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Renato-Soru

Caos sardo nel Pd, Veltroni saluta: “Dimissioni confermate”

Walter Veltroni

Non ci ha ripensato: dimissioni confermate. Walter Veltroni saluta e se ne va.
Non sarà più lui il segretrario del Partito democratico (e la curiosità è che prima del sito del Pd, a dichiararlo ex è stata Wikipedia).
Sono passati 16 mesi dalla sua discesa in campo al Lingotto di Torino, quando rinunciò al suo buen retiro in Africa per dedicarsi a costruire un nuovo partito, sulle ceneri di Ds e Dl. Sedci mesi difficili, duri, in salita. Culminati nella rinuncia e essere (e fare) la sintesi delle divesre anime diessine e margheritine, cattoliche e laiche, della sua compagine.
Logorato dai contrasti interni, dalle spinte in avanti, dalle personalità forti (non sono pochi a vedere in questo “calvario” lo stesso percorso sofferente che fu di Romano Prodi), Veltroni ha detto basta: non sarà più lui il segretrario del Partito democratico. Ha detto addio davanti al coordinamento che è tornato a riunirsi nella sede di Sant’Andrea delle Fratte.

Il Pd nasce ufficialmente il 14 ottobre 2007: in tre milioni incoronano l’ex sindaco di Roma a segretario con il 75% dei voti. Nell’aprile 2008 il primo, impegnativo, banco di prova. E la prima sconfitta: le elezioni politiche, consegnano la vittoria a Silvio Berlusconi e al Pdl. Ed è lì che il leader comincia ad avvertire i primi scricchiolii interni: sono in molti a contestare quella che lui chiama la “vocazione maggioritaria”, cioè la strategia solitaria di andare soli al voto: non si allea con nessuno (tranne che con l’Idv di Antonio Pietro, altro errore che tanti gli rinfacciano), imbarca una pattuglia di radicali e mette nel cassetto l’alleanza con la sinistra radicale. Ma l’urna non premia il Pd.

Da lì, via alla débâcle: il Pd non riesce più a invertire la rotta, 5 sconfitte su 5 tornate elettorali. Nell’aprile 2008 le elezioni regionali e amministrative danno la vittoria al centrodestra. Sempre nell’aprile 2008 le elezioni regionali e amministrative danno la vittoria al centrodestra che strappa al centrosinistra la regione Friuli Venezia Giulia, la provincia di Foggia ed i comuni di Roma e Brescia (il centrosinistra strappa al centrodestra solo i comuni di Vicenza e Sondrio). Nel giugno 2008 il centrodestra fa cappotto alle provinciali siciliane (le province di Enna, Siracusa e Caltanissetta passano dal centrosinistra al centrodestra). Nel dicembre 2008 è la volta della regione Abruzzo. Infine ieri il risultato della Sardegna. Nel mezzo un solo momento per sorridere (davanti ai 2 milioni di elettori del Circo Massimo) e tante (troppe) polemiche sulle questioni etiche, sulle alleanze, sui temi (bio)etici.
Stamattina dalle colonne dell’Unità (”ironia” della sorte: il quotidiano è di Soru) arriva una durissima sentenza: “Il Pd ha toccato il fondo”. E allora, stop. Addio: “Dopo una discussione di diverse ore il segretario del Pd, Walter Veltroni, ha deciso di mantenere l’orientamento di questa mattina e di rassegnare le dimissioni da segretario nazionale del Partito democratico”, ha confermato il portavoce del partito Andrea Orlando leggendo una nota al termine della riunione del coordinamento. Orlando ha aggiunto che mercoledì il segretario spiegherà le motivazioni che lo hanno portato a questa scelta e che tocca ora al vicesegretario del partito Dario Franceschini gestire la delicatissima fase della transizione, di concero con gli organismi dirigenti, sulla base del regolamento statutario.

L’ipotesi di lasciare erar stata messa sul tavolo dal leader nella mattinata di martedì, al coordinamento del partito (presenti tra gli altri Pier Luigi Bersani, Enrico Letta, Rosy Bindi, Piero Fassino e i capigruppo di Camera e Senato Antonello Soro e Anna Finocchiaro) dedicato alla sconfitta elettorale del centrosinistra in Sardegna.
Veltroni avrebbe aperto la riunione spiegando che se il partito è da tempo dilaniato da divisioni e fibrillazioni interne è perché le critiche si concentrano sulla linea politica da lui scelta e sulla sua persona, dunque se “per molti sono un problema” avrebbe detto Veltroni “Mi assumo le responsabilità mie e non. Basta farsi del male, mi dimetto per salvare il progetto al quale ho sempre creduto. Io sono pronto ad andarmene per il bene del partito”. Dichiarazioni ribadite nella sessione pomeridiana del vertice, nonostante il no venuto dai vertici del partito.
Alle argomentazioni dell’ormai ex segretario tutti i membri del coordinamento avrebbero replicato spiegando l’inopportunità di lasciare il partito senza una guida durante una campagna elettorale ed appuntamenti decisivi. Ma, soprattutto, raccontano, tutti al coordinamento avrebbero fatto una assunzione corale di responsabilità. Il primo ad intervenire è stato Pierluigi Bersani (che qualche giorno fa aveva annunciato di voler sfidare Walter al congresso), che ha ribadito la sua lealtà al partito e al progetto, dicendosi pronto a proseguire su questa strada ed anche lui ha rifiutato l’idea che le responsabilità della situazione dipendano dal solo segretario. Poi, ecco le parole del capogruppo del Pd alla Camera Antonello Soro: “Rispetto la decisione di Veltroni che considero un atto di generosità verso il partito. Lui spiegherà le sue ragioni e il mio personale convincimento è che il Pd deve essere molto grato a Veltroni per la sua conduzione”.
Ora il Pd dovrà convocare in tempi rapidi la direzione nazionale, organismo politico del partito. Anche se le bocche restano cucite, le facce un po’ tese e le braccia allargate in segno di “Non dico nulla, non ho nulla da dire”.
Finita l’era del “Si può fare”, è tutto scrivere quello che faranno ora in Largo del Nazareno.

Veltroni al Pd: “Pronto a dimettermi”. No dei vertici: “Resti leader”

Il segretario del PD Walter Veltroni

Che sia per forma o per convinzione. Perché stanco del logorìo nei suoi confronti o abbattuto per un’altra bruciante sconfitta (più del suo partito che del candidato Soru) raccolta in Sardegna.
Di fatto Walter Veltroni ha detto stop. Ha convocato una riunione con i big dei Democratici e, dopo aver analizzato il risultato delle elezioni li in Sardegna, ha rassegnato il suo mandato di segretario. Cioè, ha più o meno detto: se volete mi faccio da parte. Ad ascoltarlo, intorno al tavolo Pier Luigi Bersani (il prossimo sfidante al Congresso), Enrico Letta, Rosy Bindi (suoi concorrenti alle primarie del 2007) , Piero Fassino (il segretario diessino che si vanta di non aver un’elezione in passato) e i capigruppo di Camera e Senato Antonello Soro e Anna Finocchiaro. Un parterre completato dal portavoce Andrea Orlando e dal coordinatore Goffredo Bettini.
Risposta: il Pd gli chiede di restare. Con un secco no il vertice ha respinto le dimissioni, spiegando che non è in discussione la leadership. Insomma, per adesso il segretario, resta al suo posto. Per adesso. Il segretario ha chiesto tempo (un’ora e mezza) per riflettere se dare o meno seguito alla sua decisione: la riunione del coordinamento è stata infatti aggiornata alle 15.30 proprio per concedere al segretario un momento di riflessione.

A spiegare la posizione dei vertici democratici rispetto al segretario è Francesco Rutelli, che in una nota inserita su Facebook assicura: “L’esperienza di Margherita e DS è conclusa. Ora Veltroni faccia quello che non è riuscito a fare finora. Ha il pieno rinnovo della mia fiducia per fare un partito nuovo. Non si torna indietro”. E allora si guarda avanti, anche se non si può non considerare la débâcle sarda, dove il Pd è incappato in un insuccesso pesante (il candidato del centrosinistra e governatore uscente Renato Soru è indietro di nove punti percentuali rispetto al candidato del Pdl Ugo Cappellacci).

Pur tenendosi Walter (le Europee si avvicinano e sarebbe rischioso un cambio di segretario ora), i responsabili del partito starebbero comunque discutendo di un eventuale “allargamento” della leadership dopo la debacle giunta dal voto sardo. Portrebbe cioè toccare al vertice del partito tracciare la rotta per i prossimi mesi.
Anche perché la sconfitta di Soru e l’affermazione di Cappellacci in terra sarda cadono infatti in un momento estremamente delicato per il partito che, dopo aver perso le regionali in Abruzzo, si prepara alle europee in un clima interno assai difficile: dal giorno dell’incoronazione alle primarie del 14 ottobre 2007, in realtà il segreatrio non ne ha vinta una di elezione (a parte quelle in Trentino). Mentre qua e là per il Paese le amministrazioni rette dai suoi uomini sono entrate in (profonda) crisi: in Campania, in Basilicata, in Toscana (a Firenze, alle primarie per il dopo Domenici domenica ha vinto Matteo Renzi, un giovane margheritino, non certo appoggiato da Roma).
Senza contare le continue divisione interne, la miriade di correnti (o di anime) che scorrono come fiumi carsici all’interno della compagine, i nodi da sciogliere in riferimento alla collocazione europea, i temi (bio)etici come il testamento biologico, la questione delle alleanze future (con il centro come vorrebbero gli ex margheritini o con la sinistra come vorrebbero Bersani-D’Alema) e di quelle in corso (con l’incontrollabile Antonio Di Pietro).
A proposito, a farsi sentire, sia pur fuori dal coordinamento Pd, è stato proprio l’ex pm: “L’Idv sale, il Pd scende. Questo dimostra che quando si sta all’opposizione, si fa opposizione non ammuina. L’unica vera opposizione siamo noi dell’Italia dei valori. Il Pd è stato sconfitto perchè non si sa se è maschio o femmina, carne o pesce”. Antonio Di Pietro tira così una sciabolata a Veltroni e lancia per il futuro “una coalizione alternativa con le forze politiche che ci vorranno stare, ma che guarda soprattutto alla società civile, senza etichette ideologiche, senza ghettizzarsi da una sola parte politica”.
A difendere il leader, ci pensa il solitamente critico Massimo Cacciari: la colpa della sconfitta non è né di Soru né di Veltroni, argomenta il filosofo sindaco di Venezia ad Affaritaliani.it: “È il Pd nel suo insieme che non va. Tutta la leadership del partito in questi mesi si sta dimostrando non all’altezza della situazione. Non si affrontano i problemi organizzativi (che ho sottolineato tante volte), non si sviluppa un dibattito politico-strategico all’interno del partito, la dialettica è ancora bloccata sulle vecchie leadership e non si promuovono forze giovani. In questa situazione quanta strada si vuole fare? È evidente che finisca così”.
A dare invece un giudizio duro sul Pd ci pensa niente meno che il direttore dell’Unità (quotidiano il cui “mecenate” è proprio Renato Soru). Nell’editoriale di oggi Concita De Gregorio parla dei “due giorni più bui della breve storia del Pd” e poi precisa: “Delle sue oligarchie, per l’esattezza: punite con severità assoluta da un elettorato stanco di lotte intestine e clandestine, dei giochi di potere sotterranei, eppure così visibili”. De Gregorio parla di una “lotta fratricida fatta di colpi bassi e bassissimi: una guerra che mai si cura del bene comune, dell’alleanza politica, dell’interesse pubblico, delle città e delle regioni, delle persone che ci vivono, del Paese. Una politica dimentica di essere al servizio dei cittadini e convinta che i cittadini siano al suo servizio. Gli elettori li hanno puniti: esausti, esasperati, nauseati e in qualche caso incattiviti fino al punto di farsi del male. Ora basta, davvero. Questo ha detto il voto: ora basta, toccare il fondo a una sola cosa serve se non uccide. A risalire”. Chissà se Veltroni ha ancora fiato per riuscirci.

Dopo la sconfitta di Soru in Sardegna, Veltroni medita di dimettersi da segretario del Pd. Secondo voi:

Discutine sul FORUM: “Veltroni, che batosta in Sardegna… Ma ora?”

Sardegna, Cappellacci il vincitore: la squadra in una settimana

Ugo Cappellacci

“Non so se Renato Soru vorrà adesso dedicare le sue energie al Pd nazionale. Posso solo augurarmelo, per il bene del Pdl”. Ecco l’unica battuta “cattiva” riservata dal neopresidente della Regione Autonoma della Sardegna all’avversario sconfitto.
Pronunciata col sorriso e con l’aria di voler finalmente cedere agli stimoli a “essere cattivo” che arrivavano dalle domande dei giornalisti presenti la frase è stata subito dopo stemperata dal rinnovato monito, soprattutto ai suoi sostenitori rumoreggianti, a mettere da parte le polemiche e cominciare a lavorare e a confrontarsi lealmente con gli avversari.
A proposito di lavoro: sarà una Giunta itinerante, che verrà costituita entro una settimana, ad occuparsi subito delle emergenze della Sardegna con provvedimenti immediati per arginare la disoccupazione e contrastare la povertà. È questa in sintesi è la linea d’azione del nuovo governatore Ugo Cappellacci che stamane, in una conferenza stampa, ha anticipato le priorità dei primi cento giorni di governo.
“Ho in mente una Giunta, fatta di teste pensanti e competenti, presente nei territori”, ha spiegato il nuovo presidente della Regione manifestando l’esigenza di assicurare più concertazione e maggior coinvolgimento degli amministratori locali nel tentativo di invertire la rotta rispetto al precedente esecutivo Soru soprattutto sul metodo. Già nelle prossime ore Cappellacci incontrerà gli alleati per costruire il nuovo esecutivo. “Sono convinto che ci siano ampi margini per gare ragionamenti costruttivi con gli alleati che hanno sostenuto lealmente questo progetto e che con il dialogo faremo un ottimo lavoro perchè la nostra coalizione ha dato un ottimo risultato in termini di coesione e unità”, ha aggiunto l’esponente dl PdL elogiando, in più passaggi della conferenza stampa, il “lavoro di squadra portato avanti insieme e non, invece, da un uomo solo”.
Riguardo i rapporti con il Governo, Cappellacci ha ribadito la volontà di richiamare l’attenzione del premier Berlusconi per un “confronto costante e quotidiano sui problemi dell’isola”. Dal centrosinistra, invece, il nuovo governatore si aspetta “un’opposizione seria, anche dura, a garanzia della democrazia”. Sul piano, invece dei rapporti con l’Udc, che nell’isola ha stretto un’alleanza programmatica con il Popolo delle Libertà diversamente dal quadro nazionale, raggiungendo quasi il 10% dei consensi, Cappellacci ha assicurato nella composizione della Giunta “un risultato equilibrato sul peso di ciascun componente della coalizione”.

La Sardegna va al centrodestra: Cappellacci esulta, Soru si congratula

Renato Soru

Ugo Cappellacci ha scelto di vivere l’attesa per il risultato finale sin dal primo pomeriggio nel quartiere generale di Palazzo Doglio, nel centro di Cagliari, circondato dagli esponenti del Pdl e tantissimi amici.
Renato Soru, invece, a Palazzo Chapel è arrivato poco prima delle 23: “Bisogna attendere la fine dello scrutinio” ha sottolineato, quando la vittoria sembrava ormai sfumare. “Qualunque cosa i sardi hanno deciso a me andrà bene e faccio gli auguri al nuovo presidente della Regione, chiunque esso sia”.
Due atmosfere completamente opposte, perché a parte le titubanze iniziali dovute ai primi dati che davano in vantaggio l’ex presidente della Regione, si è capito subito che in casa Pdl c’era aria di festa. Bastava guardare il sorriso del sindaco di Cagliari, Emilio Floris, che ha trascorso tutto il pomeriggio ad attendere i dati con la figlia Rosanna, candidata nel listino di Cappellacci. Intorno tantissima gente, con molti rimasti fuori, dove è stato allestito un maxi schermo. Sono arrivate, ad un certo punto, anche le zeppole (frittura dolce tipica del carnevale cagliaritano), per mangiare e brindare.
Nel quartier generale di Soru, intanto, ci si aggrappava al “testa a testa” dei primi dati. “Occorrerà attendere le prossime ore per capire cosa succede” ha commentato Achille Passoni, l’ex sindacalista e commissario del Pd mandato da Veltroni dopo i contrasti scoppiati l’anno scorso. “Dalle prime indicazioni mi pare che ci si stia incanalando verso una situazione in cui vi è Sassari e Nuoro da una parte e il Cagliaritano dall’altra”.

Nel frattempo la forbice a favore di Cappellacci - e soprattutto della sua coalizione - è andata allargandosi, tanto che a Palazzo Doglio un lungo applauso e il coro “Ugo, Ugo” ha accolto il candidato governatore del centrodestra. “Sono soddisfatto, certo, ma aspettiamo ancora. Ho sentito il presidente Berlusconi al telefono e anche lui è contento per come sta andando. Se sarò eletto tornerò in tutti i paesi della Sardegna che ho visitato durante la campagna elettorale per venire incontro ai disoccupati e ai più bisognosi”.
Alla fine, a certificargli ufficialmente la vittoria, anche la telefonata, verso l’una di notte - a metà scrutinio (902 seggi scrutinati su 1812) - dello sfidante Soru: “Ho chiamato Ugo Cappellacci” ha spiegato Soru in una breve conferenza stampa “per augurare buon lavoro a lui e alla Sardegna per i prossimi cinque anni”. E dal neo Governatore è arrivata subito un messaggio di distensione: “Mi auguro che da questa sconfitta possa trovare” ha detto, riferito allo sconfitto “una ragione per lasciare dietro alle spalle veleni, un atteggiamento di contrapposizione e anche la convenzione che la ragione sia solo da una parte”.
E se il nuovo presidente ha gia annunciato quelli che saranno i primi passi (”riunirò gli alleati per rimboccarci le maniche e iniziare a dare risposte ai giovani senza lavoro, ai poveri, ai cassaintegrati e ai territori abbandonati in questi anni”) quello uscente non si sbilancia sul suo futuro (”Cosa farò domani? verrò qui in sede e ci penserò”). Ma ribadisce di voler essere parte attiva del Pd (”ho messo tutto in questo progetto, mi sarebbe piaciuto essere ancora di più di aiuto e la vittoria avrebbe dato una mano in questo senso. Il Pd ha, comunque, un grande futuro davanti”).
Si è conclusa così, in piena notte, una giornata che era cominciata con un testa a testa, che col passare però delle ore si era trasformato in un trend positivo a favore di Ugo Cappellacci, dopo un clima di incertezza determinato dal “buco” di notizie, con i giornalisti che in sala stampa per almeno tre ore (dalle 15, orario di chiusura dei seggi, alle 18) cliccavano invano il tasto del “refresh” del pc alla ricerca di numeri che parevano inafferrabili.
A causare questo stato di incertezza erano soprattutto le indiscrezioni - che poi trovavano una parziale conferma - su difficoltà in molti seggi a districarsi nelle interpretazione delle norme sul voto disgiunto (preferenza a una candidato delle liste provinciali, ma voto al candidato presidente della coalizione avversaria). E a testimoniare, se non di possibili ricorsi quantomeno di polemiche, c’è il dato su quella che è stata già definita la “terza forza”, il partito delle schede nulle e bianche, che a metà spoglio erano più di 10 mila (di cui circa 8 mila nulle).
Intoppi a parte, quando, seppure molto lentamente, sono cominciati ad arrivare i dati, è emerso che le previsioni della vigilia e gli schemi che volevano Soru trainare la sua coalizione, sfruttando anche il presunto effetto boomerang di un Berlusconi che avrebbe oscurato Cappellacci, erano solo parzialmente attendibili. In sostanza, col consolidarsi del risultato si è delineata una situazione che ha visto sì il Governatore uscente premiato rispetto alle liste che lo sostenevano, ma non abbastanza da garantirgli la vittoria.

Sardegna: Soru sconfitto, Cappellacci nuovo presidente

Ugo Cappellacci

La Sardegna ha deciso di cambiare e “tornare a sorridere” risponde il nuovo governatore Ugo Cappellacci, che usa ancora una volta le parole dello slogan elettorale del Pdl per affermare la sua vittoria. Con 1.658 sezioni scrutinate (liste regionali) su 1.812 è infatti lui il presidente della Regione. La forbice è di 9,1 punti. Per le liste circoscrizionale sono invece 1.477 le sezioni scrutinate (il 92 per cento). L’8 per cento dei seggi mancanti è dovuto al fatto che molte sezioni hanno chiuso in ritardo (dopo le 15 del pomeriggi di ieri) prima di iniziare lo scrutinio delle schede. La proclamazione ufficiale sarà quindi entro 15 giorni. Ma nonostante i dati mancanti, è netta la sconfitta per Renato Soru che già a metà spoglio era stato staccato dal suo principale avversario di sette punti.
Con il 51,9 per cento e 457.676 voti Cappellacci manda a casa il governatore uscente che si ferma al 42,8 per cento (378.246 preferenze). Supera lo sbarramento del 3 per cento Gavino Sale, che con Irs (Indipendèntzia repùbrica de Sardigna) prende ben 27.118 voti; si ferma invece all’1,5 per cento il socialista Peppino Balia (13.812) e allo 0,5 per cento Gianfranco Sollai (4.887 voti) con Unidade indipendentista.
Dopo l’una di notte è Soru a confermare la sconfitta davanti alle telecamere: “è stata una bella campagna elettorale, fatta con impegno. Ringrazio tutti quelli che ci hanno sostenuto” commenta, e ammette “sono deluso dal risultato delle elezioni. I sardi hanno deciso diversamente”, ma nonostante l’amarezza è lui a chiamare Cappellacci, “l’ho chiamato per fargli gli auguri di buon lavoro e faccio gli auguri a questa bellissima e amatissima regione”. È ormai lontano quel 12 giugno del 2004 quando il patron di Tiscali diventò presidente della regione con il 50, 2 per cento dei voti, a discapito del candidato di Forza Italia Mauro Pili.
La sconfitta oggi è anche per la coalizione: le liste si sono fermate al 38,6 per cento a favore di Soru (24,42 Per cento il Pd) e hanno invece registrato un 56,7 per Cappellacci (30,53 per cento il Pdl). Non ha funzionato quindi lo spauracchio del “Cavaliere colonizzatore” e allo slogan “Meglio Soru”, i sardi hanno preferito una presidenza filo-governativa: “Io e Berlusconi siamo soddisfatti” ha commentato il neo presidente, “non mi aspettavo un successo di queste proporzioni” e prima di rivelare i suoi primi passi da governatore aggiunge: “Ha vinto la Sardegna reale contro una Sardegna virtuale che qualcuno voleva imporci. Ora il mio primo pensiero va alle misure per le emergenze come il provvedimento per la disoccupazione” commenta.
La disaffezione dei sardi verso la politica è comunque evidente: sono 15 mila le schede annullate, 5 mila quelle bianche, 4.746 le nulle, circa 3 mila quelle annullate volontariamente. Su 1.473.180 elettori e un’affluenza alle urne del 67,58 per cento, la Sardegna registra un calo rispetto alle precedenti elezioni regionali che era stato del 71 per cento.
Un risultato che se conferma la luna di miele tra Berlusconi e il Paese, mette in discussione ancora una volta la leadership di Walter Veltroni e la crisi del Pd a livello regionale e nazionale.
La soddisfazione del centrodestra e del suo leader trapela anche dalle parole del portavoce di Forza Italia Daniele Capezzone: “Soru e il Pd hanno sbagliato due volte: prima a demonizzare Berlusconi, sgradevolmente descritto come ‘colonizzatore’, e poi a sottovalutare Cappellacci”. Soddisfatti per il risultato anche i centristi dell’Udc, che hanno appoggiato il candidato di Berlusconi. “Le elezioni sarde”, sottolinea il segretario Lorenzo Cesa, “dimostrano che l’Udc cresce, che è determinante e che senza l’Udc non si vince”. La decisione di aderire allo schieramento di centrodestra, è stata presa, spiega Cesa, “in coerenza con l’opposizione condotta alla giunta Soru”. Fortunata anche l’alleanza del Psd’az che per la prima volta si è candidato a fianco del centro destra registrando all’interno della coalizione un 4,39 per cento e 28.949 voti, contro i Rosso mori (l’ala secessionista) che staccandosi dal partito hanno preferito la coalizione di Soru. Che però non si è rivelata propizia: 2,31 per cento, 815.215 preferenze.
Brucia invece la sconfitta del Psi, “quando il centro sinistra si presenta diviso perde” commenta il candidato socialista Balia.

Il VIDEO servizio:

Voto sardo, terremoto nel Pd: più di Soru, perde Veltroni

Walter Veltroni e Massimo D'Alema

L’immagine del Pd in questa notte che certifica un’altra batosta elettorale? Il portone della sede nazionale è chiuso. Man mano che passano le ore perde le speranze di vincere in Sardegna e rinvia alla riunione del coordinamento di domani ogni decisione sulla rotta da seguire, già molto accidentata al punto che il veltroniano Giorgio Tonini tornava a chiedere l’anticipo del congresso. Un’ipotesi che tanto Veltroni quanto i suoi sfidanti, Bersani in primis, tendono a scartare, per motivi diversi ma tutti consapevoli dei rischi altissimi di un scontro congressuale a ridosso delle europee.

Spoglio al cardiopalma ed estenuante per il Partito Democratico, che già dai sondaggi degli ultimi giorni sapeva che sarebbe stato un testa a testa durissimo. Il segretario ha sempre ripetuto che il voto sardo non era un referendum tra lui e Berlusconi ma una sfida regionale, gestita in prima fila da Renato Soru che ha sempre voluto carta bianca sia dal Pd, commissariato dopo lo scioglimento della giunta, sia dagli altri partiti della coalizione. Ma tutti al vertice dei democratici sono coscienti che questa sconfitta (la lista del Pd a sostegno del Governatore uscente si è fermata poco sotto il 25%, dieci punti in meno rispetto alle politiche di aprile 2008) non può che allargare le fratture interne e accelerare una fase congressuale cominciata nei fatti dopo la discesa in campo di Pier Luigi Bersani.
L’ottimismo iniziale è scemato quando, racconta un dirigente del Pd, “si è capito che a Sassari e a Nuoro, tradizionalmente più vicine a noi, si era vinto ma con un vantaggio stretto”.
Non sufficiente, quindi, a bilanciare i voti di Cagliari, dove il Pdl è più forte. Ma c’è un altro dato che, man mano che le sezioni scrutinate aumentavano, ha preoccupato i big del Pd, cioè i consensi del Pd intorno al 25%, ovvero quasi dieci punti sotto il risultato delle politiche.
Perché tra le varie sfaccettature del voto sardo c’è anche il peso del Pd rispetto a Soru, da più parti accreditato come un possibile futuro leader del partito a maggior ragione dopo che, come dimostra la vittoria di Matteo Renzi alle primarie fiorentine, gli elettori sembrano stufi di candidati identificati con gli apparati ed i vari capicorrente.
Con tutti gli aspetti del voto sardo si cominceranno a fare i conti a Roma da subito. Quello che è certo è che Veltroni non ha alcuna intenzione nè di mollare ma nemmeno di continuare a farsi logorare fino alle europee. Per questo, anche se il congresso non sarà anticipato, come pensano in molti, sarà da rivedere lo schema della conferenza programmatica e magari anche l’assetto del vertice del partito, anche se “ora” spiega un dirigente “i primi a non avere più interesse a fare un comitato di emergenza sono critici e sfidanti, ormai sincronizzati sui tempi previsti del congresso ad ottobre per tirare lì le somme della gestione veltroniana”. Che al “nemicoamico” di sempre, Massimo D’Alema non piace proprio più: alla sollecitazione di Fausto Bertinotti, “Sospendiamo le dispute identitarie. Rimettiamoci tutti in gioco”. D’Alema risponde con un sì: “Occorre ripartire insieme, non fare terra bruciata. Il Pd deve aiutare una sinistra disposta a misurarsi con la sfida del governo”.

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Discutine sul FORUM dei lettori: “Veltroni, che batosta in Sardegna… Ma ora?”

Voto in Sardegna: Cappellacci vola, Soru arranca. Il Pdl avanti sul Pd

elezioni

Sarà una lunga notte elettorale quella che darà alla regione sarda il suo nuovo presidente. Alle 21 su 1.812 sezioni solo 295 erano state scrutinate. E se sino alle 20.30 si parlava di un testa a testa, che vedeva uno scarto dello 0,6 per cento tra i due principali candidati, con il governatore uscente in vantaggio, dopo le 21 il sorpasso di Ugo Cappellacci ha visto il candidato del centro destra passare in testa con il 51,02 per cento (78.359 voti) contro Renato Soru (68.410, 44,5 per cento delle preferenze).
Dato confermato anche dopo la mezzanotte, quando 885 sezioni sono state scrutinate riaffermando il risultato positivo per il centro destra: 50,06 per cento in favore di Cappellacci (222.431 preferenze) contro un 44,68 per cento registrato a favore di Soru (198.497 voti).

Ancor più netto sembra il distacco a livello circoscrizionale dove la coalizione del Pdl è in testa con circa il 10 per cento di vantaggio. Anche a Fonni, Dorgali, Oliena, Orosei e Siniscola, Irgoli. Loculi, Sindia e Oniferi è in vantaggio il centro destra, un dato significativo visto che questi comuni del nuorese sono feudo del centro sinistra.
Il candidato presidente del Pdl Ugo Cappellacci davanti al sorpasso ha manifestato prudenza: “Prima di esultare occorre attendere almeno l’esito di 500 sezioni” ha risposto a chi voleva già una dichiarazione da presidente. Per avere infatti dati definitivi si dovrà aspettare le prime ore del mattino. Ma dopo le 500 sezioni scrutinate, Cappellacci si è lasciato andare a una dichiarazione da quasi neo presidente: “Siamo molto contenti, il risultato si sta consolidando e il finale appare scontato” ha dichiarato in diretta su Videolina.
Meno ottimista il presidente uscente Soru che, dopo un iniziale ritrosia a rilasciare dichiarazioni, davanti alle telecamere ha detto: “In questi anni ho servito la Sardegna al meglio delle mie capacità” e quasi a conferma dell’imminente sconfitta ha aggiunto “Faccio i migliori auguri al nuovo presidente della Sardegna, chiunque egli sia”.
Negativo per ora e non destinato a migliorare sembra il risultato del partito socialista che con il candidato Peppino Balia ha registrato solo l’1,71 per cento dei voti (7.594), sorpassato dalla lista indipendentista di Gavino Sale (Irs) che ha finora registrato il 2,98 per cento dei voti (13.261). Ultimo è Gianfranco Sollai che con il suo partito Unidade indipendentista si è fermato allo 0,56 per cento (2.488).

La Sardegna al voto: affluenza bassa, scrutinio a rilento

Ugo Cappellacci, Pdl

Urne chiuse: fino all 15 in Sardegna si votava. Gli elettori (circa 1 milione e mezzo) sono chiamati a scegliere il nuovo presidente della Regione e il Consiglio regionale. Ma non ci sono andati in tanti: solo il 67,58% ha votato fra ieri e questo pomeriggio alle 15 per l’elezione del presidente e del Consiglio regionale. Nelle precedenti consultazioni del 2004 l’affluenza alle urne era stata del 71,2%.
Il dato 2009 nelle 1.812 sezioni allestite nei 377 comuni della Sardegna registra quindi un calo del 3,62%, Secondo i dati diffusi dalla Regione, la provincia dove si è votato di più è Sassari con il 69,19 %. Quella con l’affluenza più bassa è stata Carbonia-Iglesias con il 64,50%. Nel Cagliaritano la percentuale è stata del 67,58%. Nel Medio Campidano ha votato il 64,96%, nel Nuorese il 69,54%, in Ogliastra il 67,14%, in Gallura il 68,85%, nell’Oristanese il 65,72%.
Nel 2004 le consultazioni isolane si svolsero in concomitanza con le europee e una tornata di amministrative, con i seggi aperti dalle 15 alle 22 di sabato 12 giugno e dalle 7 alle 22 di domenica 13. Lo scrutinio cominciò lunedì mattina con le europee e alle 14 per le regionali. Nel 2004 a chiusura dei seggi l’affluenza alla urne fu del 71,2%.

L’afflusso dei dati elettorali nel centro elaborazione dati della Regione Autonoma della Sardegna però sta procedendo con lentezza maggiore del previsto a causa di contestazioni nelle sezioni elettorali soprattutto per il voto disgiunto sul quale si sono avute accese discussioni e richieste di consultazioni “in diretta” con gli uffici elettorali dei comuni. In pratica stanno emergendo dubbi interpretativi, nonostante la Regione abbia distribuito in tutti i seggi un apposito vademecum con le varie ipotesi. Soprattutto quando - come prevede la legge - vi è un voto di preferenza per un candidato in una circorscrizione provinciale e un voto diverso per il presidente, cioè non allo stesso candidato governatore a cui è collegata la lista.
La sfida (con risvolti nazionali) è, notoriamente, tra il presidente uscente Renato Soru (”Lista Soru presidente” appoggiata da Pd, Prc, Pdci, Idv, La sinistra e Rossomori) e il candidato del Pdl, Ugo Cappellacci (Il popolo delle libertà sostenuto da Pdl, Udc, Mpa, Riformatori, Uds-Nuovo Psi e Psd’Az). Ma in corsa ci sono anche tre altri nomi: Peppino Balia (Partito Socialista); Gavino Sale (Irs Indipendentzia Repubrica de Sardigna); Gianfranco Sollai (Unidade indipendentista).
Per i votanti, la scheda di colore verde divisa in ogni metà da due colonne verticali: in una sono stampati i simboli delle coalizioni e i nomi dei candidati alla Presidenza, nell’altra i simboli delle liste presentate nelle 8 Circoscrizioni provinciali e disposte in maniera tale da evidenziare il loro collegamento al candidato presidente. L’elettore può esprimere una sola preferenza scrivendo il cognome del candidato consigliere e può indicare un solo candidato presidente. È ammesso il voto disgiunto, ossia non è necessario che fra le due indicazioni sia rispettato il collegamento tra la lista e la coalizione di riferimento.

Diventa presidente della Regione il candidato che in ambito regionale ottiene più voti, il candidato presidente del listino regionale che arriva secondo diventa consigliere regionale. Per l’attribuzione dei seggi il sistema è uguale a quello adottato per le Regioni a statuto ordinario, ma con diverse variabili (a cominciare dalla possibilità di esprimere un voto disgiunto) e con l’attribuzione di un eventuale premio di maggioranza che viene assegnato al presidente eletto per permettergli di governare.

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