, da Napoli, interviene di nuovo per chiarire che non vuol fare passi indietro.
Ma non solo. Il presidente del Consiglio rilancia anche un altro cavallo di battaglia, quello delle cosiddette “new town” e di cui il piano per l’edilizia popolare già messo a punto è il primo tassello: una promessa della campagna elettorale che ora vuole onorare. D’accordo anche le Regioni, che hanno convenuto la convocazione di un tavolo ad hoc.
Il VIDEO servizio:
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Intorno al piano casa scoppia e sale la polemica. La riunione della Conferenza unificata si preannuncia accesa, con i governatori che si presentano uniti nel dire no al decreto e Berlusconi pronto ad assicura che “il disegno circolato non è quello a cui avevo già lavorato”. Il premier ha spiegato ieri che il “decreto o ddl che sia, si fermerà alle case mono e bifamiliari e alle costruzioni da rifare dopo che queste saranno demolite” e non riguarderà “gli immobili urbani”.
Il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani (governatore dell’Emilia Romagna), ha più volte sottolineato come il decreto abbia “chiari profili di incostituzionalità”, perchè rende immediatamente operative in tutta Italia norme di competenza concorrente delle Regioni. Il rischio, secondo Errani, è che si apra un conflitto istituzionale. Molte Regioni, quelle di centrosinistra, chiedono il ritiro del decreto e minacciano il ricorso alla Corte Costituzionale.
A confermare che il piano del Governo sia “solo una bozza”, ci pensa Raffaele Fitto. Il ministro per i rapporti con le Regioni, in due interviste ai quotidiani Il Messaggero e Libero, chiudendo la polemica su un presunto scontro tra il Governo e il Quirinale: “Io della lettera non so nulla. Di certo non c’è e non ci sarà alcun rischio di contrasto né con il Quirinale, né con i presidenti di Regione”. “Sono sicuro che troveremo un punto di convergenza”, dice il ministro, che avverte: “Non ha proprio senso andare allo scontro”.
Fin qui le polemiche. A spulciare invece tra le cifre ci ha pensato la Cgia: con il progetto del governo dovrebbero essere creati 745.000 nuovi posti di lavoro. Secondo gli artigiani di Mestre, dunque, l’impatto occupazionale dovuto all’applicazione del piano casa potrebbe creare, chiaramente in più anni, almeno 745.000 nuovi addetti. E uno su tre potrebbe essere straniero dal momento che il settore delle costruzioni è ad alta concentrazione di lavoratori non italiani.
Nei giorni scorsi la Cgia di Mestre ha infatti stimato che l’applicazione su tutto il territorio nazionale del provvedimento allo studio del Governo in materia di ristrutturazione ed ampliamenti dell’edilizia residenziale privata dovrebbe dar origine ad un giro di affari di 79 miliardi di euro. “Partendo da questo assunto” si legge in una nota - si è analizzata la serie storica della produttività per addetto del settore casa e di tutta la filiera registrata negli ultimi anni arrivando a stimare, alla luce del nuovo impatto economico, nuovi addetti per 745.000 unità”.
Quali professionalità saranno richieste? “In primo luogo” commenta Giuseppe Bortolussi della Cgia “sono muratori semplici, capi cantiere e progettisti nella misura complessiva di 350mila unità. In secondo luogo gli installatori di impianti elettrici per circa 104.000 unita’ e a seguire gli idraulici con altri 79.000 nuovi posti di lavoro. Altri 69.000 saranno figure generiche e 27.000 unità riguarderanno sia gli imbianchini e posatori di vetrate sia gli installatori generici (come i bruciatoristi)”.
Essendo il settore delle costruzioni ad alta concentrazione di lavoratori non italiani, “ipotizziamo”, prosegue la Cgia “che almeno un terzo di questi 745.000 nuovi posti di lavoro saranno occupati da maestranze straniere. Sia chiaro” precisa Bortolussi “la nostra stima è stata realizzata presupponendo che tutte le Regioni italiane adotteranno questo provvedimento e che le nuove assunzioni avverranno secondo le disposizioni di legge oggi in vigore”.
Ecco perché l’incontro di mercoledì è fondamentale. Ecco perché il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni le ha tentate tutte, riuscendo a coivolgere il premier Berlusconi, il preseidente Errani e il sottosegretario Gianni Letta, in un fitto colloquio a bordo del Frecciarossa Milano-Roma…
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Via libera dell’Aula di Palazzo Madama al ddl sul federalismo fiscale. Il provvedimento ora passa alla Camera. Hanno dato il loro voto favorevole Pdl, Lega ed Mpa, il Pd e l’Idv si sono astenuti. L’Udc di Pier Ferdinando Casini ha votato contro (”Non ci interessa votare un provvedimento che e’ un manifesto della Lega. Noi siamo federalisti, ma non possiamo dare il nostro voto a un provvedimento confuso e pasticciato”).
Presenti in Aula molti membri del governo, a partire dal premier Silvio Berlusconi, secondo il quale grazie alla riforma la pressione fiscale dovrà diminuire, altrimenti: “Verrebbe meno al suo principale obiettivo”, dando agli enti locali “la piena responsabilità delle spese per ogni servizio”, avvicinando così amministratori e cittadini.
Ovviamente al completo la delegazione ministeriale della Lega con in testa il leader (e ministro delle Riforme) Umberto Bossi.
Che di persona ha voluto elogiare il comportamento dell’opposizione: “È stato fatto un lavoro importante con la sinistra. Senza la sinistra eravamo ancora in commissione”, dice il leader del Carroccio, in Transatlantico. Bossi ha poi garantito che “Tremonti mi ha assicurato che i conti li tirerà fuori” mentre sulla decisione dell’Udc di votare contro butta lì una frecciata: “Vorrà fare il partito antifederalista e prendere i voti del sud ma ho i miei dubbi perché la legge non penalizza il sud e anche lì sono stufi di amministratori che non fanno il loro lavoro. Chissà dove finirà…”.
Ritiene positiva l’astensione del Pd anche il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri: “Quella del Pd di astenersi sul voto finale al federalismo fiscale è una scelta positiva, che apprezziamo, e che dimostra che si è lavorato in profondità in commissione su un tema delicato e complesso come il federalismo fiscale”.
La decisione di astenersi in Aula è stata presa dall’assemblea del gruppo del Pd, presieduta dal segretario del partito Walter Veltroni. Un’astensione, spiega al termine Veltroni, per dimostrare il senso di responsabilità del Pd. Non un assegno in bianco però, quello dei Democrats: nel corso del proseguo del iter parlamentare del federalismo l’atteggiamento del Pd potrebbe cambiare: “La maggioranza deve sapere che il banco di prova saranno la copertura finanziaria del provvedimento e l’attuazione del pacchetto Violante di riforme istituzionali”, spiega Veltroni. L’assemblea del gruppo del Senato del Pd, spiega Veltroni al termine della riunione, “ha votato a larghissima maggioranza (sono 9 i voti contrari, tra cui Marco Follini che nel suo intervento ha motivato le sue perplessità sul disegno di delega, ndr) per una decisione giusta. Perchè siamo una forza responsabile che raccoglie la sfida dell’innovazione e abbiamo contribuito a cambiare il testo originario”.
Dal testo originario è stato inoltre momentaneamente accantonato, su richiesta del ministro delle Semplificazione Roberto Calderoli, l’articolo 22, riguardante Roma Capitale. Calderoli ha annunciato che ci sarà un emendamento sull’argomento che verrà affrontato, comunque, più avanti, insieme alla questione delle città metropolitane.
Parlando del chiarimento sulle cifre chiesto dall’opposizione il ministro “taglia leggi” Calderoli aggiunge: “Non c’è bisogno di nessun chiarimento perché non c’è stata mai la volontà di non dare le cifre. Non si possono fare delle stime in un giorno per quello che va dal 1948 ad oggi. Quando queste saranno in nostro possesso le forniremo”. Il federalismo fiscale, spiega ancora il senatore della Lega, “è il tassello di una riforma complessiva che prevede anche la riforma della Costituzione per cui serviranno quattro passaggi parlamentari. Io penso” aggiunge “che nel giro di un anno e mezzo avremo il federalismo fiscale, la riforma della costituzione e la carta delle autonomie”.
Commentando inoltre il metodo che ha accompagnato il federalismo fiscale fino al voto in Aula, il ministro per la Semplificazione legislativa aggiunge: “È l’avvio di un percorso e di un metodo che può essere usato anche per le altre riforme e che fa di questa una legislatura costituente”.
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Con il voto in Abruzzo verrà sciolto uno dei nodi delle amministrazioni locali, da tempo al centro di forti fibrillazioni, soprattutto nel centrosinistra. Ma il dibattito politico resta ancora incentrato sulla politica locale, dalle primarie nel Pd per le elezioni comunali di Firenze e Bologna, alle tensioni che stanno attraversando in Campania sia la Regione che il comune di Napoli, mentre sullo sfondo restano ancora in piedi la successione di Soru alla regione Sardegna, come anche gli sviluppi della situazione alla Regione Basilicata, con l’intera giunta dimissionaria.
In Toscana, lo scorso fine settimana ha tenuto banco la clamorosa protesta del sindaco di Firenze Leonardo Domenici, che si è incatenato davanti alla sede del “giornale amico” La Repubblica per protestare contro una “cattiva informazione” nell’inchiesta Fondiaria-Sai. E proprio a proposito delle comunali fiorentine, previste per il prossimo anno, il Partito Democratico ha deciso di abbandonare le primarie di partito, per passare alle primarie di coalizione. Una decisione accettata anche dai vertici fiorentini dei partiti della coalizione, con il via libera al doppio turno: si voterà il primo turno il primo febbraio, e il secondo a distanza di una o due settimane. Una decisione che “pone una pietra tombale sulla vocazione maggioritaria del Pd” ha commentato per il Pdl Gaetano Quagliarello.
Resta alto il livello di scontro politico anche in Campania, dove il presidente della regione, Antonio Bassolino, ha detto sì alle novità, ma ribadendo che lui non si sente affatto logoro. Piuttosto si considera uno che sta sul fronte, affronta i problemi, “butta il sangue” ogni giorno, mentre c’é chi giudica e parla. Un Bassolino che così ha replicato al vertice romano del Pd, che ha chiesto per la Campania, discontinuità e innovazione cominciando dalla scelta del candidato per le provinciali, per i quali si applicherà un codice etico, e poi con le primarie per il successore di Bassolino. Per il Comune di Napoli, invece, la strategia romana (mal digerita dal sindaco) sembra quella di un rimpasto con l’inserimento di molti nomi nuovi ma continuando a puntare sulla guida della Iervolino. I vertici del Pdl campano chiedono invece di tornare alle urne la prossima primavera, per votare a Napoli e alla Regione.
Si sta invece votando a Bologna, in queste ore, per le primarie del Pd, per designare il successore di Sergio Cofferati (che preferisce tornare a fare il papà a Genova) . In campo quattro esponenti di lungo corso della politica locale: Flavio Delbono, Virginio Merola, Maurizio Cevenini e Andrea Forlani. Le elezioni sono previste per il prossimo giugno.
Finiranno proprio il giorno di Natale i 30 giorni previsti dallo statuto della Sardegna per “raffreddare” la situazione politica, dopo le dimissioni del presidente Soru. La discussione in Consiglio è fissata per il 22-23 dicembre. Se dopo tale data, Soru non ritirerà le dimissioni, si avvierà la procedura di scioglimento del Consiglio, mentre le elezioni saranno fissate entro il 22 febbraio.
Ancora in alto mare anche la situazione in Basilicata, dopo le dimissioni, il 29 novembre scorso, dell’intera giunta dopo l’abbandono di un assessore del Pd in seguito alla pubblicazione di un’inchiesta giornalistica sul dissesto regionale.
Lascia il suo incarico (ma non la politica) Renato Soru, presidente della Regione Sardegna: si è dimesso perché, come ha spiegato lui stesso, non si governa “se manca la fiducia della maggioranza”. La decisione è stata annunciata dopo che il Consiglio aveva bocciato (con 55 voti contrari e 21 a favore) un emendamento voluto dallo stesso Soru alla nuova legge urbanistica. “Per me era importante” ha detto il governatore “riflettere in maniera serena e pacata sul modo migliore di proseguire i lavori oggi e in questa legislatura. È evidente che si è mostrato un dissenso forte, in parte sul merito sul governo del territorio, ma ancora di più mi sembra che ci sia stata una mancanza della fiducia necessaria tra un presidente della Regione e la sua maggioranza”.
Ha poi aggiunto il fondatore di Tiscali: “Ho riflettuto, so di essere stato eletto direttamente, con la fiducia dei cittadini, ma non si può governare senza la fiducia della maggioranza in Consiglio regionale, ancora di più perché subito dopo avremmo dovuto discutere la legge finanziaria che non si può affrontare nel clima, appunto, di una fiducia interrotta oggi”. All’annuncio delle dimissioni, dai banchi del centrodestra si è levato un applauso. Attggiamento che a Soru non è andato giù: “Aspettate a gioire, non finisce qui. Questo non sarà l’ultimo giorno della mia esperienza politica. Voglio mantenere salda la mia chiarezza, i principi che hanno ispirato la mia esperienza fino ad adesso. Ho cercato di riflettere su cosa sia più utile per la Sardegna e i sardi, non per me. Pur nella consapevolezza del momento difficile nel mondo, in Italia e in Sardegna, credo che la cosa migliore per i sardi sia chiarire immediatamente lo stato della maggioranza alla quale hanno dato fiducia fino a oggi”.
Le dimissioni di Soru sono l’atto finale (per ora) del difficile rapporto fra il governatore dal carattere “spigoloso” e decisionista e la sua maggioranza, costellato di scontri, rotture, forzature e diktat. Nella maggioranza e soprattutto in parte del Pd (diviso e in contuo scontro nell’isola, fra le sue “anime”: quella che pulsa intorno al neo editore de L’Unità e quella del segretario regionale del Pd, il senatore Antonello Cabras, che proprio dopo aver battuto Soru alle primarie è stato comunque messo in minoranza) spesso sono state contestate (e mal digerite) molte scelte del presidente sia sul fronte della legge “salvacoste” che della “famigerata” tassa sul lusso cassata dalla Corte costituzionale. Attacchi a cui Soru ha sempre replicato colpo su colpo. L’ultimo scontro sull’urbanistica e i piani paesistici ha fatto emergegere contraddizioni e “mal di pancia” politico-amministrativi che lo steso Soru ha ritenuto insanabili. Adesso ci sono 30 giorni di tempo per capire se le dimissioni verranno formalizzate o se si troveranno nuove basi d’intesa fra governatore e Pd. Altrimenti lo sbocco saranno le elezioni anticipate a meno di sei mesi dalla scadenza naturale (primavera 2009) della legislatura. Infatti in base alla legge statutaria le dimissioni avranno infatti efficiacia dopo trenta giorni. Se non saranno ritirate l’assemblea sarà sciolta e le elezioni si svolgeranno entro i successivi sessanta giorni.
Le dimissioni di Soru sono arrivate dopo la bocciatura a scrutinio palese di una norma transitoria (che specificava le procedure di applicazione del Piano paesaggistico regionale per le zone interne dell’isola) inserita nella proposta di legge urbanistica che doveva essere approvata in serata. Il provvedimento avrebbe dovuto sostituire la vecchia normativa del 1989 per completare il programma di governo del territorio voluto da Soru, iniziato con la legge “salvacoste” del 2004 e proseguito con il Piano paesaggistico. Tra gli aspetti caratterizzanti della legge urbanistica, ora congelata, ci sono: la conferma del divieto di inedificabilità assoluta nella fascia dei 300 metri dal mare; il principio della compensazione con aree o crediti volumetrici per i proprietari di beni immobili da vincolare per rilevante interesse pubblico; gli incentivi per l’utilizzo di materiali non inquinanti e che favoriscano il risparmio energetico; il sistema del silenzio-assenso nelle concessioni edilizie.
E mentre dal Pdl si brinda (con le dimissioni del presidente della Regione è stato “certificato il fallimento politico di Renato Soru e della sua maggioranza di centrosinistra”, ha sottolineato il capogruppo di Fi, Giorgio La Spisa), il Pd tenta di correre ai ripari. Tra i primi a chiamare Soru, il segretario del Pd Walter Veltroni, per espremergli la “propria vicinanza e solidarietà, e quella del gruppo dirigente del Pd nazionale, assicurando l’impegno pieno e comune del Pd perché l’esperienza di governo della Sardegna che in questi anni ha prodotto risultati importanti non si interrompa”.
Poche righe da parte del leader democratico. Tutto preso, in questi giorni, da una marea di problemi. Dal “Caso Villari” in Vigilanza Rai alle tensioni sempre più forti all’interno dell’esecutivo del partito: per ora il segretario è riuscito a tener lontano lo spettro di un congresso straordinario che lo avrebbe visto messo in discussione. L’assise si terrà, rispettando l’agenda, dicono al Pd: cioè nell’autunno del 2009. Quando anche il “pasticcio in salsa sarda” dovrebbe, in un modo o nell’altro, essere stato risolto.
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Per il ministro Tremonti (Economia) è una “Riforma storica”. Il ministro Bossi (Riforme) si dice “Soddisfatto, perché per il Sud il federalismo viene considerato una sfida e non più un qualcosa che possa danneggiarlo”. Il ministro “taglialeggi” Calderoli loda: “Lo straordinario consenso raccolto ieri in conferenza unificata” con gli enti locali. Parole di esultanza da parte dei membri del governo per annunciare il via libera dal Consiglio dei ministri al ddl sul federalismo fiscale (qui il dossier: presentazione - principi - Art. 119 Costituzione).
Un percorso lungo, difficile, anche nelle ultime 24 ore: il governo ha incassato solo a tarda sera di giovedì 2 il disco verde dell’arcipelago delle autonomie locali. Un sì arrivato grazie alla mediazione del presidente dell’Anci, Leonardo Domenici, sindaco di Firenze. Che, nella riunione con il premier e i ministri Fitto (Affari regionali) e Calderoli ha ottenuto dal governo le garanzie sulle risorse richieste. Garanzie che arrivano sotto forma di assicurazioni per lo stanziamento di 585 milioni per il 2007 e 700 per il 2008 come integrazione dell’Ici rurale, 260 milioni come integrazione del rimborso sul mancato gettito dell’Ici sulla prima casa. Alle Regioni dovrebbero andare altri 434 milioni come parte del finanziamento per i ticket sanitari.
Un percorso lungo (”Che viene da molto lontano” ha detto Tremonti: “il primo atto sul federalismo fiscale c’è stato durante il primo governo Berlusconi, nel famoso libro bianco”) e non ancora concluso: il provvedimento, approvato in via preliminare già lo scorso 11 settembre, può avviarsi ora a varcare ufficialmente le aule parlamentari. E, come annunciato da Bossi, iniziare il suo cammino dall’Aula del Senato. Anche perché, come tiene a precisare il ministro Tremonti, il ddl delega al Governo sul federalismo fiscale è “una legge ordinaria, non costituzionale. Il governo ha varato anche un decreto legge per il riequilibrio economico di Regioni e enti locali, con uno stanziamento di risorse pari a 1,31 miliardi di euro.
Insomma, il cdm ha dato via libera al “pilastro” della riforma fortemente voluta dalla Lega che assicura autonomia di entrata e di spesa a Comuni, province, città metropolitane e regioni, rispettando, al contempo, i principi di solidarietà e coesione sociale previsti dalla Costituzione. Si tratta infatti di una legge delega di sistema che richiede successivi decreti attuativi che il governo si impegna ad approvare entro 24 mesi.
I punti centrali della riforma sono contenuti nei decreti legislativi: autonomia e responsabilizzazione finanziaria di tutti i livelli di governo; attribuzione di risorse autonome a Regioni ed enti locali secondo i principi di territorialità, sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza; superare il criterio della spesa storica.
“Come prima cosa” ha chiarito Tremonti “dobbiamo creare una banca di dati comuni sui grandi aggregati di finanza pubblica coinvolgendo tutte le sedi tecniche che debbono mettere tali dati al servizio di questo progetto dal ministero delle finanze, alla Corte dei Conti, all’Istat“. “Deve essere una banca con dati aggregati e consolidati” ha aggiunto Tremonti “e i dati devono essere condivisi dal punto di vista politico, senza distinzioni tra i numeri del governo o dell’opposizione, del nord, del centro o del sud. Poi verrà il momento delle scelte politiche”.
Nello specifico, il ddl prevede che ai comuni siano trasferiti parte dell’Irpef, tributi propri e parte del fondo perequativo. Sparisce così la contestata imposta sugli immobili che aveva fatto parlare di una reintroduzione dell’Ici. “Rispetto ai comuni”, ha risposto Calderoli ai cronisti che gli chiedevao come saranno finanziati i comuni, “il ddl prevede l’attribuzione di parte dell’Irpef, tributi propri e parte del fondo perequativo”. Circa l’introduzione di norme che anticipano l’attribuzione di tributi propri per Roma Capitale, Calderoli ha detto che “il testo che è stato approvato è quello; il governo è stato autorizzato alla presentazione di un emendamento su ‘Roma Capitale’ che sarà presentato in Parlamento e che anticipa, dal punto di vista ordinamentale e fiscale, quanto previsto anche per le altre province. Ci sarebbe stato un blocco dal punto di vista fiscale per quel che riguarda la Capitale”. Di fatto, Roma si trasforma da un normale comune in un ente territoriale, denominato, ‘Roma Capitale‘ ”con speciale autonomia statutaria, amministrativa e finanziaria, al fine di svolgere le funzioni di Capitale della repubblica Italiana e di sede di rappresentanza diplomatica di Stati esteri”.
Nel ddl non c’è un riferimento a una regione o a più regioni per quanto riguarda l’individuazione dei costi standard e dell’efficienza amministrativa. Un punto ben spiegato da Calderoli nella conferenza stampa: “Non c’è nessun riferimento nel testo rispetto ai costi standard né alla Lombardia, né ad altre regioni. I decreti attuativi definiranno i costi standard ma non ci sarà un riferimento a una regione o a un’altra ma al livello di efficienza e adeguatezza, e efficienza ed adeguatezza non hanno un riferimento geografico”.
Tra i punti qualificanti del provvedimento la correlazione tra prelievo fiscale e benefici; l’istituzione di tributi regionali e locali; la facoltà per le Regioni di far compartecipare gli enti locali al gettito dei tributi; premi ai comportamenti virtuosi ed efficienti; garanzia del mantenimento di un adeguato livello di flessibilità fiscale tendenzialmente uniforme sul territorio nazionale; riduzione della imposizione fiscale statale in misura adeguata alla più ampia autonomia di entrata delle Regioni; territorialità dell’imposta; tendenziale corrispondenza tra autonomia impositiva e di gestione.
Il meccanismo della legge sarà realizzato e verificato da una Commissione paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale e da una Conferenza permanente per il coordinamento della finanza pubblica. Per le Regioni è previsto che “dispongano di tributi e di compartecipazioni erariali in grado di finanziare le spese” delle loro competenze; della potestà di modificare le aliquote dei tributi.
A evitare diseguaglianze sarà il Fondo perequativo a favore delle Regioni con minore capacità fiscale per abitante. Per gli enti locali la legge individua i tributi propri di Comuni e Province e stabilisce che gli introiti deriveranno dalla compartecipazione all’Irpef, da tributi propri e da un fondo perequativo. Le Regioni possono istituire nuovi tributi comunali e provinciali di cui i beneficiari possono aumentare le aliquote.
Gli enti locali, infine, hanno piena autonomia per fissare le tariffe per prestazioni o servizi. Sempre le regioni devono istituire due fondi a favore di comuni e province per concorrere al finanziamento delle funzioni trasferite. Il finanziamento delle città metropolitane avviene anche con tributi specifici e quello di ‘Roma Capitale’ con specifici stanziamenti i quote aggiuntive di tributi erariali.
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