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Renato-Schifani

Beppino Englaro indagato per omicidio volontario

Fiaccolate e preghiere per l'ultima notte di Eluana Englaro

Una denuncia a carico di Beppino Englaro, per omicidio volontario, e una presa di posizione del presidente del Senato Renato Schifani sulla legge per il testamento biologico. Renato Schifani ritiene che l’esame del testo previsto in Aula per giovedì prossimo 5 marzo possa slittare.

La denuncia per omicidio volontario è stata inviata dall’associazione “Scienza e vita” alla Procura della Repubblica di Udine in relazione alla morte di Eluana Englaro, la donna deceduta il 9 febbraio scorso nella casa di riposo “La Quiete” del capoluogo friulano dopo 17 anni in stato vegetativo persistente.
In seguito alla denuncia il Procuratore della Repubblica di Udine, Antonio Biancardi, quale atto dovuto indaga nei riguardi di quattordici persone, fra le quali il papà di Eluana, Beppino Englaro, l’anestesista Amato De Monte che ha guidato l’équipe medica che ha attuato il protocollo per il distacco del sondino della donna, e dodici componenti dell’associazione “Per Eluana”. I quattordici indagati sono stati ricevuti oggi dai carabinieri a Udine. Non sono stati interrogati, hanno dovuto nominare i difensori e di eleggere il proprio domicilio per gli atti dell’inchiesta, e sono stati informati di essere sottoposti a indagine. Il primo a presentarsi è stato l’anestesista De Monte. “Sono tranquillo, ma anche dispiaciuto perché avrei preferito investire in altro modo le mie energie e il mio tempo” ha detto Beppino Englaro. L’associazione aveva preso in carico la donna dalla clinica privata di Lecco, la notte del 2 febbraio scorso, per portarla alla casa di riposto “La Quiete” di Udine dove, sulla base del decreto della Corte d’appello di Milano, è stato attuato il protocollo per l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione.
“Era un atto atteso solo che, forse, doveva giungere il giorno stesso della morte della donna” così Giuseppe Campeis, legale della famiglia Englaro, ha commentato l’imputazione di omicidio volontario aggravato. “Per noi non cambia nulla ora avremo modo di chiarire tutto in contraddittorio”. Secondo l’avvocato udinese, tuttavia, la Procura della Repubblica di Udine non ha ancora risolto il dubbio “se quanto avvenuto alla Quiete sia stato legittimo oppure no. Per questo che il procuratore sta lavorando su due fronti”.

Schifani invece ha dichiarato a proposito della legge sul testamento biologico che l’esame in aula potrebbe slittare. “Se si tratta”, afferma il presidente del Senato, “di dover lavorare qualche settimana in più in commissione per garantire ampiezza di dibattito e di confronto per l’elaborazione di un testo il più largamente condiviso, che approdi in Aula con il relatore, sarà fatto un bel lavoro”.

“Vi è stata un’intesa in Parlamento tra maggioranza e opposizione. L’opposizione si è impegnata perchè arrivi in Aula il testo base. Credo alla parola della presidente Finocchiaro, è una persona che mantiene gli impegni”, dice Schifani che apre alla possibilità di un maggior lavoro in Commissione per rasserenare il clima del confronto sul testamento biologico. “Non ci dobbiamo per forza fermare alla perentorietà del termine. Il tema è delicato, tocca le coscienze di tanti parlamentari e credo che si tratti di una materia che naturalmente sfugga alla logica delle coalizioni. Sono temi”, conclude il presidente del Senato, “che toccano le singole sensibilità dei vari parlamentari. Quindi daremo il massimo contributo perchè si lavori bene, in maniera composta e con ampio confronto”.

“Non dobbiamo avere paura dei temi difficili come la bioetica e non dobbiamo infilarci in fondamentalismi che la gente non capisce. Dobbiamo ascoltare il Paese perchè non sempre lo facciamo”, aggiunge il ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta parlando del ddl sul testamento biologico. “Quello che serve”, prosegue, “è una legge flessibile, come si direbbe nel mondo anglosassone una ’soft law’, una legge che poi si può declinare intercettando gli umori della gente”.

Intanto ieri c’è stato lo stop al sequestro delle foto scattate a Eluana Englaro nella casa di riposo “La Quiete” di Udine il giorno prima della morte, il 9 febbraio scorso. Le immagini - poco più di una settantina - erano state acquisite dai Carabinieri del Reparto Investigativo di Udine con un provvedimento di sequestro probatorio d’iniziativa della Polizia Giudiziaria nell’ambito di indagini avviate dagli stessi Carabinieri relative alla presunta violazione del protocollo per l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione di Eluana. Il pm Frezza ha ritenuto “inesistente in radice” l’ipotesi di reato formulata dai Carabinieri (inosservanza dei provvedimenti dell’autorità; art. 650 del Codice Penale) dal momento che, per lui, non esiste alcun provvedimento dell’autorità e il protocollo per l’interruzione di alimentazione e idratazione di Eluana è una scrittura privata.
Tutte le foto erano state scattate, con l’autorizzazione di Beppino Englaro il pomeriggio dell’8 febbraio quando nella stanza di Eluana sono entrati, su richiesta dello stesso padre, la giornalista della Rai Marinella Chirico e il fotogiornalista Francesco Bruni, accompagnati dall’anestesista Amato de Monte, dall’infermiera Cinzia Gori e dallo zio di Eluana, Armando Englaro.

Il video di Englaro ospite, a gennaio scorso, di Fabio Fazio

Morta Eluana, il Parlamento riparte dal testamento biologico

Il Senato Italia

Eluana è morta. Eluana si è spenta. Ma i toni dello scontro politico sono rimasti accesi. E alti. Mentre le massime cariche dello Stato si sono unite al dolore della famiglia Englaro, le polemiche scoppiate negli ultimi giorni non si sono placate. Anzi.
La morte di Eluana Englaro ha infranto il copione che la politica si apprestava a scrivere sulla falsarigha di quello di Terry Schiavo, la donna americana a cui fu più volte tolto e rimesso il sondino tra battaglie legali e politiche. La notizia del decesso è infatti giunta mentre il Senato aveva iniziato la discussione generale sul disegno di legge del governo in cui la maggioranza si apprestava ad inserire una norma che imponeva la ripresa della nutrizione artificale.

L’iter della legge aveva assunto in Senato i connotati di una corsa contro il tempo, con il centrodestra che ha esplicitato l’intenzione di approvare quanto prima il testo per “salvare la vita a Eluana”. La Conferenza dei capigruppo ha così deciso una seduta notturna, con l’approvazione definitiva del disegno di legge martedì mattina alle 9:30, in modo da trasmetterlo subito alla Camera.
Nel primo pomeriggio, in commissione Sanità, Sacconi ha annunciato la modifica al provvedimento visto che, così come era scritto, non sarebbe stato applicabile a Eluana. E infatti ecco arrivare un emendamento di Pdl e Lega, con l’appoggio dell’ Udc, che specificava non solo il divieto di “sospendere” l’alimentazione artificiale, ma anche di “ripristinarla” nei casi in cui era stata già interrotta.
Quando alle 19 comincia l’esame in aula, vengono respinte le pregiudiziali di costituzionalità presentate da radicali, da Idv e da alcuni senatori del Pd. Mentre è appena iniziata la discussione generale, ecco la notizia choc: il vicepresidente Vannino Chiti legge l’agenzia: Eluana è morta.
Arriva immediatamente il presidente Renato Schifani a guidare i lavori, e chiede un minuto di silenzio ad un’aula incredula. Interviene subito dopo un commosso ministro Maurizio Sacconi, che esprime il “dolore” del governo e la vicinanza al papà Peppino Englaro: “Da parte nostra” dice “c’è sempre stata comprensione delle sue scelte anche se non ne abbiamo condiviso lo scopo”. Queste parole di riconciliazione sono accompagnate dalla richiesta di andare comunque avanti con l’approvazione del ddl, in attesa di “una disciplina organica” sul testamento biologico.
Schifani si unisce al dolore a alla richiesta del governo, ma il clima dura un minuto. “Eluana” tuona in aula il solitamente mite Gaetano Quagliariello (vice capogruuppo Pdl): “non è morta, Eluana è stata ammazzata e noi non ci stiamo”.
A chiarire che l’obiettivo degli attacchi è il Quirinale ci pensa Maurizio Gasparri, che guida il gruppo dei deputati del Pdl: “Su questa vicenda peseranno le firme messe e quelle non messe”. Che replica le sue accuse dopo il comunicato di Napolitano che invita al rispetto e al silenzio: “Non può chiederci di tacere”. E anche il premier Silvio Berlusconi sembra alludere al Quirinale: “È grande il rammarico che sia stata resa impossibile l’azione del governo per salvare una vita”.
Il presidente della Camera Gianfranco Fini, però, non ha intenzione di farsi trascinare su questo piano e bolla come “irresponsabile” Gasparri, “deve imparare a tacere”, lo attacca con inusitata durezza. E anche Schifani telefona al Quirinale. Per il Pd l’attacco del Pdl al Colle è troppo: Anna Finocchiaro parla di “sciacallaggio politico” e preannuncia che il Pd non parteciperà più all’esame del ddl, chiedendo invece di esaminare in tempi certi la legge organica sul testamento biologico.

Schifani media, e dopo due ore di bagarre, il governo tramite il minsitro Sacconi definisce “accettabile” la controproposta, accantonando il suo ddl e passando a esaminare rapidamente un testo organico sul testamento biologico. Un provvedimento già incardinato in commissione Sanità a Palazzo Madama e che avrà tempi stretti e sul quale l’opposizione promette che non farà ostruzionismo. Martedì 10 intanto, annuncia Schifani, si discuteranno le mozioni, che verranno presentate sul tema del “fine vita” che, hanno, tra l’altro, come spiega il presidente dei senatori dell’Udc, Giampiero D’Alia, l’obiettivo di impegnare Palazzo Madama con “un pronunciamento politico chiaro” perché in breve tempo ci sia la legge sul testamento biologico.

Vigilanza Rai: commissione sciolta, Fini e Schifani revocano le nomine

Riccardo Villari

Villari a fine corsa.
Dalle Giunte per il regolamento parlamentare è arrivato il parere favorevole a che i presidenti delle Camere procedano al “rinnovo integrale” della commissione di Vigilanza Rai. E così Gianfranco Fini e Renato Schifani hanno revocato il mandato al senatore già espulso dal Pd (ora nel Gruppo Misto) e disconosciuto dal Pdl che lo ha eletto, ma che resta ancorato alla seggiola da presidente della commissione.
Nel parere espresso si legge infatti che “nella straordinaria ed eccezionale situazione” determinatasi con le dimissioni di 37 commissari su 40 e con la decisione dei gruppi parlamentari di non procedere alla loro sostituzione, deve “riconoscersi esclusivamente ai presidenti delle Camere, d’intesa fra loro, il potere di procedere al rinnovo integrale dell’organo, da esercitarsi tempestivamente, attraverso la revoca di tutti i suoi componenti, la nomina dei nuovi membri e la ricostituzione della commissione stessa”. Tutti i commissari saranno quindi revocati, in modo da superare l’impasse determinata dalla vicenda Villari.
Quindi, i presidenti di Senato e Camera, preso atto dei pareri delle giunte, hanno proceduto “ai conseguenti adempimenti”: “Il Presidente del Senato, Renato Schifani, e il Presidente della Camera, Gianfranco Fini” si legge in un comunicato congiunto “preso atto dell’esito infruttuoso di tutti i tentativi posti in essere per giungere a una soluzione politica della vicenda, hanno sottoposto oggi alle due Giunte per il Regolamento la situazione, straordinaria ed eccezionale”. Nella Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi si sono dimessi 37 dei 40 componenti e i capigruppo hanno dichiarato di non voler procedere alla designazione di altri parlamentari in sostituzione dei dimissionari.
“Le Giunte hanno deliberato due pareri di analogo contenuto” prosegue la nota “con i quali riconoscono esclusivamente ai Presidenti delle Camere, d’intesa fra loro, al fine di garantire le condizioni di funzionamento della Commissione di vigilanza, il potere di procedere al rinnovo integrale di tale organo, da esercitare tempestivamente”.
Come si usa dire dopo una “sentenza”, Riccardo Villari ha commentato: “Sono sereno, aspetto le motivazioni”. Poi, dopo la decisione dei presidenti, il senatore ex Pd con una nota ufficiale convoca una riunione della commissione di Vigilanza Rai per le ore 13.30 di venerdì con all’ordine del giorno “comunicazioni del presidente”.

Schifani a Panorama: la Rai va privatizzata

Renato Schifani, neo presidente del Senato della Repubblica,
«Non vi è dubbio che il Parlamento su un tema così delicato, dovrà esprimersi al meglio. Una bicamerale come quella evocata da Fini e D’Alema, sebbene con poteri più limitati, rispetto a quella degli anni Novanta, desta qualche perplessità dovuta alla inopportunità di istituire nuovi organismi. Ritengo che la commissione bicamerale Affari regionali possa svolgere benissimo quel compito. È citata nella Costituzione e sarebbe sufficiente una sua integrazione con alcuni esponenti parlamentari dotati di specifica preparazione sui temi finanziari per evitare costituzioni di nuovi organismi che costano e impiegano tempo ad avviarsi». Così il presidente del Senato Renato Schifani giudica la proposta avanzata dal presidente della Camera Gianfranco Fini e da Massimo D’Alema sulle riforme istituzionali e il federalismo.
In un’intervista esclusiva a Panorama pubblicata sul numero in edicola da venerdì 14 novembre, Schifani parla a tutto campo dell’attualità politica e del suo ruolo alla guida di Palazzo Madama, tratteggia un percorso ideale per le riforme e stempera la polemica sull’utilizzo dei fondi speciali per il Mezzogiorno. Secondo il presidente del Senato «l’utilizzo dei fondi Fas per altri fini non può essere interpretato come un’inversione di rotta sul Mezzogiorno. In questo momento difficile per le famiglie e le imprese quei soldi sono stati usati per tutta la collettività nazionale. Confido sul fatto che in Finanziaria si sta discutendo di una norma che regolamenta meglio l’utilizzo di queste risorse. I fondi poi vengono rimodulati di anno in anno e non sono affatto preoccupato, il problema del Mezzogiorno resta quello dell’assenza di progetti da finanziare. Ripartiranno, primi tra tutti, il ponte sullo Stretto e il completamento della Salerno-Reggio Calabria, su questi argomenti non si può indugiare e mi sono assicurato del fatto che il governo abbia l’intenzione di provvedere a breve».
Il presidente del Senato si sofferma con Panorama anche sull’informazione pubblica e su una possibile riforma della Rai: «Così com’è lottizzata politicamente, la Rai difficilmente riesce a dare un corretto servizio pubblico. I cittadini pagano un canone e quindi devono avere un’informazione pluralista, equilibrata, pacata. Dobbiamo pensare a un’ipotesi di privatizzazione e ritengo che la proprietà non vada concentrata nelle mani di pochi, ma frazionata. Una Rai privata, sì, ma che comunque assicura attraverso almeno un canale, un’informazione pubblica corretta ed equilibrata. Questa è la Rai che vedo e non certo quella attuale dove a volte non mancano cattiverie e violenze verbali. C’è un grande bisogno di formare e informare meglio».
Sulla politica estera Schifani ribadisce a Panorama il grande impegno dei militari italiani all’estero, anticipa la sua prossima visita ai soldati italiani in missione in Libano per il 24 dicembre e su un eventuale maggiore impegno che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama si appresta a chiedere agli alleati spiega che «la decisione verrà presa in sede Nato e là l’Italia come sempre farà la sua parte. Il nostro Paese è tra i primi nelle missioni di peacekeeping, siamo orgogliosi dei nostri soldati e per testimoniare tutta la nostra vicinanza alle truppe che lavorano per la pace, il 24 dicembre andrò in Libano».

Fini richiama Berlusconi: “Contrario all’abuso dei decreti”

Gianfranco Fin

Prima le parole sull’antifascismo come valore irrinunciabile per la democrazia, poi il richiamo a Pdl e Lega per la nomina del presidente della Vigilanza Rai.
Nella sua dimensione super partes, da uomo delle istituzioni, Gianfranco Fini, presidente della Camera ci sta bene. Tanto da non negare una risposta chiara all’affondo del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: “Il ricorso ai decreti legge rientra tra le prerogative del governo. Un eventuale abuso di questo strumento non solo determinerebbe valutazioni di tipo politico, ma anche il diritto della Camera di far sentire la propria voce”, afferma a Montecitorio.
Fini interviene, sollecitato dall’Aula, sull’uso della decretazione d’urgenza, spiegando che un caso di “abuso della decretazione d’urgenza comporterebbe non solo una valutazione politica, ma anche il diritto dovere da parte della Camera dei Deputati di far sentire la propria voce”. Ier, infatti, Berlusconi aveva annunciato che userà “il più possibile i decreti” dal momento che “un governo in cui il premier ha solo il potere di estendere l’ordine del giorno del consiglio dei ministri, ha come possibilità di intervento solo la sua autorevolezza personale, la sua capacità operativa o l’utilizzo degli strumenti di cui dispone, come i decreti legge e la fiducia”. Da qui la ferma intenzione del presidente del Consiglio di “procedere con un decreto legge su ogni materia” che riterrà “necessaria, anche imponendo al Parlamento di approvarlo”.
Secondo il numero uno di Montecitorio, è infatti certo che “fino a quando non sarà modificata la Costituzione, ed è mio auspicio che ciò possa avvenire entro questa legislatura, è evidente che il rapporto tra Governo e Parlamento è chiaramente indicato. E nessuno può pensare di comportarsi diversamente”. Il presidente della Camera ha, quindi, ricordato che “la questione del funzionamento del sistema politico è complessa ed antica e interseca più livelli di intervento”. Fini ha ricordato che la decretazione d’urgenza è una “prerogativa concessa al governo” proprio dalla Costituzione ed è “altrettanto evidente che un eventuale abuso della decretazione comporterebbe non soltanto valutazioni politiche, ma anche da parte della Camera il diritto-dovere di far sentire la propria voce”. Fini ha, poi, assicurato che di tali questioni si occuperà quanto prima l’Ufficio di presidenza di Montecitorio, anche per studiare le ipotesi di modifica del regolamento della Camera, che “potrebbero garantire che l’equilibrio tra efficienza delle istituzioni e centralità del Parlamento, fino a quando la Costituzione non sarà modificata, venga non soltanto declamato, ma garantito”.
Si dice “sereno” invece il presidente del Senato sul lavoro dell’Aula e sul rapporto tra governo e Parlamento. Renato Schifani è intervenuto in Aula, in occasione del voto finale sul Dl Alitalia, dopo che il presidente dei senatori del Pd, Luigi Zanda, ne aveva richiamato l’attenzione sulle parole del premier. “Senza nulla togliere alla precedente legislatura” ha detto Schifani “e al lavoro sempre improntato a grande equilibrio del presidente Franco Marini, segnalo che nei 150 giorni di questa legislatura, quest’aula ha tenuto 62 sedute in luogo delle 42 precedenti, con un solo voto di fiducia a fronte dei 5 della precedente legislatura”. “La mia serenità” ha aggiunto il numero uno di Palazzo Madama “nasce dalla consapevolezza del lavoro fatto fin qui”. Schifani ha, quindi, fatto notare come sia il presidente della Repubblica “con la sua saggezza” a decidere se firmare o meno un decreto legge e quindi se il governo può ricorrere a questa corsia preferenziale o meno. Per Schifani non c’è, quindi “alcuna anomalia”.

Blitz contro i Casalesi, Maroni: “Una giornata da incorniciare”

Roberto Maroni

“Nell’ultimo periodo abbiamo intensificato la lotta alla camorra e alla criminalità organizzata e questa notte abbiamo inferto un colpo durissimo al clan dei Casalesi e a tutta la camorra”.

Con queste parole il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha aperto la conferenza stampa convocata questa mattina a Palazzo Chigi (insieme con i vertici di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza) per spiegare i dettagli della maxi-operazione condotta in Campania questa notte contro il clan camorristico dei Casalesi. Maroni ha quindi sottolineato “l’importanza del lavoro svolto di concerto tra Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza, procure e investigatori”. Un lavoro che per il titolare del Viminale “ha portato ad un risultato eccezionale, ad una giornata da incorniciare, da mettere negli annali”.
Nel corso della conferenza stampa nella sede del governo è stato spiegato che sono stati emessi 102 provvedimenti restrittivi, sequestrati beni per oltre cento milioni di euro, 48 società, 67 ditte individuali, 148 veicoli, 134 immobili e 13 cavalli”. Quindi Maroni ha ribadito, come aveva fatto la settimana scorsa in Senato, che “lo Stato c’è e ha intenzione di riprendersi il controllo del territorio nel casertano”. A questo fine proprio alla sua presenza nel finesettimana si terrà a Caserta una riunione operativa per intensificare la lotta al crimine: “perché” ha aggiunto Maroni “questa non sarà una pressione di poche settimane, ma durerà nel tempo fino a che la guerra non sarà vinta”. Per sconfiggere la camorra “bisogna togliere l’acqua ai pescecani, tagliare l’erba sotto i piedi dei latitanti, farli uscire allo scoperto e catturarli”.
Il capo della Polizia, Antonio Manganelli, ha spiegato che la maxi operazione di questa notte contro la camorra è maturata in un quadro di “alleanza tra i clan Schiavone e Bidognetti”. All’interno di questo sodalizio criminale, però, “sono nati gli scissionisti che hanno deciso di dare dimostrazione su chi sia più forte in provincia di Caserta: ecco gli omicidi di questi ultimi giorni”. Quindi il prefetto Manganelli ha parlato delle precauzioni straodinarie prese in questi giorni nei controlli ai posti di blocco: “Visto che abbiamo la certezza che questi criminali non si lasciano catturare e non accettano la resa. Di fronte allo spiegamento di forze, escono anche armati di esplosivi”.
Per il comandante dell’Arma dei Carabinieri, Gianfrancesco Siazzu: “Questa notte, grazie al coordinamento stretto di tutte le forze dell’ordine, abbiamo arrestato tre dei cento latitanti più pericolosi d’Italia. Di cui due appartengono al gruppo di fuoco che ha effettuato la strage di Castel Volturno”. Sempre il comandante dei Carabinieri ha raccontato un aneddoto curioso accaduto durante gli arresti: “Alessandro Cirillo, uno dei boss presi, ha fatto i complimenti ai carabinieri che entrando nella sua villetta lo hanno arrestato”.
Infine parlando con i giornalisti, Maroni ha detto di aver ricevuto stamani le telefonate di felicitazioni da parte del capo dello Stato, Giorgio Napolitano, dei presidenti di Senato e Camera, Renato Schifani e Gianfranco Fini, del premier Silvio Berlusconi e del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso.
“Felicitazioni” ha detto il ministro “che giro con piacere a chi ha materialmente eseguito l’operazione”.

LEGGI ANCHE: E adesso i clan si coalizzano e globalizzano (in .pdf) - Far west nel Casertano

Giustizia e sicurezza: e al Senato è subito scontro

L'aula del Senato

È iniziata in Senato, e terminerà martedì con il voto finale, la discussione sul decreto sicurezza. E visto che il clima è ormai diventato di scontro, tra gli schieramenti politici non poteva che esserci una seduta molto accesa.
Tra gli emendamenti approdati a palazzo Madama anche i due ribattezzati dall’opposizione “salva-premier”, di fronte ai quali è subito iniziato l’ostruzionismo da parte dell’Idv e del Pd. Ad accendere la miccia la lettura fatta ad inizio seduta dal presidente di Palazzo Madama, Renato Schifani, della lettera inviatagli ieri dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.

E quando Schifani è giunto ai passaggi dove il premier parlava di “aggressione della magistratura di estrema sinistra”, dai banchi dell’opposizione si sono levate forti proteste verbali. Udc, Idv e Pd sono stati uniti nel chiedere il ritiro degli emendamenti. Così come ha chiesto il Pd: “Berlusconi faccia un passo indietro altrimenti il Pd farà un’opposizione durissima”, ha detto Antonello Soro, capogruppo del Partito democratico alla Camera, che poi ha aggiunto: “L’idea di attacchi dei magistrati al premier è campata in aria”.

Dura la reazione del leader dell’Idv, Antonio Di Pietro che, oltre a parlare di “strategia criminale da parte di Berlusconi”, aggiunge: “Non si devono sospendere i processi di un premier in carica se questi processi preesistevano alla sua elezione e quindi la sua elezione è né più e né meno una condizione per non essere più processato. D’ora in poi se dovesse valere questo principio, a Provenzano dovrebbe convenire candidarsi piuttosto che fare il latitante”. Dal palco del seminario di Italianieuropei, organizzato da Massimo D’Alema, l’ex ministro degli Esteri ha parlato di “turbamento creato da Berlusconi”, quindi è intervenuto anche il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, che ha giudicato “dissennata la scelta del governo di inserire l’emendamento cosiddetto ‘salva premier’ nel provvedimento sulla sicurezza: “Mi auguro che il governo rifletta – ha aggiunto il leader centrista - non vada avanti con le forzature e ritiri l’emendamento. Detto questo, però iniziative dissennate non debbono attenuare il dialogo necessario sulle riforme”.
Le repliche della maggioranza sono arrivate per bocca del capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto: “Sembrava che la sinistra avesse archiviato la stagione dell’uso politico della giustizia. Invece c’è una ripresa dell’iniziativa giudiziaria contro Berlusconi che richiede un intervento. Il dialogo con Veltroni? – si chiede Cicchitto - Dipende da lui se saprà fare quel salto di qualità politica che è abbandonare l’uso improprio della giustizia”. Poi il capogruppo azzurro rispondendo sul rischio della rottura del dialogo ha aggiunto: “Veltroni ha di fronte un bivio: se fare un salto di qualità politica e buttare le armi improprie della giustizia o continuare a usarle. Allora noi non possiamo fare altro che lavorare per disinnescarle con uno strumento legislativo”.
Anche il portavoce di Forza Italia, Daniele Capezzone attacca l’atteggiamento dell’opposizione: “Veltroni rischia di divenire un prigioniero politico dei reduci di Mani Pulite e Pierferdinando Casini può puntare a fare il vice di Di Pietro all’Italia dei Valori”.
Molto critica anche l’Associazione Nazionale Magistrati che per domani annuncia una conferenza stampa nella quale risponderà al Cavaliere: “In uno Stato democratico – scrivono in una nota il presidente e il segretario dell’Associazione nazionale magistrati, Luca Palamara e Giuseppe Cascini - ogni imputato può difendersi con tutti gli strumenti del diritto e con la critica pubblica, ma chi governa il paese non può denigrare e delegittimare i giudici e l’istituzione giudiziaria quando è in discussione la sua posizione personale”. Per l’Anm “Berlusconi ha rivolto accuse gravissime nei confronti del presidente del collegio giudicante e del pubblico ministero del processo che lo vede imputato a Milano di corruzione in atti giudiziari”.

Il VIDEO servizio:

Discutine sul FORUM: “Giustizia e magistratura: perché non funzionano?”

Annozero, mille scintille: la difesa di Santoro e il battibecco Castelli-Travaglio


Puntata calda, più del solito, quella di giovedì sera per AnnoZero su Raidue. Sotto inchiesta da parte dell’Autorità per le Comunicazioni per la puntata sul V-day di Beppe Grillo e richiamata dai vertici Rai, la trasmissione ha visto lo scontro tra il sottosegretario Roberto Castelli e il giornalista, collaboratore fisso del programma, Marco Travaglio. Un vivace scambio di battute che si è concluso con l’annuncio di querela da parte dell’esponente del Carroccio contro il giornalista, mentre Michele Santoro cercava di riportare la discussione sui temi della puntata, sicurezza e immigrazione.
E proprio il conduttore ha aperto la serata difendendo Travaglio dopo le polemiche della scorsa settimana quando Travaglio a Che tempo che fa attaccò il presidente del Senato Renato Schifani, provocando una vera e propria bufera politico-mediatica. “Stai tranquillo, Marco, sei nel cuore del pubblico e non hai niente da temere”, ha esordito Santoro. Poi il conduttore ha criticato gli articoli usciti in questi giorni su Travaglio su Repubblica e sul Corriere della Sera. “C’è stato lo scoop di D’Avanzo, che in pratica ti ha accusato di aver preso un residence coi soldi di un tale Aiello, condannato per mafia. Naturalmente il Corsera oggi riprende questo scoop degno del Pulitzer e lo approfondisce: tutti e due i giornali dicono che non può essere una cosa vera, ma la scrivono lo stesso. Perché? Per minare la tua credibilità, ma anche perché quei fatti che tu hai raccontato loro non li avevano scritti, e quindi non dovevano meritare di essere scritti. Altrimenti, che figura ci avrebbero fatto i direttori Mieli e Mauro nei confronti dei loro lettori?. Infine, ha concluso Santoro “Dagospia ha trovato la quadratura del cerchio: esiste in Italia una banda dei quattro, cioè Di Pietro, Grillo, Travaglio e Santoro. Tolti di mezzo questi, il paese si può avviare verso la modernizzazione. Ma io” ha sottolineato Santoro rivolgendosi a Travaglio “non ho la psicosi di essere dalla parte dei vincitori. Mi sento vivo anche perché sei tu qui e hai il tuo microfono”.
Travaglio non ha parlato del suo caso, ma ha citato esempi internazionali in cui la stampa ha contribuito a smascherare comportamenti scorretti da parte di politici: “In tutti questi casi non sono stati i giornalisti a scusarsi” ha sottolineato. “All’estero si usa così: i giornalisti si scusano quando fanno errori, ma se dicono la verità a scusarsi sono i politici”.
Poi è intervenuto Castelli, che ha iniziato un battibecco con Travaglio che ha scritto che l’ex ministro della Giustizia era stato condannato. L’esponente leghista ha sostenuto di non essere mai stato condannato. A differenza di Travaglio. Questi a sua volta ha spiegato di cosa Castelli è accusato e di come ha potuto evitare la condanna grazie al Parlamento. “C’è una banda di giornalisti”, ha detto Castelli, citando tra questi anche Gian Antonio Stella del Corsera, coautore del libro La Casta, “che ha scoperto una cosa interessante, e cioè a parlar male a prescindere dei politici si diventa ricchi. Va bene criticare i politici quando se lo meritano. Ma quando si sbaglia e si diffama una persona, magari si riconosca l’errore”.
Libro alla mano, Travaglio ha replicato che “la Corte dei Conti ha chiesto a Castelli la restituzione di oltre 98 mila euro” ipotizzando per l’ex ministro della Giustizia il reato di abuso di ufficio per aver assunto una persona di Lecco alle sue dipendenze. “Non si è trattato di una condanna” ha controreplicato Castelli “bensì di una richiesta del procuratore della Corte dei Conti”. Travaglio ha però ricordato che il procedimento è stato bloccato dal tribunale dei ministri, che non ha dato l’autorizzazione a procedere.
Finita qui? Per ora almeno sì: “Ci veiamo in tribunale” ha detto Castelli. E Travaglio: “Sì, arrivederci”.

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