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- Tags: ateismo, cattedra, Chiesa, cristianofobia, direttrice, elementare, lettere, Maria Matilde Filippini, professoressa, religione, scuola, suora
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Suor Annalisa, 61 anni, della congregazione di Maria Consolatrice
Il caso della suora “bandita dalla cattedra” è esploso sui quotidiani il 10 dicembre (qui, qui, qui e qui).
Ma la storia inizia il 9 gennaio nella scuola elementare statale Jean Piaget di via Suvereto, un quartiere residenziale di Roma, quando un gruppetto di genitori, guidati da una madre (cassintegrata dell’Alitalia), chiede la testa di una maestra, arrivata quel giorno e colpevole soltanto di essere una suora.
Annalisa Falasco, padovana, 61 anni, della congregazione di Maria Consolatrice, una donna minuta e sorridente, è stata mandata dal provveditorato a sostituire l’insegnante di ruolo che se ne è andata altrove per sua scelta. Continua
- Tags: bioetica, Camera, cattolici, Elio-Sgreccia, Gianfranco Fini, laicità , leggi, monsignore, Parlamento, Pd, pdl, religione, strappi, Udc
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La religione resti fuori dal Parlamento. Gianfranco Fini conclude la sua parabola laicista e dice chiaro e tondo che le leggi si devono fare senza il condizionamento dei “precetti di tipo religioso”. Una presa di posizione netta che chiude il cerchio dei suoi innumerevoli strappi di questo ultimo anno sui temi eticamente sensibili (dal testamento biologico alla fecondazione assistita alle coppie di fatto); e che mette in allarme la Chiesa, e, trasversalmente, la “rappresentanza” cattolica che siede sugli scranni parlamentari. Scoppia così un nuovo caso politico con uno scontro a distanza tra il presidente della Camera e le alte sfere ecclestiastiche, spalleggiate dall’Udc ma anche dalla componente cattolica del Pdl.
Occasione per l’ennesimo distinguo di Gianfranco Fini, un incontro con gli studenti di Monopoli sulla Costituzione, durante il quale si è affrontato il tema della bioetica. Il presidente della Camera ha risposto di buon grado puntualizzando che il Parlamento “deve fare le leggi non orientate da precetti di tipo religioso. Il dibattito sulla bioetica è complesso” ha rimarcato “e mi auguro che venga affrontato senza gli eccessi propagandistici che ci sono stati da entrambe le parti perché queste sono questioni nelle quali il dubbio prevale sulle certezze”.
Affermazioni che Monsignor Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Accademia della Vita, ha voluto subito esorcizzare: “La Chiesa cattolica non ha mai pensato di imporre al Parlamento italiano ‘precetti religiosi’”, ma “non tacerà sui temi di bioetica, che riguardano i diritti umani, i dettami costituzionali, la stessa razionalità umana e il bene comune”. E poi, non si tratta di “precetti religiosi” ha protestato il vescovo “ma di “argomenti basati sulla ragione e sul diritto”, e il fatto che “vengano portati avanti dal clero o da organismi cattolici non deve consentire a nessuno di considerarli come prodotto di una razionalità minore”. Ecco perché” è stata la conclusione battagliera di monsignor Sgreccia “tanto più forte faremo sentire la nostra voce”.
Da subito ha alzato i suoi decibel l’Udc che, con Luca Volonté, ha gridato contro “l’indegno attacco laicista” di Fini; un affondo che, ha accusato: “discrimina i credenti” come “nei totalitarismi neri del ‘900” e che aggredisce “la libertà e la dignità della chiesa”. Toni durissimi stemperati poi da Pier Ferdinando Casini, che ha definito “ovvie” le parole del presidente della Camera, ma ha anche plaudito a quanti in Parlamento si fanno paladini nelle battaglie sui “valori e sui principi che”, ha osservato, “ormai non hanno diritto di cittadinanza in politica”.
Sorpresa e irritazione nel Pdl. Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera, ha detto che Fini “sbaglia e si pone su un piano di scontro ideologico molto lontano dalla laicità positiva da lui stesso evocata”. “Ognuno” ha tuonato “ha il diritto e il dovere di difendere ciò in cui crede. Sempre”. E Gaetano Quagliariello, vicepresidente del Pdl al Senato, ha bacchettato il presidente della Camera perché le sue affermazioni possono ingenerare “equivoci” evocando l’immagine di uno stato “teocratico” lontano dalla realtà . Eugenia Roccella, sottosegretario al Welfare con delega alle questioni di bioetica, ha detto che non vede leggi ispirate a precetti religiosi, e ha citato ad esempio la legge 40 che “é molto equilibrata.

Accade ogni domenica, “in ogni chiesa, grande o piccola, bella o brutta, di città o di campagna”. Adirittura: “È scontato che c’è. Dopotutto, è duemila anni che funziona così.” Eppure, il rischio di una disaffezione - complici media, talk-show e ritmi frenetici - è sempre più alto. Visto che la modernità incalza, è dunque il caso che il prete si adegui, a cominciare dalla predica domenicale.
L’invito arriva dalla diocesi di Verona: don Mario Masina ha così pensato di scrivere un vero e proprio “manuale del predicatore” pubblicato sul sito della sua circoscrizione vescovile ad uso e consumo dei colleghi in abito talare. Punto cruciale, le letture.
Qui il nostro alterna consigli ad ironia e spiega serafico: “Qualcuno rimane convinto che basti aver frequentato i corsi di esegesi dell’antico e del nuovo testamento, con votazione di esame almeno superiore al venti, per commentare bene le letture domenicali. Qualche altro con meno dimestichezza di ermeneutica e dogmatica, fa affidamento all’imposizione delle mani del giorno della propria ordinazione che, ex opere operato, ha fatto di lui un buon predicatore. Altri, arrivati di corsa all’ultimo momento, si affidano allo Spirito, non avendo avuto il tempo di leggersi in anticipo nemmeno il vangelo. Altri vengono presi dal panico, perché parlare davanti all’assemblea non è mai facile.”
Certo, ci sono, come è ovvio, anche i sacerdoti che “affrontano serenamente il compito perché preparato con cura da tempo”, ma il rischio di prendere la missione alla leggera è sempre dietro l’angolo, anche perchè “i cristiani si aspettano alcune cose. In primo luogo di non addormentarsi perché sottoposti a un lungo, confuso e noioso monologo; in secondo luogo di non doversi sorbire l’ennesimo sfogo emotivo di uno che sembra ce l’abbia col mondo intero; infine, di portarsi a casa qualcosa che arricchisca spiritualmente la propria vita cristiana”.
“Vi pare poco?” aggiunge retoricamente il sacerdote, ribadendo poi che “prendere la parola davanti a un’assemblea è un’arte”. E se è pur vero che “artisti si nasce. È però altrettanto vero che artisti si diventa. Questo per dire che accanto ad innegabili predisposizioni congenite, come ogni arte, anche il prendere la parola in pubblico domanda un tirocinio di applicazione, di graduale acquisizione delle regole fondamentali, di paziente e umile riconoscimento di aver qualcosa da imparare”.
Occhio dunque ad “una buona base biblica”, ma soprattutto “alla vita reale e vissuta della gente”. Non va poi affatto trascurata la convinzione: “si intuisce subito se un prete crede a quello che dice o lo dice solo perché è un prete. Si avverte subito se è implicato nella riflessione, come discepolo tra discepoli, se la Parola la sente rivolta prima di tutto a sé o parla sempre e solo per gli altri”.
E qui arriva il tema, spinosissimo degli “elementi di carattere personale”. Ogni prete, infatti, “si pone di fronte alla propria gente in modo tutto originale, con il proprio carattere, la propria timidezza o sicurezza, umiltà od ostentazione. Molti disturbi della comunicazione nascono molto prima che la gente entri in chiesa. Se sono aggressivo e scorbutico nei rapporti quotidiani, se sono dispotico e poco aperto al dialogo, tutto questo giocherà un ruolo negativo nell’accoglienza dell’annuncio della Parola”.
Restano di importanza capitale sia la durata che il finale: se non si ha contezza della seconda, il rischio di annacquare contenuti e forma della prima è alto, se non altissimo. Anche perchè il buon senso - osserva Masina - suggerisce che in situazioni ordinarie la predica non duri più di dieci minuti.
Ce ne è abbastanza per un vademecum del buon pastore, da non sottovalutare e prendere sotto gamba, anche perchè “se gli altri curano fino all’ossessione i particolari di un discorso di tre minuti fatto alla TV - e spesso per dire solo scemenze – cosa non dovremmo fare noi che annunciamo nientemeno che Gesù Cristo?”
- Tags: Chiesa, cristiani, Gianfranco-Ravasi, Islam, Lega, Mariano-Crociata, monsignore, moschea, musulmani, religione, Vaticano
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Moschea sì, moschea no. Nel dibattito sulla costruzione di nuovi luoghi di culto, entra anche la Chiesa.
In due riprese. Prima, con le dichiarazioni del nuovo segretario generale della Conferenza episcopale italiana, monsignor Mariano Crociata, a proposito delle ricorrenti polemiche, ultima quella aperta ieri dalla Lega, sulla costruzione di nuove moschee in Italia. “Dobbiamo garantire che i musulmani presenti nel nostro Paese possano coltivare la loro religione in maniera appropriata”, ha affermato monsignor Mariano Crociata
In questo dibattito, ha osservato, “si va per eccessi: dal rifiuto immotivato a una visibilità , a una invadenza che stonano”. Soluzione? Più “equilibrio”, ha avvertito il presule nella sua prima intervista da neo-segretario Cei, concessa al mensile 30Giorni. Il problema delle moschee in Italia è “un altro”, ha sottolineato monsignor Crociata: “Di solito” ha osservato “siamo in presenza di capi religiosi il cui riferimento è lo Stato di provenienza, non è un islam religioso che abbia uno statuto proprio”.
Perché, ammette monsignor Crociata: “Non esiste” ha aggiunto “un islam unico e nemmeno indipendente dallo Stato”. Ed è auspicabile, ha continuato che presto cresca “Un islam che abbia un riferimento italiano” che cioè abbia come di orizzonte riferimento quello “in cui noi viviamo: la nostra Costituzione e la cultura italiana e europea”.
A rafforzare la tesi del numero due della Cei, ci ha pensato poi monsignor Gianfranco Ravasi, presidente del pontificio consiglio della Cultura della Santa Sede. Il biblista espone così, l’opinione del Vaticano nel dibattito sulle moschee: favorevole alla costruzione di nuove moschee in Italia, purché ci sia un controllo dello Stato sulle effettive finalità religiose, e non si trasformino in luoghi per altri fini. “Il luogo di culto in quanto tale è sempre sorgente di comunione e di dialogo” ma “il problema” nasce, ha detto Ravasi, quando “il luogo di culto assume tipologie che sono eterogenee alla propria identità : in questo caso la convivenza sociale e lo stato in particolare esigono una verifica, un controllo”.
La questione, ha spiegato Ravasi, presenta due facce della medaglia. “Da un lato” ha detto il ‘ministro’ vaticano della Cultura “bisogna riconoscere la legittimità del luogo di culto che deve essere sede di una presenza spirituale autentica. D’altra parte” ha aggiunto “questo non deve diventare un modello diverso”. E qualora diventi “qualcosa di diverso infatti, la società civile ha diritto di intervenire e verificare”.
La Lega chiede una moratoria per la costruzione delle moschee in Italia. Siete d’accordo?

Non si costruiscano più nuove moschee fino a quando non verrà approvata una legge che dia regole chiare e rigorose per la loro edificazione. La proposta del capogruppo della Lega alla Camera Roberto Cota, come reazione all’arresto dei due presunti terroristi islamici a Milano, viene considerata dal centrosinistra una “vera provocazione” e “l’espressione di una pseudo-cultura delirante”. Unica eccezione: Paola Binetti, che arriva a considerarla anche “una buona soluzione”, se la moratoria “viene intesa come momento di riflessione per decidere sul da farsi”.
L’arresto dei due presunti terroristi islamici a Milano, insomma, innesca anche uno scontro politico. E la reazione della Lega è quella di presentare una mozione parlamentare anti-moschee e di chiedere l’immediata calendarizzazione della sua proposta di legge: quella firmata da Cota e Andrea Gibelli, che dà alle regioni tutto il potere di dire sì o no alla costruzione di questi nuovi edifici di culto e che prevede come ci debba essere un referendum tra i cittadini che abbia esito positivo prima del via libera ai lavori. Per il segretario del Prc Paolo Ferrero la proposta del Carroccio “è folle, illegale e disgustosa”, mentre per il Pdci è davvero “intollerabile questo ennesimo tentativo della Lega di criminalizzare i cittadini islamici che vivono in Italia”.
In realtà , osserva il vice capogruppo del Pd alla Camera Gianclaudio Bressa, la richiesta di moratoria “é prima di tutto incostituzionale” visto che la Costituzione garantisce la libertà di culto. E poi, aggiunge, è ora di “dire basta a questa pseudo-cultura delirante” che istiga solo all’odio. Altrettanto duri i commenti di altri due deputati del Pd: Roberto Zaccaria e di Sesa Amici che definiscono la proposta leghista “rozza e sommaria” che “manifesta l’ossessione dell’Islam” che ha il partito di Umberto Bossi.
A dare manforte al collega di partito Cota è il ministro dell’Interno Roberto Maroni: il Parlamento, risponde ai cronisti che lo intercettano a Montecitorio, farà tutte le valutazioni del caso, “ma dire ‘no’ solo perché l’ha proposto la Lega mi sembra il solito balletto dettato dal pregiudizio”. Il problema, ha spiegato Maroni, “è come fare per evitare che persone vadano in un luogo e scarichino da internet il metodo per costruire una bomba e far saltare una caserma dei carabinieri. Questo” ha sottolineato “è il mio problema, perchè è ciò che è avvenuto a Macherio, dove, in questo centro culturale-moschea-scuola-ristorante, i due marocchini indagati e arrestati ieri non andavano a pregare, ma a progettare attentati e ciò non è tollerabile”.
La proposta di legge del Carroccio, che Cota vorrebbe che venisse esaminata in tempi più che rapidi, prevede tra l’altro che non possano sorgere moschee nel raggio di un chilometro da chiese e sinagoghe e che gli imam e le varie guide spirituali vengano iscritte in un registro ad hoc istituito dal ministero dell’Interno.
La Lega chiede una moratoria per la costruzione delle moschee in Italia. Siete d’accordo?
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I musulmani non si inginocchiano in moschea per pregare. Si prostrano. E il muezzin non è di certo un sacerdote. Come arabi e musulmani non sono termini sinonimi, anzi, solo il 20% dei musulmani è arabo.
Tanti i luoghi comuni e gli errori presenti non solo nel semplice conversare ma anche e soprattutto nei libri di testo italiani. Quei libri che dovrebbero educare le nuove generazioni, i figli di anni di tensione tra un certo occidente e un certo oriente del mondo.
È per questo che nasce Islam a scuola, una pubblicazione della Fondazione Ismu (Iniziative e Studi sulla Multietnicità ), nata all’interno di un complesso lavoro di formazione che si propone di accrescere la professionalità docente nella scuola multiculturale e plurilingue, avviando un confronto in merito. Si tratta di un quaderno, realizzato con il supporto dell’Ufficio scolastico per la Lombardia, basato sull’indagine effettuata dall’Ismu sui libri di testo delle scuole di cinque province lombarde (Bergamo, Brescia, Cremona, Mantova e Varese). È diviso in due parti, una informativa che testimonia l’approccio ai vari aspetti dell’Islam (culturale, pedagogico, storico, giuridico…), e una di laboratorio, con l’analisi del linguaggio usato dai libri di testo per descrivere il mondo musulmano.
“Tanti sono gli errori grafici come, soprattutto, di concetto: - dice Antonio Cuciniello, esperto arabista del Settore Scuola Formazione della Fondazione dell’Ismu, uno degli autori di Islam a scuola - ad esempio Imam spesso è scritto invece Iman (che in arabo significa fede), ed è indicato, erroneamente, come “un’autorità religiosa”. Sulla questione delle fonti, ugualmente, tante imperfezioni: si intuisce o addirittura si legge che il Corano è scritto da Maometto: sbagliatissimo, il Corano è la diretta parola di Dio rivelata a Maometto tramite l’arcangelo Gabriele!”.
Signor Cuciniello, ci faccia altri esempi.
Anche nella storia, c’è una visione molto bellica del popolo arabo. Si pensa a un popolo aggressivo e di beduini, mentre pochi sanno invece della fiorente attività commerciale che aveva. E quanti sanno che molte opere greche sono giunte a noi perché tradotte dal greco all’arabo (qualche volta al siriaco) e da questo al latino? Quanti che tante colture agricole derivano da loro, come che la stra-grande maggioranza di termini appartenenti al settore del sapere vengono dall’arabo? Tutte le parole italiane scientifiche, e non solo, che iniziano per “al” sono di origine araba: alchimia, algoritmo, algebra… E potremmo continuare con: darsena, ammiraglio, dogana, magazzino…
Si legge, in Islam a scuola, che i musulmani non si “inginocchiano in moschea”.
No, il loro atto è la prosternazione. Purtroppo si ricorre con una certa superficialità al metodo del confronto associativo che contribuisce a confondere le idee. È un limite umano ma, data la grande presenza musulmana oggi nelle scuole (secondo l’analisi Ismu circa il 40% della popolazione scolastica straniera in Lombardia nell’anno scolastico 2005-2006 era di origine musulmana, ndr), poi le maestre si trovano in difficoltà con i ragazzini islamici.
E in questo periodo internazionalmente teso è ancor più “imbarazzante”…?
Ora è tendenzioso. L’informazione dovrebbe essere obiettiva ed avere una visione globale. Ho vissuto per tre anni al Cairo ma… quanti sanno che in Egitto oltre al petrolio c’è cultura, c’è la sede della Lega Araba… e tanto altro? Queste inesattezze culturali le ho riscontrate più in Italia, dove siamo più prevenuti, che in America.
Ma i libri di testo arabi, e nello specifico egiziani, presentano simili errori?
Nei testi egiziani il problema non si pone, - sorride - lì ci sono veri e propri buchi storici. Dal periodo egizio si passa direttamente all’Islam.
Il quaderno Islam a scuola sarà distribuito presso le scuole e presso gli enti di formazione che ne faranno richiesta. In allegato si trovano anche le “Pagine arcobaleno”, un elenco delle associazioni di e per stranieri operative nelle province lombarde in cui si è svolto il percorso formativo. Presso l’Ismu è stato attivato anche lo sportello Arab-informa, pronto a dare informazioni sulla cultura araba.
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Il video di apertura è provocatorio (guarda): una carrellata di chiese edificate in Egitto, in Marocco, in Siria, in Iran, in Iraq, in Algeria, ecc… Un clip “Dedicato a coloro che insistono nell’affermare che nel mondo islamico non si possano costruire le chiese”, si legge su ComIslamica Video, la prima tv realizzata da musulmani italiani. Si tratta di un canale on line nel quale un gruppo di italiani convertiti all’Islam, guidati da Abdul Kabir Roberto Aliotta, 35enne Coordinatore di Islam Network Italia, inserisce filmati di eventi che riguardano i musulmani del nostro Paese. Il sito dal quale è possibile scaricare i video è l’evoluzione di quello creato diversi mesi fa per il varo della prima radioweb musulmana: Radiocom Islam. “Quella che era prima la radio islamica in Italia è finalmente tornata ed è cresciuta” ha spiegato Aliotta “e da qualche giorno attraverso il nostro sito è possibile visionare i primi filmati auto-prodotti da musulmani italiani. Per ora si tratta solo di brevi videoclip prevalentemente musicali supportati da immagini, ma stiamo lavorando intensamente per migliorarci e ci auguriamo che saranno disponibili presto veri e propri servizi giornalistici di discreta qualità ”. Da dove verranno prese le notizie? Se la filosofia sarà la stessa della radio, anche per la tv varrà il principio del copyleft: pubblicazione libera e gratuita, citando la fonte.
“La comunità islamica in Italia da anni partecipa e promuove migliaia di iniziative positive e socialmente utili” aggiunge Aliotta “che però puntualmente non trovano spazio sui giornali o in televisione, come invece accade quando qualcosa di negativo ci riguarda”.

L’iniziativa della tv online fa parte del menu di attività sostenute in Italia dall’Islam Network, la rete di musulmani europei, guidata dal discusso intellettuale svizzero Tariq Ramadan e dall’italiano Hamza Piccardo, portavoce dell’Ucoii - Unione comunità islamiche d’Italia, già ospite fisso di Radiocom Islam. L’obbiettivo di ComIslamica Video è ambizioso: dare rilievo a quelle iniziative che testimoniano l’impegno dei musulmani e che, “come raccomanda il Corano, promuovono la pace e la tolleranza attraverso il dialogo tra i popoli”. Anche lanciando provocazioni.
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“È un vero peccato”.
Scusi, quale? Lo chiediamo a Monsignor Mauro Cozzoli, ordinario di Teologia morale alla Pontificia Università Lateranense.
È un vero peccato rifiutarsi, anche oggi, di coniugare fede e ragione. Due espressioni dell’uomo che non sono in contrasto. La fede poi è una scelta di vita che non comporta un minus di intelligenza ma un più di maturità .
La sua tesi va controcorrente. Per molti (a partire dal matematico Piergiorgio Odifreddi nel suo ultimo libro Perché non possiamo essere cristiani, ospite anche di un FORUM sul nostro sito), oggi vale la vecchia questione: “Per chi crede non esistono domande, per chi non crede non esistono risposte”.
Ma noi dobbiamo sforzarci di trovare un dialogo. Certo, se si parte da giudizi preconcetti come fa il professor Odifreddi, fede e ragione saranno sempre non solo due mondi paralleli ma anche in contrasto. L’atteggiamento di Odifreddi è tipico di chi non vuol accettare la tesi dell’altro: nonostante il suo laicismo, parte da un atteggiamento fideistico e partigiano. E pensare che essendo non credente dovrebbe avere il dubbio come guida. Invece non prende mai in esame le aporie insite nelle sue tesi che solo con la fede si possono colmare. Anche perché di questo dialogo oggi si sente un forte bisogno: sono sempre migliaia le persone alle udienze del Pontefice.
Anche quando Benedetto XVI richiama i politici a non avallare “leggi contro natura”…
Il richiamo del Papa è alle coscienze. E la coscienza non riguarda solo i credenti: è l’intelligenza morale della persona e inerisce alla sua capacità di decidere per il bene. Attraverso le azioni o il loro esame.
Sta parlando dell’esame di coscienza, Monsignore?
Sì, visto il periodo quaresimale. Intorno a questo tema c’è un po’ di confusione. Farsi l’esame di coscienza è come, usando una metafora moderna, scannerizzare le proprie azioni, valutarle in ordine alla loro bontà o alla loro malvagità . E in questo senso la scannerizzazione non è esclusiva dei cattolici.
Legato al tema della coscienza è quello della penitenza…
Esatto. Ma anche qui, usiamo prudenza. La penitenza non è un’azione particolare ma un valore, una virtù: è accogliere o compiere volontariamente qualcosa che costi privazione per elevarmi a Dio. Facendo penitenza, io non subisco un torto ma faccio un sacrificio.
Come il privarsi della carne al venerdì?
Sì. Anche se la Chiesa richiama, ripeto, ai valori. Che non vanno sacralizzati ma calati nella quortidianità . La prima opera richiesta è la carità : tutto va ad essa rapportata
Quindi non ha senso la protesta dei genitori della scuola di Ponzano Veneto perché alla mensa della scuola i propri figli hanno mangiato spezzatino il primo venerdì di Quaresima?
Non ho seguito il caso. Ma l’importante è che la penitenza sia rapportata allo stile della propria vita. E poi c’è un canone del Diritto Canonico che esenta dall’astinenza dalle carne i bambini…
Se la penitenza è un sacrificio, il cilicio di Paola Binetti, pacato medico psichiatra e pasionaria senatrice Teodem e numeraria dell’Opus Dei, vale di più della rinuncia quaresimale ai dolci e al vino della cattolica di sinistra Rosy Bindi, ministro firmatario dei Dico?
L’invito di Gesù è chiaro: “Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati”.