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La fotogallery del concerto “Amiche per l’Abruzzo”

Il 21 giugno si è tenuto allo stadio Meazza di Milano il concerto ‘AMICHE PER L’ABRUZZO’.

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Gianni Nannini -
Gianni Nannini - “Amiche per l’Abruzzo”  Credits: ANSA/DANIEL DAL ZENNARO


“Amiche per l’Abruzzo” Credits: ANSA/DANIEL DAL ZENNARO

Laura Pausini -
Laura Pausini - “Amiche per l’Abruzzo” Credits: ANSA/DANIEL DAL ZENNARO

L’Aquila comincia a rialzarsi, dopo il terremoto: 27 lauree sotto la tenda

prime lauree sotto la tenda

Meno 25 centimetri. Di così tanto la terra in Abruzzo, più precisamente nell’Aquilano, è andata giù, si è abbassata. A causa del terremoto dello scorso 6 aprile. La rilevazione è dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, fatta sulla base delle immagini dei satelliti italiani COSMO-SkyMed. Questo abbassamento, afferma l’Ingv, “è avvenuto durante il terremoto (deformazione co-sismica) ed è la risposta della superficie alla dislocazione sul piano di faglia in profondità”.
Suolo più basso, quindi, ma l’umore degli sfollati, piano piano, sta risalendo. E L’Aquila prova a ricominciare il suo cammino dall’università, laurenado i primi dottori del dopo sisma. Tesi, emozionati, eleganti, ma anche tristi: 27 giovani, di cui una decina di ragazze, si sono laureati in fisioterapia concludendo così il loro percorso di studio. Si tratta delle prime lauree che vengono conferite dopo la tragedia del sisma.
La cerimonia si è svolta nei pressi dello stabile che ospita la facoltà di Medicina, all’interno di una tenda della Protezione civile, al polo didattico di Coppito. Il copione, malgrado la scenografia inusuale, ha rispettato la tradizione: un compito scritto seguito dalla descrizione delle tesi; poi la riunione della commissione e, infine, il voto seguito da applausi e baci accademici. A conferire il titolo di dottore in fisioterapia il presidente del corso di laurea, Antonio Carolei.
Il primo a laurearsi è stato Tonino Baliva, un giovane di Celano, di 27 anni, il quale ha discusso una tesi su un paziente affetto da ictus. Un boato seguito da un lungo applauso ha accolto il suo 110 e lode. “La prima cosa che ho fatto è stato tirare un grande sospiro”, ha detto il giovane.
Momento toccante della cerimonia il conferimento della laurea alla memoria a Lorenzo Cini, giovane di 23 anni di Sant’Omero (Teramo), morto nel crollo di una abitazione all’Aquila il 6 aprile scorso. Lo ha deciso il Senato accademico dell’università dopo una seduta straordinaria. “Era un ragazzo squisito, sportivo, aperto, amato da tutti” ha detto Franco Cini, padre di Lorenzo. “Avrebbe compiuto gli anni il prossimo primo giugno; quello di oggi per lui sarebbe stato un giorno particolare perché avrebbe coronato i suoi sogni. Ce lo hanno spezzato”, ha concluso visibilmente, commosso, il padre.
A ricordare Lorenzo molti dei suoi compagni di studio, come Marco, di Avezzano (L’Aquila): “Non c’è l’atmosfera di festa” ha detto “ma la laurea deve essere un segno di ripresa”. E poi c’è Ferdinando, dell’Aquila, speranzoso che la cerimonia di oggi rappresenti un segno di continuità rispetto a quello che e’ accaduto: “Proviamo, o almeno cerchiamo di avere il sorriso sulle labbra” ha affermato, “ma non possiamo non ricordare chi non c’è più tra noi”.
All’evento non è mancato il rettore dell’università dell’Aquila, Ferdinando Di Orio. “Se le istituzioni daranno ascolto alle nostre richieste e agevoleranno i nostri percorsi formativi, spero che questa università possa riprendere quanto prima il suo passo” ha detto. “Noi, come università, non siamo affatto morti, e cercheremo di rimarginare le ferite per quanto possibile” ha aggiunto il rettore.

Il VIDEO servizio:

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Siena: l’università laureata in sprechi

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Scorre tranquilla la vita alla Certosa di Pontignano, il centro congressi dell’Università di Siena.
Il prossimo convegno è previsto tra qualche giorno, quando un gruppo di luminari discetterà di miologia, lo studio dei muscoli. Intanto i 41 dipendenti dell’ateneo in servizio nell’ex monastero ingannano il tempo come possono: dalla cucina si sente un continuo vocio, un signore con cappello da chef fissa lo schermo del computer, un giardiniere toglie qualche foglia secca da una giara di cotto. All’entrata, in un angolo del chiostro, una signora in ciabatte ammette: “Quando non ci sono convegni qui in effetti c’è pochino da fare”. E quand’è il prossimo? “Non mi ricordo, esattamente. Chieda in segreteria”.
A farla breve: l’Università di Siena, che ha il più mastodontico deficit mai accumulato da un ateneo italiano, paga 41 persone per ospitare alcuni conferenzieri qualche volta al mese. Ci sono sei portinai, altrettanti giardinieri, 11 camerieri, sette tra cuochi e lavapiatti. Sono tanti? No, sono un’enormità: il maggiore albergo della città ha cinque persone che servono ai tavoli, sei che lavorano in cucina, un centinaio di ospiti al giorno e i conti in attivo. E la Certosa?
Da banchetti, pernottamenti e congressi ricava circa 400 mila euro l’anno. Ma ne spende almeno il triplo solo per pagare gli stipendi. Fra uscite, disavanzi, mutui e sperperi a Siena si sono persi.

L’ammontare del rosso è ancora incerto, però gli ultimi calcoli parlano di quasi 250 milioni di euro: 98 vanno restituiti all’Inpdap, 20 all’Agenzia delle entrate, 90 alle banche, 40 non si sa bene a chi. Debiti accumulati in anni di gestione che definire poco oculata è eufemistico. Basta vedere Pontignano: sebbene il personale sia numeroso, nel 2005 veniva approvato un “protocollo per il trattamento accessorio” dei dipendenti. Visti i “rischi e disagi” cui potevano incorrere, erano stanziati 50 mila euro all’anno di incentivi da dividere tra i 41 eroici. Nello stesso accordo si parla di un “progetto triennale per l’incentivazione e il miglioramento dei servizi”. Una consulenza interna di 60 mila euro, grazie alla quale alcuni eletti hanno studiato la maniera più opportuna per evitare che i colleghi rigirino i pollici per giorni. A Siena sprechi ed elefantiasi hanno colpito ovunque. Il rettore, Silvano Focardi, ha ben otto segretarie personali. A confronto le tre su cui può contare il direttore amministrativo, Loriano Bigi, un laureato in filosofia teoretica a cui sono affidati i conti dell’ateneo, sembrano poca cosa. E i bibliotecari? Sono 135, sparsi nelle varie facoltà: se ne contano 24 a scienze politiche, 21 a lettere e filosofia e 20 a economia, solo per fare qualche esempio. Ed è prevista l’assunzione di altri 20 precari. Per non parlare della duplicazione di uffici simili. Per esempio quelli che si occupano di comunicazione: sette dipendenti all’online, quattro all’ufficio stampa, otto alle relazioni esterne, tutti con compiti che loro stessi faticano a distinguere. O quello per l’accoglienza dei disabili: serve a informare i portatori di handicap che ci sono dei volontari al loro servizio.

Attività nobile, ma che non rischia certo di usurare i cinque lavoratori preposti al compito. Conclusione: a Siena il numero degli amministrativi supera ormai quello dei professori, sono 1.350 contro i 1.060 docenti di ruolo. E continua ad aumentare: un bando appena pubblicato prevede la stabilizzazione di altri 40 precari. Questa situazione non ha impedito al precedente rettore, Piero Tosi, di assegnare una sfilza di consulenze interne, chiamate progetti. “Mansioni retribuite fino a 20 mila euro l’anno” dice Giovanni Grasso, professore di anatomia umana e curatore del Senso della misura, un sito che denuncia la malagestione della sua università. “Soldi elargiti per svolgere compiti banali, che rientrerebbero tra le normali attività. A maggior ragione in un ateneo in cui ci sono tanti uffici poco produttivi”. Tra il 2005 e il 2007 sono state assegnate 25 consulenze interne, di cui hanno beneficiato parecchi dipendenti. Scorrendo la lista se ne trovano di stravaganti: progetti per fare circolare meglio le informazioni, per la sicurezza nei cantieri archeologici, per coordinare i laboratori didattici di Follonica, per “armonizzare” i servizi bibliotecari. E mentre ci si scervellava a escogitare le soluzioni più efficaci, il deficit cresceva. “Qui lo sperpero è diventato filosofia” accusa Grasso, che già 2 anni fa scriveva sul suo blog della voragine contabile. “A Siena c’è stato un uso disinvolto delle istituzioni che ormai ci ha portato alla conclamata bancarotta.

E docenti, organi d’informazione e politica locale hanno sempre mostrato la più completa indifferenza. Intanto gli organici si sono gonfiati a dismisura e nessuno ha badato a spese”. Come per la nuova sede di scienze politiche e giurisprudenza. Una struttura imponente: arredi ricercati, legno a profusione, corridoi enormi e un bar grande come un campo da pallacanestro. All’ingresso del palazzone c’è una lapide in latino, di memoria papale, dedicata all’ex rettore: a “Petrus Tosi Saen univ. Rector”, capace di far edificare lo “splendidissimum ” nuovo edificio. Un gigantismo che stride ancora di più se rapportato al continuo calo degli studenti: negli ultimi 5 anni sono passati da 19.172 a 16.552. Periodo in cui però l’università non ha smesso di moltiplicare le sue sedi, aprendone tre: Follonica (22 mila abitanti), Colle Val d’Elsa (21 mila persone) e San Giovanni Valdarno (17 mila anime). Quanto si spende per i nuovi poli distaccati è un enigma impenetrabile. Gli unici dati riguardano la sede di Arezzo, la più vecchia e popolata. Costa 15 milioni di euro l’anno ma porta introiti modesti: 3,5 milioni arrivano dalle tasse studentesche e 800 mila euro da una società consortile di cui fa parte anche l’ateneo. La differenza è un passivo di 10,7 milioni. Che si fa allora, domandano i senesi, visto che buona parte dell’economia cittadina ruota attorno all’università? Il rettore Focardi, appena rieletto capitano della contrada Chiocciola, assicura che si sta predisponendo un piano di rientro adeguato: “Abbiamo un patrimonio immobiliare che vale 1,5 miliardi di euro. Lo utilizzeremo per ridurre il debito”. Non è però ancora chiaro se i palazzi saranno venduti o dati in leasing. Ma anche se queste operazioni andassero a buon fine, resterebbe il problema della gestione ordinaria: le uscite superano sistematicamente le entrate. I consulenti sono ancora al lavoro per individuare soluzioni e stabilire l’esatto deficit.
Martedì 28 sera Angelo Dringoli, che a Siena insegna economia e gestione delle imprese, stufo di aspettare si è dimesso dal consiglio d’amministrazione. In una lettera al rettore scrive: “L’assenza di un bilancio consuntivo di competenza per i primi 10 mesi non permette una gestione corretta e consapevole, ed espone il cda al rischio di gravi errori e irregolarità gestionali. Fino a oggi nessun piano organico di interventi è stato presentato, nonostante le ripetute richieste”. I conti restano quindi un mistero. L’unica cosa certa è che da qualche parte bisognerà pure cominciare a sfoltire. E qui le voci si contano “ad abundantiam”.

A partire dagli affitti di alcuni immobili del centro. Per dirne una: l’università paga 176 mila euro l’anno per il primo piano di Palazzo Chigi Zondadari, un bell’edificio con vista su piazza del Campo, che permette a 50 invitati dell’ateneo di ammirare il Palio da favorevolissima posizione. Altri 30 mila euro costa l’appartamento in cui trova ospitalità un centro di studi antropologici. Solo 15 mila invece ne bastano per un alloggio in cui vive e prospera il centro culturale Siena-Toronto. Storia a parte è quella dei magazzini presi in affitto a Monteroni d’Arbia, a 17 chilometri da Siena. Nel 2004, in preda al consueto titanismo, l’università aveva deciso di aprire un locale all’interno del rettorato. Un baretto in cui si consumano in fretta panini e si scambiano gli appunti? L’idea era più
ambiziosa: un posto in cui le menti dell’ateneo si sarebbero ritrovate a sorseggiare bevande come da Starbucks, con musica e arredamento adatti. Anche il nome scelto sembrava adeguato: “Il caffè dell’artista”. Per un progetto del genere serviva spazio. E lo spazio fu fatto: un archivio venne trasferito da alcune stanze del rettorato ai magazzini di Monteroni, che andarono via all’amichevole prezzo di 35 mila euro. Ma Il caffè dell’artista finì nel dimenticatoio con la caduta di Tosi, sospeso a febbraio 2006 dopo un’ordinanza del gip di Siena, Francesco Bagnai, che gli contestava falso ideologico e abuso d’ufficio in un’inchiesta su presunti favoritismi.
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Le stanze liberate durante il suo mandato ora sono vuote. E quell’archivio resta nella campagna senese: all’occorrenza, quando serve un faldone, bisogna mandare una macchina.
Le idee innovative del resto qui non sono mai mancate. Il modello è sempre stato quello dei campus americani. È nata perfino una linea di abbigliamento e oggettistica. Nel negozio al piano terra del rettorato si vendono magliette, zaini, agendine, cappelli alla pescatora, teiere e tazze per il latte.
Tutto abbellito dal centenario marchio dell’ateneo. Attività della quale non sono mai stati comunicati ricavi e perdite. Quanto costa invece avere la prima radio universitaria d’Italia si sa: tra il noleggio delle apparecchiature e quello delle frequenze, vengono sborsati 90 mila euro l’anno, ora scesi a 60 mila. Direte: è pur sempre uno strumento didattico, dispendioso ma valido. Non è proprio così: la radio non è usata nemmeno dagli allievi di giornalismo per fare pratica. Serve a metter musica e a dare informazioni agli studenti. Cose utili, magari, forse non a un ateneo in bancarotta. Siena però non si è fatta mai mancare niente. Nemmeno un’etichetta musicale, la Emu. Sul sito si legge: “Segue tutte le fasi della realizzazione discografica, dalle edizioni alla produzione del cd, fino alla messa in commercio”. Punta di diamante dell’Emu sono i Dedalo. Il loro primo singolo è uscito nel 2003. Si intitola Indefinibile: proprio come il buco dell’università che ha prodotto il brano.

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Università in crisi. Tra bilanci in rosso e proteste studentesche

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Fuori dall’università Statale di Milano, un centinaio gli studenti contestano. Chiedono al rettore, Enrico Decleva di firmare contro “la scure della coppia Tremonti-Gelmini”, pena lo stop alle lezioni. Stesse scene a Firenze: oltre all’occupazione c’è una mobilitazione permanente alla facoltà di Ingegneria e il blocco della didattica si estende anche alla facoltà di Scienze Mfn.
A Torino, l’università compatta minaccia di far saltare la cerimonia di apertura dell’anno accademico. E ancora: a Napoli Federico II si prospetta l’ipotesi di bloccare l’anno accademico e i ricercatori stanno prendendo in esame di richiedere il completo blocco della didattica a loro affidata. Consiglio straordinario a Pisa, promosso dalla facoltà di Scienze Mfn. A Roma La Sapienza docenti della facoltà di Scienze Mfn e della facoltà di Psicologia stanno raccogliendo le firme per ritirare la disponibilità a ricoprire i corsi; quindi anche a Roma1 si prospetta un blocco della didattica a cui si aggiunge una massiccia mobilitazione studentesca.
Si allarga a macchia d’olio la protesta negli atenei italiani per i “tagli” previsti dalla Finanziaria e per i provvedimenti messi in cantiere dal ministro Mariastella Gelmini.
Ma a preoccupare non è tanto il paragone con il ‘68. Il rosso che preoccupa, piuttosto, è quello in cui versano i bilanci degli atenei italiani. La causa? L’autonomia, dice Alessandro Mazzucco, rettore dell’università di Verona e membro della giunta della Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui): “Le università statali italiane hanno investito troppo nel personale e oggi non riescono più a gestirlo. Ora devono affrontare un’emergenza e non sono più in grado di far fronte a ricerca e formazione”. Due atenei sono già in rosso e altri sei in grave difficoltà: è l’inizio di una crisi che per il 2010 potrebbe portare all’emergenza tutte e 66 le università statali italiane, se le cose non cambieranno rapidamente.
L’università di Siena spende per il personale il 104% del suo finanziamento statale e la Federico II di Napoli il 101%: “Entrambe hanno superato il 100% della spesa reale sul finanziamento statale”, osserva Mazzucco. Parlando a margine del congresso dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom), in corso a Verona, Mazzucco rileva che “quella di Siena e la Federico II di Napoli sono le prime università a trovarsi in questa situazione. Se le cose continueranno a seguire questa direzione senza interventi, come riduzione dei corsi i laurea, riduzione delle sedi decentrate e blocco del turnover, nel 2010 tutte e 66 le università statali italiane saranno in emergenza”.
Gli altri sei atenei in grave difficoltà sono quelli di Bari, Cassino, Firenze, l’università Orientale di Napoli e inoltre Pisa e Trieste: spendono oltre il 90% del finanziamento statale per il personale, dove il 90% delle risorse è calcolato in modo “virtuale”, introducendo alcuni correttivi. Di questo passo Mazzucco non ha dubbi: “si ridurrà progressivamente la possibilità di fare ricerca nelle università italiane a causa delle difficoltà create dai tagli del finanziamento ordinario”. I primi segnali arrivano già dall’università di Bologna, un vero fiore all’occhiello del mondo universitario italiano, che si trova però a spendere per il personale l’84% dei finanziamenti che riceve dallo Stato. “Una crisi” rileva Mazzucco “recentemente denunciata dal Times, che ha osservato un calo nella qualità della sua ricerca che l’ha portata a retrocedere nella graduatoria internazionale delle eccellenze”.
Tuttavia, secondo Mazzucco, “il livello della ricerca in Italia è eccellente” e “bisogna cogliere le opportunità per migliorare la situazione”. La Crui, aggiunge, “sta cercando di concertare con il governo alcune misure, ad esempio nuovi meccanismi di reclutamento del personale docente e modifiche dello status giuridico del personale universitario allo scopo di razionalizzare le risorse disponibili, data l’impossibilità di aumentare i finanziamenti”. Mazzucco condivide anche l’analisi del ministro per l’Istruzione, università e ricerca, Mariastella Gelimini, secondo la quale il numero di corsi di laurea attivati in passato è eccessivo e che è opportuno incentivare il ricorso a contratti esterni o supplenze. Mazzucco non esclude nemmeno l’ipotesi di trasformare le università in fondazioni: “potrebbe funzionare ed è interessante perché permetterebbe di aprire delle partnership, ma andrebbe formulata secondo un progetto più preciso”.

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