
Per capire che aria tiri nel centrosinistra dopo il voto di fiducia al Senato al governo di soli tecnici (e molti banchieri) guidato da Mario Monti, basta leggere la prima pagina di Repubblica. Titolo di apertura: “Non siamo il governo dei poteri forti”. Risponde la vignetta di Altan: “Non esageriamo”. Continua

Il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari
Gli altri articoli di Paolo Guzzanti
Quando ero a Repubblica, giornale che ho contribuito a far nascere, visto che ero lì prima che nascesse e ne sono stato uno dei primi inviati e redattore capo (all’inizio ero io che facevo le chiusure notturne, oltre a scrivere), mi resi conto del suo carattere diverso, straordinario e certamente unico, che Eugenio Scalfari inventò e che oggi, nonostante le mille vicissitudini, seguita ad essere attivo: non è un giornale che banalmente racconta i fatti, ma che crea i fatti. C’è, come potete capire, una bella differenza. A tutti i giornali, specialmente se ben fatti e con vero spirito d’iniziativa, capita di diventare famosi o più famosi perché, attraverso il buon giornalismo, scoprono la verità, rivelano retroscena, fanno inchieste come quelle di Bob Woodward e Carl Bernstein che costrinsero alle dimissioni il presidente Nixon attraverso ciò che scoprirono e pubblicarono sulle sue malefatte. Continua


La scritta 'Don Seppia vile, la tua chiesa il tuo porcile' comparsa sul muro accanto alla chiesa Santo Spirito di Sestri Ponente contro il parroco don Riccardo, arrestato il 17 maggio 2011 (ANSA/LUCA ZENNARO)
Può un caso di cronaca nera, per quanto spinoso come quello del parroco di Genova arrestato per presunti abusi su minori e cessione di stupefacenti, servire da pretesto per sparare cannonate sul cattolicesimo in generale? Secondo il quotidiano Avvenire sì. Ed è quello che avrebbe fatto Repubblica, che stavolta, scrive il poeta - scrittore e firma del quotidiano dei vescovi, Davide Rondoni, avrebbe acceso per prima la cosiddetta «macchina del fango», per «imputare la tremenda e spavalda doppia personalità di don Seppia (qui la cronaca sul Corriere) alla sua educazione cattolica». Continua

di Stefano Di Michele
Per cominciare, il problema principale è questo: a Ezio Mauro la sinistra non dà nemmeno la decima parte delle soddisfazioni che gli procura Silvio Berlusconi. Tanto con il Cavaliere la guerra è aperta, la battaglia è in corso e l’antipatia è reciproca, quanto con il Pd bersaniano (e accasamenti vicini) la guerriglia è sotterranea, la battaglia mai dichiarata, l’antipatia velata e trattenuta. Insomma, una doppia fatica, uno svicolare ormai quotidiano, essendo appunto Mauro direttore di un quotidiano, tra il volere e il non avere. Continua

Ferruccio De Bortoli ed Eugenio Scalfari
C’è chi usa gli sms, chi si sfoga con i commenti su un blog e chi si prende direttamente a ceffoni. Ci sono tanti modi di litigare, ma non a tutti è concesso di farlo attraverso gli editoriali. E sui due giornali più diffusi d’Italia. Come, nelle ultime settimane, stanno facendo Eugenio Scalfari (ex direttore de La Repubblica e Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere. Continua

Il giornalista Giampaolo Pansa, 74 anni
Giampaolo Pansa. Maschio, 74 anni, nato povero a Casale Monferrato, zona di riconquistata libertà grazie ad Alessandro Galante Garrone, Vittorio Foa e, purtroppo dopo, Norberto Bobbio. Aspirante giornalista, giornalista, giornalista bravo, bravissimo infine, e famoso. Non vuole che si dica dove vive. Fuori città, comunque. Di sinistra, di molta sinistra, di mezza sinistra, di ultrasinistra, talora, ma mai troppo ultrà. Prima. Leggi l’intervista

Coesione: è quello che serve più che mai all’Italia. Lo ricorda e lo chiede il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel messaggio agli italiani in occasione della Festa della Repubblica (qui il testo integrale e il VIDEO). “Basta guardare alla realtà senza paraocchi, per vedere che c’è bisogno, come ho detto e non mi stanco di ripetere, di più coesione nel paese - dice Napolitano -, dinanzi alla crisi e alle tensioni che scuotono il mondo”.
L’Italia è unita e si è dimostrata tale davanti a molte situazioni difficili e nonostante l’incessante muro contro muro della politica. Ne è convinto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che nel messaggio agli italiani per il 2 giugno ricorda come il Paese si sia rivelato unito di fronte all’emergenza del terremoto in Abruzzo. Ma non solo.
L’Italia, ha spiegato Napolitano, “si è ritrovata unita negli ultimi mesi nel celebrare il 25 aprile, giorno della Liberazione dal nazifascismo, del ritorno alla pace, alla libertà e all’indipendenza ; si è ritrovata unita nel rendere omaggio alle vittime del terrorismo, delle stragi, della violenza politica di ogni colore; si è ritrovata unita nel ricordare con gratitudine gli eroici magistrati e appartenenti alle forze di polizia caduti nella lotta contro la mafia”.
“Sono stati - ha sottolineato il presidente - altrettanti segni di unità del paese attorno a valori di democrazia e di solidarietà propri della nostra Costituzione. Segni di unità tanto più importanti quanto più sono aspre le contrapposizioni politiche e istituzionali, soprattutto in periodo elettorale”.
Riforme nel rispetto dei ruoli e delle prerogative di tutti gli attori sulla scena politica è quello che chiede il presidente della. Il capo dello Stato spiega che, “specie per prendere finalmente la strada delle riforme necessarie al paese e al suo sviluppo, c’è bisogno di più coesione sociale e nazionale”. Tutto questo deve avvenire “nel rispetto dei diversi ruoli istituzionali; nel libero e civile confronto tra le diverse opinioni”.
“Sono convinto” conclude Napolitano “che sia questo un auspicio diffuso tra gli italiani. Di certo è il mio augurio nell’interesse della Repubblica che oggi festeggiamo perché dal 2 giugno del 1946 con essa si identifica la nostra patria”.
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Guai a chiamarlo complotto, la sola parola evoca ombre inafferrabili, mentre in questa storia le tessere del mosaico sono visibili.
Il Cavaliere, Noemi, La Repubblica: sembrava un incastro perfetto fino a quando nelle rotative del giornale-partito non è rimasto impigliato un ex fidanzato molto loquace e un po’ condannato. Anno 2005, due anni e sei mesi per rapina, con la condizionale. Un fastidioso granello di sabbia è finito negli ingranaggi di una macchina collaudata che come fine ha l’abbattimento di Silvio Berlusconi e usa il gossip come nuovo mezzo di conduzione di una guerra che va avanti dal 1994, continuerà dopo le elezioni europee, punta al fallimento del G8 all’Aquila, spera nel gelo precoce in Abruzzo e prepara un autunno caldo per il governo.
Flashback.
Il metodo, più che collaudato, in passato ha avuto anche un discreto successo.
Primo episodio: l’avviso di garanzia recapitato dalle colonne del Corriere della sera nel novembre 1994 a un Berlusconi impegnato a presiedere a Napoli un summit dell’Onu sulla criminalità. L’inchiesta per corruzione della Guardia di finanza finì nel 2001 con l’assoluzione in Cassazione del Cavaliere. Ma nel frattempo il governo era caduto e la Lega uscendo dal Polo aveva favorito il ribaltone. Secondo episodio: metà marzo del 1996, a 40 giorni dalle elezioni politiche che dovevano ribaltare il ribaltone, compare in edicola una copertina dell’Espresso, titolo “Il Polo delle vanità “, foto di Veronica Lario, Silvio Berlusconi, Cesare e Silvana Previti, Vittorio Dotti e Stefania Ariosto a bordo del veliero Barbarossa, di proprietà dell’avvocato romano. Cover profetica: sembrerebbe un attacco moralistico alla società dei ricchi e volgari, in pieno stile via Po, ma in realtà è la comparsa in scena di lì a pochi giorni del “teste Omega”, Stefania Ariosto, compagna di Dotti che, si saprà dopo, già da un anno è una fonte coperta della procura di Milano. Sulle sue rivelazioni si imbastisce il processo Sme.
Ariosto racconta di serate nei circoli romani, in particolare al Canottieri Lazio di cui Previti era presidente, con mazzette di banconote che passano da un tavolo all’altro o vengono lasciate nelle toilette. Denaro che sarebbe servito a corrompere alcuni magistrati romani. Ariosto diventa l’eroina della Repubblica, la testimonial del malaffare imprenditoriale ed etico del berlusconismo. Sarà la prima a raccontare come alla corte di Silvio le donne siano “trattate come oggetti”. Risultato: le elezioni del 1996 vengono vinte da Romano Prodi, Berlusconi viene prosciolto nel 2007 dalla Corte d’appello di Milano per non avere commesso il fatto. Quanto alla mirabile teste Omega, la magistratura la dichiarerà inattendibile e i fatti dimostreranno che era lei, vittima del demone del gioco, ad avere seri problemi finanziari.
Ritorno al futuro.
Il metodo è lo stesso di allora. Cambia il mezzo: non più la via giudiziaria alla battaglia politica, ma lo screditamento privato, il gossip applicato alla demolizione dell’avversario. Anche qui, in realtà, la storia di Noemi ha un preludio e sempre lo stesso protagonista: La Repubblica, che un’estate fa, appena formato il governo dopo le elezioni del 13-14 aprile 2008, rispolvera il cosiddetto patto di Raiset, presunta combine imprenditoriale fra i manager della tv di stato e quelli della Mediaset. Ma il vero bersaglio è sempre il Cav e stavolta anziché di soldi si parla di veline, vallette e ministre. Nel tritacarne finisce Agostino Saccà, direttore della Rai Fiction, amico di Berlusconi. Saccà è imputato nell’inchiesta della procura di Napoli, le sue chiacchierate al telefono con il presidente del Consiglio vengono pubblicate dai giornali, La Repubblica in testa. Il Cav cerca di raccomandare qualche attrice, Saccà dice sì al telefono e poi se ne infischia. Niente di penalmente rilevante, un trattato antropologico dell’Italia (che può piacere o meno) ma l’estate si trasforma in una fornace: si vocifera dell’imminente arrivo di un’intercettazione bomba, l’arma finale, in cui perfino le ministre comparirebbero nella veste di donne oggetto. Tutto avrebbe dovuto portare alla caduta prematura del governo più forte del dopoguerra. Risultato: Saccà viene prosciolto, l’inchiesta archiviata, le intercettazioni devono essere distrutte e la bomba a orologeria smette di ticchettare. Ma solo per un po’.
Campagna sporca.
Il tic tac esce nuovamente dal Vesuvio poco meno di un anno dopo. A far ripartire l’ingranaggio stavolta è il combinato disposto La Repubblica-Veronica Lario. Berlusconi il 26 aprile va a una festa privata (si fa per dire) di compleanno a Casoria (Napoli), la festeggiata è la 18enne Noemi Letizia.
Martedì 28 compare un articolo di cronaca sulla Repubblica (firmato da Conchita Sannino, la cronista che poi scoverà Gino Flaminio, ex fidanzato di Noemi) e sul Corriere del Mezzogiorno Noemi racconta la sua amicizia con Berlusconi e lo chiama “Papi”. Passa la mattina e anche la sera. Ma alle 22.31 la signora Lario rompe il ghiaccio e parla con l’agenzia Ansa, La Repubblica riprende e amplia con la penna di Dario Cresto-Dina. Ritorno alla guerra di Arcore. Da quell’istante s’apre un’indagine pubblica sulla famiglia Letizia e comincia il tam-tam su Berlusconi e il suo rapporto con Noemi. La caccia alla volpe è guidata dalla Repubblica che impegna le sue migliori risorse per coronare l’impresa.
Quella del 28 aprile è una data da ricordare perché segna uno spartiacque nel costume politico italiano. Per la prima volta una campagna elettorale (elezioni europee il 6 e 7 giugno) assume le sembianze di una vera e propria “dirty campaign ” (campagna sporca) all’americana dove entra in scena il “lato b” della politica, il letto e il potere. L’apparato di sicurezza che dovrebbe proteggere il presidente del Consiglio (privacy compresa) si mostra debole e perforabile. Con Berlusconi non è facile, l’uomo è imprevedibile e i suoi spostamenti totalmente fuori protocollo.
Nel governo c’è chi fa notare che la cosa non funziona. Un democristiano di lungo corso come il ministro Gianfranco Rotondi non ci gira intorno: “Formulo il legittimo sospetto che vi sia stato un gruppo di intelligenza che si è dato l’obiettivo di indirizzare al premier un’accusa infamante e di fare in modo che a formularla fosse la moglie” dice Rotondi. “Nei casi Montesi-Piccioni, Cossiga-Donat Cattin e Leone-Cederna si è saputo che giornali e giornalisti erano solo strumenti incolpevoli e inconsapevoli. La regia di quest’operazione è nell’ombra e non riguarda né La Repubblica né la sinistra italiana”.
Spectre o no, il Cav è sotto un fuoco pesante che punta a renderlo impresentabile, a ridicolizzarlo, a renderlo vulnerabile agli occhi della comunità internazionale che non legge la stampa italiana ma ne conosce gli echi attraverso il network di giornali che da sempre partecipa al cenacolo del gruppo Espresso (articolo a pagina 37). L’agenda politica influenza tutta la vicenda: il Pd prima con il segretario Dario Franceschini dice “tra moglie e marito non mettere il dito”, poi però legge i drammatici sondaggi per il suo partito e come in un romanzo kafkiano c’è la metamorfosi e dichiara “fareste educare i vostri figli da quest’uomo?”. È un punto di non ritorno i cui esiti sono imprevedibili.
Maurizio Gasparri chiosa: “Franceschini è disperato e si attacca al gossip. È un contrattista a progetto la cui collaborazione scadrà dopo il voto delle europee”. Nonostante l’impressionante volume di fuoco, i sondaggi per ora danno il Pdl e la Lega al 50 per cento e il Pd sotto la soglia di sopravvivenza del 27.
Franceschini si gioca tutto e va in scia alla campagna della Repubblica. Ma il vero obiettivo non è menomare il voto per Strasburgo. Ci sono altre scadenze, il G8 e l’emergenza terremoto in Abruzzo dove a settembre comincerà a far freddo e la sistemazione di migliaia di persone dovrà compiersi a tempo di record. Per ora il bersaglio grosso più ravvicinato è il G8 di luglio all’Aquila. Il presidente del Consiglio presiederà un vertice nel pieno di una tempesta perfetta. Basta leggere i siti web dell’antagonismo per capire che si prepara un evento ad alto voltaggio. Berlusconi è presentato dai media alla comunità internazionale come il capo di un sultanato, il tamtam in rete dei no global è fitto e le condizioni logistiche non sono le migliori.
È una zona terremotata, giustamente ipersensibile, il terreno ideale per chi cerca il caos e chi vuole raccoglierne un dividendo politico. Fu al forum internazionale di Napoli che cadde il primo governo Berlusconi. La governance mondiale oggi si regge soprattutto sull’immagine, ecco perché 15 anni dopo le lancette dell’orologio tornano indietro al 1994: la trappola è tesa, si tenta il bis.