Leggi tutte le notizie su:


regioni

Piano casa, La Cgia: possibili 745.000 nuovi posti di lavoro

Cantiere al lavoro

Intorno al piano casa scoppia e sale la polemica. La riunione della Conferenza unificata si preannuncia accesa, con i governatori che si presentano uniti nel dire no al decreto e Berlusconi pronto ad assicura che “il disegno circolato non è quello a cui avevo già lavorato”. Il premier ha spiegato ieri che il “decreto o ddl che sia, si fermerà alle case mono e bifamiliari e alle costruzioni da rifare dopo che queste saranno demolite” e non riguarderà “gli immobili urbani”.
Il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani (governatore dell’Emilia Romagna), ha più volte sottolineato come il decreto abbia “chiari profili di incostituzionalità”, perchè rende immediatamente operative in tutta Italia norme di competenza concorrente delle Regioni. Il rischio, secondo Errani, è che si apra un conflitto istituzionale. Molte Regioni, quelle di centrosinistra, chiedono il ritiro del decreto e minacciano il ricorso alla Corte Costituzionale.
A confermare che il piano del Governo sia “solo una bozza”, ci pensa Raffaele Fitto. Il ministro per i rapporti con le Regioni, in due interviste ai quotidiani Il Messaggero e Libero, chiudendo la polemica su un presunto scontro tra il Governo e il Quirinale: “Io della lettera non so nulla. Di certo non c’è e non ci sarà alcun rischio di contrasto né con il Quirinale, né con i presidenti di Regione”. “Sono sicuro che troveremo un punto di convergenza”, dice il ministro, che avverte: “Non ha proprio senso andare allo scontro”.
Fin qui le polemiche. A spulciare invece tra le cifre ci ha pensato la Cgia: con il progetto del governo dovrebbero essere creati 745.000 nuovi posti di lavoro. Secondo gli artigiani di Mestre, dunque, l’impatto occupazionale dovuto all’applicazione del piano casa potrebbe creare, chiaramente in più anni, almeno 745.000 nuovi addetti. E uno su tre potrebbe essere straniero dal momento che il settore delle costruzioni è ad alta concentrazione di lavoratori non italiani.
Nei giorni scorsi la Cgia di Mestre ha infatti stimato che l’applicazione su tutto il territorio nazionale del provvedimento allo studio del Governo in materia di ristrutturazione ed ampliamenti dell’edilizia residenziale privata dovrebbe dar origine ad un giro di affari di 79 miliardi di euro. “Partendo da questo assunto” si legge in una nota - si è analizzata la serie storica della produttività per addetto del settore casa e di tutta la filiera registrata negli ultimi anni arrivando a stimare, alla luce del nuovo impatto economico, nuovi addetti per 745.000 unità”.
Quali professionalità saranno richieste? “In primo luogo” commenta Giuseppe Bortolussi della Cgia “sono muratori semplici, capi cantiere e progettisti nella misura complessiva di 350mila unità. In secondo luogo gli installatori di impianti elettrici per circa 104.000 unita’ e a seguire gli idraulici con altri 79.000 nuovi posti di lavoro. Altri 69.000 saranno figure generiche e 27.000 unità riguarderanno sia gli imbianchini e posatori di vetrate sia gli installatori generici (come i bruciatoristi)”.
Essendo il settore delle costruzioni ad alta concentrazione di lavoratori non italiani, “ipotizziamo”, prosegue la Cgia “che almeno un terzo di questi 745.000 nuovi posti di lavoro saranno occupati da maestranze straniere. Sia chiaro” precisa Bortolussi “la nostra stima è stata realizzata presupponendo che tutte le Regioni italiane adotteranno questo provvedimento e che le nuove assunzioni avverranno secondo le disposizioni di legge oggi in vigore”.

Ecco perché l’incontro di mercoledì è fondamentale. Ecco perché il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni le ha tentate tutte, riuscendo a coivolgere il premier Berlusconi, il preseidente Errani e il sottosegretario Gianni Letta, in un fitto colloquio a bordo del Frecciarossa Milano-Roma

Il VIDEO servizio:

Federalismo, sì del Senato. Bossi ringrazia: “Con Veltroni un buon lavoro”

Giulio Tremonti e Umberto Bossi

Via libera dell’Aula di Palazzo Madama al ddl sul federalismo fiscale. Il provvedimento ora passa alla Camera. Hanno dato il loro voto favorevole Pdl, Lega ed Mpa, il Pd e l’Idv si sono astenuti. L’Udc di Pier Ferdinando Casini ha votato contro (”Non ci interessa votare un provvedimento che e’ un manifesto della Lega. Noi siamo federalisti, ma non possiamo dare il nostro voto a un provvedimento confuso e pasticciato”).
Presenti in Aula molti membri del governo, a partire dal premier Silvio Berlusconi, secondo il quale grazie alla riforma la pressione fiscale dovrà diminuire, altrimenti: “Verrebbe meno al suo principale obiettivo”, dando agli enti locali “la piena responsabilità delle spese per ogni servizio”, avvicinando così amministratori e cittadini.
Ovviamente al completo la delegazione ministeriale della Lega con in testa il leader (e ministro delle Riforme) Umberto Bossi.
Che di persona ha voluto elogiare il comportamento dell’opposizione: “È stato fatto un lavoro importante con la sinistra. Senza la sinistra eravamo ancora in commissione”, dice il leader del Carroccio, in Transatlantico. Bossi ha poi garantito che “Tremonti mi ha assicurato che i conti li tirerà fuori” mentre sulla decisione dell’Udc di votare contro butta lì una frecciata: “Vorrà fare il partito antifederalista e prendere i voti del sud ma ho i miei dubbi perché la legge non penalizza il sud e anche lì sono stufi di amministratori che non fanno il loro lavoro. Chissà dove finirà…”.
Ritiene positiva l’astensione del Pd anche il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri: “Quella del Pd di astenersi sul voto finale al federalismo fiscale è una scelta positiva, che apprezziamo, e che dimostra che si è lavorato in profondità in commissione su un tema delicato e complesso come il federalismo fiscale”.

La decisione di astenersi in Aula è stata presa dall’assemblea del gruppo del Pd, presieduta dal segretario del partito Walter Veltroni. Un’astensione, spiega al termine Veltroni, per dimostrare il senso di responsabilità del Pd. Non un assegno in bianco però, quello dei Democrats: nel corso del proseguo del iter parlamentare del federalismo l’atteggiamento del Pd potrebbe cambiare: “La maggioranza deve sapere che il banco di prova saranno la copertura finanziaria del provvedimento e l’attuazione del pacchetto Violante di riforme istituzionali”, spiega Veltroni. L’assemblea del gruppo del Senato del Pd, spiega Veltroni al termine della riunione, “ha votato a larghissima maggioranza (sono 9 i voti contrari, tra cui Marco Follini che nel suo intervento ha motivato le sue perplessità sul disegno di delega, ndr) per una decisione giusta. Perchè siamo una forza responsabile che raccoglie la sfida dell’innovazione e abbiamo contribuito a cambiare il testo originario”.
Dal testo originario è stato inoltre momentaneamente accantonato, su richiesta del ministro delle Semplificazione Roberto Calderoli, l’articolo 22, riguardante Roma Capitale. Calderoli ha annunciato che ci sarà un emendamento sull’argomento che verrà affrontato, comunque, più avanti, insieme alla questione delle città metropolitane.
Parlando del chiarimento sulle cifre chiesto dall’opposizione il ministro “taglia leggi” Calderoli aggiunge: “Non c’è bisogno di nessun chiarimento perché non c’è stata mai la volontà di non dare le cifre. Non si possono fare delle stime in un giorno per quello che va dal 1948 ad oggi. Quando queste saranno in nostro possesso le forniremo”. Il federalismo fiscale, spiega ancora il senatore della Lega, “è il tassello di una riforma complessiva che prevede anche la riforma della Costituzione per cui serviranno quattro passaggi parlamentari. Io penso” aggiunge “che nel giro di un anno e mezzo avremo il federalismo fiscale, la riforma della costituzione e la carta delle autonomie”.
Commentando inoltre il metodo che ha accompagnato il federalismo fiscale fino al voto in Aula, il ministro per la Semplificazione legislativa aggiunge: “È l’avvio di un percorso e di un metodo che può essere usato anche per le altre riforme e che fa di questa una legislatura costituente”.

Regioni: in Abruzzo si vota, in altre restano problemi. Per il Pd

I leader del Pd

Con il voto in Abruzzo verrà sciolto uno dei nodi delle amministrazioni locali, da tempo al centro di forti fibrillazioni, soprattutto nel centrosinistra. Ma il dibattito politico resta ancora incentrato sulla politica locale, dalle primarie nel Pd per le elezioni comunali di Firenze e Bologna, alle tensioni che stanno attraversando in Campania sia la Regione che il comune di Napoli, mentre sullo sfondo restano ancora in piedi la successione di Soru alla regione Sardegna, come anche gli sviluppi della situazione alla Regione Basilicata, con l’intera giunta dimissionaria.

In Toscana, lo scorso fine settimana ha tenuto banco la clamorosa protesta del sindaco di Firenze Leonardo Domenici, che si è incatenato davanti alla sede del “giornale amico” La Repubblica per protestare contro una “cattiva informazione” nell’inchiesta Fondiaria-Sai. E proprio a proposito delle comunali fiorentine, previste per il prossimo anno, il Partito Democratico ha deciso di abbandonare le primarie di partito, per passare alle primarie di coalizione. Una decisione accettata anche dai vertici fiorentini dei partiti della coalizione, con il via libera al doppio turno: si voterà il primo turno il primo febbraio, e il secondo a distanza di una o due settimane. Una decisione che “pone una pietra tombale sulla vocazione maggioritaria del Pd” ha commentato per il Pdl Gaetano Quagliarello.

Resta alto il livello di scontro politico anche in Campania, dove il presidente della regione, Antonio Bassolino, ha detto sì alle novità, ma ribadendo che lui non si sente affatto logoro. Piuttosto si considera uno che sta sul fronte, affronta i problemi, “butta il sangue” ogni giorno, mentre c’é chi giudica e parla. Un Bassolino che così ha replicato al vertice romano del Pd, che ha chiesto per la Campania, discontinuità e innovazione cominciando dalla scelta del candidato per le provinciali, per i quali si applicherà un codice etico, e poi con le primarie per il successore di Bassolino. Per il Comune di Napoli, invece, la strategia romana (mal digerita dal sindaco) sembra quella di un rimpasto con l’inserimento di molti nomi nuovi ma continuando a puntare sulla guida della Iervolino. I vertici del Pdl campano chiedono invece di tornare alle urne la prossima primavera, per votare a Napoli e alla Regione.

Si sta invece votando a Bologna, in queste ore, per le primarie del Pd, per designare il successore di Sergio Cofferati (che preferisce tornare a fare il papà a Genova) . In campo quattro esponenti di lungo corso della politica locale: Flavio Delbono, Virginio Merola, Maurizio Cevenini e Andrea Forlani. Le elezioni sono previste per il prossimo giugno.

Finiranno proprio il giorno di Natale i 30 giorni previsti dallo statuto della Sardegna per “raffreddare” la situazione politica, dopo le dimissioni del presidente Soru. La discussione in Consiglio è fissata per il 22-23 dicembre. Se dopo tale data, Soru non ritirerà le dimissioni, si avvierà la procedura di scioglimento del Consiglio, mentre le elezioni saranno fissate entro il 22 febbraio.

Ancora in alto mare anche la situazione in Basilicata, dopo le dimissioni, il 29 novembre scorso, dell’intera giunta dopo l’abbandono di un assessore del Pd in seguito alla pubblicazione di un’inchiesta giornalistica sul dissesto regionale.

Pd e il pasticcio in salsa sarda: Soru lascia. Veltroni: “Resta al lavoro”

Lascia il suo incarico (ma non la politica) Renato Soru, presidente della Regione Sardegna: si è dimesso perché, come ha spiegato lui stesso, non si governa “se manca la fiducia della maggioranza”. La decisione è stata annunciata dopo che il Consiglio aveva bocciato (con 55 voti contrari e 21 a favore) un emendamento voluto dallo stesso Soru alla nuova legge urbanistica. “Per me era importante” ha detto il governatore “riflettere in maniera serena e pacata sul modo migliore di proseguire i lavori oggi e in questa legislatura. È evidente che si è mostrato un dissenso forte, in parte sul merito sul governo del territorio, ma ancora di più mi sembra che ci sia stata una mancanza della fiducia necessaria tra un presidente della Regione e la sua maggioranza”.
Ha poi aggiunto il fondatore di Tiscali: “Ho riflettuto, so di essere stato eletto direttamente, con la fiducia dei cittadini, ma non si può governare senza la fiducia della maggioranza in Consiglio regionale, ancora di più perché subito dopo avremmo dovuto discutere la legge finanziaria che non si può affrontare nel clima, appunto, di una fiducia interrotta oggi”. All’annuncio delle dimissioni, dai banchi del centrodestra si è levato un applauso. Attggiamento che a Soru non è andato giù: “Aspettate a gioire, non finisce qui. Questo non sarà l’ultimo giorno della mia esperienza politica. Voglio mantenere salda la mia chiarezza, i principi che hanno ispirato la mia esperienza fino ad adesso. Ho cercato di riflettere su cosa sia più utile per la Sardegna e i sardi, non per me. Pur nella consapevolezza del momento difficile nel mondo, in Italia e in Sardegna, credo che la cosa migliore per i sardi sia chiarire immediatamente lo stato della maggioranza alla quale hanno dato fiducia fino a oggi”.
Le dimissioni di Soru sono l’atto finale (per ora) del difficile rapporto fra il governatore dal carattere “spigoloso” e decisionista e la sua maggioranza, costellato di scontri, rotture, forzature e diktat. Nella maggioranza e soprattutto in parte del Pd (diviso e in contuo scontro nell’isola, fra le sue “anime”: quella che pulsa intorno al neo editore de L’Unità e quella del segretario regionale del Pd, il senatore Antonello Cabras, che proprio dopo aver battuto Soru alle primarie è stato comunque messo in minoranza) spesso sono state contestate (e mal digerite) molte scelte del presidente sia sul fronte della legge “salvacoste” che della “famigerata” tassa sul lusso cassata dalla Corte costituzionale. Attacchi a cui Soru ha sempre replicato colpo su colpo. L’ultimo scontro sull’urbanistica e i piani paesistici ha fatto emergegere contraddizioni e “mal di pancia” politico-amministrativi che lo steso Soru ha ritenuto insanabili. Adesso ci sono 30 giorni di tempo per capire se le dimissioni verranno formalizzate o se si troveranno nuove basi d’intesa fra governatore e Pd. Altrimenti lo sbocco saranno le elezioni anticipate a meno di sei mesi dalla scadenza naturale (primavera 2009) della legislatura. Infatti in base alla legge statutaria le dimissioni avranno infatti efficiacia dopo trenta giorni. Se non saranno ritirate l’assemblea sarà sciolta e le elezioni si svolgeranno entro i successivi sessanta giorni.

Le dimissioni di Soru sono arrivate dopo la bocciatura a scrutinio palese di una norma transitoria (che specificava le procedure di applicazione del Piano paesaggistico regionale per le zone interne dell’isola) inserita nella proposta di legge urbanistica che doveva essere approvata in serata. Il provvedimento avrebbe dovuto sostituire la vecchia normativa del 1989 per completare il programma di governo del territorio voluto da Soru, iniziato con la legge “salvacoste” del 2004 e proseguito con il Piano paesaggistico. Tra gli aspetti caratterizzanti della legge urbanistica, ora congelata, ci sono: la conferma del divieto di inedificabilità assoluta nella fascia dei 300 metri dal mare; il principio della compensazione con aree o crediti volumetrici per i proprietari di beni immobili da vincolare per rilevante interesse pubblico; gli incentivi per l’utilizzo di materiali non inquinanti e che favoriscano il risparmio energetico; il sistema del silenzio-assenso nelle concessioni edilizie.

E mentre dal Pdl si brinda (con le dimissioni del presidente della Regione è stato “certificato il fallimento politico di Renato Soru e della sua maggioranza di centrosinistra”, ha sottolineato il capogruppo di Fi, Giorgio La Spisa), il Pd tenta di correre ai ripari. Tra i primi a chiamare Soru, il segretario del Pd Walter Veltroni, per espremergli la “propria vicinanza e solidarietà, e quella del gruppo dirigente del Pd nazionale, assicurando l’impegno pieno e comune del Pd perché l’esperienza di governo della Sardegna che in questi anni ha prodotto risultati importanti non si interrompa”.

Poche righe da parte del leader democratico. Tutto preso, in questi giorni, da una marea di problemi. Dal “Caso Villari” in Vigilanza Rai alle tensioni sempre più forti all’interno dell’esecutivo del partito: per ora il segretario è riuscito a tener lontano lo spettro di un congresso straordinario che lo avrebbe visto messo in discussione. L’assise si terrà, rispettando l’agenda, dicono al Pd: cioè nell’autunno del 2009. Quando anche il “pasticcio in salsa sarda” dovrebbe, in un modo o nell’altro, essere stato risolto.

Federalismo fiscale al via. Tremonti: “Riforma storica”

berlusconi, Letta e Bossi

Per il ministro Tremonti (Economia) è una “Riforma storica”. Il ministro Bossi (Riforme) si dice “Soddisfatto, perché per il Sud il federalismo viene considerato una sfida e non più un qualcosa che possa danneggiarlo”. Il ministro “taglialeggi” Calderoli loda: “Lo straordinario consenso raccolto ieri in conferenza unificata” con gli enti locali. Parole di esultanza da parte dei membri del governo per annunciare il via libera dal Consiglio dei ministri al ddl sul federalismo fiscale (qui il dossier: presentazione - principi - Art. 119 Costituzione).
Un percorso lungo, difficile, anche nelle ultime 24 ore: il governo ha incassato solo a tarda sera di giovedì 2 il disco verde dell’arcipelago delle autonomie locali. Un sì arrivato grazie alla mediazione del presidente dell’Anci, Leonardo Domenici, sindaco di Firenze. Che, nella riunione con il premier e i ministri Fitto (Affari regionali) e Calderoli ha ottenuto dal governo le garanzie sulle risorse richieste. Garanzie che arrivano sotto forma di assicurazioni per lo stanziamento di 585 milioni per il 2007 e 700 per il 2008 come integrazione dell’Ici rurale, 260 milioni come integrazione del rimborso sul mancato gettito dell’Ici sulla prima casa. Alle Regioni dovrebbero andare altri 434 milioni come parte del finanziamento per i ticket sanitari.

Un percorso lungo (”Che viene da molto lontano” ha detto Tremonti: “il primo atto sul federalismo fiscale c’è stato durante il primo governo Berlusconi, nel famoso libro bianco”) e non ancora concluso: il provvedimento, approvato in via preliminare già lo scorso 11 settembre, può avviarsi ora a varcare ufficialmente le aule parlamentari. E, come annunciato da Bossi, iniziare il suo cammino dall’Aula del Senato. Anche perché, come tiene a precisare il ministro Tremonti, il ddl delega al Governo sul federalismo fiscale è “una legge ordinaria, non costituzionale. Il governo ha varato anche un decreto legge per il riequilibrio economico di Regioni e enti locali, con uno stanziamento di risorse pari a 1,31 miliardi di euro.
Insomma, il cdm ha dato via libera al “pilastro” della riforma fortemente voluta dalla Lega che assicura autonomia di entrata e di spesa a Comuni, province, città metropolitane e regioni, rispettando, al contempo, i principi di solidarietà e coesione sociale previsti dalla Costituzione. Si tratta infatti di una legge delega di sistema che richiede successivi decreti attuativi che il governo si impegna ad approvare entro 24 mesi.

I punti centrali della riforma sono contenuti nei decreti legislativi: autonomia e responsabilizzazione finanziaria di tutti i livelli di governo; attribuzione di risorse autonome a Regioni ed enti locali secondo i principi di territorialità, sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza; superare il criterio della spesa storica.
“Come prima cosa” ha chiarito Tremonti “dobbiamo creare una banca di dati comuni sui grandi aggregati di finanza pubblica coinvolgendo tutte le sedi tecniche che debbono mettere tali dati al servizio di questo progetto dal ministero delle finanze, alla Corte dei Conti, all’Istat“. “Deve essere una banca con dati aggregati e consolidati” ha aggiunto Tremonti “e i dati devono essere condivisi dal punto di vista politico, senza distinzioni tra i numeri del governo o dell’opposizione, del nord, del centro o del sud. Poi verrà il momento delle scelte politiche”.

Nello specifico, il ddl prevede che ai comuni siano trasferiti parte dell’Irpef, tributi propri e parte del fondo perequativo. Sparisce così la contestata imposta sugli immobili che aveva fatto parlare di una reintroduzione dell’Ici. “Rispetto ai comuni”, ha risposto Calderoli ai cronisti che gli chiedevao come saranno finanziati i comuni, “il ddl prevede l’attribuzione di parte dell’Irpef, tributi propri e parte del fondo perequativo”. Circa l’introduzione di norme che anticipano l’attribuzione di tributi propri per Roma Capitale, Calderoli ha detto che “il testo che è stato approvato è quello; il governo è stato autorizzato alla presentazione di un emendamento su ‘Roma Capitale’ che sarà presentato in Parlamento e che anticipa, dal punto di vista ordinamentale e fiscale, quanto previsto anche per le altre province. Ci sarebbe stato un blocco dal punto di vista fiscale per quel che riguarda la Capitale”. Di fatto, Roma si trasforma da un normale comune in un ente territoriale, denominato, ‘Roma Capitale‘ ”con speciale autonomia statutaria, amministrativa e finanziaria, al fine di svolgere le funzioni di Capitale della repubblica Italiana e di sede di rappresentanza diplomatica di Stati esteri”.
Nel ddl non c’è un riferimento a una regione o a più regioni per quanto riguarda l’individuazione dei costi standard e dell’efficienza amministrativa. Un punto ben spiegato da Calderoli nella conferenza stampa: “Non c’è nessun riferimento nel testo rispetto ai costi standard né alla Lombardia, né ad altre regioni. I decreti attuativi definiranno i costi standard ma non ci sarà un riferimento a una regione o a un’altra ma al livello di efficienza e adeguatezza, e efficienza ed adeguatezza non hanno un riferimento geografico”.
Tra i punti qualificanti del provvedimento la correlazione tra prelievo fiscale e benefici; l’istituzione di tributi regionali e locali; la facoltà per le Regioni di far compartecipare gli enti locali al gettito dei tributi; premi ai comportamenti virtuosi ed efficienti; garanzia del mantenimento di un adeguato livello di flessibilità fiscale tendenzialmente uniforme sul territorio nazionale; riduzione della imposizione fiscale statale in misura adeguata alla più ampia autonomia di entrata delle Regioni; territorialità dell’imposta; tendenziale corrispondenza tra autonomia impositiva e di gestione.
Il meccanismo della legge sarà realizzato e verificato da una Commissione paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale e da una Conferenza permanente per il coordinamento della finanza pubblica. Per le Regioni è previsto che “dispongano di tributi e di compartecipazioni erariali in grado di finanziare le spese” delle loro competenze; della potestà di modificare le aliquote dei tributi.
A evitare diseguaglianze sarà il Fondo perequativo a favore delle Regioni con minore capacità fiscale per abitante. Per gli enti locali la legge individua i tributi propri di Comuni e Province e stabilisce che gli introiti deriveranno dalla compartecipazione all’Irpef, da tributi propri e da un fondo perequativo. Le Regioni possono istituire nuovi tributi comunali e provinciali di cui i beneficiari possono aumentare le aliquote.
Gli enti locali, infine, hanno piena autonomia per fissare le tariffe per prestazioni o servizi. Sempre le regioni devono istituire due fondi a favore di comuni e province per concorrere al finanziamento delle funzioni trasferite. Il finanziamento delle città metropolitane avviene anche con tributi specifici e quello di ‘Roma Capitale’ con specifici stanziamenti i quote aggiuntive di tributi erariali.

“Privatizzare gli ospedali in difficoltà”: il piano del governo per guarire la sanità del Sud

MalasanitÃ

Privatizzare gli ospedali pubblici in difficoltà. Il progetto del governo, per ora, pare solo un abbozzo, ma tanto basta ad innescare la polemica politica. Tutto nasce dalle dichiarazioni del premier Berlusconi che, intervenuto due giorni fa a Todi, ha illustrato la sua ricetta per risolvere i guai del sistema sanitario: “Rispetto al Veneto e alla Lombardia, al Sud si spende oltre il 40 per cento in più”, dunque” argomenta il Cavaliere “la soluzione è il federalismo fiscale e la privatizzazione di molti ospedali pubblici”.
Tocca poi al sottosegretario al Welfare Ferruccio Fazio spiegare meglio i termini della proposta: non una “privatizzazione degli ospedali nuda e cruda, ma la creazione di una joint-venture pubblico privato per gestire strutture ospedaliere che non funzionano con la collaborazione dei privati”. “Nel programma di Governo” ragiona Fazio “c’è l’idea di attivare, grazie ai fondi strutturali, finanziamenti che siano al 50% a fondo perduto e al 50% in project financing per consentire l’ingresso del privato nelle strutture sanitarie pubbliche”. Il sottosegretario spiega che però “non si tratterà di ospedali privati veri e propri, ma di creare unità gestite privatamente nel pubblico”.
All’inizio questo processo potrebbe riguardare Sicilia, Campania, Calabria e Puglia, cioè le Regioni che hanno al momento maggiori problemi strutturali, e per questo hanno accesso a finanziamenti ad hoc dell’Unione europea. “Ma” avverte Fazio “non è detto che l’ingresso dei privati nel pubblico non possa poi avvenire anche in Regioni come la Lombardia”.
Un diluvio di critiche al progetto del governo arriva dall’opposizione. Pierluigi Bersani, ministro ombra dell’Economia, avverte il premier: “Su questo tema si romperà le ossa”. Il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini la mette dura: “Siamo all’improvvisazione”. Mentre l’ex ministro della Salute, Livia Turco si spinge ancora più il là: “Non è che Berlusconi ha annunciato: Berlusconi ha fatto. Con il decreto legislativo 112, infatti, si è già imposto alle Regioni di tagliare posti letto e ridurre personale. Un decreto che prevede il taglio di 5 miliardi di euro per i prossimi anni nella sanità”.
Il progetto del governo divide anche i medici. Critico l’oncologo Umberto Veronesi: “L’aziendalizzazione del pubblico è un grande errore di principio. Chiamare azienda un ospedale è un errore: l’azienda deve fare profitto, l’ospedale deve fare la salute”. Il presidente dello Snami (Sindacato nazionale autonomo medici italiani), Mauro Martini apre: “Privatizzare la sanità? Perché no, se la privatizzazione viene fatta in modo corretto e trasparente non vedo il problema”. “In Lombardia l’ingresso dei privati ha infatti stimolato anche il servizio pubblico. L’importante” conclude Martini “è che ci sia qualcuno sopra le parti che fissi le regole del gioco”. Più tiepido Amedeo Bianco, presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e odontoiatri (Fnomceo) che avverte: “Sulla privatizzione bisogna andarci con i piedi di piombo” perchè “la mission che deve realizzare una struttura pubblica non si concilia con le ragioni del profitto”. “Le esternalizzazioni” prosegue Bianco “non hanno dato grandissimi risultati”.
Intanto migliaia di medici sono già scesi nelle piazze italiane con la Cgil, per la prima volta dall’insediamento del Governo Berlusconi, per cambiare le scelte dell’esecutivo sulla sanità. Manifestazioni si sono tenute in diverse città con una cospicua partecipazione di camici bianchi, “dai 300 a Napoli ai 200 a Roma”, riferisce Massimo Cozza, segretario nazionale Fp Cgil medici, a Roma in piazza Farnese con il segretario generale Guglielmo Epifani. La partecipazione dei medici, spiega, “nasce dalla ferma volontà di rispondere agli attacchi indiscriminati alla sanità pubblica, con il taglio di circa 10 mld delle risorse, e alle condizioni di lavoro della professione. Da oggi, tuona Cozza, “parte la protesta dei medici, che non si fermerà neanche a fronte degli insulti del ministro Brunetta, o alle odierne proposte del sottosegretario alla Salute Ferruccio Fazio di introdurre il privato nella gestione degli ospedali pubblici. Il nostro è un chiaro e fermo no”.

Il VIDEO servizio:

Napolitano: è l’ora del federalismo. “Senza egoismi e rotture”

Giorgio Napolitano

È l’ora. È venuto il momento di attuare il federalismo fiscale. A dirlo è il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano durante un convegno, a Palazzo Ducale a Venezia, sul futuro della Costituzione. Le posizioni sono ancora distanti ma, aggiunge il capo dello Stato, non sono inconciliabili. È possibile giungere a soluzioni “largamente condivise” se si procederà con accortezza e reciproca attenzione, “senza nervosismi e forzature, con gradualità”, senza mettere in discussione l’unità nazionale e la solidarietà fra regioni. È un discorso di ampio respiro quello che il presidente ha fatto oggi in visita nel capoluogo del Veneto che scalpita per attuare il federalismo e per disporre di una quota maggiore delle risorse che produce sul territorio. È un discorso rispettoso di queste esigenze, ma anche un richiamo a vincoli non superabili. La Carta del ‘48, dice il presidente della Repubblica, “non è un’icona” del passato a cui rendere retorici omaggi “a fior di labbra”, “è qualcosa di vivo e ha un futuro”. Resta “una tavola di valori e di principi, di diritti e di doveri, di regole e di equilibri”, una bussola per orientarci nelle scelte di oggi.
È un punto fermo a cui dobbiamo ancorarci di fronte a “un pericolo di disorientamento della comunità nazionale per l’indebolirsi della sua coesione e del suo tessuto civile”. Quella Carta fu scritta con lungimiranza, conteneva in nuce già il principio di una ampia articolazione autonomistica che oggi può essere interpretata con il federalismo. Ma è chiaro che essa sancisce “l’unità e indivisibilità della Repubblica come valore storico e principio regolatore fondamentale di certo non negoziabile”. Napolitano respinge anche le critiche che sono state rivolte ai privilegi delle cinque regioni a Statuto Speciale. L’Italia, ricorda era stata tagliata in due e c’erano “insidie separatiste e delicati contenziosi internazionali”, perciò quegli statuti furono approvati per rafforzare l’unitarietà, anche se poi lo abbiamo dimenticato. Quella carta sancisce anche il dovere della solidarietà, di colmare il divario fra Nord e Sud, che finché persiste “denuncia la storica incompiutezza dell’unificazione nazionale” e richiede di “combattere chiusure ed egoismi nelle regioni più sviluppate”.
A loro volta, però, le Regioni del Mezzogiorno non possono chiedere sconti rispetto al dovere e alla responsabilità di fare un uso economico corretto delle risorse pubbliche. La Costituzione non è perfetta, aggiunge Napolitano, e naturalmente non è intoccabile, e infatti ha avuto 38 modifiche. Ma sarebbe “velleitario e dannoso” puntare a una sua riforma globale, “si correrebbe il rischio di nuove defatiganti e inconcludenti progettazioni”, dice evocando i fallimenti delle Bicamerali. Invece alcune riforme “mirate” sono possibili e anche auspicabili: per attuare il federalismo, per superare il bicameralismo perfetto, per istituire una Camera delle Regioni. Napolitano mette fuori dall’agenda anche il superamento della forma di governo parlamentare. Non ci sono state riforme che lo mettono in discussione.
Semmai, consiglia, facciamo quel che la Costituente non riuscì a fare: tuteliamo “con dispositivi costituzionali idonei le esigenze di stabilità del governo, una questione che è rimasta aperta” e che andrebbe affrontata per quel che è.

Bossi e Calderoli: “I rifiuti campani in tutte le regioni”

rifiuti
Le altre regioni potrebbero presto essere chiamate ad aiutare la Campania nell’emergenza rifiuti. Anche la Lega sembra ormai convinta della necessità di trasferire una quota di “monnezza” dalle strade di Napoli e Caserta a discariche sparse sul territorio nazionale, Nord compreso.

Nel Consiglio dei Ministri è stato infatti raggiunto un accordo tra i leader leghisti (sempre critici sulla possibilità di accogliere nelle regioni settentrionali i rifiuti campani) e Pdl. Ne hanno dato comunicazione gli stessi ministri per le Riforme e la Semplificazione Umberto Bossi e Roberto Calderoli. “Oggi, in Consiglio dei Ministri” riferisce una nota “si è raggiunto un accordo con il ministro Raffaele Fitto (ministro agli Affari regionali) in merito all’emergenza dei rifiuti di Napoli. Gli è stato dato mandato di convocare la conferenza Stato-regioni per verificare la disponibilità di tutte le regioni di farsi carico, per un brevissimo periodo, di una quota parte dei rifiuti campani”.

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Io la penso così, di Giovanni Fasanella
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
FacebookTwitter
NewsletterFeed rss
Mobile & AppsServizi SMS
Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
L'editoriale, di Giorgio Mulè
L'europeo, di Sergio Romano
Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
Fuori Porta, di Bruno Vespa
 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 

  • Panorama Unplugged
  • Bruce Springsteen
  • Meteo
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Le uscite al cinema
  • Scopri il nuovo Panorama
  • Abbonati subito a Panorama!
  • Immobiliare.it
    Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

    Provincia
    Tipologia



  • Applicazioni Mondadori
  • R101