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Al simbolo sulla scheda non rinuncia. Però, per “senso di responsabilità”, è pronto ad accantonare l’idea di un ricorso, evitando di provocare così lo slittamento delle elezioni politiche del 13 e 14 aprile. Dopo l’intervento a Radio 24, che ha provocato qualche equivoco, e dopo un incontro con l’alleato Silvio Berlusconi, il segretario della Dc, Giuseppe Pizza, spiega meglio il suo pensiero: “Vogliamo che non ci sia un rinvio per evitare un trauma al Paese”. E poi spiega che gli avvocati del suo partito sono in contatto con i funzionari del ministero degli Interni per risolvere “i problemi tecnici” nati con la decisione del Consiglio di Stato di riammettere la Dc al voto di aprile.
“Sono convinto che si voterà il 13 e 14 aprile”, osserva il segretario, sottolineando che le questioni tecniche “sono superabili”. E quindi, appuntamento, per gli elettori della Dc, “alle prossime europee che si svolgeranno con un sistema completamente diverso, proporzionale e con le preferenze”. A proposito del breve incontro con il Cavaliere, il segretario della Dc si è limitato a dire: “con il presidente Berlusconi abbiamo fatto l’analisi politica; ho anche parlato a lungo con il presidente Fini perché, facendo parte di una coalizione, mi sembrava giusto coinvolgere entrambi”. Avete parlato di eventuali posti in un governo di centrodestra? “No, abbiamo parlato esclusivamente di questioni politiche e di come evitare questo trauma al Paese”.
“A Berlusconi” ha aggiunto “ho detto che dopo essermi consultato con gli organi dirigenti del partito abbiamo deciso di correre in questa situazione anche se ci penalizza gravemente”. Comunque, prosegue: “Saremo presenti solo al Senato e in quattordici regioni: Lazio, Umbria, Campania, Sicilia, Sardegna, Toscana, Puglia, Abruzzo, Molise, Lombardia, Liguria, Calabria, Emilia Romagna, Basilicata”.
Che i nodi siano facilmente superabili, non è detto. A parte il lavoro del Poligrafico dello Stato che dovrebbe ristampare in fretta e furia tutte le schede e i cartelloni con i simboli, c’è anche la questione degli italiani all’estero. Non quelli delle liste Aire che votano per sei senatori e dodici deputati (nelle loro circoscrizioni la Dc non c’è), ma per quelli temporaneamente fuori Italia che stanno votando per corrispondenza. Si tratta di diverse migliaia di persone (militari, diplomatici, ricercatori, operatori economici) che, sapendo di trovarsi all’estero il 13-14 aprile, hanno chiesto e ottenuto il voto per corrispondenza. Ciascuno di loro ha ricevuto la scheda corrispondente alla regione di appartenenza. Scheda, ovviamente, senza Pizza. C’è chi sostiene che ciascuno di loro potrebbe chiedere di invalidare le elezioni.
Pizza, in precedenza, aveva anche corretto (definendole “prive di fondamento”) le dichiarazioni che gli ha attribuito Radio24. “Nella trasmissione radiofonica ho solo dichiarato che la Democrazia Cristiana per senso di responsabilità e rispetto delle Istituzioni dello Stato potrebbe decidere di rinunciare alla legittima richiesta di rinvio del voto facendo una campagna elettorale, che in soli dieci giorni non può essere che di testimonianza”. “Il nostro diritto a partecipare con lo scudocrociato alle elezioni” argomentava “è stato riconosciuto dal Consiglio di Stato e a noi basta. L’importante è che a queste consultazioni politiche ci sia il vero simbolo della Democrazia Cristiana assente dal ‘92, quando raccolse il 29%”.
Il simbolo della Dc di Pizza - in coalizione al Senato con Pdl, Lega ed Mpa - non era stato ammesso dal Viminale alle elezioni perché troppo simile a quello dell’Udc. Poi, mercoledì, una pronuncia del Consiglio di Stato sulla riammissione aveva messo in forse lo svolgimento del voto. Lo stesso Pizza aveva dichiarato di essere pronto a una soluzione, politica, per evitare un rinvio, chiedendo però una “ammissione di errore” da parte del Viminale.
Ma adesso “che ci sono stati riconosciuti i nostri diritti, calpestati invece dal Viminale, accetteremo di fare una campagna elettorale più breve, quindi simbolica. Ma va bene lo stesso”. Una decisione sufficiente però a sgonfiare le preoccupazioni, azzerare le tante polemiche che nel frattempo si erano scatenate e a riportare di fatto il “sereno” tra i contendenti certi ormai che all’orizzonte non si profilano più le nubi di uno slittamento della data.
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E adesso è un coro di no. Da destra a sinistra, tutti in campo per scongiurare l’incubo del rinvio e difendere l’appuntamento elettorale del 13 aprile. Il governo Prodi (in carica per il disbrigo degli affari correnti) corre ai ripari, Berlusconi e Veltroni dichiarano all’unisono di non voler sentir parlare di slittamento del voto. E anche dal Quirinale si seguono con attenzione le iniziative del ministero dell’Interno, dopo che proprio il ministro Giuliano Amato, aveva parlato di possibile rinvio, in quanto la Dc di Giuseppe Pizza, ammessa alla corsa elettorale dal Consiglio di Stato, avrebbe meno di 15 giorni per fare campagna, contro i 30 previsti per legge. Ma soprattutto – sostengono al ministero – mancherebbero i tempi tecnici per completare il processo elettorale: dalla ristampa di 50 milioni di schede (che potrebbe costare 1,5 milioni di euro) all’annullamento dei voti che gli italiani all’estero stanno già inviando, ai termini previsti per la pubblicazione delle liste dei candidati (solo per citarne alcuni).
E pensare che a bloccare la Dc era stato l’ufficio elettorale del Viminale che aveva bocciato, lo scorso 4 marzo, il simbolo della Democrazia cristiana di Pizza, insieme a quello della Dc di Angelo Sandri. Tutti e due hanno però presentato ricorso in Cassazione, e l’8 marzo l’ufficio centrale elettorale li ha respinti entrambi. Pizza si è rivolto a questo punto al Tar, sostenendo l’illegittimità dell’esclusione, ricevendo un’altra bocciatura. Quindi il ricorso al Consiglio di Stato, e la decisione di ieri che ha ribaltato le precedenti. Ma la vicenda potrebbe avere ancora un altro esito. Di qui la decisione dell’esecutivo, attraverso il Viminale, di presentare un doppio ricorso affinché sia revocata l’ordinanza del Consiglio di Stato e sia chiarito una volta per tutte dalla Cassazione a chi spetta giudicare in materia elettorale. La sentenza della Corte viene data per imminente, al massimo entro lunedì.
La preoccupazione è palpabile. Berlusconi si è appellato a Pizza, suo alleato, affinché rinunci: “Sarebbe un dramma per il Paese perdere ulteriore tempo. Faccio appello alla Dc affinché abbia senso di responsabilità e rinunci alla richiesta di avere altri giorni in più per la campagna elettorale”. Più dure invece le parole del leader del Pd: “Sono assolutamente contrario al rinvio delle elezioni. Sarebbe per il nostro Paese anche un colpo di immagine gravissimo e non vorrei che il rinvio fosse un auspicio del Pdl, visto che l’aria è cambiata” ha detto Veltroni sottolineando che “è una cosa aperta nella destra, la destra la risolva”. Anche nel Pdl però avanzano sospetti: “Poco tempo fa chiedevano disperatamente di non andare alle urne” ricorda Ignazio La Russa, capogruppo di An alla Camera. “Ora temiamo che stiano manovrando per non mandarci a votare”.
In realtà di manovre dall’una o dall’altra parte non c’è traccia. Si tratta solo dell’ennesima puntata dello scontro sul simbolo che la Dc di Pizza, coalizzata con il Pdl, vuole sulla scheda elettorale nonostante sia già presente quello del partito di Pier Ferdinando Casini. Gli eredi dello scudocrociato chiedono anche che si ripeta tutto il procedimento pre elettorale: deposito del simbolo, sorteggio della collocazione nella scheda, presenza sui manifesti elettorali. E a chi ricorda il vincolo costituzionale dei 70 giorni si ribatte che quei giorni devono essere effettivi e dunque la data delle elezioni potrebbe essere fissata anche 90 giorno dopo.
Se ce ne fosse bisogno, a complicare ulteriormente le cose c’è che il provvedimento dei giudici di Palazzo Spada è solo “cautelare”. Nel merito, ovvero a decidere sulla effettiva validità delle ragioni della Dc, dovrà tornare a pronunciarsi il Tar (la sentenza è fissata per l’otto aprile). Ma tanto basta per sospendere la decisione di esclusione assunta dal ministero dell’Interno.
Cosa, quindi, potrebbe succedere? Se Pizza rientra in gioco si prospettano due diversi scenari. O le elezioni, appunto, vengono rinviate; oppure Pizza accetta di correre senza recuperare il tempo perso e le elezioni si svolgono regolarmente sempre che il ministero degli Interni sia in grado di rifare tutte le procedure e di ristampare schede, liste e manifesti. Se il ricorso del governo contro la riammissione viene accettato, le elezioni si svolgono regolarmente, ma Pizza potrebbe provare a farle annullare in seguito attraverso il giudizio di merito. Anche se da noi nessuna legge prevede un organo che possa annullare le consultazioni elettorali.
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Per una toccatina, ancorché “fulminea”, del seno si finisce in carcere. Perché?
Perché trattasi di abuso sessuale anche il solo, fugace, palpeggiamento del seno - senza il consenso di una donna - nonostante da diversi decenni si usi, sulle spiagge, mostrarlo. Lo ha stabilito la Cassazione, confermando la condanna a un anno e due mesi di reclusione inflitta ad un 42enne dalla corte d’appello di Firenze.
L’imputato era stato accusato di abuso sessuale ai danni di una ragazza alla quale aveva toccato fulmineamente il seno sinistro. Secondo la ricostruzione dell’accusa, la giovane mentre passeggiava per piazzale Michelangelo a Firenze era stata superata da un ciclomotore guidato da un uomo che, dopo aver parcheggiato, era tornato indietro a piedi e, giunto alla sua altezza, le aveva palpeggiato fugacemente il seno prima di allontanarsi di corsa.
Individuato dal numero di targa del ciclomotore, l’imputato aveva presentato ricorso in Cassazione, rilevando che “la fugace ‘manata’ non poteva costituire invasione della libertà sessuale della vittima, trattandosi di una zona del corpo notoriamente non più soggetta a particolari cautele, giacché mostrare il seno nudo non costituisce più da alcuni decenni offesa al pudore”, e di conseguenza il fatto “poteva tuttalpiù configurare il delitto di violenza privata ma non quella di violenza sessuale”.
Di diverso avviso i giudici della terza sezione penale della suprema corte, che hanno dichiarato infondato il ricorso dell’uomo: “il fatto che attualmente le ragazze, peraltro solo sulle spiagge e non sulla pubblica via, - si legge nella sentenza numero 19718 - ostentino il seno nudo, non significa che tale parte del corpo abbia perduto la sua natura erogena e non autorizza qualsiasi bagnante o passante a palpeggiarlo senza il consenso dell’interessata”. Il seno femminile, secondo i giudici di piazza Cavour, “era e rimane una zona erogena ed il palpeggiamento di esso, sopra o sotto i vestiti, ancorché fugacemente, configura un atto sessuale se effettuato per soddisfare il proprio desiderio erotico e diventa criminoso se attuato senza il consenso dell’interessata. Trattasi infatti - conclude la suprema corte - di un atto che offende la libertà di autodeterminazione sessuale della vittima”.
Pur espresso in altri termini, la sentenza della Cassazione riprende in toto il classico buon consiglio della nonna, che suonava così: “Guardare ma non toccare”.