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respingimenti

Immigrazione, la Cei si spacca in più correnti

Il cardnale Angelo Bagnasco

L’immigrazione divide i vescovi italiani. Nel corso della recente assemblea della Cei, svoltasi in Vaticano a porte chiuse, è stata battaglia all’ultimo voto per l’elezione del presidente della Commissione episcopale per le migrazioni.
Due i presuli in lizza, secondo quanto appreso da Panorama: Ambrogio Spreafico, vescovo di Frosinone, già rettore della Pontificia università urbaniana, vicino alla Comunità di Sant’Egidio, decisamente favorevole a una politica di accoglienza verso gli immigrati; e Bruno Schettino, arcivescovo di Capua, meno noto ma vigorosamente sostenuto dai vescovi meridionali, particolarmente preoccupati da ordine pubblico e tutela della legalità.
Dopo una prima votazione favorevole a Spreafico, al ballottaggio ha avuto la meglio Schettino, mettendo in luce le diverse sensibilità dell’episcopato in tema di immigrazione. Vivace anche il dibattito seguito alla relazione del presidente, Angelo Bagnasco. Diversi presuli sono intervenuti a proposito di respingimenti di clandestini e politiche migratorie. Il vescovo di San Marino, Luigi Negri, vicino a Comunione e liberazione, ha chiesto con forza di tener conto delle ragioni della legalità.
A difesa di un’intelligente apertura verso l’immigrazione si è espresso invece il vescovo di Terni, Vincenzo Paglia, fondatore della Comunità di Sant’Egidio.
Un fatto è certo, a due anni dalla fine dell’era Ruini, anche nella Cei si affacciano le “correnti”.

Migranti, triplice affondo dei cattolici: “Respinti su strade di fame e morte”

immigrati sbarcati

Famiglia Cristiana, la Cei, l’Arcivescovo di Milano. Insieme, a più voci, per un unico bersaglio: la politica del governo per il contrasto all’immigrazione clandestina.
Parte la Cei. E va all’attacco contro la decisione delle “nostre autorità di riportare sulle sponde africane coloro che cercavano di raggiungere il nostro Paese”, perché corrisponde a farli tornare indietro “su strade di fame e di morte che già conoscevano: non tutti erano bisognosi di asilo, non tutti santi, ma poveri lo sono di certo”. Così scrive il bollettino del Sir, l’agenzia stampa dei vescovi, monsignor Arrigo Miglio, vescovo di Ivrea e presidente della Commissione Cei per i problemi sociali e il lavoro, presidente del Comitato scientifico delle Settimane Sociali e vescovo di Ivrea. Monsignor Miglio, a pochi giorni dall’inizio dell’assemblea generale dei vescovi italiani, restituisce un quadro complessivo della posizione della Chiesa sul dibattito relativo all’immigrazione in corso nel nostro Paese.
Il vescovo disegna un parallelo fra gli episodi di questi giorni e quanto avvenuto nei rapporti con i flussi migratori dall’Albania negli anni ‘90. Gli albanesi di allora erano “naufraghi sepolti in mare”, scrive il vescovo, così come “naufraghi del mare e della vita” sono “questi ultimi, con i loro stracci e i loro occhi che ci interrogano sulla nostra crisi e specialmente sulle nostre pubblicità tese a farci consumare di più e di tutto. Sono stati riportati d’autorità su strade di fame e di morte che già conoscevano: non tutti erano bisognosi di asilo, non tutti santi, ma poveri lo sono di certo e in questa occasione sono divenuti assai simili a Cristo, scaricato da Pilato a Erode e viceversa; i due in quel giorno divennero amici, dopo essere stati nemici. A questa cronaca triste e umiliante si sono aggiunte le proposte - poi declassate a battute - di un inedito apartheid da sperimentare a Milano”.

Milano, quindi. Da dove arrivano, inderettamente, altre critiche. Sono quelle del
cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo della città
. Che, intervistato da Fabio Fazio per lo speciale di Che tempo che fa, in onda questa sera su Rai Tre, invita la politica - di fronte al fenomeno dell’immigrazione - a non limitarsi a gestire solo la fase di emergenza, cedendo alla paura, ma a pensare ad una soluzione progettuale di un fenomeno di così grande portata. “La politica deve partire da progetti grandiosi, e soltanto in questo quadro è possibile allora attivare le diverse forze sociali, culturali istituzionali, di volontariato, religiose”. “Milioni di Italiani hanno lasciato il loro Paese per trovare un ambiente di vita, di lavoro e di realizzazione della propria dignità” ricorda il porporato “In questo senso dobbiamo saper onorare la memoria del passato, non per essere nostalgici, ma per essere più coraggiosi nell’affrontare il futuro che ci vedrà molto più impegnati in un confronto inter-etnico, inter-culturale e inter-religioso”. L’emergenza si accompagna alla paura, ha detto ancora il cardinale. “E la paura non è la consigliera più saggia per affrontare il problema nella sua ampiezza e nella sua profondità”.

Batte il chiodo della paura, anche il nuovo (ennesimo) attacco al governo di Famiglia Cristiana. Il settimanale dei Paolini prende di mira la politica del Pdl in materia di immigrazione, traendo spunto dalle recenti polemiche sugli sbarchi dei clandestini e sui “respingimenti”. “Per un pugno di voti in più, il migrante è un nemico”: è il titolo scelto dal settimanale cattolico che, sulle sue pagine, punta il dito contro le decisioni di Palazzo Chigi e Viminale. “Lo stigma del reato di clandestinità - si legge in un editoriale pubblicato sul numero di questa settimana del settimanale - crea le condizioni perché i migranti vengano messi fuori dal consorzio umano. Si continua ad attizzare il fuoco della paura, tutto per una manciata di voti in più. Abbiamo trasformato il migrante in diverso, in nemico. La deriva xenofoba che sta prendendo piede in Italia dovrebbe preoccupare tutti, i cattolici in particolare”.
Ma ce n’è anche per le parrocchie: “L’indifferenza e il gelo della chiusura soffiano anche nelle parrocchie. Possibile che i cattolici facciano prevalere la paura e un ‘pacchetto propagandà sui principi evangelici?”. “Con il voto di fiducia sul pacchetto sicurezza” prosegue l’editoriale “il Parlamento è stato espropriato della libertà di coscienza su un tema molto delicato che riguarda la vita di uomini, donne e bambini”. “Il disegno di legge sulla sicurezza approvato dalla Camera con il voto di fiducia (evidentemente nella maggioranza c’è qualche ‘mal di pancia’), si intreccia con i respingimenti dei clandestini verso la Libia, ignorando i più elementari diritti d’asilo di chi fugge da guerra, tortura e, spesso, da una condanna a morte. Che ne sarà di questa gente una volta fatta sbarcare sul suolo libico” si domanda il settimanale dei Paolini “in un Paese che non riconosce le convenzioni internazionali sui rifugiati?”. “Perchè l’Italia, da sempre considerata la culla del diritto e della civiltà giuridica, Paese di profonde radici cristiane” prosegue il settimanale diretto da don Antonio Sciortino “antepone qualsiasi esigenza di sicurezza (vera o fittizia) ai diritti inalienabili dell’uomo? Sarebbe stata molto più efficace una seria politica di programmazione dei flussi e di sanatorie per regolarizzare quegli stranieri già inseriti nella società, come le badanti, che svolgono un ruolo prezioso e, molto spesso, insostituibile”.

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Berlusconi: “I centri di identificazione? Sembrano campi di concentramento”

Il cpt di Lampedusa
“È molto meglio esaminare nei luoghi di partenza se gli immigrati possano avere diritto d’asilo. Altrimenti, non vorrei dirlo, ma questi campi di identificazione assomigliano molto ai campi di concentramento”, Silvio Berlusconi, in conferenza stampa all’Aquila con il presidente della commissione Ue José Manuel Barroso, cerca di spiegare la posizione del governo sul caso dei respingimenti degli immigrati. Ma la dichiarazione stona con la norma contenuta all’articolo 18 del disegno di legge sulla sicurezza che lo stesso governo ha presentato alle camere e che prevede l’allungamento dei tempi di permanenza dei clandestini nei centri in questione, da 60 a 180 giorni, norma voluta dalla Lega per facilitarne l’identificazione e l’espulsione.
Ancora oggi la Chiesa ha criticato per bocca di vari esponenti la politica italiana nei confronti degli immigrati: il servizio internazionale per i rifugiati dei Gesuiti ha accusato oggi l’Italia di aver violato i diritti umani impedendo lo sbarco dei migranti. ”Nessun tentativo è stato fatto per verificare quanti di quegli uomini, donne e bambini avessero diritto allo status di rifugiati”, afferma, e non si può agire - avverte - sulla base di ”politiche guidate dalla paura”.
Ma l’obiettivo di Berlusconi è un altro: che le domande di asilo siano esaminate nei paesi d’origine senza obbligare l’Italia a farsi carico dei barconi di disperati sulle coste siciliane. E per questo chiede all’Unione di fare la sua parte, di non lasciare Italia, Malta e Grecia sole con il problema.”Per il momento la questione dell’immigrazione non è in agenda, ma se l’Italia lo desidera possiamo lavorare insieme su questo tema il 10 giugno in Commissione”, ha detto il presidente della Commissione Europea, “possiamo discutere un programma di libertàsicurezza e giustizia sull’immigrazione, potremo discutere anche del problema dell’immigrazione clandestina”. L’Europa, ha detto poi Barroso commentando i lavori di ricostruzione post-terremoto in Abruzzo, ‘’sta assistendo le autorità italiane per la richiesta del fondo Ue di solidarietà”, e l’Abruzzo potrà usare ”il fondo Ue per lo sviluppo regionale per il periodo 2007-2013 per la messa in sicurezza degli edifici dai rischi sismici”. Il capo dell’esecutivo europeo ha poi annunciato che l’Italia riceverà 480 milioni di euro per la ricostruzione dal fondo europeo di solidarietà. Quello che è successo all’Aquila, ha concluso Barroso, ”conferma un principio, valido anche in un momento di crisi: oggi non è il momento di affievolire i valori dell’Europa ma di rafforzarli e porli a fondamento delle nostre società”.

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Migranti, botta e risposta La Russa-Onu. E Maroni dice stop alle polemiche

Ignazio La Russa

Nessuna lacerazione, nessuna polemica con il ministro Frattini. Anzi, il ministro della Difesa, Ignazio La Russa tiene le posizioni, chiede scusa e non cede: il Governo “è compatto nel dire che l’Alto Commissariato Onu sbaglia nel ritenere non adeguato il comportamento dell’Italia e dei marinai italiani nei riaccompagnamenti verso il porto libico” degli immigrati clandestini. Anche “Frattini, che è l’uomo più moderato del governo, dice che ha sbagliato”. Il ministro della Difesa Ignazio La Russa, a Faccia a Faccia su Radio Tre Rai, torna sulle polemiche scatenate dalle sue dichiarazioni su agenzie Onu e flussi migratori.
“Nessun ordine da parte del ministero dell’Interno e tantomeno mio di usare la forza è stato impartito al capo di stato maggiore della Marina o al comandante di nave Spica. Non è stata usata alcuna azione coercitiva ma anzi” ha rilevato La Russa “è stata applicata la ‘legge del mare’ che prevede di accompagnare nel porto più vicino” le imbarcazioni in difficoltà.
Il ministro della Difesa ha poi “chiesto ammenda” per le espressioni da “tono comiziale” usate nei riguardi di Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr. “Mi spiace che ci siano stati problemi di tipo personale” ma, ha aggiunto: “Sto ancora aspettando dalla Boldrini la spiegazione del perché considera più umano accompagnare i migranti in Italia, rinchiuderli nei Cie e poi espellerli”.
Il ministro La Russa, non sembra comunque cedere: il governo è compatto nel dire che l’Unhcr sbaglia nel criticare l’Italia sui riaccompagnamenti: “Comunque” ha aggiunto nel corso dell’intervista radiofonica “concordo con il ministro degli Esteri nel dire che dobbiamo sempre rispettare gli organismi internazionali, anche quando sbagliano. In cosa sbaglia l’Unhcr? Nel ritenere non adeguato il comportamento dell’Italia in generale e, dico io, dei marinai italiani nel riaccompagnare in Libia i clandestini che vengono intercettati sui barconi”.
Ma le polemiche non si stemperano, anzi L’Alto commissariato Onu per Rifugiati, Antonio Guterres, risponde da Ginevra ai commenti “negativi e infondati” che sono stati rivolti all’Alto commissariato (Unhcr) e “a singoli funzionari da un esponente del governo italiano”. “Gli attacchi immotivati e personali sono inaccettabili” e, scrive Guterres, “non mutano e non muteranno l’impegno dell’Unhcr nel perseguire il suo mandato e la sua missione umanitaria”. E spiega: l’agenzia Onu “ha una responsabilità globale nella protezione dei diritti dei rifugiati” e per questo “continueremo a esercitare questo mandato in Europa così come lo facciamo in altre parti del mondo. Il mio Ufficio è ben consapevole delle sfide che l’immigrazione irregolare pone all’Italia e ad altri Paesi europei. Continueremo a lavorare con i governi e con tutti gli altri partner per affrontare queste sfide in modo da garantire il pieno rispetto dei diritti dei rifugiati e di quanti hanno bisogno di protezione internazionale”. E conclude: “Il mio rappresentante in Italia, Laurens Jolles, e la mia portavoce in Italia, Laura Boldrini, godono della mia piena fiducia nel portare avanti questo importante compito”.
Immediate le reazioni del mondo politico. Il presidente della Camera Gianfranco Fini, incontrando i giornalisti a Monopoli, a margine di un incontro con gli studenti sul tema della Costituzione italiana precisa: “Dovremmo sforzarci tutti di affrontare una questione così impegnativa e complessa per la società italiana senza cadere nella tentazione di dare vita a un confronto tutto finalizzato unicamente al voto per il Parlamento europeo che viene rinnovato tra qualche settimana”. Per il presidente della Camera quello dell’immigrazione e dell’integrazione è un problema “di rapporto fra Unione europea e Paesi di provenienza degli immigrati, tocca il futuro della nostra società e andrà oltre il 7 di giugno”.
Sulla questione dei respingimenti dei clandestini, il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha detto che “la polemica è incomprensibile”. Maroni non ha fatto riferimento al botta e risposta fra l’alto commissariato per i rifugiati e il ministro della Difesa La Russa. Ha detto però che dal suo “punto di vista vorrei la polemica terminasse. Innalzare i toni potrebbe pregiudicare il buon lavoro che abbiamo fatto in questi dieci mesi”. Secondo il ministro, infatti, l’Unhcr potrebbe svolgere un ruolo importante in Libia, anzi “fondamentale”. “Rispetto le opinioni di tutti” ha aggiunto “ma non penso sia utile tenere i toni della polemica”.

Alle dichiarazioni del ministro La Russa, ha risposto anche con una nota Anna Finocchiaro, presidente del gruppo Pd a Palazzo Madama. “La posizione del governo” sostiene Anna Finocchiaro “sta rasentando l’ottusità costringendo il nostro Paese in una situazione di isolamento internazionale sempre più preoccupante. Siamo a una sorta di delirio di onnipotenza che dovrebbe preoccupare tutti coloro che hanno a cuore le sorti dell’Italia: su crisi e immigrazione, in nome della propaganda elettorale, questo governo” conclude “ci sta spingendo in un tunnel davvero pericoloso”.

I clandestini e la fortezza Europa: Italia, sentinella solitaria

Barcone di immigrati
di Laura Maragnani

Correva l’anno 2008, 4 gennaio, e gli esperti dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) già dicevano: “Esprimiamo estrema preoccupazione per l’accordo raggiunto tra il governo italiano e il governo libico in materia di contrasto all’immigrazione irregolare (…) l’accordo pone oggettivamente l’Italia in un pericolosissimo vortice di gravi responsabilità dirette per le violazioni dei diritti fondamentali della persona che in territorio libico potranno essere commesse a danno dei migranti”.
Mancavano ancora 16 mesi alla notte tra il 5 e il 6 maggio 2009, quella in cui la prima operazione di pattugliamento italolibico ha riportato a Tripoli 228 migranti in viaggio verso Lampedusa, e già c’erano la preoccupazione dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) e le proteste di Amnesty international. Presidente del Consiglio, all’epoca, era Romano Prodi. Ministro degli Esteri Massimo D’Alema. A firmare l’accordo con Abdurrahman Mohamed Shalgam, ministro degli Esteri libico, c’era l’allora titolare del Viminale, Giuliano Amato. E ora?
Firmato il 30 agosto scorso il trattato definitivo con Muammar Gheddafi (è stato ratificato da Camera e Senato con i voti favorevoli di Pdl, Lega e, grazie al pressing di D’Alema, anche del Pd), la bomba diritti umani è scoppiata, paradossalmente, nelle mani del centrodestra. E ha buon gioco a fare dell’ironia il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano: “Loro fanno gli accordi e noi, che li applichiamo, siamo i cattivi?”.

I numeri, del resto, sono quello che sono. Sia per la destra sia per la sinistra. Amato stimava che in soli 3 anni, dal 2005 al 2007, fossero partiti dalle coste libiche in 60 mila. Solo a Lampedusa, in quegli anni, ne sono arrivati 45 mila. Altri 30 mila nel 2008. E il quadro nazionale? Anno 2007, governo Prodi in carica: 20.455 sbarcati clandestinamente. Stranieri rintracciati: 74.762. Rimpatri effettivi: 26.779. Non rimpatriati: 47.983, quasi il doppio. Anno 2008, governo Berlusconi: 36.951 sbarcati, 70.625 stranieri rintracciati. Rimpatriati 24.234. Non rimpatriati 46.391, quasi il doppio. Primi 5 mesi del 2009: 6.388 sbarcati, 20.503 rintracciati, 6.727 rimpatri effettivi. Non rimpatriati: 13.776, quasi il doppio.
Quanto costa la gestione di tutto questo? Fra centri di identificazione, accertamenti di identità, pratiche burocratiche e rimpatrio al Viminale stimano una spesa tra i 110 e i 120 milioni di euro l’anno, in costante crescita. La Ue contribuisce solo con una ventina di milioni per le operazioni di soccorso in mare. Malta riceve poco di meno, ma ai barconi che rischiano il naufragio rifiuta persino l’ingresso in porto.

Una linea comune europea non c’è. Il sistema di sorveglianza delle frontiere esterne dell’Unione, così come l’avevano disegnato gli accordi di Schengen e Dublino, è fallito. E la costosa Agenzia europea di controllo delle frontiere esterne, la Frontex (80 milioni di euro nel 2008), non è finora servita a fermare l’immigrazione clandestina: solo “ne modifica le rotte, costringendo all’utilizzo di imbarcazioni sempre più piccole e finendo per accrescere i guadagni dei trafficanti e il numero di vittime della fortezza Europa” segnalava già nel 2007 Fulvio Vassallo Paleologo dell’Asgi.
La fortezza Europa è sotto assedio e qualche avamposto si è già blindato, come la Spagna. Le due enclave spagnole in terra marocchina, Ceuta e Melilla, oggi sono difese da barriere alte da 4 a 6 metri, e le coste al di là di Gibilterra sono monitorate con un sistema radar. Nel 2007 il socialista José Luis Zapatero ha firmato con il governo di Rabat un accordo che prevede il rimpatrio forzato dei minorenni non accompagnati e il loro smistamento in centri di detenzione amministrativa a Tangeri, Nador e Marrakech. Malta ha scelto la linea del “teneteci fuori”. Cipro è sommersa dai clandestini. E l’Italia? Prima del caso Libia il governo aveva già messo al lavoro le diplomazie per aggiornare alcuni dei 30 accordi già sottoscritti, 15 con nuovi e vecchi stati dell’Unione, 7 con altri paesi europei, 8 con paesi extraeuropei (Algeria, Egitto, Filippine, Georgia, Marocco, Nigeria, Tunisi e Sri Lanka), gran parte risalente all’epoca pre Schengen. Obiettivo: intese per velocizzare i rimpatri in Algeria (5 cittadini per ogni volo di linea diretto ad Algeri), Egitto (a marzo si è cominciato a discutere con le autorità consolari egiziane in Italia), Tunisia (a gennaio è stato raggiunto un accordo per il rimpatrio, a gruppi, di 4-500 tunisini sbarcati nelle scorse settimane a Lampedusa, seguiti poi da altri 100 ogni mese). Dalla Nigeria sono già arrivati a Roma, il 6 maggio, i primi sei poliziotti che, in base a un accordo firmato il 17 febbraio ad Abuja, collaboreranno con la polizia italiana.

Lo stesso giorno a Tripoli sbarcavano dalle motovedette italiane i 228 migranti intercettati tra Italia e Libia. Ed esplodeva la questione dei diritti umani. Silvio Berlusconi farà marcia indietro? “Non ci pensiamo nemmeno. L’Italia è forse il paese europeo col più alto accoglimento di domande di asilo e protezione: su 31 mila richieste nel 2008 ne abbiamo accolte ben il 40 per cento” assicura il sottosegretario Mantovano. “Noi abbiamo fatto la nostra parte, l’Unione adesso faccia la sua: istituisca in Libia delle commissioni europee, in collaborazione con l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, e poi distribuisca i rifugiati su tutto il territorio europeo. Dalla Lituania alla Svezia. Siamo stanchi di essere in prima linea da soli”. Soprattutto alla vigilia delle elezioni, quando l’Ipsos per Ballarò ha appena mostrato con un sondaggio che il 65 per cento degli italiani approva le operazioni di rimpatrio forzato. E, sorpresa, anche tra gli elettori di sinistra.

Gli italiani chiedono la linea dura

Gli italiani chiedono la linea dura

Parla Rutelli: “Assurdo pensare di accogliere tutti i migranti”

Immigrati clandestini

di Laura Maragnani

Sul tavolo di Francesco Rutelli, nella sede del Pd, ci sono due cose in bella vista. C’è un dossier di 104 pagine che il Copasir, il comitato per la sicurezza della Repubblica di cui l’ex sindaco di Roma è presidente, ha appena reso (in parte) pubblico: La tratta di esseri umani e le sue implicazioni per la sicurezza della Repubblica. Otto mesi di lavoro e molte audizioni di peso, fra cui il direttore dell’Aise Bruno Branciforte e quello dell’Aisi Giorgio Piccirillo. E poi c’è un’Ansa, da Sharm el Sheik. Silvio Berlusconi: i barconi di immigrati in viaggio verso l’Italia “non sono fatti occasionali, ma il frutto di una organizzazione criminale”.
Rutelli afferra il dossier Copasir. “In Italia tendiamo a rimuovere la dimensione criminale dell’immigrazione clandestina. Ma c’è. Enorme” assicura. “Dietro i disperati che arrivano sui barconi (vittime di tratta, migranti economici, richiedenti asilo) c’è un racket sempre più efficiente e flessibile. E c’è un business che secondo l’Unodc, l’Ufficio antidroga delle Nazioni Unite, è ormai al secondo posto dopo la droga, e prima delle armi, nel fatturato criminale”.
Che cos’ha scoperto il Copasir?
Per la prima volta abbiamo delineato la mappa e le rotte di un network in cui si intrecciano reti criminali, organizzazioni mafiose, mafie etniche nei paesi d’origine e di transito.
E anche di arrivo?
Risultano connivenze e coperture sul piano logistico, ma non interconnessioni di primo livello con le mafie italiane. Ci sono scambi di favori. Però la miscela fra criminalità interna e mafie d’importazione è potenzialmente esplosiva, come si è visto a Castel Volturno: quando ti trovi i morti ammazzati per strada e devi mandare 500 militari a riportare l’ordine, è troppo tardi. Bisogna intervenire prima. Oggi il network che prospera sull’immigrazione clandestina e sulla tratta di donne e minorenni assume sempre più una forma di contropotere. E, oltre a colpire i diritti fondamentali delle vittime, rappresenta una minaccia alla nostra sicurezza.
In che senso?
I rapporti dell’intelligence segnalano infiltrazioni di organizzazioni criminali straniere che gettano basi permanenti in Italia. Sono gruppi che in alcuni stati del Terzo mondo poggiano sul fatturato di queste attività illecite e da noi non si debbono radicare. I nomi li conosce l’intelligence e li conosce la magistratura. Non posso dire altro.
Al Qaeda?
Finora l’Italia sembra essere per Al Qaeda solo una base logistica, di transito e di reclutamento. Non è emersa, finora, la volontà di compiere azioni dirette sul nostro territorio. Ma è chiaro che la situazione dev’essere monitorata. E affrontata, anche a livello di opinione pubblica, in maniera diversa.
Lei ha appena invitato il Pd ad affrontare “senza ipocrisie” l’immigrazione clandestina, respingimenti compresi.
Dobbiamo uscire dalla retorica, sia a destra sia a sinistra. Elettoralmente il mercato della paura e della sicurezza per la destra è redditizio; è facile sparare slogan come “fuori i clandestini” o “creiamo vagoni separati per i milanesi“, frase che in un paese civile sarebbe perseguibile come istigazione al razzismo. Ma a questo una parte della sinistra non può rispondere con l’assurdità del “siamo tutti clandestini”. L’Italia è un paese che ha 8 mila chilometri di coste. Vogliamo mettere nel Canale di Sicilia un cartello con scritto “Chiunque può sbarcare”? Siamo seri, non potremmo mai integrare 10 milioni di immigrati. Vorrei lanciare un appello.
Lanciamolo.
Togliamo di mezzo la demagogia e affrontiamo un percorso condiviso. Affrontiamo tutti insieme la continuità nel contrasto dell’immigrazione clandestina e la continuità nelle politiche di integrazione degli immigrati regolari: case, scuole, apprendimento della lingua, diritti, doveri. Abbiamo i flussi per gli arrivi legali? Bene, facciamoli funzionare. Ma le persone che arrivano regolarmente devono essere accolte, integrate e lasciate vivere in pace. Alla nostra economia il lavoro degli stranieri ha assicurato una maggiore prosperità. È una verità che non è mai male ripetere.
E l’immigrazione clandestina?
Il Copasir qualche indicazione l’ha data. Per combatterla servono accordi bilaterali, e multilaterali, coi paesi d’origine e di transito. Serve supporto logistico e di formazione alle polizie locali, come già abbiamo fatto in Albania. In alcuni casi potrebbe essere ragionevole un’integrazione dello stipendio degli operatori locali, per evitare la tentazione di accordi con i trafficanti. E serve intelligence. Serve un lavoro più strutturato di analisi per capire i movimenti, intervenire sulle partenze e soprattutto stroncare l’attività dei racket all’origine. Ripeto: a noi manca, come paese, la percezione della dimensione criminale del fenomeno. Ma è ora di affrontare la realtà. Prendiamo la Cina.
Cosa c’entra la Cina?
La crisi ha già creato, secondo alcune stime, 30 milioni di migranti interni. E l’emigrazione verso l’estero è gestita dalle triadi (le mafie, ndr): è chiaro che parecchie migliaia arriveranno qui, nelle nostre Chinatown. A lavorare, spesso, in condizioni di schiavitù. O a creare problemi di ordine pubblico come si è visto a Milano, coi regolamenti di conti in via Paolo Sarpi.
Anche a Roma la situazione non è facile.
A Roma il centrodestra ha vinto con parole d’ordine dure su immigrazione e sicurezza, ma io non ho mai visto per le strade tanti mendicanti, finti invalidi, mutilati, bambini disgraziati che chiedono l’elemosina… È la dimostrazione che gli slogan non servono, serve il senso della realtà. E la realtà ci dice che tra Romania e Italia si viene in una notte, basta prendere il pullman, e non c’è alcun controllo, non servono più nemmeno i passaporti.
I romeni ormai sono cittadini Ue. Non è un problema di immigrazione irregolare, no?
Ma di criminalità organizzata sì. La Romania dà la possibilità di ottenere il passaporto romeno anche ai residenti in Moldavia e in Transnistria, e sappiamo che la Transnistria è una delle regioni dell’Europa centrale a più forte infiltrazione criminale: traffico d’armi, droga, sfruttamento della prostituzione. E noi non facciamo niente? No, qui serve davvero un percorso condiviso. Un riformismo vero. E rigore. L’Italia deve accogliere i richiedenti asilo, con procedure trasparenti, quando sono privati dei diritti fondamentali. Ma deve diventare un approdo molto più difficile per tutti i trafficanti del mondo.

Sbarchi a Lampedusa

Migranti: in Italia li trattiamo meglio che altrove

Barcone di immigrati

di Marina Castellaneta - Docente associato di diritto internazionale all’Università di Bari

Lo stato europeo che protegge di più le vittime del traffico di esseri umani è l’Italia. Lo dice l’Unione Europea in un rapporto che analizza i risultati ottenuti da ciascun paese sul fronte del contrasto al traffico di esseri umani e degli aiuti forniti alle vittime. Nonostante le accuse rivolte dall’Onu al nostro Paese.
Secondo il dossier dell’Unione del 25 marzo 2009, tra il 2000 e il 2007 ben 54.559 vittime del traffico di esseri umani hanno ottenuto aiuti in Italia e 13.517 sono state coperte da programmi di integrazione sociale, rivolti anche a minorenni.
Non solo, a fronte di una limitata protezione delle forze di polizia assicurata alle vittime negli altri stati membri, l’Italia, osserva la Commissione europea, “è un caso particolarmente positivo perché tutte le vittime che sono state collocate in programmi di inserimento sociale hanno anche ricevuto una protezione dalle forze di polizia”.
Tra il 2001 e il 2006, 7.734 vittime sono state inserite in programmi di assistenza in Italia, contro le 638 in Austria e le 542 in Lituania.
Per quanto riguarda poi gli aiuti alle vittime del traffico di esseri umani, l’Italia, come gli altri stati membri (con esclusione di Spagna e Lussemburgo), ha recepito la direttiva 2004/81 e ha introdotto un sistema che permette alle vittime di ottenere direttamente un permesso di soggiorno.
Le vittime arrivano soprattutto dalla Nigeria (4.150), dalla Romania (3.157), dalla Moldova (910), dall’Albania (873), dall’Ucraina (691), dalla Russia (390) e dalla Bulgaria (190). Dati che mostrano un cambiamento del fenomeno che, con la presenza di Bulgaria e Romania, ha assunto una connotazione anche intracomunitaria.
Inadeguate in tutta Europa, invece, le risposte sul fronte giudiziario: troppo pochi i procedimenti avviati. È vero, precisa Bruxelles, che c’è una tendenza che mostra una crescita di procedimenti, perché si è passati dai 195 del 2001 ai 1.569 del 2006; ma le cifre sono ancora troppo basse rispetto alla diffusione del crimine nell’Unione Europea. Il numero più alto di azioni (anno 2006) è della Germania (353), seguita da Belgio e Bulgaria (291), da Italia (214), Austria (128), Portogallo (65) e Regno Unito (54). A Malta è stato avviato un solo procedimento.
Con la conseguenza che “il traffico di esseri umani continua a essere di grande profitto e di basso rischio sotto il profilo della reazione punitiva sia nell’ambito dello sfruttamento per fini sessuali sia per il lavoro, con particolare riguardo ai minori”.
Va poi rafforzata la cooperazione internazionale perché sono ancora poche le indagini comuni, che costituiscono lo strumento più efficace di lotta a quella che è una forma moderna di schiavitù, che s’intreccia all’aumento dell’immigrazione illegale. Con profitti record per la criminalità organizzata e un giro di affari che frutta alle organizzazioni malavitose 31,6 miliardi di dollari l’anno.
Ora l’Europa prova a fronteggiare il fenomeno e si appresta a modificare la decisione quadro 2002/629/Gai sulla prevenzione e la lotta al traffico di esseri umani e la protezione delle vittime. Anche perché aumenta la pressione degli immigrati clandestini, soprattutto su Italia, Francia e Spagna, come risulta dal terzo rapporto annuale, del 9 marzo 2009, sullo sviluppo di una politica comune sull’immigrazione illegale.
È comunque Madrid a detenere il primato dei dinieghi di ingresso alle frontiere: nel 2007 la Spagna ha raggiunto la cifra record di 644.989 casi di rifiuto, seguita da Francia, a quota 26.593, Polonia (32.188), Germania (11.697), Ungheria (11.198), Slovenia (11.497), Romania (9.753) e Italia (9.394).
La vera emergenza è però nei paesi del Mediterraneo. A ottobre 2008 sulle spiagge italiane sono arrivati 30 mila boat people contro i 19.900 dell’intero 2007: circa 7 mila hanno fatto domanda di asilo e quasi la metà dei richiedenti lo ha ottenuto o ha acquisito altre forme di protezione. Scenario completamente diverso in Spagna dove solo il 3 per cento fa domanda di asilo.
Sul fronte dei rimpatri è peggiorato il livello di esecuzione dei provvedimenti perché l’attuazione effettiva è passata da 252.391 rimpatri eseguiti nel 2004 a 226.179 nel 2007 (-10,4 per cento).

Le richieste di asilo

Sicurezza e immigrati: dal premier stop alla politica delle porte spalancate

Il governo alla Camera

Approvato il ddl sicurezza dalla Camera (ora andrà al Senato) il premier, Silvio Berlusconi, esce dall’Aula e conversa con i giornalisti in Transatlantico dicendosi “soddisfatto per l’approvazione di una legge lungamente approfondita e assolutamente necessaria perché dobbiamo affrontare questo fenomeno dell’immigrazione con tutto il buon senso necessario per non lasciare la situazione che si era instaurata con i governi della sinistra”. Una sinistra che per il Cavaliere incentivava “l’immigrazione clandestina con le frontiere spalancate”. E allora ecco spiegata la fiducia sul ddl sicurezza che “è un segnale, un deterrente, per non trasformare l’Italia nell’approdo di molte persone che sarebbero venute in Italia e in Europa senza avere le necessarie possibilità di accoglienza”.
Poi risponde anche al capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che aveva parlato in mattinata di rischi di xeonofobia dicendosi “da sempre contro la xenofobia. Da parte nostra - ha aggiunto Berlusconi – c’è sempre stato un atteggiamento di netto contrasto nei confronti di ogni espressione di xenofobia”. Ma Berlusconi smentisce anche di aver ricevuto critiche dalla Cei: “Non sono a conoscenza di queste critiche”, anzi dice di parlare spesso con i vertici della Conferenza Episcopale e ho sempre trovato un’accoglienza positiva da parte loro”.
E allora l’Italia avanti con la linea dei respingimenti: “Lo fanno anche gli altri paesi. I respingimenti” ha detto il Cavaliere “sono nell’ambito delle direttive europee, sono necessari per quella deterrenza senza la quale non si riesce a superare l’empasse che era stata costituita precedentemente dalla sinistra”. E quindi, come annunciato ieri dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni, la linea italiana sarà quella di far sì che i richiedenti asilo facciano richiesta in Libia e non una volta approdati sulle nostre coste. Tanto più, sottolinea il presidente del Consiglio, “che la Libia ha avuto la presidenza del Consiglio dei diritti umani dell’Onu. In Libia c’è l’Onu, quindi non vedo perché non si possano identificare i migranti nel Paese africano”.
Berlusconi poi, rispondendo indirettamente al segretario Pd, Dario Franceschini, che in Aula aveva accusato il governo di ‘inseguire i sondaggi’, ha rivelato che gli italiani sono con lui: “Il 76% degli italiani è d’accordo con l’azione del governo sull’immigrazione”. E per questo ribadisce di avere una concezione dell’immigrazione radicalmente diversa dalla sinistra: “Loro vogliono le porte spalancate all’immigrazione clandestina. Noi socchiuse solo per fare entrare chi vuole venire in Italia trovando la possibilità di un lavoro e
integrandosi nei nostri costumi, nelle nostre leggi e tradizioni”.
Prima di lasciare la Camera il Cavaliere trova il tempo per rispondere alle indiscrezioni di stampa (soprattutto inglese) che vogliono Carlo Ancelotti prossimo mister del Chelsea: “Della questione non me ne sono mai interessato”. Quindi ha smentito di aver mai detto che fosse colpa dell’allenatore rossonero se il Milan quest’anno ha perso lo scudetto: “Mi si attribuiscono dichiarazioni rese a destra e a sinistra ed io cado dalle nuvole”.

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