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Beppe Grillo durante una manifestazione | (Ansa)
Uno che predica bene e razzola male? Non c’è detto più azzeccato per descrivere il braccio di ferro di queste settimane tra i ”grillini” e Beppe Grillo. Di mezzo ci sono le primarie, che dopo aver creato più danni che vantaggi al Pd, ora si apprestano ad affossare l’iniziativa politica che fa capo al comico genovese, quella delle liste civiche 5 stelle beppegrillo.it, che i prossimi 28 e 29 marzo si presenteranno alle regionali. Continua
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Un gruppo su Facebook contro Massimo Tartaglia, l’aggressore di Berlusconi | (Ansa)
“La Rete deve rimanere libera e non ha bisogno di restrizioni, perché è lo specchio della società“. Lo dice con sicurezza Francesco Pira, sociologo della comunicazione e professore di Relazione pubbliche all’ateneo di Udine. Panorama.it lo ha contattato per capire il fenomeno dei gruppi pro Tartaglia e della campagna di odio verso il premier, comparsi sui social network, e le reazioni della classe politica, che ha proposto norme più stringenti sul web. Leggi l’intervista

Un vero e proprio boom, subito dopo l’aggressione al premier Berlusconi. Un’esplosione di commenti e citazioni su Twitter, su Friendfeed e sugli altri social network. Un’onda anomala di gruppi su Facebook (che come spesso accade, in occasione di fatti di grossa rilevanza, registra in tempo reale gli umori della Rete) sia contro che (purtroppo) a favore dell’aggressore.
È bastata l’assurdo gesto di un 42enne psicolabile (come ammette il padre), quel Massimo Tartaglia per anni in cura per problemi mentali che domenica - in chiusura del comizio che Berlusconi ha tenuto in Piazza Duomo - lo ha colpito in volto con una statuina souvenir, per scatenare sul web una ridda di reazioni. Continua
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Imponente operazione antimafia questa mattina contro i presunti fiancheggiatori del boss mafioso latitante dal 1993 Matteo Messina Denaro, ritenuto il nuovo capo di Cosa Nostra (qui il VIDEO da Medianews del 12 novembre 2007). Gli agenti del Servizio centrale operativo (Sco) e delle Squadre mobili di Trapani e Palermo hanno eseguito 13 arresti nei confronti di altrettanti indagati ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione, traffico di sostanze stupefacenti, trasferimento fraudolento di società e valori. I provvedimenti sono stati emessi dal gip di Palermo che ha accolto le richieste del procuratore aggiunto Teresa Principato e dei pm Roberto Scarpinato, Paolo Guido, Sara Micucci e Roberto Piscitello.
In manette anche Mario Messina Denaro, cugino del boss. Secondo gli inquirenti l’uomo, imprenditore caseario, avrebbe imposto il “pizzo” a imprenditori locali sostenendo di raccogliere i soldi delle estorsioni a nome del cugino. Avrebbe anche gestito un traffico di stupefacenti tra Roma e il territorio trapanese, sempre finalizzato a finanziare l’organizzazione criminale.
È stata, inoltre, sequestrata un’intera impresa olearia con beni immobili annessi, per un valore di circa 2 milioni di euro, fittiziamente intestata a terze persone, al fine di sottrarre il patrimonio mafioso ad eventuali aggressioni di carattere patrimoniale da parte degli inquirenti Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, gli arrestati hanno svolto, “primariamente, un fondamentale ruolo nel sostegno alla latitanza di Messina Denaro, assicurandogli, tra le altre cose, il mantenimento di riservati canali di comunicazione con i componenti di vertice di Cosa nostra palermitana”. L’azione di copertura si è anche sostanziata attraverso la fornitura di documenti d’identità falsi al ricercato, per consentirgli di eludere le indagini.
Nel corso dell’operazione ‘Golem’ gli inquirenti hanno contestualmente eseguito delle perquisizioni in quindici istituti penitenziari nei confronti di trentasette detenuti. I detenuti, secondo quanto accertato dagli inquirenti, avrebbero comunicato con gli indagati. Tra questi figurano ‘boss’ di primissimo piano nel panorama di Cosa Nostra, tra cui Mariano Agate, capo indiscusso del ‘mandamento’ mafioso di Mazara del Vallo, detenuto ininterrottamente da oltre 15 anni e condannato a più ergastoli per associazione mafiosa, omicidi e traffico di sostanze stupefacenti. Storicamente legato all’ala corleonese di Cosa Nostra, è da sempre considerato vicinissimo alla famiglia Messina Denaro. Ma anche Filippo Guttadauro, cognato del latitante Messina Denaro Matteo, per averne sposato la sorella. “Le perquisizioni hanno, finora, consentito” si apprende da ambienti giudiziari “di acquisire numerosa documentazione, già al vaglio degli inquirenti che stanno valutando la possibilità di disporre l’immediato trasferimento di alcuni dei soggetti perquisiti in Istituti Penitenziari diversi”.
Secondo quanto emerge dalle indagini, inoltre, nonostante sia uno dei boss latitanti più ricercati d’Italia dal 1993, il capomafia di Castelvetrano avrebbe fatto dei viaggi anche all’estero in Austria, Svizzera, Grecia, Spagna e Tunisia per mostrare “ancora una volta, la particolare ‘mobilità’ che lo caratterizza da sempre. Per questa ragione, in collaborazione con l’Interpol, sono stati svolti diversi approfondimenti investigativi in diversi Paesi europei ed extraeuropei, “dove risultano essere presenti diversi soggetti in rapporti con Messina Denaro”. In questo stesso contesto, tra le altre cose, le indagini hanno consentito di localizzare e catturare in Venezuela, nonché di estradare in Italia, alcuni esponenti di spicco di Cosa nostra, fortemente legati a Messina Denaro: come Vincenzo Spezia, killer ed elemento di vertice della “famiglia” mafiosa di Campobello di Mazara.
Infine, agli atti dell’operazione anche il ‘pizzino’ ritrovato tempo fa nel quale Denaro rassicurava i suoi amici detenuti: “… io non andrò mai via di mia volontà, ho un codice d’onore da rispettare. Lo devo a Papà e lo devo ai miei principi, lo devo a tanti amici che sono rinchiusi e che hanno ancora bisogno, lo devo a me stesso per tutto quello in cui ho creduto e per tutto quello che sono stato”. “Ad onore del vero” scrive ancora Messina Denaro “se avessi voluto già me ne sarei andato da tempo, ne avevo la possibilità, solo che non ho mai tenuto in considerazione quest’ipotesi perché non fa parte di me ciò; io starò nella mia terra fino a quando il destino lo vorrà e sarò sempre disponibile per i miei amici, è il mio modo tacito di dire a loro che non hanno sbagliato a credere in me. …”.
Chi è Matteo Messina Denaro: il ritratto nel VIDEO di Carlo Lucarelli:

Per fortuna, giugno non è il periodo di massima attività per le stufe. Ma il caso del pellet radioattivo sequestrato in 29 province in tutta Italia mette in allarme i tanti consumatori di questo particolare tipo di combustibile ricavato dalle biomasse. La contaminazione al Cesio 137 è stata scoperta sabato da un valdostano che ha notato come il materiale bruciava in modo molto anomalo. Dalle analisi dei vigili del fuoco è emersa la radioattività. Il combustibile, di marca Naturkraft, proviene dalla Lituania ed è stato importato in Italia da una ditta di Varese che lo ha poi distribuito, dall’ottobre 2008, su tutto il territorio nazionale.
Non sono ancora chiare le effettive pericolosità dei fumi, mentre è probabile che le stufe che risultino contaminate dovranno essere distrutte.
Lo spettro di Chernobyl
La notizia ha presto fatto il giro della penisola, allertando i consumatori. La Protezione civile consiglia di non utilizzare il combustibile della mara Natur Kraft e di contattare Vigili del fuoco e Questura per provvedere allo smaltimento. La pericolosità sembra comunque molto ridotta se il materiale non viene bruciato. Sui blog dedicati all’ecosostenibilità (il pellet è considerato molto più sostenibile rispetto alle tradizionali forme di riscaldamento) e nei forum dei consumatori la preoccupazione si fa sentire: “Se la contaminazione è ancora da mettersi in relazione con l’incidente di Cernobyl del 1986 (il peggiore mai avvenuto nella storia del nucleare ad uso civile) non è riportato da nessuna agenzia, anche se la provenienza del pellet e il tipo di radioattivo che lo ha contaminato, farebbero pensare che non si tratti di una strana coincidenza” scrive Faber su l’alternativa-isaia. Per questo (anche se Chernobyl è in Ucraina, ndr) Tuttisostenibili rilancia l’appello della Coldiretti che invita a “privilegiare le biomasse locali” per avere maggiori garanzie di tracciabilità.
I consigli dalla rete
Su “pellets blog” invece scrivono in molti per chiedere consigli su come comportarsi con le scorte di pellets: c’è chi chiede se una determinata marca possa considerarsi sicura, “Ho fatto montare la scorsa settimana una stufa a pellet e la dittà l’ha collaudata con un sacco di pellet della NATURKARFT. Adesso scopro che la procura di Aosta l’ha messo sotto sequestro, dove posso farlo analizzare? E per le ceneri?” chiede un utente.
A dare le risposte sono gli altri utenti: “Cercando informazioni su “pellets radioattivi” ho visto che c’è una ditta di Milano che fa verifiche sulla salubrità delle case e che verifica anche la radioattività dei pellets” scrive A.G. Carsana, mentre Ludo consiglia “Un laboratorio di analisi ambientali” che “può effettuare la spettrometria gamma dei materiali cui si sospetti una qualche contaminazione radioattiva“.
E c’è anche chi non è preoccupato per averlo bruciato: “Sono altamente agitata. Ho preso un solo sacco di quel pellet a castorama qui a genova verso dicembre gennaio..nn m ricordo..lo uso nn per le stufe ma come lettiera igienica per il mio animaletto…è capitato che ne ingerisse rosicchiandolo..sono davvero preoccupata..fatemi sapere qualcosa…” scrive Valentina.

I “ladri di identità” vivono, prosperano e lottano contro di noi.
Colpiscono nascondendosi negli angoli telematici più oscuri della Rete, clonando carte di credito e bancomat, promettendo false vincite e regali via sms, spacciandosi nelle e-mail come banche o istituti di credito (il cosiddetto phishing), perfino rovistando tra i rifiuti alla ricerca di dati sensibili contenuti in buste gettate vie, bollette o altri documenti utili: ad un italiano su 4 è già capitato di finire vittima della nuova frontiera delle frodi. Ma nonostante ciò non siamo un popolo di sprovveduti: solo il 15,5% è caduto nella trappola del phishing, le email provenienti da false finanziarie e banche che chiedono l’aggiornamento dei dati sensibili.
Dall’analisi dei numeri contenuti nella ricerca realizzata dall’Adiconsum, presentata oggi a Roma, emergono alcune certezze e diverse novità; ma, soprattutto, si conferma che nell’era di internet il fenomeno interessa tutto l’occidente e che c’è un gap normativo da colmare per porre un freno alla sua crescita costante.
Lo studio è stato svolto su un campione di 1.325 persone rappresentative di tutta la popolazione. “La necessità di una ricerca simile” sottolinea l’Adiconsum “nasce dal fatto che si tratta di un fenomeno in notevole crescita in Europa e negli Usa, e che i dati relativi al nostro paese sono estremamente frammentati. Elemento, questo, che non consente una fotografia sufficientemente nitida del fenomeno”.
Un’analisi reale visto che a disposizione ci sono soltanto stime del 2006, quando in Italia sono stati ipotizzati oltre 17mila tentativi di frode creditizia, il 55% in più rispetto al 2005, per circa 80 milioni (erano 46,5 nel 2005). Numeri tutto sommato ancora bassi se paragonati con quelli degli altri paesi: da un sondaggio effettuato negli Usa è emerso che un americano su 5 ha subito il furto dei dati bancari e uno su 7 quello dei propri documenti. Nel 2007, inoltre, sono stati 8,4 milioni gli americani truffati.
Ma chi sono le vittime preferite dei ladri d’identità? La ricerca individua nei lavoratori dipendenti, nei commercianti e nei liberi professionisti del centro Italia le categorie più a rischio. Anche se sono proprio queste persone, che usano il pc abitualmente per effettuare acquisti, ad essere quelle che pongono maggior attenzione a non cadere nella trappola.
Allargando l’indagine all’Europa, una ricerca in 5 paesi (Gran Bretagna, Irlanda, Germania, Belgio e Olanda) ha quantificato in 6,5 milioni i cittadini vittime delle frodi. Del 26% degli intervistati che hanno dichiarato di aver vissuto almeno una volta un furto d’identità, il 53% lo ha subito dopo il furto o lo smarrimento di documenti, estratti conto, carte di credito.
Un 25% dice invece di aver avuto la carta di credito clonata, il 18% di aver sottoscritto contratti online senza saperlo, il 28% di aver acquistato beni o servizi mai recapitati, mentre il 29% si è visto addebitare somme per acquisti non richiesti. Il 57% del campione ha ammesso di aver scoperto la truffa solo leggendo l’estratto conto, mentre il 20% dalle forze dell’ordine e il 29,5% dalla propria banca.
Proprio la mancanza di informazione dettagliate su come proteggersi è uno dei problemi più sentiti dal 55% degli intervistati, mentre uno su due dice addirittura di non aver mai sentito parlare del problema. E se è vero che il 33% non prende alcuna precauzione per ridurre i rischi su internet, una buona metà fa acquisti in rete (il 51%), custodisce documenti e pin in luoghi sicuri (69%), controlla che i siti dove acquista siano protetti da sistemi informatici (58%), utilizza firewall, antivirus e anti spaywere per proteggere il proprio computer (56%). Quanto alle cifre sottratte, il 47% ha dichiarato somme che non superano i 500 euro e soltanto il 10% degli intervistati ha detto di essersi visto sottrarre più di mille euro.
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Vabbé, Obama è scontato. Addirittura, c’è chi dice che (anche) grazie alla Rete e a Facebook abbia vinto le elezioni di novembre. E allora stando entro i (virtuali) confini italiani di Fb, non sono pochi i politici che si sono fatti un profilo sul sito di social network più cool e famoso del mondo. Forse anche perché blog, forum e isole virtuali su second Life non erano più sufficienti per esprimere le idee politiche. Walter Veltroni è iscritto ad un centinaio di gruppi e ha ben 5.000 amici, Antonio Di Pietro oltre 4.000 e Pier Ferdinando Casini circa 3.100. E come non citare il ministro dell’Agricoltura Luca Zaia (3.389 sostenitori), Massimo D’Alema che ne vanta 3.157, Renato Soru (l’ex) governatore della Sardegna (lui parte però avvantaggiato dal suo rapporto prediletto con il web, in quanto fondatore di Tiscali) che conta 5.962 sostenitori, Giancarlo Gentilini con 7.145 sostenitori, Gianfranco Fini (4.831 sostenitori), Giulio Tremonti 4.244 sostenitori, Fausto Bertinotti (2.490 sostenitori) e Romano Prodi (2.280 amici).
E adesso c’è anche lui, il ministro anti furbetti, Renato Brunetta. Forse stuzzicato dal nome di un gruppo italiano Tra Facebook e Msn anche oggi non ho combinato un c…, il responsabile della Funzione Pubblica ha pensato di approdare su Fb e dare una sbirciata. E chissà che sorpresa per i “fannulloni” che dedicare il proprio tempo d’ufficio a rintracciare i vecchi compagni di scuola o a fare giochini e test.
Insomma, dopo la Gelmini su YouTube, ecco ora un altro ministro del governo Berlusconi presentarsi ai naviganti con un video-messaggio. Breve, solo 44 secondi, veloce e diretto, come va di moda in Rete: “Amici di Facebook buongiorno. So che siete in tanti. Questa è la prima volta che mi rivolgo a voi. Grazie, intanto, di esserci. Io finora non ho fatto niente per colloquiare con voi. Da adesso, se vorrete, potremo parlare un po’ insieme. Vi racconterò le cose che faccio. E magari, se voi mi date qualche suggerimento, qualche reazione, lavorerò anche meglio. Tutto qua. Grazie ancora, vediamo se funziona”.
I commenti all’esordio. Ovviamente più che positivi: “Ottimo… Lei è l’idolo di mia moglie. Mia moglie è una che da sempre denunciava le “storture del pubblico… quando l’ha vista far fare una figuraccia alla Gruber era lì che faceva il tifo da stadio in casa :) Una domanda, se posso, che fine ha fatto la sua proposta per regolamentare le coppie omosessuali? Può rispondermi anche in privato nel mio profilo trova tutti i contatti”, recita uno dei 153 post inviati dai supi 13.000 e più supporter che lo piazzano ai primi posti nella classifica dei politici italiani con più fan.
Ora, su Facebook manca solo Silvio Berlusconi, tanto che gli utenti hanno lanciato una vera e propria campagna online per spronare il premier a creare un suo profilo. È nato infatti il gruppo “Silvio, fatti il profilo su Fb!1.000.000 a chiederlo”, con più di centosessanta persone che invocano lo sbarco del Cavaliere sul social network. L’obiettivo del gruppo è raggiungere quota un milione di iscritti. Forse, in questo modo, Berlusconi non potrà più ignorare la proposta. Il gruppo è ancora “giovane”. Ma l’appello è unanime: “Silvio apri anche tu un profilo”. Dopo l’aria di novità portata da Obama, che ha usato il web in un modo tutto nuovo, anche gli utenti italiani reclamano a gran voce un diverso rapporto tra cittadini e politici.
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Mille alla Statale di Milano. Picchetti in molti atenei e traffico bloccato. Lo slogan ripetuto è: “La vostra crisi non la pagheremo noi”. Minacciosa la dichiarazione degli studenti del Politecnico che per l’inaugurazione dell’anno accademico, il 3 novembre, alla presenza del ministro all’Istruzione, hanno annunciato “cose incontrollabili”. Quelli dei collettivi universitari di Bologna hanno bloccato la stazione, al grido: “noi la crisi non la paghiamo” e brandendo striscioni, fumogeni e petardi.Oltre 40 mila per la questura, almeno il doppio per gli organizzatori, manifestano in centro a Firenze. “L’università pubblica non si tocca, la difenderemo con la lotta”. Corteo anche a Napoli: in mille sfilano per le strade della città. In testa, uno striscione con la scritta: “Fuori Confindustria da scuole e università”. Lezioni in strada a Genova. Assemblea anche nelle università di Cagliari, all’Aquila, a Parma, Pavia e Perugia. A Palermo, dopo il corteo di ieri di 15.000 studenti, una nuova manifestazione si snoderà attraverso le strade della città a conclusione delle assemblee organizzate in tutte le 12 facoltà.
Insomma, va avanti così da giorni. E ora l’offensiva studentesca (ma non solo, visto che tanti docenti si sono schierati a fianco degli universitari) si sta allargando a macchia d’olio. E i rettori vedono nero.
La crisi dell’università italiana, dicono, è peggio di quella dell’Alitalia: senza la restituzione dei fondi alle università che hanno bilanci in regola sarà la catastrofe per tutto il sistema.
E allora per salvare il salvabile un drappello di rettori, riuniti nella redazione dell’Ansa, propone al ministro Gelmini un Patto in extremis, una sorta di “do ut des” per scongiurare il collasso imminente del sistema universitario. I Magnifici aderenti all’associazione Aquis (Associazione per la qualità delle università italiane statali) si dicono pronti a spendere meglio le risorse di cui dispongono, ad appoggiare la politica del ministro dell’Istruzione e a sedersi, da subito, intorno a un tavolo per siglare, ateneo per ateneo, patti di stabilità che facciano quadrare i conti senza penalizzare l’offerta didattica. La contropartita però, è chiara: al ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, i rettori chiedono di abbandonare la politica della mannaia perchè i tagli indiscriminati servono forse allo Stato per “fare cassa”, ma non aiutano gli atenei. Meglio, cioè, che il governo usi il “bisturi del chirurgo”.
I rettori dell’Aquis (alla guida di 13 atenei, “virtuosi” dal punto di vista dei conti finanziari: Giulio Ballio, del Politecnico di Milano; Davide Bassi, di Trento; Luigi Busetto in rappresentanza di Bologna; Franco Cuccurullo, di Chieti-Pescara; Alessandro Finazzi Agrò di Roma Due; Vincenzo Milanesi, di Padova) hanno già inviato il documento (qui il .pdf integrale) alla Conferenza dei rettori auspicando che venga condiviso. Certo è che non si può più perdere tempo.
Una mano tesa al governo, dunque, anche se i creditori sono fuori la porta: il primo timore per molti rettori è quello di non riuscire addirittura a pagare gli stipendi a fine mese e, a più lungo periodo, c’è il rischio di non poter più assumere giovani ricercatori e di dover aumentare le tasse universitarie, dal 2010, per pagare l’Ici. “E se proprio tagli si devono fare” hanno osservato provocatoriamente i rettori “meglio spegnere i condizionatori d’estate e i riscaldamenti d’inverno piuttosto che tagliare opportunità per i ragazzi”.
La richiesta al governo e ai ministri di Economia e Istruzione è di “iniziare immediatamente una trattativa per arrivare nei tempi più brevi possibile alla condivisione dei principi e dei criteri necessari alla stipula di accordi di programma”. Il fine è rientrare gia’ dalla finanziaria 2009 dai tagli ”drastici e generalizzati” fatti dalla manovra estiva.
Si chiede anche di liberare quote di finanziamento “che dovrebbero essere reimmesse nel sistema e ridistribuite, con gradualità ma in tempi certi e concordati, secondo parametri di qualità accertata delle performances degli Atenei nella loro gestione, innanzitutto, nella ricerca e nella didattica”.
Ma dicono la loro anche sulle occupazioni, i rettori. E le bocciano: “Crediamo che la miglior risposta in un momento difficile come questo sia che ciascuno nelle istituzioni svolga il suo compito. I blocchi della didattica e le occupazioni non servono” e rischiano un effetto boomerang proprio sugli studenti. Attaccare il ministro Gelmini paga poco: piuttosto va sostenuta all’interno del Governo - dicono i rettori secondo i quali ci sono buone possibilità che il nuovo Patto per l’università (ci avevano già provato nel precedente Governo i ministri Mussi e Padoa Schioppa, senza però ottenere buoni risultati) possa essere accolto e dare una boccata d’ossigeno all’agonizzante università italiana.