Anche per i consiglieri regionali della Sardegna è giunto il tempo di memorabili sacrifici. Continua
- Mercoledì 28 Dicembre 2011
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Anche per i consiglieri regionali della Sardegna è giunto il tempo di memorabili sacrifici. Continua
«Francamente credo che la mia indennità sia appena decente». Infastidito dalle polemiche sui costi della politica, il presidente della Sicilia, Raffaele Lombardo, alla fine non ce l’ha fatta più. E le ha cantate a chi insinua. Il suo stipendio, tra indennità, diaria e rimborsi vari, ammonta a 27.374 euro lordi al mese. «Appena decente», dunque. «Don Raffaele» è il governatore più pagato del paese. Iperbole di un sistema che per prerogative e privilegi rivaleggia ormai con Camera e Senato. Il costo annuo delle restribuzioni dei 1.183 consiglieri regionali è di 177 milioni di euro. In cima, inarrivabile, c’è la Sicilia: dove un eletto guadagna 20.730 euro lordi. A seguire, gli «onorevolini» sardi: 16.634 euro. Continua

Semplificare l’assetto istituzionale e, tagliando enti e poltrone, risparmiare. Passato presoché sotto silenzio, il primo colpo di scure alla pubblica amministrazione in stile Bisanzio lo ha assestato il Consiglio dei ministri di giovedì 19. Con il via libera al codice delle Autonomie, preparato dal ministro per la Semplificazione (alias “Minsitro Taglialeggi”) Roberto Calderoli, si falciano 50mila poltrone e si risparmiano un bel po’ di quattrini: “diversi miliardi”, gongolava il ministro leghista. Il provvedimento taglia-burocrazia, che ora dovrà affrontare l’iter parlamentare, stabilisce chi fa cosa nei diversi livelli di governo ma soprattutto razionalizza le autonomie locali. Continua

È grave lo stato di salute dell’ambiente in Italia. Nessuna regione si salva e non esistono neanche grandi differenze tra Nord e Sud, tanto è vero che la regione più “virtuosa” è la Basilicata, seguita da Friuli, Val d’Aosta e Trentino, mentre la maglia nera per la qualità ambientale va al Lazio
È questa la fotografia della situazione ambientale delle regioni italiane scattata dal rapporto Osservasalute Ambiente 2008, un’approfondita analisi dello stato di salute dell’ambiente e dei suoi riflessi sulla salute della popolazione italiana realizzata dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, che ha sede presso l’Università Cattolica di Roma.
Il rapporto (stilato da Antonio Azara, dell’istituto di igiene dell’università di Sassari, da Umberto Moscato, dell’istituto di igiene dell’università Cattolica di Roma e da
Walter Ricciardi, coordinatore dell’osservatorio nazionale sulla Salute) assegna un punteggio da 1 a 20 alle singole regioni per diversi indicatori di “salute ambientale”: dalla disponibilità di acqua potabile alla conncentrazione di radon nell’aria, dai rifiuti, dalla qualità dell’aria all’inquinamento acustico.
In questa speciale classifica, la Basilicata è quella che si comporta meglio: ha il dato migliore per l’inquinamento da benzene, e una bassa produzione di rifiuti solidi urbani. Bene anche il Friuli, la regione in cui è cresciuta meno la produzione di rifiuti mentre è aumentata la raccolta differenziata, e la Valle d’Aosta (la regione con la maggiore disponibilità d’acqua potabile: 369 litri/abitante al giorno, contro un valore medio italiano di 254 litri).
Maglia nera al Lazio, per colpa soprattutto di una preoccupante concentrazione di radon nelle abitazioni, pari a 119 Bq al metro cubo contro una media italiana di 70. Che a sua volta, spiega il ricercatore Antonio Azara, tra gli autori dello studio: “è superiore alla media europea e mondiale”.
In fondo alla classifica le regioni del sud: condizioni critiche soprattutto per la gestione e la disponibilità di acqua potabile (un cittadino su tre nel meridione non ha rapido accesso all’acqua). Infatti, se in ambito nazionale l’82,3% della popolazione dispone di acqua in quantità sufficiente, nell’Italia insulare tale percentuale viene quasi dimezzata (42,7%) e nell’Italia meridionale la percentuale di popolazione soddisfatta del fabbisogno idrico sale a un modesto 69,9%, rispetto all’87,6% dell’Italia centrale e al 97% circa dell’Italia Nord occidentale e Nord orientale.
Sul fronte rifiuti da segnalare un aumento della produzione. I rifiuti urbani sono cresciuti di oltre 4 milioni di tonnellate (+15%), passando da 28,3 milioni di tonnellate nel 1999, a 32,5 nel 2006. Si diffonde però l’abitudine alla raccolta differenziata. Dividendo per zone, il tasso di crescita dei rifiuti risulta più marcato nel Centro (+21%) e Nord (+13,6%) rispetto al Sud (+12%). In particolare, nel Settentrione risiede il 45% della popolazione italiana che risulta produrre (nel 2006) il 45% dei rifiuti urbani del territorio nazionale; al Centro, il 19,5% della popolazione produce il 22,6% di rifiuti urbani; al Sud, al 35% della popolazione corrisponde il 32,5% dei rifiuti.
Ecco la MAPPA con le luci e le ombre delle regioni d’Italia.
Visualizza Osservasalute 2008: l’Italia è malata in una mappa di dimensioni maggiori

L’Italia perde letteralmente acqua da tutte le parti e i nostri portafogli si svuotano. Non è un modo di dire: i buchi negli acquedotti e le condotte fognarie che non funzionano ci costano circa 5 miliardi di euro l’anno. È quanto denuncia l’onorevole Catia Polidori (Pdl), membro della commissione Attività Produttive, Commercio e Turismo della Camera ed ex Presidente Giovani Imprenditori Confapi, in una risoluzione votata nei giorni scorsi all’unanimità alle commissioni Ambiente e Attività Produttive della Camera.
Le infrastrutture idriche italiane, insomma, sono in ginocchio, tanto che circa la metà delle tubature e un terzo delle attuali fognature presenti in Italia devono essere sostituite entro i prossimi dieci anni. “Le reti idriche e fognarie del nostro paese presentano le maggiori carenze infrastrutturali rispetto ai principali Paesi europei”, spiega l’onorevole Polidori. “Infatti, il tasso di perdita negli acquedotti italiani è di circa il 40% contro il 10% circa della Germania ed il 15% della Gran Bretagna, nonostante la densità per area geografica e pro-capite di quei paesi sia inferiore rispetto all’Italia”.
L’Italia che perde …acqua
In base alle stime di affidabilità di tenuta delle tubature, circa il 50 % degli attuali acquedotti, almeno 125.000 chilometri di rete idrica, e oltre il 30% delle attuali fognature, corrispondente a 46.000 chilometri di rete fognaria, devono essere sostituite entro il prossimo decennio, tanto più che sussiste una significativa presenza di reti contenenti amianto. E in base alla tariffa nazionale media per l’acqua potabile, il controvalore economico delle perdite annue della rete idrica italiana è di circa 5 miliardi di euro, senza contare i danni ambientali generati, in particolare, dalle perdite della rete fognaria. “I maggiori costi imputabili alle inefficiente della rete nazionale”, prosegue l’onorevole Polidori, “ vengono ad oggi sostenuti direttamente dai cittadini attraverso il pagamento dei costi di fruizione dei servizi idrici e fognari, con evidente sottrazione di risorse alla capacità di spesa delle famiglie. La ricerca e l’innovazione nelle infrastrutture idriche costituirebbe una modalità efficace per adeguare la rete nazionale agli standard europei, anche se il quadro normativo non agevola oggi gli operatori del settore”.

Le regioni e le città sprecone
In Italia la situazione degli acquedotti e delle fognature cambia da regione a regione: in generale il Nord, con 2,4 chilometri di reti idriche per chilometro quadrato e 1,4 chilometri di fognature per chilometro quadrato, risulta meglio equipaggiato rispetto al Centro e al Sud, entrambi sotto la media nazionale (1,8 chilometri per chilometro quadrato per gli acquedotti e 1 chilometro per chilometro quadrato per le fognature).
Ma oltre alla copertura del territorio, c’è anche il problema degli sprechi. Secondo le stime di Legambiente (dossier 2007) il 42% in media del volume d’acqua erogato in Italia viene disperso: si tratta di 10.550 metri cubi al chilometro, corrispondente a un valore medio di circa un terzo di litro al secondo per chilometro, con punte minime nel Torinese in Piemonte 22%, fino a un massimo del 73% nel Lazio Meridionale e in Abruzzo. Le regioni più virtuose, con perdite inferiori al 30%, sono il Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Marche e Basilicata.
Le perdite più elevate, superiori al 50%, invece, si riscontrano nelle reti di Abruzzo, Campania, Puglia e Calabria. Secondo i dati di Ecosistema urbano 2007 di Legambiente, a Cosenza va il primato dell’acqua persa con una percentuale del 70% rispetto a quella immessa in rete, seguita da Latina con il 66% e da Campobasso con il 65%.
Il 43% delle 88 città capoluogo in classifica perde più del 30% dell’acqua che immette in rete. Sono 13 le città che perdono più della metà dell’acqua immessa in rete (8 del sud, 3 del centro e 2 del nord): Cosenza, Latina, Campobasso, Pescara, Vibo Valentia, Rieti, Bari, Siracusa, Nuoro, Agrigento, Sassari, Belluno e Gorizia. Le più virtuose di questa classifica sono Viterbo (con perdite pari al 4%), Bergamo (5%) e Vercelli (6%).
La proposta: prendere a modello l’Europa
”Per le caratteristiche proprie della rete idrica, questo settore può essere considerato tra quelli potenzialmente più idonei a sostenere una ripresa economica di lungo periodo”, conclude l’onorevole Polidori. “Per questo ho chiesto al Governo di verificare tutti i possibili benefici derivanti da un programma di adeguamento e ammodernamento delle reti idrica e fognaria, di definire strumenti capaci di migliorare nel breve, nel medio e nel lungo periodo lo stato della rete idrica nazionale al fine di adeguarla agli standard europei con gli obiettivi del risparmio di risorse e della tutela dell’ambiente e della salute e di incentivare iniziative per elevare da subito il livello qualitativo dell’infrastruttura di rete idrica nazionale, anche attraverso l’individuazione di modelli locali efficienti già esistenti a cui ispirarsi per l’adeguamento dell’intera rete nazionale”.
Ministro anti fannulloni, anti privilegi, anti sprechi.
Si sprecano gli aggettivi con il prefisso “anti” per Renato Brunetta. Ma da oggi, per l’attivissimo responsabile della Funzione Pubblica, l’elenco potrebbe allungarsi con “ministro anti province”. Un epiteto che Brunetta deve però condividere con il collega ministro e titolare del Viminale, Roberto Maroni.
I due si sono infatti inseriti nell’annoso dibattito sull’abolizione delle Province. Tema che si rincorre ormai da mesi, se non da anni. In questi ultimi, è diventata una battaglia politico-mediatica: argomento da prima pagina per il quotidiano Libero di Vittorio Feltri, da promessa elettorale per molti partiti dell’arco parlamentare.
E siccome - nonostante il Pdl sia d’accordo, il Pd pure - la Lega storce il naso, proprio per sciogliere i dubbi del Carroccio il Ministro Brunetta (come anticipato da un’intervista al Tgcom) ha preparato un piano a lungo termine in accordo col titolare leghista degli Interni.
Insomma, accadrà che gli enti intermedi che stanno a metà strada tra Comune e regione (leggi: le province, appunto) saranno “svuotati”. E siccome non si potrebbe (costituzionalmente parlando) “abolire” quegli enti, la formula usata dal ministro Brunetta, presentando un provvedimento che il governo discuterà “tra una settimana”, è proprio “svuotare”: di peso, importanza e (soprattutto) costi.
“Ci sono delle novità. Il ministro Maroni sta presentando una riforma”, ha spiegato Brunetta. È “il codice degli enti locali”, un piano che dovrebbe entrare a regime prima del voto immediatamente successivo, tra 4 o 5 anni. L’idea è che, alla scadenza della prossima tornata amministrativa, “le Province molto probabilmente non saranno più quelle che abbiamo conosciuto fino a oggi…”. Saranno cioè degli “enti di secondo livello”. Le elezioni amministrative di giugno potrebbero essere le ultime per alcune delle province dove il consiglio sarà rinnovato.
Ma la Provincia non sparirà dal punto di vista formale, solo non avrà più un peso (e quindi un costo) politico: “Rimarrà l’ente provincia ma non avrà più degli eletti”, ha chiarito Brunetta: “I consiglieri provinciali e presidente non saranno altro che i sindaci dei comuni nella provincia”. Il presidente sarà il sindaco del capoluogo di provincia, e il parlamentino sarà formata dagli altri primi cittadini del territorio. Si “elimineranno così un po’ di costi della politica - ha detto ancora il ministro nemico dei fannulloni - e quello che fa ora la provincia lo faranno i Comuni all’interno della provincia”. Tra cittadino e Stato rimarranno quindi solo due livelli: “Regione e comune”. Che possono bastare.
“Le province per essere abolite richiedono un cambio costituzionale” ha illustrato Brunetta, secondo quanto riportato dal Il Giornale “mentre questa formula di svuotarle di contenuto politico primario e di farle diventare sostanzialmente dei consorzi funzionali si può fare senza modificare la costituzione”. Questo consentirà di ridurre enormemente i costi, andando ad abbattere la spesa attualmente stimata in oltre sedici miliardi di euro ogni anno (fonte Unione delle province italiane -Upi, che specifica che attualmente le province italiane siano 104).
Ma che poi l’operazione, sulla via del risanamento dei costi del Palazzo, riesca è ancora tutto da verificare. Stando alle proteste del Presidente dell’Upi, Fabio Melilli (predidente Pd della provincia di Rieti), il piano Brunetta-Maroni non sarebbe di così facile realizzazione: “Dalle dichiarazioni rilasciate al TgCom dal ministro della Pubblica amministrazione sulle province sembrerebbe che per l’onorevole Brunetta la Costituzione non abbia alcun valore”. E ancora: “Il Ministro Brunetta” conclude Melilli “dimostra di non conoscere affatto la realtà italiana. Basterebbe che parlasse con qualche Sindaco per rendersi conto che la proposta di fare governare il territorio provinciale dal sindaco del comune capoluogo non è minimante praticabile e metterebbe in grandi difficoltà gli oltre 8000 Comuni italiani”.

L’unica cosa certa è che il decreto sul piano casa non ci sarà. Almeno non nel consiglio dei ministri di venerdì. Il governo prende tempo e apre un tavolo tecnico-politico con le Regioni. Non si tratta però di un rinvio sine die: la scadenza per trovare un’intesa è stata fissata a martedì. E, a fine giornata, Silvio Berlusconi addirittura rilancia.
La ricerca del dialogo con le Regioni, dice, “non è una frenata”, ma una confronto sullo “strumento” da adottare”; e comunque venerdì in Cdm “qualcosa ci sarà”. Così come il premier punta a misure con “effetti immediati” e avverte: “Le Regioni non possono sottrarsi perché sul piano casa in giro c’é un’aspettativa fantastica”; il problema, aggiunge, è che sono “gelose delle proprie competenze”. La strada per un’intesa, insomma, è molto più in salita di quanto non apparisse in mattinata.
Merito e metodo, comunque, saranno entrambi al centro della discussione. Anche se, dopo l’incontro con le Regioni, era sembrata tornare alla ribalta l’ipotesi di procedere con un provvedimento “cornice” che salvaguardi l’autonomia del territorio. “Vogliamo lavorare” aveva ribadito infatti più volte Berlusconi “in sintonia e in accordo con le istituzioni locali”.
Che si erano dette soddisfatte per il passo indietro. “Ora siamo sul binario giusto”, aveva commentato il presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani, governatore emiliano. Disponibile al dialogo anche il Pd: “Hanno ritirato il decreto cementificazione” ha commentato nel pomeriggio il segretario Dario Franceschini “che avrebbe creato danni spaventosi. Ora si vuole dare un piano casa d’intesa con le Regioni e i Comuni per rilanciare l’edilizia? Noi siamo pronti a discutere, anche in Parlamento”. La mediazione era stata raggiunta nel corso di un confronto a Palazzo Chigi: un’ora e mezza di riunione, a metà della quale il presidente del Consiglio era sceso in sala stampa per parlare con i cronisti e spiegare la posizione del governo: “L’urgenza del piano c’é e resta - aveva detto - ma non è detto che il decreto sia lo strumento più opportuno”.
Messaggio distensivo e che segue anche la linea indicata dal Quirinale e quella auspicata dalla Lega, ma che ancora punta i fari sul Consiglio dei ministri di venerdì: “Ci sono 70 ore per trovare l’armonia con le Regioni”, aveva aggiunto infatti il Cavaliere. Tre quarti d’ora dopo, il ministro per gli Affari Regionali Raffaele Fitto, con a fianco Errani e il numero uno dell’Anci Leonardo Domenici, spiegano però che tutto è stato rinviato alla settimana successiva: “Due o tre giorni” rassicura il ministro “non sono determinanti. E’ molto più importante che si giunga ad una piattaforma comune”. Obiettivo che questa mattina era ancora lontano.
Regioni, province e comuni non hanno fatto mistero di aver ricevuto la bozza di decreto legge e di non apprezzarla: di fronte a un atteggiamento intransigente avrebbero manifestato altrettanta rigidità, fino a rischiare di creare il caos: “Stiamo cercando di lavorare per fare in modo che non ci possano essere contrasti o impugnazioni” aveva riconosciuto Berlusconi “alla Corte costituzionale”. Una eventualità che inoltre vanificherebbe completamente l’accelerazione impressa dal governo con il decreto legge.
Ostacolo al quale si somma l’altolà della Lega: “Ieri ho detto a Berlusconi” racconta il leader del Carroccio Umberto Bossi “che molte Regioni, come la Lombardia, hanno già un piano casa e quindi è meglio trovare un accordo con le Regioni per evitare scontri e Berlusconi ha aperto”. La discussione che si è aperta non fa però retrocedere il premier di un millimetro dalla convinzione che si tratti di un progetto giusto e urgente perché interessa gli italiani ed è in grado di aiutare l’economia del Paese: “Il provvedimento sulla casa” dice “riguarda quasi il 50% delle famiglie italiane”. E a sera, da Napoli, interviene di nuovo per chiarire che non vuol fare passi indietro.
Ma non solo. Il presidente del Consiglio rilancia anche un altro cavallo di battaglia, quello delle cosiddette “new town” e di cui il piano per l’edilizia popolare già messo a punto è il primo tassello: una promessa della campagna elettorale che ora vuole onorare. D’accordo anche le Regioni, che hanno convenuto la convocazione di un tavolo ad hoc.
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Intorno al piano casa scoppia e sale la polemica. La riunione della Conferenza unificata si preannuncia accesa, con i governatori che si presentano uniti nel dire no al decreto e Berlusconi pronto ad assicura che “il disegno circolato non è quello a cui avevo già lavorato”. Il premier ha spiegato ieri che il “decreto o ddl che sia, si fermerà alle case mono e bifamiliari e alle costruzioni da rifare dopo che queste saranno demolite” e non riguarderà “gli immobili urbani”.
Il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani (governatore dell’Emilia Romagna), ha più volte sottolineato come il decreto abbia “chiari profili di incostituzionalità”, perchè rende immediatamente operative in tutta Italia norme di competenza concorrente delle Regioni. Il rischio, secondo Errani, è che si apra un conflitto istituzionale. Molte Regioni, quelle di centrosinistra, chiedono il ritiro del decreto e minacciano il ricorso alla Corte Costituzionale.
A confermare che il piano del Governo sia “solo una bozza”, ci pensa Raffaele Fitto. Il ministro per i rapporti con le Regioni, in due interviste ai quotidiani Il Messaggero e Libero, chiudendo la polemica su un presunto scontro tra il Governo e il Quirinale: “Io della lettera non so nulla. Di certo non c’è e non ci sarà alcun rischio di contrasto né con il Quirinale, né con i presidenti di Regione”. “Sono sicuro che troveremo un punto di convergenza”, dice il ministro, che avverte: “Non ha proprio senso andare allo scontro”.
Fin qui le polemiche. A spulciare invece tra le cifre ci ha pensato la Cgia: con il progetto del governo dovrebbero essere creati 745.000 nuovi posti di lavoro. Secondo gli artigiani di Mestre, dunque, l’impatto occupazionale dovuto all’applicazione del piano casa potrebbe creare, chiaramente in più anni, almeno 745.000 nuovi addetti. E uno su tre potrebbe essere straniero dal momento che il settore delle costruzioni è ad alta concentrazione di lavoratori non italiani.
Nei giorni scorsi la Cgia di Mestre ha infatti stimato che l’applicazione su tutto il territorio nazionale del provvedimento allo studio del Governo in materia di ristrutturazione ed ampliamenti dell’edilizia residenziale privata dovrebbe dar origine ad un giro di affari di 79 miliardi di euro. “Partendo da questo assunto” si legge in una nota - si è analizzata la serie storica della produttività per addetto del settore casa e di tutta la filiera registrata negli ultimi anni arrivando a stimare, alla luce del nuovo impatto economico, nuovi addetti per 745.000 unità”.
Quali professionalità saranno richieste? “In primo luogo” commenta Giuseppe Bortolussi della Cgia “sono muratori semplici, capi cantiere e progettisti nella misura complessiva di 350mila unità. In secondo luogo gli installatori di impianti elettrici per circa 104.000 unita’ e a seguire gli idraulici con altri 79.000 nuovi posti di lavoro. Altri 69.000 saranno figure generiche e 27.000 unità riguarderanno sia gli imbianchini e posatori di vetrate sia gli installatori generici (come i bruciatoristi)”.
Essendo il settore delle costruzioni ad alta concentrazione di lavoratori non italiani, “ipotizziamo”, prosegue la Cgia “che almeno un terzo di questi 745.000 nuovi posti di lavoro saranno occupati da maestranze straniere. Sia chiaro” precisa Bortolussi “la nostra stima è stata realizzata presupponendo che tutte le Regioni italiane adotteranno questo provvedimento e che le nuove assunzioni avverranno secondo le disposizioni di legge oggi in vigore”.
Ecco perché l’incontro di mercoledì è fondamentale. Ecco perché il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni le ha tentate tutte, riuscendo a coivolgere il premier Berlusconi, il preseidente Errani e il sottosegretario Gianni Letta, in un fitto colloquio a bordo del Frecciarossa Milano-Roma…
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