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Il G8 degli altri. Black bloc: quel che resta del movimento

Noglobal in azionel

Dal G8 di Genova a quello dell’Aquila sono trascorsi 8 anni (il 20 luglio è l’anniversario di quello in Liguria), ma per no global e forze dell’ordine sembrano trascorsi decenni.
I primi, colpiti da indagini e arresti, numericamente non sono più quella marea nera che incendiò Genova (nonostante gli episodi di guerriglia di questi giorni e in attesa della manifestazione nazionale anti G8 dell’Aquila del 10 luglio); le seconde hanno imparato a rispondere in modo chirurgico dopo gli errori e le violenze del passato (vedere il riquadro a pagina 26). Panorama ha ricostruito la nuova mappa degli antagonisti.
Cattivi maestri
A Genova la guerriglia era guidata dagli anarcoinsurrezionalisti del Nord Europa, i black bloc originali. A Roma, Vicenza e Torino, per citare alcuni degli ultimi scontri, gli stranieri erano meno e male organizzati (sono stati fermati, tra gli altri, spagnoli, svedesi, francesi, argentini e polacchi). Dalle piazze sono sparite eterodiretti da vecchi arnesi dell’Autonomia.
Il confronto fra i Black bloc a Genova nel 2001 e i manifestanti di Torino. pure le tifoserie, anch’esse protagoniste negli scontri del 2001 e da due anni sempre meno impegnate politicamente. Adesso il testimone della protesta violenta è passato agli studenti universitari dell’Onda, eterodiretti da vecchie conoscenze dell’Autonomia e della disobbedienza veneta. Nella capitale Panorama, il 7 luglio, ha ascoltato l’arringa nell’Università La Sapienza di Paolo, capelli brizzolati, 45 anni, leader dei Blocchi precari metropolitani (i Bpm, presenti anche a Vicenza negli scontri): annunciava violazioni di zone rosse, in un clima già surriscaldato (davanti al rettorato ragazzi di due diversi centri sociali sono venuti alle mani). Gli studenti romani sono stati blanditi, dopo il fermo di 36 di loro e 10 arresti, anche dai rappresentanti dei Sindacati di base, decisamente agée per la platea.
A Vicenza e Torino a guidare gli studenti sono stati invece personaggi come Max Gallob, 36 anni, uno dei leader dei Disobbedienti del Nord-Est, arrestato lunedì 6 per gli incidenti del maggio torinese. Gli attivisti più radicali (anarchici e marxisti) sono 150 a Milano, altrettanti a Torino, un centinaio a Roma e nel Nord-Est, da Vicenza a Trieste, 50 a Genova.
Guerra telegenica
Nel capoluogo ligure il numero dei violenti che parteciparono agli scontri era di gran lunga superiore a quello dei giovani che scendono in piazza oggi. Un rapporto di 1 a 10 (circa 3 mila a Genova, non più di 300 a Torino). Allora i black bloc fecero impazzire le forze dell’ordine con attacchi mordi e fuggi e le tute bianche di Luca Casarini provarono a sfondare la zona rossa con caschi, scudi di plexiglas e protezioni. Oggi bianchi e neri (forse per esigenze numeriche) non sono distinguibili nei cortei, anche perché i veri black bloc stanno disertando le piazze. I Disobbedienti (o No logo), invece, non abdicano e insieme con gli studenti dell’Onda hanno sviluppato con tocco scenografico il loro wargame, come hanno dimostrato a Torino e Vicenza: gli scudi hanno immagini di Barack Obama, gli striscioni sono stati rinforzati e dotati di feritoie all’altezza degli occhi. Cercano il confronto con le divise (oltre alle telecamere) e studiano fino a dove possono spingersi. Le armi sono fumogeni ed estintori, ma le forze di polizia hanno sequestrato anche centinaia di biglie di metallo (per le fionde), mazzette, pietre e bottiglie. Le tute bianche sono state sostituite da giacche a vento nere in serie (deve esserci un merchandising anche per quelle).
Negli zaini maschere antigas, limoni, acqua e un farmaco per lenire il fastidio causato dai lacrimogeni. Rispetto al passato sono sempre più numerose le ragazze impegnate in prima linea. Per esempio Cecilia, la ventitreenne arrestata per gli scontri di Torino e fotografata mentre assalta senza timore la polizia.
Rivoluzionario di professione

I giovani antagonisti al posto della generica lotta alla globalizzazione oggi preferiscono concentrarsi su battaglie più concrete: la scuola, la repressione e le carceri, l’antifascismo, gli immigrati e il pacchetto sicurezza. Fioriscono le campagne sociali sul territorio (contro l’alta velocità o la base militare di Vicenza). A Milano sta fermentando la protesta contro l’Expo e la “cementificazione “. Le azioni diffuse (magari contemporaneamente in più città) hanno sostituito le manifestazioni oceaniche. L’ideologia prevalente di chi scende in piazza è quella legata all’autonomia di classe e alla “disobbedienza” e al rispetto delle sole regole condivise. Idee che animano il movimento studentesco dell’Onda e i Cua (Collettivi universitari autonomi).
I luoghi di ritrovo sono facoltà e centri sociali come l’Askatasuna nel capoluogo piemontese, il Crash di Bologna, il Pedro di Padova, il Vittoria di Milano, l’Insurgencia di Napoli, l’Esc, l’Horus e l’Acrobax di Roma, i centri della riviera adriatica. Questo arcipelago ha trasformato la disobbedienza e la lotta in un marchio, come dimostra lo Sherwood festival, kermesse padovana dove suonano gruppi di richiamo come i Subsonica o gli Afterhours (che si sono esibiti a Sanremo) e gli stand da festa dell’Unità sono stati sostituiti dalle insegne “lounge bar” con luci soffuse. Sugli scaffali si trova in vendita persino “il caffè del rebelde”, che trasforma in affare i legami con il Chiapas messicano. Intorno ai centri sociali del Nord-Est sono cresciute realtà cooperative come Città invisibile o Caracol. Presidente di quest’ultimo è uno dei fondatori del Pedro.
Molti dei centri sociali in auge nel 2001 si sono trasformati in “concertifici”, dall’Officina 99 di Napoli al Leoncavallo di Milano. Però non tutte le realtà sono sedotte dal business. Alcune prediligono la militanza dura, come il Gramigna di Padova, la Fucina o la Panetteria Okkupata di Milano. Diversi estremisti del Partito comunista politico militare (la sigla eversiva attiva sull’asse Torino-Milano-Padova) condannati a giugno per terrorismo cercavano di fare proselitismo in questi centri. A Roma la situazione è più compartimentata: l’eversione è meno movimentista e preferisce operare nell’ombra, in stile vecchie br. Come ha confermato l’arresto di giugno del presunto terrorista Luigi Fallico insieme con altri quattro. Insomma, disarticolato il Pcpm, per gli esperti non c’è un rischio serio di saldatura tra piazza e lotta armata.
Anarcoinsurrezionalisti
I grandi assenti nelle ultime proteste di piazza sono stati gli anarcoinsurrezionalisti.
Dal 2001 i loro rapporti con la galassia marxista-leninista sono peggiorati e a Bologna i due gruppi si sono scambiati persino raid squadristici. Inoltre le tute nere doc sono state colpite da arresti e denunce in tutta Italia, anche se la struttura informale e fluida dell’organizzazione ha scongiurato le retate (riuscita solo nel caso delle Cellule di offensiva rivoluzionaria pisane). Per questo si sono quasi inabissati e la loro area resta la più imperscrutabile. Ora gli investigatori per il G8 temono nuove campagne (legate soprattutto ai temi della sicurezza, dalle ronde ai centri di permanenza) e l’invio di pacchi bomba come a Genova. Ultimi veri attentati riconducibili agli anarcoinsurrezionalisti sono i tre ordigni esplosi a Torino nel marzo 2007. Da tempo sono sotto osservazione alcuni centri di documentazione, in particolare nelle loro capitali, Bologna (Fuoriluogo) e Torino (Porfido).
In Lombardia la situazione è in movimento, visto che sta crescendo una nuova rete intorno a Radio Cane e alla rivista Nonostante Milano. Se Roma è una realtà meno organizzata, attrae anarchici di altre città, da Viterbo a Lecce, a Teramo. A Genova l’Inmensa (intorno a cui si raccolse la protesta più dura del G8) ha chiuso ed è stato soppiantata da un paio di centri di documentazione: il Gagarin (ex Borgo rosso: uno degli animatori è stato arrestato recentemente con l’accusa di terrorismo), d’impronta marxista-leninista, e il Doppio fondo, di matrice anarchica. Neppure i genovesi sembravano intenzionati a trasferirsi in massa all’Aquila per il 10 luglio. Preferiscono agire in città, perché dal 2001 sono passati 8 anni ma sembra un secolo.

A Torino prove di guerriglia: dove vuole arrivare il nuovo movimento

Scontri a Torino tra polizia e studenti per il G8 dell'Università

Il leader della rivolta è uno studente con un volto duro e affilato che sembra uscito dai fumetti di Andrea Pazienza. La serata è fresca, i “compagni” elettrizzati: il giorno successivo è previsto a Torino il corteo contro il cosiddetto G8 dell’università. Ma gli intendimenti sono più alti: “Il sistema è malsano, lottiamo contro la Tav, per la Palestina, a favore dei migranti”. E soprattutto “contro i fascisti”. Ne incontrate tanti? “La nostra università è piena”. Lampo di rabbia. “Non siamo violenti” spiega il giovane, già condannato per aggressione alle forze dell’ordine, “ma, se la polizia ci provoca, di certo reagiamo”. Come sarebbe finita sembrava già scritto. L’epilogo di guerriglia urbana era già palpabile dopo i primi passi del corteo.
Alla manifestazione dell’Onda anomala il colore che si nota di più è un mesto nero. Pochi passi e dal gruppone si sfilano gruppetti di ragazzi con il volto coperto: imbrattano, una dopo l’altra, le colonne color crema dei portici con simboli e scritte anarchiche. Qualche centinaio di metri dopo qualcuno comincia a riempirsi le tasche di cubetti di porfido.
I contenuti sembrano fiacchi. Negli slogan i riferimenti all’università sembrano accessori. Ben più partecipati sono gli insulti a poliziotti e governanti. L’Onda pacifica e propositiva, quella che in autunno aveva scosso gli atenei, a Torino non emerge. Nascosta dietro le nostalgie ideologiche e i metodi della parte “dura e pura” del movimento.
A sassaiola finita gli organizzatori torinesi che si ritrovano davanti all’università sembrano paghi. Quasi in tempo reale il loro blog ufficiale riferisce trionfante il successo di una manifestazione con 24 agenti feriti e due studenti arrestati: “L’Onda perfetta”. Una marcia “determinata e convinta, che ha raggiunto la sede del summit, senza dimenticarsi di colpire i simboli della crisi (banche e agenzie del lavoro), per tentare di sfondare il muro di un esercito frapposto tra i propri bisogni e le autorità di un’università che di sostenibile non ha assolutamente nulla”.
Dietro questa perfezione c’era il Cua, il collettivo universitario autonomo che anima l’Onda anomala torinese. Sono stati loro le menti dei tre giorni di dissenso. Una cinquantina di studenti, centinaia di simpatizzanti, benvoluti da estrema sinistra e parte del mondo accademico, un apparentamento con il centro sociale Askatasuna. Il Cua non partecipa alle elezioni studentesche “perché sostiene una pratica politica dal basso e autorganizzata” al motto di “autonomia, sapere e conflitto”.
Comincia a farsi conoscere nel maggio 2007. Si scatena durante un volantinaggio del Fuan, cercando di impedirlo; fumogeni, bacheche rovesciate e lanci di uova. Davanti alla polizia gli autonomi reagiscono. Tre di loro vengono arrestati per violenza, resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. Chiede la loro scarcerazione una decina di docenti torinesi, tra cui Gianni Vattimo, candidato alle europee con l’Italia dei valori. Lo scorso febbraio i giovani vengono condannati a 11 e 12 mesi.
Oltre ai “fascisti”, un altro nemico oggetto di plateali dimostrazioni è Israele. Il collettivo, un anno fa, tentò di boicottare la Fiera del libro di Torino, che l’aveva invitato come paese ospite. Nel 2005 aveva contestato una docente ebrea, rea di aver chiamato per una lezione di economia il diplomatico israeliano Elazar Cohen.
Nel marzo 2009 si fanno notare per altri scontri con la polizia. Nell’atrio dell’ateneo alcuni militanti di Azione universitaria cercano di allestire un banchetto di firme per le elezioni studentesche. Gli autonomi si oppongono. Intervengono gli agenti. Qualcuno lancia una bomba carta (”macché: era un petardone” minimizzano): tre agenti della Digos restano feriti. Un militante di Askatasuna viene arrestato.
Più goliardici sono stati una decina di giorni fa, quando hanno “sequestrato” il rettore, Ezio Pelizzetti, dopo aver bloccato il suo ufficio. Al magnifico viene imputata la decisione di chiudere l’università per il timore di disordini, “adducendo fantasmagorici allarmi sicurezza e motivi di ordine pubblico” recita un comunicato firmato dall’Onda anomala di Torino. Qualche ora dopo agli studenti è stato concesso l’uso della palazzina Aldo Moro, accanto alla sede centrale dell’università.
“Purtroppo c’è una solidarietà accademica nei loro confronti pericolosa e poco costruttiva: in pratica possono fare quello che vogliono” lamenta Augusta Montaruli, 25 anni, laureanda in giurisprudenza, reponsabile di Azione universitaria a Torino. È chiamata “fascista”, è la più detestata dagli autonomi. Sospira: “Hanno bisogno di avere un nemico. Li esalta lo scontro, il conflitto. Si sentono eroi”.
Vattimo, camicia azzurra e cravatta rossa, appare per un fugace saluto poco prima della partenza del corteo. “A me sembrano solo bravi ragazzi che reagiscono alle provocazioni. Ora quest’altra intollerabile trovata del G8 dei rettori. La tensione sociale cresce pericolosamente. Io piuttosto sono stupito dalla mansuetudine di questi studenti”. Poco distante un dirigente della polizia compendia: “Fra di loro ci sono i dialoganti e i facinorosi. Ma vanno di certo tenuti d’occhio”.
Alla fine del corteo, soddisfatta e dialogante sembra Dana Lauriola, del Cua, 27 anni, che fa un po’ da portavoce dell’Onda anomala torinese, capelli rossi e piercing al labbro. Lamenta il taglio di fondi e l’ingresso dei privati nell’università, la crisi globale, la precarietà e la violenza delle istituzioni: “Abbiamo lanciato il segnale che il movimento non è morto. Oggi migliaia di persone lo hanno dimostrato. Torneremo a farci sentire. Sarà un autunno di lotta in tutti gli atenei italiani”.
Appagato dagli esiti di questo controsummit è pure Simone Rubino, anch’egli del Cua, studente di scienze a Torino: “Abbiamo fatto tutto quello che ci eravamo prefissi, i blocchi stradali, i cortei, la contestazione ai rettori per impedire loro di entrare nella Mole Antonelliana. E anche con le forze dell’ordine abbiamo manifestato il nostro dissenso”. Cioè? “La polizia doveva capire che non abbiamo paura di loro. Del resto il concetto di violenza in senso stretto è superato: la vera violenza è del capitalismo, che ha prodotto devastazione e illibertà”. Sintetizza dunque il manifesto: “Siamo un movimento studentesco, non studentista. Abbiamo interessi vasti”.
Rubino fa parte di Askatasuna. Il centro sociale occupa una bella palazzina di tre piani color mattone a qualche centinaio di metri dall’università. Molto attivi, raccolgono un certo consenso tra studenti e gente del quartiere. Organizzano affollati concerti, qualche cena popolare e corsi di pugilato nella palestra Antifa boxe, nata per contrastare i picchiatori fascisti.
Qualche logo Antifa boxe si vede anche durante il corteo. Un ragazzo, che indossa una felpa della palestra, ha un fazzoletto bianco davanti alla bocca. Con occhi torvi dice che parlare di università non gli interessa affatto.

(ha collaborato Francesca Bacinotti)

LEGGI ANCHE: G8 Università, la battaglia online: l’esultanza dell’Onda, la preoccupazione della Polizia. Le IMMAGINI degli scontri

Gli studenti infiammano Torino al G8 degli Atenei. Scontri Onda-polizia

guerriglia

Scoppi, fumogeni, il rumore degli elicotteri che sorvolano l’area del castello del Valentino: a Torino scene di guerriglia urbana, per il vertice internazionale dei rettori delle Università organizzato dalla conferenza dei rettori, ribattezzato G8 universitario. Bilancio drammatico: 19 feriti, 2 Carabinieri e 17 agenti di Polizia. Tra i manifestanti si contano invece tre feriti, due intossicati e uno studente con un trauma facciale. Due manifestanti di nazionalità italiana sono stati fermati e portati in Questura, dove in questo momento si sta valutando la loro posizione. A quanto riferiscono gli studenti che hanno partecipato al corteo, i due fermati sarebbero giovani provenienti da Milano. I feriti si stanno facendo medicare negli ospedali cittadini. Molti di loro hanno riportato contusioni e irritazioni a causa dei gas lacrimogeni.
“Noi il G8 lo blocchiamo” sullo stesso ritmo di “Noi la crisi non la paghiamo”. Il corteo di studenti e antagonisti si è mosso scandendo questi slogan. E altri, contro il ministro Gelmini. In un’atmosfera carica di tensione anche per gli scontri di ieri. E alla fine quello che si temeva è accaduto: dopo che le prime linee del corteo degli studenti sono entrate in contatto con le forze dell’ordine, sono divampati gli scontri. Incappucciati e con i caschi in testa, a volto coperto, molti con i bastoni in mano e con davanti lo striscione della manifestazione sorretto da pannelli di plastica i manifestanti hanno tentato di sfondare i blocchi delle forze dell’ordine per raggiungere il Castello del Valentino dove era in corso il vertice dei rettori.
Una sassaiola ha raggiunto le forze dell’ordine che hanno risposto con una carica e lanci di fumogeni. Numerosi i cassonetti rovesciati, anche nelle vie laterali. I manifestanti si sono quindi dispersi e polizia e carabinieri sono tornati a formare un cordone per impedire l’avvicinamento al Castello. I dimostranti sono poi tornati davanti a Palazzo Nuovo dove il corteo si è sciolto.
Preceduto da una grande onda di cartapesta con sopra un surf e dallo striscione “Un’altra volta, un’altra Onda voi il fallimento del presente noi l’anomalia del futuro” il corteo era partito pacificamente in tarda mattinata. I giovani hanno distribuito tra i manifestanti un bigliettino con un numero di telefono da chiamare nel caso necessitassero di “supporto legale”. Lungo il corteo erano presenti persone che indossano una pettorina arancione con la stessa scritta e il relativo numero di telefono
Un gruppo di manifestanti ha incatenato il cancello di una banca in Corso Vittorio Emanuele con un lucchetto sbandierando lo striscione “L’Onda non pagherà questa crisi”. In precedenza c’erano stati lanci di uova e petardi e accensione di fumogeni contro un’altra banca. I manifestanti hanno anche protestato davanti alla sede di un’agenzia di lavoro interinale, sempre con fumogeni e con scritte sulle vetrine mentre dall’interno venivano abbassate le serrande.
E mentre fuori sulla città piovevano uova, pietre e lacrimogeni, al Castello del Valentino si chiudeva il G8 dell’Università - oltre 40 rappresentanti delle Università di tutto il mondo - con una dichiarazione che verrà portata alla presidenza del Consiglio in occasione del G8 dell’Aquila di luglio. I rettori che hanno partecipato al G8 confermano la disponibilità al confronto con gli studenti. Nella conferenza stampa finale del vertice svoltasi proprio mentre fuori stavano verificandosi gli scontri, a prendere la parola è stato per primo il rettore del politecnico di Torino, Francesco Profumo, che già ieri aveva avanzato una disponibilità all’incontro. “Credo ci sia un malessere generale tra gli studenti nel quale mi riconosco” ha spiegato “per questo siamo disponibili ad avviare un confronto consapevoli che le questioni che loro pongono sono anche le nostre”.
“Il nostro spirito non era quello di barricarci” ha aggiunto il rappresentante della commissione italiana Unesco Giovanni Puglisi “proprio perché c’è un interesse comune di discussione, tuttavia è necessario il rispetto delle regole e della legalità mentre quanto è accaduto fuori è qualcosa che sta al di fuori delle regole della normale dialettica. Discussione non significa scontro e se questo si radicalizza allora si finisce per mettere i temi di confronto in secondo piano”.

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Il VIDEO di SkyTg24 da Youtube

Torino irrequieta: al G8 dell’Università scontri tra polizia e studenti

a Torino studenti in corteo contro il G8

Torino calda. Torino nell’occhio del ciclone. Torino di nuovo sede di scontri e contestazioni, pesanti e violente. A 48 ore dai tafferugli alla manifestazione Fiom sulla Fiat, in cui è stato coinvolto anche il leader dei metalmeccanici Gianni Rinaldini, centinaia di studenti assediano il Castello del Valentino, sede della facoltà di Architettura, dove è in corso il vertice sull’istruzione superiore alla presenza di 40 rettori. I giovani hanno tirato uova e lacrimogeni contro gli agenti, rovesciato cassonetti della spazzatura e bloccato il traffico; la polizia ha risposto con cariche di alleggerimento.
Sono dunque tornati a farsi sentire ragazzi dell’Onda. La protesta si accende di prima mattina davanti al Facoltà di Architettura. In centinaia bloccano la circolazione in corso Massimo D’Azeglio stendendo dei fili tra i semafori, improvvisano sit-in agli incroci. In tutto il centro il traffico diventa caotico. Gli studenti hanno esposto uno striscione con la scritta “A Torino c’è Profumo di marcio”, che fa riferimento al rettore del Poliltecnico, Francesco Profumo, tra gli organizzatori del G8 sull’università.
Gli studenti hanno poi rimosso il blocco davanti alla stazione ferroviaria di Porta Nuova. Urlano slogan contro il G8: “Chiudono l’università, noi ce la riprendiamo”, oppure, il solito: “Noi la crisi non la paghiamo”. Alcuni giovani si coprono il volto con i capucci, tra loro diversi studenti stranieri: soprattutto francesi, inglesi e greci.
La situazione è tesa, le forze dell’ordine hanno fatto alcune “cariche di alleggerimento” per allontanare i manifestanti da corso Marconi. Sono volate manganellate, mentre i giovani hanno tirato uova contro polizia e carabinieri. Gli studenti, ricacciati indietro all’interno del quartiere San Salvario, hanno rovesciato i cassonetti dell’immondizia, bloccando così la circolazione anche nella vicina via Madama Cristina. Per paura molti negozianti hanno chiuso le saracinesche dei negozi. Quattro ragazzi sono stati fermati dalle forze dell’ordine per essere identificati. Gli studenti dell’Onda hanno dato vita ad un corteo spontaneo di protesta in via Madama Cristina. I manifestanti chiedono anche che vengano rilasciati i quattro giovani che sono stati fermati dalle forze dell’ordine per essere identificati dopo le cariche. Secondo indiscrezioni non confermate, tra loro ci sarebbero tre persone di origine straniera.

Intanto, nelle sale del Castello del Valentino, prosegue il summit dei rettori. Sono 40 e provengono da 19 paesi del mondo. Si sono riuniti a Torino per confrontarsi sui temi dell’economia, dell’etica, dell’ecologia e dell’energia. A presiedere i lavori di ciascuna sessione saranno Mario Monti per l’economia, Pei Gang per l’etica, James Barber per l’energia e Kwabena Akyeampong per l’ecologia. I lavori si concluderanno con la dichiarazione finale che sarà sottoscritta domani e consegnata alla presidenza del Consiglio dei ministri in vista del G8 dei capi di Stato che si riunirà a luglio all’Aquila.
Già alla vigilia del meeting la ribalta se la sono presa gli studenti - qualche centinaio, accompagnati da giovani dei centri sociali - prima con un tam tam in rete per richiamare studenti nel capoluogo piemontese. E poi con un pittoresco corteo che ha attraversato il centro, la “Marcia della degna rabbia”, come l’hanno chiamata i ragazzi del “Cantiere Altro Sviluppo”, organizzatori del programma contro il G8. Le forze di polizia hanno comunque da tempo pianificato un servizio d’ordine accurato e con personale in abbondanza. A poche centinaia di metri dalla Mole Antonelliana, c’è Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche, chiuso dal rettore Ezio Pelizzetti, al quale è stata assegnata temporaneamente una scorta. Una decisione, quella di chiudere Palazzo Nuovo, contestata dagli studenti che venerdì scorso avevano bloccato, per ritorsione, alcune uscite del rettorato. Il quartiere generale del “controG8″ si è spostato qualche decina di metri più in là, al palazzetto Aldo Moro, dove studenti e giovani dei centri sociali hanno dato vita a concerti, incontri e dibattiti.

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Università e tagli. Da Gelmini la mappa degli sprechi

Mariastella Gelmini

A stemperare i toni; a specificare che non si sta assistendo a un altro scontro tra Quirinale e Palazzo Chigi; a dire che sì, insomma: “Le preoccupazioni del Presidente sono anche le preoccupazioni del Governo”, ci pensa, poche ore dopo le affermazioni di Napolitano, il ministro dell’Istruzione e dell’Univesrità, Mariastella Gelmini. Che specifica: lo scopo della riforma, l’intento del governo è prorpio premiare le università migliori e tagliare gli sprechi. Per il ministro la crisi economica internazionale “deve trasformarsi in una grande opportunita’ per rivedere il sistema di Istruzione in Italia, un sistema in cui il problema principale non e’ quanto si spende ma come vengono spese le risorse pubbliche”.
È necessario utilizzare al meglio le risorse per università e ricerca in Italia; non è solo un problema di risorse destinate all’università ma come queste vengono impiegate, ha ribadit il ministro Gelmini. E Viale Trastevere, a supporto di questa affermazione, ha ricordato in una nota alcuni dati.
In percentuale in Italia si laureano meno studenti che in Cile, questo anche se nel nostro Paese ci sono 95 università. Oltre alle sedi centrali esistono più di 320 sedi distaccate. Sono attivi 37 corsi di laurea con 1 solo studente e 327 facoltà con 15 iscritti. Nel 2001 i corsi di laurea erano 2444, oggi sono più che raddoppiati arrivando a 5500. Negli altri Paesi Europei, la media dei corsi dei laurea è la metà. Le materie insegnante nelle università italiane sono circa 170.000, contro una media europea di 90.000. Nessun ateneo italiano è entrato nella graduatoria delle migliori 150 università del mondo stilata dal Times.
La prima nostra università che compare è Bologna al 192esimo posto. Negli ultimi 7 anni sono stati banditi concorsi per 13.232 posti da associato ma i promossi sono stati 26.000. Si sono moltiplicate cattedre e posti per professori senza tener conto delle reali esigenze degli studenti, aumentando la spesa in maniera incontrollata. Molte università italiane hanno i conti in rosso.
L’Università di Siena, ad esempio, spende per il personale il 104% del suo finanziamento e la Federico II di Napoli il 101% con decine di milioni di euro di passivo.

A specificare l’intervento del ministro Gelmini, intreviene anche il collega Renato Brunetta, ministro della Pubblica Amministrazione e l’Innovazione: “Non ci sono stati tagli indiscriminati”, ha commentato. “Lo dico” ha aggiunto il ministro “senza alcuna polemica”. “Abbiamo tagliato 36 miliardi di euro per il triennio 2009-2011 di spesa corrente” ha proseguito Brunetta, a margine della firma di un protocollo di intesa con l’università Roma 3 “con la manovra finanziaria di luglio abbiamo salvato l’Italia”. Rispetto alla ricerca, “il governo ha un’enorme attenzione”, ha concluso Brunetta, “lo dico io che sono un professore universitario e lo dimostrano i protocolli di intesa” già firmati per la digitalizzazione degli atenei romani

Università, dal Senato sì al dl Gelmini. Dagli studenti ancora proteste

gli studenti invadono La Sapienza

Oggi a Roma e in diverse città italiane studenti di nuovo in piazza anche per denunciare i fatti di Rivoli e lo stato di degrado degli edifici scolastici in Italia. L’episodio di protesta più clamoroso a Roma dove il rettore dell’Università La Sapienza (ateneo che solo 24 fa ha visto trionfare i ragazzi di “Azione universitaria” su quelli della sinistra, nelle elezioni per il Senato accademico e il CdA) Luigi Frati è stato costretto ad abbandonare la cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico (GUARDA la Gallery) dopo che gli studenti dell’Onda hanno interrotto la celebrazione.
Intanto, il Senato ha dato il primo via libera al decreto Gelmini sull’università che ora dovrà affrontare l’esame della Camera. Il provvedimento contiene norme considerate urgenti sul diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario, salutato dal ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini come “il primo passo verso la rivoluzione di un sistema paralizzato”.
Il voto finale, per alzata di mano, ha registrato il sì di Lega Nord e Pdl, il voto contrario di Idv e Pd mentre l’Udc, per protesta, non ha partecipato. Il testo introduce norme per la trasparenza dei bilanci degli Atenei, una stretta sui cosiddetti baroni che vedranno stipendi e carriera legati alla produttività, nuove regole per assunzioni, concorsi e misure per il rientro dei cervelli.
Ecco in dettaglio le principali misure del decreto:
Assunzioni. Blocco delle assunzioni nelle università che, al 31 dicembre di ciascun anno, sono in deficit. Gli atenei indebitati sono esclusi per il 2008-2009 dai fondi straordinari per il reclutamento dei ricercatori. Gli atenei virtuosi, invece, avranno lo sblocco parziale del turn over (che passa dal 20% al 50%) a patto che il 60% dei soldi sia speso per reclutare i giovani.
Concorsi. Cambiano le regole per la composizione delle commissioni. Per la selezione dei docenti sono previsti un ordinario nominato dalla facoltà che bandisce il posto e quattro professori ordinari sorteggiati su una lista di dodici persone da cui sono esclusi i docenti dell’università che assume. Per i ricercatori la commissione è così composta: un ordinario e un associato scelti dalla facoltà che bandisce il posto e due ordinari sorteggiati in una lista che contiene il triplo dei candidati necessari, esclusi sempre i docenti dell’ateneo che assume. Un emendamento prevede una commissione nazionale designata dal Cun (Consiglio universitario nazionale) per supervisionare le operazioni di sorteggio che saranno pubbliche.
Riaperti termini concorsi. Le nuove commissioni valgono anche per i concorsi già banditi ma sono stati riaperti i termini per partecipare ai concorsi in atto. C’è tempo fino al 31 gennaio 2009 per la presentazione delle domande.
Norme antibaroni e antifannulloni. Un emendamento approvato prevede la costituzione di una “Anagrafe nazionale dei professori ordinari, associati e dei ricercatori” aggiornata annualmente che contiene per ciascun nome l’elenco delle pubblicazioni scientifiche. Per ottenere gli scatti biennali di stipendio i docenti dovranno provare di aver fatto ricerca e ottenuto pubblicazioni. Se per due anni non ce n’è traccia lo scatto di stipendio è dimezzato e i docenti non possono far parte delle commissioni che assumono nuovo personale. Professori e ricercatori che non pubblicano per tre anni restano esclusi anche dai bandi Prin (programmi di ricerca di rilevante interesse nazionale). Per il ministro “salta il meccanismo degli automatismi di anzianità slegato dalla produzione scientifica”.
Trasparenza. Gli atenei dovranno anche garantire trasparenza nei bilanci e far sapere agli studenti come vengono spesi i finanziamenti pubblici. I rettori in sede di approvazione del bilancio consuntivo dovranno anche pubblicare i risultati delle attività oltre che i finanziamenti ottenuti da soggetti pubblici e privati. Altrimenti si rischiano penalità nell’assegnazione dei fondi.
Università virtuose. Almeno il 7% del Fondo di finanziamento ordinario sarà distribuito, già dal 2009 alle università virtuose per migliorare la qualità della ricerca e dell’offerta formativa. Il ministro Gelmini ha spiegato in Aula che i fondi sono legati al merito e che intende “portare in futuro la quota fino al 30%”.
Diritto allo studio. Nel decreto ci sono 65 milioni di euro per nuovi alloggi e 135 milioni per le borse di studio destinate ai meritevoli.
Rientro dei cervelli. Le università potranno coprire i posti da ordinario e associato o da ricercatore chiamando studiosi “stabilmente impegnati all’estero”, anche quelli già impegnati nel Programma ministeriale di rientro dei cervelli. Si potranno anche chiamare “studiosi di chiara fama”.

Università: Gelmini taglia gli stipendi ai professori fannulloni

lezione organizzata sotto i portici di piazza Mercanti a Milano

Più qualità, cominciando con premiare l’impegno e i risultati ma, al tempo stesso, dando un segnale forte disincentivando chi preferisce starsene con le mani in mano. Ecco, in estrema sintesi, il nucleo centrale del decreto legge sull’università messo a punto dal ministro Mariastella Gelmini. La commissione Istruzione ha dato il via libera al dl, ora il provvedimento approda nell’aula di Palazzo Madama.
Le modifiche più importanti sono state apportate dal relatore, Giuseppe Valditara: si tratta di una vera e propria stretta sui “baroni” che prevede, tra l’altro, l’obbligo di ricerca (certificata in un’anagrafe ad hoc) per gli avanzamenti di carriera e l’accesso ai finanziamenti. D’ora in poi, se il decreto diventerà legge, sarà possibile per le università procedere alla copertura di posti di professore ordinario e associato o di ricercatore tramite la “chiamata diretta” di studiosi impegnati all’estero: una sorta di argine alla fuga dei cervelli italiani.
Il primo emendamento stabilisce che ogni anno il rettore deve presentare una relazione sull’attività, sulla ricerca, sulla formazione e sull’innovazione prodotta dal suo ateneo, in assenza di questa relazione è previsto un taglio sui trasferimenti statali. Il secondo emendamento stabilisce la craezione di un’anagrafe nazionale dei docenti e dei ricercatori, che deve essere aggiornata annualmente con le ricerche e le pubblicazioni realizzate da ogni membro dell’università. Il terzo e ultimo emendamento prevede che a partire dal 2011, gli scatti biennali di stipendio previsti per tutti i docenti, siano subordinati alle pubblicazioni scientifiche effettuate. Chi non ne ha realizzate, vedrà l’aumento dimezzato e non potrà far parte delle commissioni per i concorsi.
Lo dice convinta il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini: “Il decreto (qui il testo integrale, ndr) approvato dal governo e gli emendamenti approvati dalla Commissione cultura del Senato sono una vera e propria svolta nel sistema accademico”. Il ministro sottolinea come da vent’anni si stesse parlando di come legare il merito alla carriera dei professori e di come vincolare i finanziamenti all’università in base a parametri che ne valutassero la qualità. “Per la prima volta le carriere dei docenti non saranno legate a scatti automatici ma, come previsto dagli emendamenti approvati in commissione, al merito ed alla ricerca effettivamente svolta”. “In base agli emendamenti approvati dalla Commissione, se i docenti non procederanno nell’attività di ricerca saranno esclusi dagli scatti biennali, dalle ripartizioni dei fondi Prin per la ricerca, dalle commissioni per il reclutamento delle strutture accademiche”.
“Il decreto” prosegue la Gelmini “impongono poi tolleranza zero verso le università con i conti in rosso e prevedono l’obbligo per i rettori, in sede di approvazione del bilancio, di pubblicare i risultati dell’attività di ricerca, della formazione e del trasferimento tecnologico dell’università. I fondi” conclude il ministro “saranno destinati agli atenei in base ai meriti ed alla qualità della ricerca e della didattica”.
La reazione dei rettori? Non scontata. Vincenzo Milanesi, rettore dell’università di Padova, si dice “D’accordo sull’introduzione di criteri rigorosi di valutazione e sulla meritocrazia” commenta. “Aggiungerei addirittura un elemento in più: non basta aver fatto delle pubblicazioni, occorre averne fatte di qualità”. D’accordo solo in parte il rettore dell’Università Tor Vergata, Renato Lauro: “Condivido la valutazione come criterio per la ripartizione dei fondi, ma sarei molto più cauto sui singoli docenti e ricercatori, i cui comportamenti professionali non dipendono solo dalla loro iniziativa”.

Università, bilanci e l’insostenibile peso del mattone

Università Bocconi

Conventi mal gestiti, inquilini abusivi e discussi finanzieri. Consigli d’ateneo fra compravendite spericolate, cause e fallimenti. La regola aurea che ognuno faccia solo il proprio mestiere viene spesso disattesa nei templi del sapere. E quei rettori che s’avventurano sui mercati immobiliari spesso rischiano d’affondare.
Per averne un’idea basta spulciare il bilancio dell’Universita Bocconi di Milano, solitamente considerata la migliore universita d’economia italiana.

L’incubo dell’ateneo assume il profilo di Filippo Alberto Rapisarda, controverso finanziere siciliano con base operativa a Milano, gia latitante 7 anni a Parigi e protagonista negli anni Ottanta e Novanta di processi per bancarotta e diatribe giudiziarie infinite con Marcello Dell’Utri e la Cassa di risparmio di Asti. Dopo una vertenza durata quasi 10 anni, la Bocconi eredita da Rapisarda immobili intestati a un gruppo di societa fallite, a saldo di un credito erogato negli anni Novanta per oltre 43 miliardi di lire. In sintesi: prima Rapisarda incassa con la sua Findar (poi fallita) la somma dalla Spaf, controllata dall’ateneo tramite la Finanziaria 2000 srl, dopodiche cede delle proprieta per saldare il debito. Tra queste un imponente palazzo appena dietro piazza San Babila. Per l’ateneo, piu che un affare, sono sabbie mobili.
Fra occupazioni abusive e quelle che il capufficio stampa della Bocconi, Barbara Orlando, definisce “altre forme di ostruzionismo”, l’universita rivende subito e a basso prezzo. Con una minusvalenza pesante: 6 milioni di euro. Ma come mai una societa della Bocconi eroga questo denaro a un finanziere inquisito? Le risposte sono contraddittorie. “Si e trattato di un’unica e sfortunata compravendita immobiliare” dice la Bocconi. Dagli atti del fallimento Findar si legge che “i finanziamenti sono derivati da societa facenti capo al professor Guatri (all’epoca, ndr) rettore dell’Universita Bocconi”. Firenze vende invece e senza fortuna gli argenti di famiglia per far fronte al disavanzo. Il complesso piu pregiato e Villa La Quiete, antico convento delle suore Montalve, dove visse l’ultima delle Medici.
La cessione non soddisfa le esigenze di bilancio. Dei 42 milioni pattuiti con l’acquirente Regione Toscana l’universita ne ha incassati finora appena 3. Situazione fotocopia per Villa Favard Lungarno, venduta alla Fondazione della Cassa di risparmio. Mancano all’incasso 13,9 milioni sui 20 della vendita. Cosi a Firenze per far fronte alle previsioni di passivo (per il 2009 si potrebbe arrivare a 107 milioni) si studiano alienazioni.
Ne sono previste per 85,4 milioni, compresi complessi agricoli al Mugello. Bulimia del mattone invece a Genova: l’ateneo si trova con 40 milioni di debiti dopo un decennio caratterizzato dall’acquisto di palazzi che, seppur appena ristrutturati, perdono gia i pezzi. Gli studenti attendono novita dalla procura sull’acquisto nel 2001 del palazzo ex Eridania: l’ateneo sborso 35 miliardi per un edificio pagato 7 mesi prima da un’immobiliare la meta.

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