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Le donne lavorano più degli uomini: “E dov’è la notizia?”

Una donna al pc

Una donna al pc

“Interessante, ma… scontata. Dove sta la notizia? Ma a che è servita questa indagine? Per ricordare alle donne quello che sapevano già oppure per far capire agli uomini che si lamentano più di quanto non lavorino?“. Continua

Da Catania la sfida ai baroni universitari con zero titoli

Aula universitaria

Cari colleghi, volete soldi per le vostre ricerche? Allora pubblicate. Depurato dal burocratese, l’invito (qui la circolare in .pdf) è risuonato così tra le stanze dei 1.626 docenti dell’ateneo: un monito di significato rivoluzionario.

Perché continuare a dare i soldi in base ai feudi accademici?
Una classifica di merito per assegnare i finanziamenti dove s’è mai vista? E i meschini che non scrivono una riga da un decennio come faranno? E i poverini che verranno esposti al pubblico ludibrio? Il rettore dell’Università di Catania, Antonino Recca, 59 anni, capelli rossi e modi spicci, a tutte queste complicanze forse non pensava. L’aveva fatta facile lui: perché continuare a dare i soldi in base ai feudi accademici? Meglio una graduatoria, dunque: gli euro finiranno solo a chi li merita. Cioè a chi la ricerca la fa davvero. Prima ha praticamente obbligato tutti i docenti a inserire le loro pubblicazioni nel catalogo d’ateneo. Poi ha fatto mettere in fila i dati. E così, per la prima volta, parvenze di meritocrazia sono entrate in una delle più durevoli e impenitenti caste italiane. Purtroppo c’è stata una spiacevole conseguenza. Cosa hanno prodotto i professori negli ultimi cinque anni? Conta e riconta, è venuto fuori l’inevitabile: “L’acqua calda” sintetizza il rettore. Una sfilza di debolezze accademiche, punteggi modesti e un lungo elenco
di poco produttivi baroni.

Sono 255 i “non operativi”
I casi più eclatanti sono quelli che hanno un punteggio inferiore a 10. Tecnicamente li hanno definiti «non operativi». Vuol dire, in pratica, non aver pubblicato nulla, i pesi piuma della ricerca scientifica. Sono 255, di questi 187 vantano un poco decoroso 0.
Va bene, forse ci sarà pure qualche sbadato che da anni dimentica  sistematicamente di inserire nella banca dati le proprie fatiche. Ma la sostanza cambia poco. I punteggi più bassi sono soprattutto nella facoltà di medicina: su 402 docenti 110, secondo il catalogo dell’ateneo, non hanno vergato una riga degna di essere ripresa da riviste scientifiche di importanza internazionale. Tra questi ci sono uno stuolo di ricercatori (e mai termine fu meno appropriato) e tanti grossi nomi della medicina etnea. Come Pietro Petriglieri, decano di anatomia umana. Oppure Eugenio Aguglia, titolare della cattedra di psichiatria. O Santa Salvo, ordinario di igiene generale, che riconosce: “Sa, io lavoro tutti i giorni. Partecipo a congressi, anche di alto livello, ma poi alle riviste non mando niente. Non ho mai avuto questa smania. Del resto, non ci sarebbe neppure niente di alto livello”.
Isidoro Di Carlo, 48 anni, ricercatore dal 1998, un barone non è mai diventato.
Però in graduatoria ha 304 punti. Se si esclude un operoso collega, tutti gli ordinari e gli associati della sua branca hanno meno titoli e pubblicazioni. Peggio: la stragrande maggioranza ha un peso scientifico non superiore a 50 punti. “Si parla sempre e solo di nepotismo accademico ” dice Di Carlo. “Ma mi sembra più grave che in Italia non esista alcun controllo. Ci sono professori che da vent’anni non scrivono niente. Liberi di non fare nulla e premiati economicamente, dato che lo stipendio aumenta con l’anzianità”.

Graduatoria epocale
Di Carlo quest’anno per i suoi studi ha avuto più di 5 mila euro, il doppio dell’anno scorso. “Questa graduatoria è un fatto epocale, soprattutto per un ateneo abituato a gestire in sordina ogni questione di meritocrazia ” dice Di Carlo. Ricercatore da una vita è pure Giovanni Li Destri, 52 anni, 256 punti. Quattro anni fa presentò un ricorso al tar contro una collega, vincitrice di un concorso a cui aveva partecipato anche lui. L’istanza sintetizza: Li Destri era ricercatore da 12 anni, insegnava da 13 all’università e aveva 12 pubblicazioni su riviste internazionali. La collega, scrive l’avvocato Lucia Marino, non era ricercatrice, faceva lezione da un anno e contava su un’unica pubblicazione di rilievo. A chi e andata la cattedra di associato? A lei. E che punteggio ha nella graduatoria stilata quattro anni dopo? Sessantasei, un quarto del suo ex contendente.

Paragone tra prof.  e presidi
I paragoni tra colleghi del resto sono inevitabili. “Ci sono persone che su quei dati ci hanno fatto pure gli istogrammi” ride Luigi Fortuna, preside da quattro anni di ingegneria, invidiatissimo con i suoi 1.078 punti. Verso i colleghi pero si mostra clemente: “Penso che una valutazione dignitosa non possa essere inferiore a 100. La ricerca e la nostra missione”. Vocazione che pero non sembrano avere i suoi colleghi a capo di altre facolta: oberati dagli impegni organizzativi, arrancano vistosamente.
Il preside di economia, Carmelo Butta, e fermo a 38. Quello di lingue, Nunzio Famoso, ha un 18. A scienze della formazione Febronia Elia racimola 17,50. La scarsita di pubblicazioni non impedisce dunque le scalate accademiche. Anche alle ultime elezioni per il rettorato, lo scorso aprile, alcuni candidati presentavano numeri non entusiasmanti. Zaira Dato, straordinario di composizione architettonica e urbana: 8 punti. O il neurochirurgo Vincenzo Albanese: 42. Alla fine, pero, e stato riconfermato Recca.
Che, all’inizio del secondo mandato, si e dato da fare per distribuire con maggior giudizio 5 milioni di fondi per la ricerca: “Prima non esisteva alcuno strumento di valutazione” spiega il rettore. “Ora, oltre alla qualita del progetto, pesano anche le pubblicazioni. La graduatoria e un fatto innovativo, su cui continueremo a lavorare. Abbiamo dato un segnale. Ma di certo non volevamo fare l’elenco dei piu bravi”.

Negli atenei manca ogni tipo di verifica
Il calcolo dei pesi scientifici ha avuto pero anche questo effetto collaterale. A scienze politiche sono 33 su 113 ad avere un punteggio inferiore a 10: quasi un terzo di tutti i professori. A giurisprudenza sono un quarto. A quota 0, per esempio, ci sono due ordinari di fama come Lucio Ricca e Salvatore Sambataro.
Ma anche uscendo dal limbo dei non classificati il quadro non migliora molto. Su 88 docenti solo otto hanno un punteggio superiore a 100. Scenario molto simile a quello di economia, dove solo 28 su 84 superano quota 50. Qui pero bisogna essere chiari: non e che altrove le cose vadano meglio. Negli atenei manca ogni tipo di verifica. E, di conseguenza, abbondano i fautori del minimo indispensabile. Del resto, perche dannarsi l’anima se poi lo stipendio arriva lo stesso? Considerazione a cui molte altre categorie non sono estranee. Ma che nel caso dell’universita italiana, ancora preda di feudali baronati, diventa ulteriore sintomo di un sistema malridotto.

Come lo è la storia del trentaduenne Mattia Frasca, facolta di ingegneria. Lui in graduatoria non e nemmeno entrato. Digitando il suo nome nella banca dati vengono fuori pero 172 pubblicazioni. Fatti due calcoli, equivalgono a 537 punti. Sarebbe il settimo tra i professori dell’ateneo. Invece e solo un precario che si danna per diventare ricercatore.

I NUMERI DELL’ATENEO
Le cifre più significative emerse dalla ricerca condotta dal rettore di Catania.
255 sono i professori dell’Università di Catania che, secondo la banca dati dell’ateneo, hanno pubblicato poco o niente gli ultimi 5 anni. 110 docenti su 402 a medicina hanno un punteggio inferiore a 10. Tra questi ci sono molti ordinari e associati. 8http://www.diees.unict.it/informazioni/persone/pagine_personali/index.php?prs=36. 33 docenti su 113, poco meno di un terzo, a scienze politiche hanno un punteggio inferiore a 10.

Scuola, quei professori con la valigia

Maestra elementare in aula

Ogni anno nelle nostre scuole il 27 per cento degli insegnanti è “nuovo” rispetto all’anno precedente. Ciò significa che ogni anno un docente su quattro cambia istituto. Fenomeno imponente che, facendo due conti, come li ha fatti Ciccio Scrima, segretario nazionale della Cisl scuola, significa: “Alla fine dell’anno scolastico 2008-09 la mobilità è stata di 92.737 docenti. Su 701.305 insegnanti di ruolo significa il 12 per cento”. E sono state presentate 150 mila domande di trasferimento.
Insegnanti con la valigia, pendolari del sapere che vantano nella loro carriera una media di almeno tre scuole cambiate. Racconta Valeria Poggi, 36 anni nella scuola, da insegnante a vicepreside in un istituto alle porte di Milano: “Fra nomine tardive, precari, graduatorie incrociate, alla fine ci si capiva ben poco. La mobilità dagli anni Ottanta è aumentata in modo vertiginoso e, di conseguenza, sono aumentate le spese. Nella mia scuola avevamo una persona che lavorava solo fra telefono e telegrammi per comunicare gli spostamenti”.
Per circa il 14 per cento non si tratta di una scelta: sono obbligati dal meccanismo delle graduatorie. “La nostra scuola è come l’esercito, il sistema assegna gli insegnanti alle diverse scuole per anzianità, non c’è l’elemento scelta. In più c’è l’aggravante che nella scuola non esistono gradi. Tutti generali, o meglio tutti caporali” ironizza Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Giovanni Agnelli che ha appena pubblicato lo studio recente più completo sulla scuola (Rapporto sulla scuola in Italia 2009, Editori Laterza).
Un capitolo è dedicato agli insegnanti, perché, come ricordava uno studio Ocse di qualche anno fa, “teachers matter”, gli insegnanti contano. O almeno dovrebbero, certo è che macinano chilometri. Ai globetrotter di ruolo vanno aggiunti precari e neoassunti, tutti costretti a una girandola, come racconta Giovanni Turra, 36 anni, insegnante di lettere in un liceo alle porte di Venezia: “Da supplente, da 24 a 26 anni, ho cambiato sette scuole. Allora mi sembrava anche divertente. Oggi ho colleghi che dopo 15 anni continuano a spostarsi, in una sorta di schizofrenia che impedisce di instaurare rapporti con gli allievi e i colleghi”. Turra oggi si sente un privilegiato: insegna sotto casa, ma ha già la valigia pronta: “Con la nuova riforma e la contrazione delle cattedre mi aspetto il trasferimento”.

Gli spostamenti, secondo lo studio della Fondazione Agnelli, sono per il 77,4 nell’ambito della stessa provincia, per il 14,4 nell’ambito dello stesso comune e solo il 4,4 per cento fra regioni diverse. Ciò significa, come spiega Scrima, che per dieci anni ha insegnato a Quarto Oggiaro (”Il cosiddetto Bronx milanese”) e poi è tornato a casa in Sicilia, “un perverso gioco dell’oca al contrario. L’insegnante che dal Nord vuole tornare a casa al Sud può impiegare anche trent’anni”.
“Un turnover vorticoso, più è forte la mobilità, più è bassa la qualità di apprendimento dei ragazzi” continua Gavosto. Dagli studi Pisa (Programma per la valutazione internazionale dell’allievo) emerge, sottolinea Stefano Molina, dirigente di ricerca della fondazione torinese, “che uno dei fattori che spiegano il risultato deludente degli alunni è il grado di mobilità che si è avuto in quella scuola”
Ma perché questa giostra? “La carriera degli insegnanti è piatta, con un solo passaggio decisivo: l’immissione a ruolo. Dopo, non potendo aspirare all’aumento di merito, o alla promozione, si sogna almeno di cambiare sede di lavoro. Magari per avvicinarsi a casa” continua Molina. Non si stupisce Alessandro Cavalli, sociologo della scuola (Gli insegnanti nella scuola che cambia, Il Mulino 2000; la sua prossima ricerca sarà pronta in autunno): “È così dal dopoguerra, è uno degli aspetti della questione meridionale, della disoccupazione dei laureati nel Sud. E la scuola resta la valvola di sicurezza contro la disoccupazione intellettuale. Non credo esista un solo insegnante in Italia che non abbia mai cambiato istituto”. I giovani insegnanti meridionali lavorano in media a una distanza di oltre 400 chilometri dal luogo di nascita, distanza che negli anni riescono ad accorciare fino a 150 chilometri. E nelle scuole del Nord oltre metà dei docenti di 25-30 anni proviene dal Sud.

I traferimenti dei professori italiani

“Vanno via ma poi fanno di tutto per tornare a casa. Avuto il posto, mettono in moto i meccanismi del sistema per potersi spostare. Con effetti tutt’altro che positivi sull’insegnamento. Il senso di appartenenza si indebolisce, si insegna a spezzoni, senza investire nel rapporto con gli studenti, che diventa sempre più simile a una prestazione. Come quando si va dal medico per una ricetta”. Racconta Turra: “Ho una collega che insegna nove ore latino e greco al classico, le altre nove invece in una scuola media in un altro comune. Ha trent’anni e una strada in salita davanti”.

Il rischio è il “burn-out”, la caduta dell’identità, la liquefazione del ruolo, ha spiegato Giuseppe Favretto, docente di organizzazione del lavoro all’Università di Verona nel suo Lo stress degli insegnanti, ricerca su oltre 2 mila docenti del Veneto (in uscita per la Franco Angeli): “Alcuni resistono e combattono, altri si fanno trascinare dalla corrente. E sembra paradossale, ma sono i migliori: quelli che hanno accettato di diventare dei perfetti funzionari asburgici”.
La Fondazione Agnelli lancia l’allarme e per la prima volta registra da parte degli insegnanti la volontà di uscire dallo stritolamento delle graduatorie e dai meccanismi da gosplan. “Non è un fenomeno solo italiano” continua Gavosto “però mentre in altri paesi si cerca di attenuare la pianificazione sovietica delle graduatorie, da noi lo stesso sistema è accentuato”.
Deve cambiare il reclutamento e i primi a chiederlo sono gli insegnanti, perché, come aggiunge Valeria Poggi, “oggi sembra di assistere a una partita a scacchi dove le pedine vengono spostate a caso e alla fine si perde sempre”.
Purtroppo di valigie il prossimo anno se ne faranno ancora molte.

Dove insegnano i maestri

Madre e figlia sgozzate, l’ex della donna fermato in Slovenia

marocchino

È finita nella rete della polizia slovena, poco dopo il confine con l’Italia, la fuga del giovane marocchino ricercato per l’omicidio della compagna Elisabetta Leder, operatrice sanitaria, e della sua figlioletta Arianna di due anni, uccise a colpi di coltello.
Fahd Boichou, 26 anni, è stato arrestato, a Cosina, vicino al confine ma in territorio sloveno: era a piedi e da solo quando è stato fermato. Bouichou è stato individuato dai poliziotti sloveni sulla base delle immagini e delle descrizioni che erano state trasmesse dalle Questure di Treviso e di Trieste.
Il questore di Treviso, Carmine Damiano, è sicuro: a carico del marocchino, arrestato per l’omicidio della compagna e della figlia a Castagnole di Paese, c’è ormai un quadro indiziario molto grave che lo fa ritenere “l’unico responsabile del duplice delitto”.
Per giungere alla cattura dell’uomo la questura di Treviso, che ha coordinato tutte le indagini, aveva messo sotto intercettazione già dalla notte del fatto una quarantina di utenze telefoniche. Numeri di telefono di parenti di Bouichou tra la Francia, l’Olanda e il Marocco.
E proprio una telefonata dell’indagato, secondo quanto riportato il quotidiano Il Piccolo, fatta ieri sera da una cabina della stazione ferroviaria di Trieste alla sorella in Marocco ha consentito alla polizia di individuare la zona in cui si trovava l’uomo e di conoscere in anticipo la sua volontà di rifugiarsi oltre confine. Precedentemente gli investigatori trevigiani avevano già individuato l’automobile con cui Bouichou era fuggito, la Skoda di Elisabetta Leder, abbandonata a Jesolo (Venezia).
Il marocchino aveva con sé due cellulari, uno dei quali appartenente alla vittima, che però aveva spento subito dopo essere fuggito dal trevigiano proprio per evitare di essere intercettato dalle forze dell’ordine.

La mattanza di madre e figlia, trovate in un lago di sangue nella stanza da letto della loro casa - la piccola, pare, nel fasciatorio - sarebbe stata compiuta con due coltelli da cucina. Le due lame sono state trovate, sporche di sangue, sotto il corpo di Elisabetta Leder. Non è escluso che la donna possa aver usato uno dei due coltelli per tentare di difendersi.
Il fatto è stato scoperto dal fratello della donna, Alessandro, 27 anni, allarmato dalla madre, Raffaella, che non aveva visto arrivare la figlia e la nipotina per cena. Resta oscuro al momento il movente del duplice omicidio, che sembra essere avvenuto nel corso di un raptus.
Elisabetta Leder, infermiera in una casa di cura, aveva conosciuto il compagno, più giovane di lei di alcuni anni, in un viaggio in Marocco. L’uomo si recava saltuariamente in Italia, ma non aveva un lavoro. La famiglia di Elisabetta aveva accettato il rapporto della coppia, culminato nell’aprile del 2007 nella nascita della piccola Arianna. I genitori della vittima, Antonio e Raffaella Leder, hanno descritto l’immigrato come un ragazzo gentile, premuroso, legato alla figlia. Il rapporto tra il marocchino ed Elisabetta, pur caratterizzato dalle frequenti assenze del giovane, sembrava tranquillo, senza contrasti. Dopo aver conosciuto Elisabetta, il magrebino era giunto in Italia nei mesi scorsi con il proprio passaporto. Ma non avendo lavoro, e quindi senza permesso di soggiorno, era stato espulso. Secondo quanto si è appreso, il giovane era rientrato clandestinamente a Treviso nei giorni scorsi.
Sarà lutto cittadino a Paese (Treviso) il giorno dei funerali di Elisabetta e della figlioletta Arianna. La decisione sarà ratificata oggi pomeriggio da un’apposita riunione della giunta comunale convocata dal sindaco Valerio Mardegan.

Cambiare si può: dieci idee per far ripartire l’Italia

Un bambino e il tricolore

1. Meno tasse, ovvio
Sconto fiscale su stipendi e pensioni, utili reinvestiti, interessi passivi, acquisto di beni durevoli, investimenti ecologici, studi di settore… Sono davvero molti a pensare che sia necessaria una sforbiciata alle tasse per rilanciare i consumi e l’attività delle imprese. Le ricette non sono sempre uguali, ma hanno un punto in comune: gli interventi adottati dal governo vanno bene, però tutti chiedono che si faccia di più.
Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, ha già indicato in un suo intervento di dicembre la necessità di detassare “salari e stipendi, a cominciare dalle fasce più basse di reddito”. Su questo piano sono i sindacati confederali a puntare. Cgil, Cisl e Uil continuano a ritenere necessaria una più consistente e duratura riduzione delle tasse su dipendenti e pensionati.
Certo, la dimensione degli interventi pone il problema dei conti pubblici: al minimo, si va da 6 a 10 miliardi di euro. Senza contare che, dal punto di vista fiscale, bisognerebbe aggiungere a questa spesa il costo dei suggerimenti che le imprese ritengono decisivi per il rilancio.
La Confartigianato ha già messo nel carniere il pagamento dell’iva al momento dell’effettivo incasso, deciso dal governo. Dice Cesare Fumagalli, segretario dell’organizzazione: “Il differimento dei pagamenti in questa fase potrebbe rivelarsi decisivo per far respirare le aziende”. Continua a puntare alla possibilità di rendere deducibili al cento per cento gli interessi passivi delle società (il governo ha fatto un intervento attraverso l’Irap) e al varo di un credito di imposta di 5 mila euro l’anno, per tre anni, a fronte di investimenti per l’energia pulita. Ma soprattutto per la Confartigianato è diventata decisiva la tempestività dei pagamenti da parte della pubblica amministrazione, un modo per evitare che le aziende fornitrici si trovino in difficoltà, pur essendo sane e con crediti da riscuotere.
La stessa Confcommercio, oltre alla completa deducibilità degli interessi passivi, ha avanzato alcune ipotesi: detassazione degli utili reinvestiti per favorire gli investimenti con capitale proprio; deducibilità delle somme spese per acquistare beni di consumo durevole; ma soprattutto revisione degli studi di settore per calibrarli meglio alla luce della crisi. (Roberto Seghetti)

2. Bond e opere
“Il cavallo non beve, ma l’acqua non manca” scherza Mario Ciaccia, amministratore della Banca delle infrastrutture, innovazione e sviluppo del gruppo Intesa Sanpaolo, uno dei massimi conoscitori dell’universo grandi opere. Una metafora per sintetizzare un paradosso: non è del tutto vero che non ci sono i soldi per i grandi progetti (ferrovie, strade, centrali, porti). Fino a oggi sono mancati coraggio politico e lungimiranza strategica per farli saltare fuori. Forse è arrivato il momento giusto. Con la recessione alle porte, se non ora, quando puntare sul rilancio delle infrastrutture per ridare fiato al Paese, recuperare il terreno perso facendosi trovare pronti quando l’economia ripartirà?
Se si guardasse alla faccenda con l’occhio fisso sullo specchietto retrovisore, i motivi per essere speranzosi sarebbero veramente pochi. Gli stanziamenti annuali in Italia sono assai distanti da quei 60 miliardi di euro ritenuti dagli esperti la soglia minima necessaria. Nella Legge finanziaria 2009, per esempio, non veniva rifinanziata neppure la cosiddetta Legge obiettivo e venivano addirittura tagliati gli investimenti ordinari alle Ferrovie (un miliardo circa) e all’Anas (300 milioni), mentre, come informa il presidente dei costruttori, Paolo Buzzetti, i comuni hanno smesso di pagare le aziende per non sforare il patto di stabilità interno. Nel frattempo in 4 anni sono stati spesi a pioggia 163 miliardi per opere del Genio civile, di cui meno della metà per nuove realizzazioni.
Un po’ di soldi (15 miliardi) il governo li ha recuperati grazie all’accordo recente con la Bei (Banca europea per gli investimenti) e altri 16 provengono dalla rimodulazione del piano infrastrutture. Ma forse è arrivato il momento di vendere sul serio parte del patrimonio pubblico da cui sono recuperabili almeno 100 miliardi di euro.
Nello stesso tempo è opportuno dare una scossa alla Cassa depositi e prestiti finora prodiga di impieghi con gli enti locali (78 miliardi nei primi 6 mesi 2008) ma assai lenta nel finanziamento di opere pubbliche (1,4 miliardi). Senza tralasciare l’idea, avanzata da Buzzetti, di un bond per le infrastrutture garantito dallo Stato come un Bot.
(Daniele Martini)

3. Puntare sul verde
Il presidente eletto americano ne è convinto: investire sulle energie rinnovabili è un affare. Per questo Barack Obama ha annunciato che intende varare un piano decennale da 150 miliardi di dollari nell’eolico, nel solare e nei biocarburanti, prendendo tre piccioni con una fava: inquinare meno, ridurre la dipendenza energetica e creare un volano per l’economia che genererà, si stima, 5 milioni di posti di lavoro.
Si può fare altrettanto in Italia? In misura ridotta sì, e senza gravare sulla finanza pubblica. La fonte di energia rinnovabile più efficiente e con maggiore spazio di crescita è quella eolica. Oggi in Italia i generatori a vento hanno una potenza pari a quasi 3 mila megawatt e coprono appena il 2 per cento del fabbisogno nazionale di elettricità. Uno studio dell’Associazione nazionale energia del vento (Anev) mostra che entro il 2020 sarebbe possibile passare a 16 mila megawatt installati, coprendo così dal 7 al 9 per cento del fabbisogno. I mulini salirebbero dagli attuali 3.500 a circa 10 mila, limitando al minimo possibile, ritengono all’Anev, l’impatto sul paesaggio.
Questo sviluppo sarà finanziato dai certificati che devono comprare le aziende più inquinanti, quindi senza prendere un euro dallo Stato. “In più” sottolinea Simone Togni, segretario generale dell’Anev, “una ricerca condotta con la Uil (presentata il 28 novembre) mostra che i posti di lavoro nel settore passerebbero da 13 mila a 66 mila e, parallelamente, verrebbe stimolato lo sviluppo di nuove aziende. Quello che chiediamo al governo è di rendere più semplici le procedure, come già stabilito dalla legge”.
Altro fronte su cui puntare è l’efficienza energetica: un rapporto curato dal Politecnico di Milano per Greenpeace indica che in Italia esiste un potenziale di risparmio ottenibile entro il 2020 superiore al 20 per cento fissato dal pacchetto clima europeo. Questa efficienza si può ottenere migliorando le tecnologie usate attualmente nelle case, negli uffici e nelle industrie (motori elettrici, sistemi di condizionamento dell’aria, elettrodomestici, illuminazione…). Basti pensare che un frigorifero comprato ora consuma un terzo rispetto a quelli degli anni 90. Ma il bello è che, oltre a tagliare 50 milioni di tonnellate di CO2, una maggiore efficienza energetica creerebbe in Italia, secondo il Politecnico, 60 mila posti di lavoro in 14 anni. Al di là delle polemiche con Bruxelles sugli oneri del pacchetto clima, investire sull’ambiente rappresenta un’opportunità che non va persa.
(Guido Fontanelli)

Impianto eolico

4. Più concorrenza
Con la brutta aria che tira sull’economia parlare di liberalizzazioni non è molto di moda. Peccato, perché eliminare gli ostacoli che limitano la concorrenza costa poco (in certi casi nulla) e produce ricchezza. In due modi: da una parte abbassa i prezzi e quindi lascia qualcosa in più nelle tasche dei consumatori, che non è male; dall’altra crea nuove opportunità di lavoro.
Certo, non tutte le liberalizzazioni hanno rispettato le attese. Quella delle assicurazioni, per esempio, è stata un mezzo flop. Una che gli esperti di Altroconsumo considerano invece riuscita è quella dei medicinali: una recente inchiesta condotta da questa associazione di consumatori su 60 prodotti senza ricetta in 102 punti vendita ha mostrato che nelle farmacie si risparmia il 3,7 per cento rispetto al 2007, nelle parafarmacie l’11,4 e negli ipermercati il 20,9. E in più sono stati assunti nuovi giovani farmacisti.
C’è un ampio consenso sugli effetti benefici che avrebbe un analogo intervento sulla vendita dei carburanti, mercato nel quale ancora oggi, per una serie di norme regionali, aprire un nuovo distributore è difficile quasi quanto trovare un giacimento di petrolio. Nella segnalazione al governo e al Parlamento del 9 giugno scorso, il presidente dell’Antitrust Antonio Catricalà sottolineava che “le rigidità e le inefficienze della struttura distributiva incidono sul costo finale dei carburanti, con effetti che interessano l’intero sistema economico”.
L’autorità che vigila sulla concorrenza indica altri settori che vanno liberalizzati: la distribuzione del gas, il sistema ferroviario (le Ferrovie oggi offrono il servizio, gestiscono la rete e in alcuni casi regolano il mercato), i servizi pubblici locali (la cui riforma sembra finita nel cassetto), gli orari di apertura dei negozi, le assicurazioni, le professioni, dove i codici deontologici continuano a boicottare ogni tentativo di modernizzazione.
Il premio in palio è notevole: le liberalizzazioni, a regime, potrebbero provocare secondo uno studio della Prometeia una riduzione del livello dei prezzi al consumo dell’1,7 per cento e soprattutto un aumento del pil sempre dell’1,7 per cento. In tempi di vacche magre sarebbe una manna. Il ministro Giulio Tremonti dovrebbe insistere su questa strada.
(G.F.)

5. Una sola polizia
Gli investimenti dall’estero in Italia rappresentano in media l’1,13 per cento del pil. Ma nel Mezzogiorno questa percentuale crolla allo 0,05 per cento: meno di un ventesimo. Un divario in parte causato dalla criminalità. Che non arretra, anzi per la mafia la crisi economica sta trasformandosi in un affare. Decapitata da una dura offensiva giudiziaria, Cosa nostra approfitta però del momento per costruire un mercato del credito parallelo, usando la liquidità accumulata anche grazie a una ripresa massiccia delle estorsioni. È un salto di qualità pericoloso: dalla riscossione delle tangenti sugli appalti al cofinanziamento delle opere. È l’allarme dell’economista Mario Centorrino, attento studioso dell’economia criminale nel Mezzogiorno.
Come reagire? “Si possono attuare, prima di tutto, misure a costo zero, come l’anagrafe dei conti correnti, che consentirebbe di monitorare gli spostamenti di denaro sospetti. E bisognerebbe soprattutto rendere ancora più efficace l’aggressione ai patrimoni mafiosi. Per esempio consentendo di unificare indagini personali e indagini patrimoniali, che oggi procedono separatamente”. Sui nuovi settori d’investimento criminale, sostiene Centorrino, è necessario un accurato lavoro d’indagine: “Penso a una commissione parlamentare ad alto livello che indaghi settori opachi come la sanità, il traffico di rifiuti, le imprese di pulizia, la grande distribuzione, perfino il fiorire di alberghi di lusso in contesti di assoluto degrado”. Con una premessa, però: “Nella lotta alla mafia, il soggetto che più pare mancare è la politica. Finché resterà il convitato di pietra, è difficile cambiare davvero le cose”.
E sul fronte della criminalità comune? “Bisogna cambiare la filosofia degli interventi” suggerisce il criminologo Ernesto Savona. “Finora si è data la caccia ai delinquenti. Dobbiamo, invece, imparare a individuare i luoghi che producono criminalità. Per dirla con uno slogan: dobbiamo inseguire i luoghi, non le persone. Pochi luoghi producono molta criminalità”. Un punto sul quale intervenire è il numero delle forze dell’ordine. “Abbiamo un terzo di poliziotti in più rispetto alla media europea” ricorda Savona. “Dobbiamo averne meno, unificando per esempio polizia e carabinieri, pagarli meglio, renderli più professionali. Insomma, spendere meno soldi per la sicurezza, ma in maniera più virtuosa”.
(Bianca Stancanelli)

6. Costruire l’immagine
Per la prima volta, dopo stagioni di sostanziale stallo, gli indici del turismo in Italia sono in rosso: -11,9 per cento di spesa da parte dei visitatori, -16,5 per cento gli arrivi. A dirlo è il sottosegretario Michela Vittoria Brambilla, impegnata a rilanciare un settore che vale l’11,4 per cento del pil e impiega 2,8 milioni di persone. “E nonostante questo il budget a disposizione del turismo continua a ridursi”. La causa della flessione, tuttavia, non sta solo nella mancanza di investimenti da parte dello Stato ma anche “nell’incapacità dell’Italia di creare prodotti turistici, che sono cosa diversa dai contenuti di cui, invece, il Paese è ricco”. A sostenerlo è Joseph Ejarque, che ha contribuito a inventare, se così si può dire, il “prodotto” Barcellona, così come la Catalogna e Torino. Forte della sua esperienza in Spagna (paese che in alcuni periodi ci supera nella classifica dei più visitati al mondo), Ejarque suggerisce una ricetta per l’Italia: “Non si devono vendere mete ma esperienze. Il turista di oggi non sa dove vuole andare ma ha chiaro cosa vuole fare: sciare, mangiare bene, cercare l’avventura, visitare musei… Le offerte vanno incanalate secondo criteri motivazionali, non geografici: dovremmo dire sciate in Italia invece di scopri Madonna di Campiglio” raccomanda Ejarque. Il quale sottolinea la necessità di istituire, come in Francia e in Spagna, standard di qualità nazionali, fondamentali per un turista che è sempre più fai da te (il 60 per cento).
Convinto che il visitatore sia un borsellino promettente, Ejarque invita a investire massicciamente in attività di marketing: “Nel 2008 il 42 per cento di chi ha cercato informazioni turistiche online ha visitato siti italiani. Solo il 13 per cento però ha prenotato: 9 milioni di potenziali consumatori sono andati persi a vantaggio di Spagna e Grecia, più appetibili nelle offerte e nelle presentazioni su internet”. Attenzione all’immagine: proprio da qui è partito Matteo Marzotto nella sua attività di presidente dell’Enit (agenzia nazionale del turismo). “Nonostante i pesanti tagli, stiamo lavorando a una campagna per promuovere l’Italia nel mondo con testimonial di grande appeal. Il marchio Italia deve essere sexy” teorizza Marzotto, convinto della necessità di promuovere il Paese e non le regioni. “È ridicolo comunicare all’estero 22 realtà che nessuno conosce. Se andiamo avanti sparpagliati, tra un po’ si dimenticheranno persino dell’Italia”.
(Lucia Scajola)

Una ricercatrice

7. Ricerca in grande
L’Italia ha un grande problema: le imprese non investono in ricerca. Che fare? Intanto, prendere atto delle cause. Una è la carenza di grandi imprese private, così che la domanda di ricerca è scarsa. Come suggerisce Ugo Arrigo, docente di economia pubblica a Milano Bicocca, bisogna quindi “puntare su una politica industriale che integri le nostre imprese con quelle europee”. A quel punto aumenterà anche la domanda di ricerca italiana.
Qualche esempio: “Il settore dell’industria navale, rappresentato dalla Fincantieri, costituisce un’opportunità di sviluppo e lo Stato dovrebbe aumentare il capitale sociale con l’acquisizione di risorse esterne attraverso una parziale privatizzazione. Questa operazione è stata in passato impedita dai sindacati. L’aggregazione con l’industria navale norvegese avrebbe per esempio aiutato la Fincantieri nella competizione con Corea e Giappone e creato opportunità per la ricerca” aggiunge Arrigo.
Inoltre la nostra specializzazione produttiva è a bassa conoscenza aggiunta. Occorre quindi passare sempre di più alla produzione di beni ad alta tecnologia che hanno una domanda superiore e un valore aggiunto del 20-30 per cento più alto. Per molti settori ci sono poche speranze, tuttavia quello dell’energia è un’opportunità. “Negli ultimi anni sono sorte molte imprese capaci di produrre tecnologie innovative” ricorda Massimo Beccarello, docente di economia industriale a Milano Bicocca. Dobbiamo “semplificare i processi autorizzativi a livello locale e rendere più rapidi i decreti attuativi”.
Più di tutto l’Italia chiede, come dice Antonio Martino, docente di economia alla Luiss, “più concorrenza, meritocrazia e libertà di scelta. A partire dalle università”. Come? “Legando i finanziamenti ai risultati con valutazioni ex post”. Per esempio, un rettore riceverà finanziamenti solo in funzione della produzione scientifica dei docenti che ha reclutato, così che avrà interesse a favorire i più bravi e non gli amici. Anche la defiscalizzazione delle donazioni e il credito di imposta per una quota significativa del carico fiscale alle imprese possono essere utili strumenti per il rilancio.
(Luca Sciortino)

8. All’Università copiare la Pirelli
Il sistema universitario può giocare un ruolo decisivo nella crescita del Paese, sopratutto in una fase di crisi globale. “Uno dei motori della competitività internazionale dell’Italia è l’innovazione. Per favorirla è necessario stabilire una collaborazione sempre più stretta tra i luoghi dove nasce, ovvero l’università e l’impresa” raccomanda Marco Tronchetti Provera, presidente della Pirelli e vicepresidente della Mediobanca. “Abbiamo sottoscritto un accordo con il Politecnico di Torino, che ci aiuterà a dare vita alla nostra fabbrica di pneumatici più innovativa del mondo”. All’Università di Milano i manager Pirelli insegnano finanza aziendale. I dottorandi possono fare ricerca usando i laboratori di una delle imprese più efficienti d’Italia. Una collaborazione che però si limita ancora a pochi, fortunati casi.
Con le misure finite nel mirino di docenti e studenti, la Finanziaria ha stabilito tra l’altro che le università avranno la possibilità di trasformarsi in fondazioni di diritto privato. “È fondamentale che la gestione accademica sia separata da quella amministrativa. Soltanto così saremo sicuri che i corsi di laurea saranno istituiti in base alle esigenze degli studenti, non per favorire cordate di docenti” spiega Pier Luigi Celli, direttore generale della Luiss.
Secondo l’ultimo rapporto Ocse, l’Italia spende per la preparazione degli universitari 8.026 dollari annui, contro una media europea di 11.512. “L’università deve fare un bagno di realismo, valutare la spesa e utilizzare meglio i fondi disponibili. Abbiamo bisogno di più meritocrazia. Smettiamola di finanziare egualmente tutti gli atenei, premiamo i virtuosi e penalizziamo gli inadeguati” sottolinea Maurizio Beretta, direttore generale della Confindustria. Un sistema meritocratico da applicare all’università, ai docenti e anche agli studenti: “Se si istituissero delle borse di studio per i ragazzi meritevoli che frequentano le università disastrate, si darebbe vita a una mobilità studentesca che diminuirebbe il potere dei cosiddetti baroni” propone Roberto Perotti, docente di economia politica e autore del libro L’università truccata. Ma l’ultima parola spetta ai ragazzi.
Jacopo Silva, presidente dei Giovani di Confindustria di Padova, avanza un’idea: “Chi detiene il comando ha perso il contatto con la realtà, che è quella che gli studenti raccontano su internet. Segnalano i guasti e il malcostume, raccontano i difetti ma anche le eccellenze. È la voce vera della nuova generazione. Costruiamo un centro d’ascolto che ne tenga conto”.
(Karen Rubin)

bimbi

9. Fare più figli
Senza figli non c’è sviluppo. Per farli bisogna anche avere più asili. La domanda potenziale è di 1,6 milioni di posti-bambino dai 3 ai 29 mesi, quelli disponibili sono solo l’8,8 per cento. contro un obiettivo europeo del 33 nel 2010. Arrivare al 15 per cento, traguardo intermedio, vorrebbe dire circa 100 mila posti in più. “Non servirebbero grandi piani di costruzione, come mostrano esperimenti pilota” sostiene Giuseppe Roma, direttore generale del Censis. “Alcuni comuni hanno concesso immobili in disuso con cambi di destinazione d’uso facilitati, banche o fondazioni hanno messo a disposizione finanziamenti a tasso agevolato e le famiglie si sono riunite in cooperative per gestirle. Così sono nati 300 nuovi asili in tutt’Italia”. Altra idea è quella del buono per il terzo figlio o prestiti d’onore da restituire quando il ragazzo è grande, insieme a “bebè a tasse zero”, cioè con detraibilità fino ai suoi 3 anni delle principali spese, dalle tasse alle carrozzine. Sono misure possibili e utili, considerando che, secondo una ricerca del Censis, il 59,4 per cento degli italiani adduce redditi troppo bassi come motivazione per la riluttanza a far nascere figli.
“Bisogna decidere se le donne le vogliamo a casa o al lavoro” aggiunge Susanna Camusso, segretario confederale della Cgil. “In Lombardia si sta verificando un fenomeno che non succedeva da decenni, la diminuzione dell’occupazione femminile postmaternità”. La relazione della direzione regionale del lavoro illustra che dal 2006 al 2007 le dimissioni delle lavoratrici sono passate da 4.608 a 5.581, motivate quasi sempre dall’esigenza di accudire i figli, aggravate (nel 90 per cento dei casi) dalla mancata concessione del part-time. “Se davvero vogliamo che concilino lavoro e figli, la mia proposta è che si punti ai servizi, dagli asili all’assistenza degli anziani. Al contrario della politica dei bonus, creare servizi aumenta i posti di lavoro. E come dimostrano i paesi del Nord Europa, al crescere dell’occupazione aumenta la natalità”.
(Donatella Marino)

10. Tempi certi per la giustizia
Il conto l’ha fatto la Confartigianato: le lentezze della giustizia civile costano alle imprese 2,3 miliardi di euro. Rimedi? Natalino Irti, eminente civilista, avvocato, docente universitario e componente dell’Accademia dei Lincei, ne indica tre, da ottenere con leggi ordinarie. “Il primo consiste nell’obbligo di giocare a carte scoperte dall’inizio, fornendo argomenti e prove fin dall’atto che apre il processo. È un rimedio già applicato, ma che va rafforzato e irrigidito. Seconda misura da adottare: fissare intervalli perentori tra l’una e l’altra udienza e stabilire termini inviolabili per il deposito di provvedimenti del giudice. L’idea è sostituire, alla durata arbitraria del procedimento, una durata predefinita dalla legge. Terzo rimedio: estendere al giudizio d’appello quel vaglio di ammissibilità che è stato introdotto per il ricorso alla Cassazione. Se il giudice reputa l’appello infondato, non si procede oltre. E va anche prevista una responsabilità per infondatezza dell’impugnazione che determini non solo la condanna alle spese, ma pure una sanzione pecuniaria in favore dello Stato, perché il processo è stato utilizzato vanamente”.
Anche il costituzionalista Giovanni Pitruzzella, avvocato e docente universitario, è convinto che, contro il disastro della giustizia civile, sia possibile intervenire efficacemente con meccanismi semplici. “La prima correzione da fare è diminuire il numero delle cause civili, insistendo su meccanismi preventivi di conciliazione, peraltro previsti nel disegno di legge Alfano. Va previsto che, se le parti non aderiscono alla soluzione che è stata loro prospettata in sede di conciliazione e successivamente il giudice si orienta nella stessa direzione, vi sia una penalizzazione, per esempio al momento del calcolo delle spese. Parallelamente vanno adottate sanzioni per i riti temerari. Oggi la causa civile rappresenta a volte uno strumento di ricatto: si fa causa per premere sulla controparte, sapendo di poter contare sulla lunghezza del processo. Ultimo suggerimento: ridurre i termini previsti dal codice, per esempio nel caso della sospensione del processo. Capita che siano le parti a richiederla, ma bisognerebbe prevedere che vi sia una sola sospensione nel corso del procedimento e che abbia una durata limitata, non più di tre mesi. Altrimenti diventa un espediente dilatorio”.
(B.S.)

Per la cocaina si brucia più del 60% del proprio reddito

Cocaina

Considerando il punto di vista ambientale, la cocaina brucia ogni anno 250 mila ettari di foresta amazzonica. Cioè: in otto anni per produrre questa sostanza viene polverizzata una porzione di uno dei polmoni del Pianeta grande quanto la nostra Sardegna.
Da un punto di vista economico, il disastro è altrettanto grave: sempre più persone arrivano a spendere fino a più del 60% del loro reddito per procurarsi la polvere bianca. Ma per assicurarsi la sostanza non si è disposti a delinquere: se la disponibilità economica finisce, si smette o si cerca di smettere, magari rivolgendosi ai servizi.

Questo emerge da uno studio multicentrico dell’Osservatorio epidemiologico dipendenze patologiche della Ausl di Bologna, coordinato dal prof. Raimondo Maria Pavarin, presentato oggi nel corso di un convegno della Fict (federazione comunità terapeutiche).
È stato effettuato in 25 città italiane e 10 regioni, intervistando 3.409 persone di età compresa tra 15 e 50 anni, scelte a caso, e circa 500 utenti dei servizi con dipendenza da cocaina. Lo studio offre anche un quadro del mercato, che varia innanzitutto da regione a regione: un grammo di coca vale 62 euro in Calabria, 80 in Emilia Romagna e 64 nel Lazio.
Ma il prezzo cambia anche rispetto alle condizioni dell’acquirente: un cocainomane la pagherà meno di chi la usa occasionalmente. Facendo una media del campione, ognuno ha consumato 87 dosi di cocaina in un anno e speso 1.450 euro al mese, il 33% del reddito disponibile. Il consumatore di cocaina, anche saltuario, ha mediamente un reddito più alto di quelli che usano altre sostanze (1.120 euro contro, ad esempio, i 740 euro di chi consuma alcol).
È uno sperimentatore e un curioso, e arriva alla coca passando solitamente per la marijuana, l’hashish e il popper. Il 75% di chi ha provato la coca smette (entro un anno dal primo uso), e di solito sono persone a basso reddito e timorose dei rischi legati all’assunzione. Da notare che le femmine iniziano prima dei maschi e per loro il primo approccio avviene perché la coca gli viene offerta da qualcuno, solitamente in situazioni di divertimento. Viene confermato il profilo lavorativo del consumatore - in gran parte lavoratori autonomi, professionisti e dirigenti - e la modalità di consumo: per lo più sniffata, talvolta fumata, raramente iniettata, anche se quest’ultima modalità è più diffusa tra i cocainomani.
Emerge poi una differenza tra consumatori e dipendenti: se i primi la usano soprattutto insieme agli altri, i cocainomani lo fanno in solitudine, a casa, al lavoro o al bar. E il maggior rischio si ha dopo, quando escono e si mettono alla guida, spesso dopo aver anche bevuto alcolici (che prolungano l’effetto della cocaina). Chi fa un uso continuato di cocaina ha solitamente disponibilità economiche elevate (più di 2000 euro al mese) e una bassa percezione del rischio. Un paradosso: se per molti l’uso comincia perché finalizzato a essere più performanti sul lavoro, successivamente si lavora di più per potersela procurare.

Università in crisi. Tra bilanci in rosso e proteste studentesche

L'aula di un'UniversitÃ

Fuori dall’università Statale di Milano, un centinaio gli studenti contestano. Chiedono al rettore, Enrico Decleva di firmare contro “la scure della coppia Tremonti-Gelmini”, pena lo stop alle lezioni. Stesse scene a Firenze: oltre all’occupazione c’è una mobilitazione permanente alla facoltà di Ingegneria e il blocco della didattica si estende anche alla facoltà di Scienze Mfn.
A Torino, l’università compatta minaccia di far saltare la cerimonia di apertura dell’anno accademico. E ancora: a Napoli Federico II si prospetta l’ipotesi di bloccare l’anno accademico e i ricercatori stanno prendendo in esame di richiedere il completo blocco della didattica a loro affidata. Consiglio straordinario a Pisa, promosso dalla facoltà di Scienze Mfn. A Roma La Sapienza docenti della facoltà di Scienze Mfn e della facoltà di Psicologia stanno raccogliendo le firme per ritirare la disponibilità a ricoprire i corsi; quindi anche a Roma1 si prospetta un blocco della didattica a cui si aggiunge una massiccia mobilitazione studentesca.
Si allarga a macchia d’olio la protesta negli atenei italiani per i “tagli” previsti dalla Finanziaria e per i provvedimenti messi in cantiere dal ministro Mariastella Gelmini.
Ma a preoccupare non è tanto il paragone con il ‘68. Il rosso che preoccupa, piuttosto, è quello in cui versano i bilanci degli atenei italiani. La causa? L’autonomia, dice Alessandro Mazzucco, rettore dell’università di Verona e membro della giunta della Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui): “Le università statali italiane hanno investito troppo nel personale e oggi non riescono più a gestirlo. Ora devono affrontare un’emergenza e non sono più in grado di far fronte a ricerca e formazione”. Due atenei sono già in rosso e altri sei in grave difficoltà: è l’inizio di una crisi che per il 2010 potrebbe portare all’emergenza tutte e 66 le università statali italiane, se le cose non cambieranno rapidamente.
L’università di Siena spende per il personale il 104% del suo finanziamento statale e la Federico II di Napoli il 101%: “Entrambe hanno superato il 100% della spesa reale sul finanziamento statale”, osserva Mazzucco. Parlando a margine del congresso dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom), in corso a Verona, Mazzucco rileva che “quella di Siena e la Federico II di Napoli sono le prime università a trovarsi in questa situazione. Se le cose continueranno a seguire questa direzione senza interventi, come riduzione dei corsi i laurea, riduzione delle sedi decentrate e blocco del turnover, nel 2010 tutte e 66 le università statali italiane saranno in emergenza”.
Gli altri sei atenei in grave difficoltà sono quelli di Bari, Cassino, Firenze, l’università Orientale di Napoli e inoltre Pisa e Trieste: spendono oltre il 90% del finanziamento statale per il personale, dove il 90% delle risorse è calcolato in modo “virtuale”, introducendo alcuni correttivi. Di questo passo Mazzucco non ha dubbi: “si ridurrà progressivamente la possibilità di fare ricerca nelle università italiane a causa delle difficoltà create dai tagli del finanziamento ordinario”. I primi segnali arrivano già dall’università di Bologna, un vero fiore all’occhiello del mondo universitario italiano, che si trova però a spendere per il personale l’84% dei finanziamenti che riceve dallo Stato. “Una crisi” rileva Mazzucco “recentemente denunciata dal Times, che ha osservato un calo nella qualità della sua ricerca che l’ha portata a retrocedere nella graduatoria internazionale delle eccellenze”.
Tuttavia, secondo Mazzucco, “il livello della ricerca in Italia è eccellente” e “bisogna cogliere le opportunità per migliorare la situazione”. La Crui, aggiunge, “sta cercando di concertare con il governo alcune misure, ad esempio nuovi meccanismi di reclutamento del personale docente e modifiche dello status giuridico del personale universitario allo scopo di razionalizzare le risorse disponibili, data l’impossibilità di aumentare i finanziamenti”. Mazzucco condivide anche l’analisi del ministro per l’Istruzione, università e ricerca, Mariastella Gelimini, secondo la quale il numero di corsi di laurea attivati in passato è eccessivo e che è opportuno incentivare il ricorso a contratti esterni o supplenze. Mazzucco non esclude nemmeno l’ipotesi di trasformare le università in fondazioni: “potrebbe funzionare ed è interessante perché permetterebbe di aprire delle partnership, ma andrebbe formulata secondo un progetto più preciso”.

Ricerca, chi decide come spartire i soldi?

L'astrofisica Margherita Hack
Hanno preso carta e penna per esprimere tutta la loro rabbia e preoccupazione. Più di 150 personalità del mondo accademico, alcune molto note (come l’astrofisica Margherita Hack), hanno sottoscritto la “denuncia” al ministro dell’Università e ricerca Fabio Mussi.
Sul banco degli imputati ci sono le valutazioni dei “Prin 2006″, i progetti per assegnare i finanziamenti pubblici alla ricerca di base. Una torta sempre più piccola che quest’anno era di 82 milioni di euro da spartire fra ben 14 aree.

Docenti e ricercatori mettono in dubbio la credibilità delle commissioni che hanno esaminato i progetti e assegnato i soldi. “Da due anni assistiamo a una degenerazione del sistema” sintetizza Patrizio Dimitri, professore di genetica all’Università La Sapienza di Roma. “Il punto più critico della valutazione delle proposte riguarda le competenze di chi le valuta: spesso si tratta di esperti senza competenze specifiche sulla tematica”. Almeno quattro i motivi dell’accusa.
Primo: i giudizi dati dagli esaminatori risultano “generici e telegrafici”. Quando il progetto è stato bocciato o promosso ma non ammesso al finanziamento (situazione in cui finisce più della metà di quelli giudicati positivi) non è stata fornita alcuna spiegazione.
E nessuna analisi che potesse eventualmente aiutare gli esclusi a migliorare quanto presentato. Secondo: i valutatori stranieri sono quasi del tutto scomparsi dalle commissioni.

Mentre, a giudizio dei firmatari, proprio i revisori internazionali garantivano maggiore imparzialità. Terzo: le competenze dei valutatori risultano sbilanciate verso alcuni settori.
È il caso lamentato per scienze biologiche. La commissione di quest’area risulta “dirottata” su un numero limitato di settori: sette degli 11 valutatori erano esperti di biochimica, fisiologia e farmacologia. Il netto squilibrio ha pesato sulle valutazioni: su 96 progetti finanziati solo cinque sono di genetica.

Quarta e ultima accusa: il conflitto di interesse. “Dai dati in nostro possesso” si legge in una delle due lettere inviate al ministro “emerge che alcuni valutatori collaborano o hanno collaborato con i coordinatori di progetti finanziati. Ci sono casi eclatanti di sovrapposizione anche elevata fra la produzione scientifica di alcuni valutatori e quella dei responsabili di progetti finanziati”. E non è tutto. “Oggi, per carenza di fondi, dobbiamo rinviare l’acquisto di nuove strumentazioni” spiega Francesca Matteucci, ordinaria di astrofisica all’Università di Trieste.
“Il paradosso è che ora, per via dei progetti non finanziati, non potremo usare neppure quelle per le quali abbiamo già speso milioni di euro: come il telescopio nazionale Galileo, sull’isola di La Palma alle Canarie”.

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
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Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
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